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THOUGHTS & OPINIONS

Foglie

Altri echi abitano il giardino. Vogliamo seguirli?
Presto, disse un uccello, trovateli, trovateli,
oltre l’angolo. Attraverso il primo cancello,
nel nostro primo mondo, seguiremo
il tranello del tordo? Nel nostro primo mondo.
Erano là, degni, invisibili, passavano leggeri sulle foglie morte,
nel tiepido autunno, nell’aria vibrante,

Thomas S. Eliot, Quattro quartetti

 

Non sei nato sotto una foglia di cavolo, non ti ha portato la cicogna. Ti ha creato la tua mamma che amo più della mia vita. Lo stesso identico, immutabile amore che ora ho per te che stringi il mio indice, come a chiedere la forza di stare su questa Terra che ora è tua, come tutto ciò che essa ti può dare. Coraggio, piccolo Yuri. Non sei solo, né mai lo sarai.

Maurizio Zaccaro


 

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Che me ne faccio del latino no no no no

è un osso duro per me

sapete perché lo devo studiar

ma non lo posso parlar

non sono un cretino

ma sempre in latino prendo tre.

Cantava così Gianni Morandi nel 1963, quando sono entrato alla Scuola Media Statale Gaetano Negri, in Piazza Selinunte, a Milano. E lì sono rimasto per quattro anni al posto dei tre previsti grazie alla bocciatura in terza. Giulia Lisignoli, la Preside, esausta per le mie scorribande alla fine firmò la mia ultima pagella sulla quale c’era scritta, perfino sottolineata in rosso, la fatidica parola “Licenziato” aggiungendo però di suo pugno una frase più velenosa del morso di un crotalo: “Si consiglia istituto professionale di Stato”, in poche parole un bel tornio attorno al quale imparare un mestiere per poi andare in fabbrica. Erano anni quelli in cui, dalle scuole dei quartieri della grande periferia milanese con i fabbricati dello IACP (Istituto Autonomo Case Popolari), non uscivano grandi geni. Le belle e prestigiose scuole erano lontane, come l’Accademia di Brera, che poi mi sarebbe piaciuto frequentare. Insomma, per me non c’era verso di cambiare la storia, di sovvertire quell’odioso giudizio della Lisignoli. “Non ha voglia di studiare, che lavori!” aveva rincarato mio padre, fra una cinghiata e l’altra per punirmi. Mia madre non aveva aggiunto niente. Non aggiungeva mai niente. Piangeva sempre e basta.

Sta di fatto che, in quegli anni, la mia vita non si stava incanalando bene, tutt’altro. Una rabbia irrefrenabile si stava impadronendo delle mie giornate. Non è vero che non avevo voglia di studiare, diciamo ironicamente che ho avuto un bel po’ di problemi ad accettare la confusa didattica di quei tempi. Da pochi anni infatti il latino era stato inglobato nell’italiano che, in seconda, se lo portava a strascico per cui la materia era diventata “Italiano ed elementari conoscenze di latino”, per poi abbandonarlo al suo destino in terza, dove era addirittura facoltativo, ma necessario se si voleva continuare gli studi al liceo classico. E così, con pochissima lungimiranza, ero felice di averlo scansato. Cosa che avrei fatto volentieri anche con Matematica, Algebra e Scienze. In pagella, l’unico otto che spiccava fra nugoli di raccapriccianti tre e quattro era quello in educazione artistica. Un vero disastro. Cosa c’era che non andava in me fra il 1963 e il 1967? Ero forse “tarlucco” come diceva la preside, in poche parole una specie di idiota?  Oppure c’era dell’altro, magari qualcosa d’insondabile ma indubbiamente devastante per la mia adolescenza? In un’altra nota dell’implacabile Lisignoli venivo descritto come: “Poco riflessivo, non sa accettare i rimproveri. Non sa controllarsi. Si applica saltuariamente ma non manca di capacità, soprattutto nelle materie artistiche.” Perché ero così? Ho un vaghissimo ricordo di quegli anni, come se tutto fosse stato cancellato in fretta e furia da una mano di pudore. Non ricordo i nomi, i volti dei miei compagni di classe, non ricordo i professori eccetto lei, la strega, la Lisignoli; non ricordo nemmeno come era fatta quella scuola se non che stava al centro di una piazza ovale: una sorta di fortino circondato da un anello d’asfalto dove scorreva un traffico pressoché inesistente. C’erano dei tigli imponenti e profumati dentro il muro perimetrale tutto sbilenco e sbrecciato, che una sera avevo agilmente saltato assieme ad altri due compagni altrettanto “poco riflessivi”.

Così, per gioco, eravamo penetrati nella scuola deserta, avvolta ormai dalla penombra serale. Vedere corridoi e aule in quell’oscurità polverosa aveva un suo fascino particolare, un po’ horror, mettiamola così. Insieme eravamo infine entrati nell’ufficio della Lisignoli e lì, dopo aver sbirciato le carte rimaste sulla scrivania, mi ero seduto al suo posto: “Ti boccio! Vi boccio tutti quanti così imparate! Tarlucchi maledetti!”  avevo scandito imitando voce e parole della Preside. Intanto gli altri avevano cominciato a buttare all’aria tutto, faldoni, cartelline, documenti. Prendevano i cassetti e li svuotavano per terra. In un baleno l’ufficio fu sottosopra. Il motivo di quella scellerata incursione? Anche questo non lo so, posso solo supporre che per noi era solo un gesto compiuto senza alcuna intenzione di dimostrare chissà cosa se non il fatto che la scuola, quella scuola, non ci piaceva affatto. Così come non ci piaceva il posto in cui stava, lontano dal cuore di una città che non amava chi, facendo economia sui già magri bilanci familiari, non riusciva a stare al passo con il Boom. Milano in quegli anni era una città da rotocalco, tutta “sacrifici” come diceva mio padre, cambiali e pie illusioni, ma lanciata verso il futuro con la nuova Autostrada del Sole, le sue 600 e 1100 e le sue due squadre di calcio che proprio in quegli anni cominciavano ad affacciarsi in Europa vincendo coppe fino ad allora impossibili da agguantare.

E io intanto non avevo passato nemmeno gli esami di riparazione. Quel giorno, la pagella con scritto NON LICENZIATO infilata nelle braghe, avevo preso la mia Doniselli e pedalato per chilometri, fino a raggiungere il naviglio, che stava da tutt’altra parte. Non volevo più tornare a casa a beccarmi altre rasoiate sulla schiena, volevo solo sparire dalla faccia della terra per la vergogna. Buttarmi nell’acqua. Affogare gridando al cielo tutta la mia rabbia. Perché quei voti? Perché quel Sei in condotta così lancinante? Cosa era successo di così irreparabile? Alla fine, con il calare della sera, mi ero rifugiato dentro il cinema Alpi dove, per poche lire, si potevano vedere due film. Uno era “Una pistola per Ringo” con Giuliano Gemma.

Giuliano! Se in quel momento così cupo della mia adolescenza mi avessero detto: tranquillo, tutto passa, un giorno sarai tu a dirigere Giuliano Gemma, mi sarei messo a ridere. E invece è andata proprio così.

Maurizio Zaccaro

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Giuliano Gemma (Avv. Alberto Dall’Ora) – Un Uomo Perbene (1999)

 

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Avevo pensato di scrivere un semplice no-comment a questa foto che ho scattato con l’i-phone, ma sarebbe stato troppo poco. Non è la scritta su un muro a inquietare bensì tutto l’insieme. Il degrado ambientale che assedia Roma, che la rende sempre più brutta e invivibile, viaggia ormai di pari passo con la crescente intolleranza dei suoi cittadini. Hai voglia a dire ma chi se ne frega di una scritta sul muro, tanto chi la legge.

Non è così che si può salvare, anche se con lentezza e difficoltà, una società sempre più in declino, abbandonata a se stessa. Lo si fa anche curando l’ambiente per renderlo frequentabile e sicuro. Lo si fa soprattutto cancellando le infamie razziste scritte sui muri delle nostre città.

“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli”. Chi l’ha detto? Martin Luther King.

Maurizio Zaccaro

Green

In questi torridi giorni abbiamo cominciato, seppur a budget ridotto, la preparazione della terza edizione del Montefeltro Film School Festival, in Italia l’unico Festival dedicato esclusivamente alle Scuole di Cinema. L’anno scorso, quando ho chiamato sul palco tutti i nostri ospiti, provenienti da una trentina di differenti Paesi, abbiamo vissuto un momento magico, soprattutto importante. Al di là di ogni frontiera e Stato, gli studenti delle più prestigiose scuole del Cinema del mondo si erano ritrovati nel cuore del Montefeltro, a Pennabilli, per conoscersi, scambiarsi opinioni, vedere e discutere insieme ad altri coetanei i propri lavori, magari anche imparare qualcosa dalle belle masterclass che abbiamo organizzato per loro.

Mi sono cari questi ragazzi perché vedo in loro la mia vita, riconosco nei loro sogni i miei sogni di un tempo, rivedo nelle loro Scuole la mia vecchia Scuola di Cinema e rivivo i tre anni che ho trascorso in quel posto fatiscente, ricavato da un fabbricato di ringhiera, in Via Campo Lodigiano, a Milano. In quella Scuola avevo trovato finalmente qualcosa che, giorno dopo giorno, mi motivava come nient’altro al mondo e, al tempo stesso, mi cambiava la vita, al punto che l’orario serale, dalle 19 alle 22, non mi bastava più. Tant’è che andai dal preside per chiedergli di poter frequentare la scuola anche di giorno, anche la mattina, anche senza professori. Mi bastava l’accesso alle moviole, alle macchine da presa, alle luci, ai teatri e a quel po’ di pellicola che si riusciva a raggranellare grazie alle donazioni di qualche casa di produzione. Dopo un’estenuante trattativa il preside accettò la proposta e la Civica divenne per me, e un manipolo di altri allievi, la nostra vera casa, non più una scuola. Il tutto in cambio di una piccola tassa da pagare annualmente, un’inezia davvero. Cosa che aveva permesso a me, e ad altri come me, le cui finanze familiari non erano certo brillanti, di “imparare il Cinema”.

Oggi invece ci sono Scuole di Cinema alle quali si può accedere, più che per proprio merito, solo se si ha la possibilità di pagare dai sei ai dodicimila euro l’anno. Come a dire che il cinema lo può studiare, e poi fare, solo chi se lo può permettere. Ma non è detto che essere ricchi voglia automaticamente dire (a parte rare eccezioni) avere talento anzi, il più delle volte è proprio il contrario. Un Festival di Scuole di Cinema come il Montefeltro Film School Festival serve anche a questo. Ad azzerare tutti gli aspetti economici e a credere unicamente nella qualità del lavoro di questi ragazzi, nella loro intelligenza (che poi è l’unico effetto speciale che possono permettersi), nella loro umiltà di giovani apprendisti. Il resto, l’arroganza tipica dei benestanti, non ci interessa; semplicemente perché da lì non nascerà mai quel cinema autentico, credibile e sincero, in poche parole tutt’altro che “furbo”, che tanto amiamo. Quel cinema, e lo si sa da tempo memorabile, può nascere solo da una scuola pubblica e gratuita, il cui accesso per selezione è garantito a tutti e la cui tassa d’iscrizione è calcolata sulla base della condizione economica del nucleo familiare dello studente. Esattamente com’era alla Civica di Milano, alla quale va tutto il mio affetto e la mia riconoscenza.

Studiare Cinema insomma, vuol dire avviarsi verso una professione che permetterà ai ragazzi di entrare nel mercato del lavoro con dignità. Certo, saranno dei free-lance e nessuno pagherà mai loro alcuna tredicesima, non avranno alcun benefit aziendale, né una liquidazione al termine del loro percorso professionale, e la pensione che alla fine otterranno sarà fra le più basse. Ecco perché dovranno lavorare sodo, senza paura, ovunque ci sia del lavoro. A tutti costoro non ho alcun consiglio pratico da dare se non ricordare una bella dichiarazione che Orson Welles fece a un giornalista del Saturday Evening Post, nel 1962: “Io sono un pendolare. Vado dove c’è del lavoro, come un raccoglitore di frutta. Tutto ciò di cui ho bisogno sono un sorriso d’incoraggiamento e una proposta, e arrivo subito, col primo aereo.” E pensare che all’epoca, Welles aveva già girato film come Quarto Potere, la Signora di Shanghai, Macbeth, Otello e L’Infernale Quinlan.

 

Maurizio Zaccaro

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C’era una volta un Re cche ddar palazzo mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto. Io fo ddritto lo storto e storto er dritto: pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo: Io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo, ché la vita e la robba Io ve l’affitto. Chi abbita a sto monno senza er titolo o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore, quello nun pò avé mmai vosce in capitolo”. Co st’editto annò er boja pe ccuriero, interroganno tutti in zur tenore; e, arisposero tutti: “È vvero, è vvero.”

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C’era una volta un Re che dal palazzo emanò ai popoli quest’editto: “Io sono io, e voi non siete un cazzo, signori vassalli imbroglioni, e state zitti. Io rendo diritto lo storto e storto il diritto: posso vendervi tutti a un tanto al mazzo: Io, se vi faccio impiccare, non vi faccio un torto, perché la vita e la roba ve le do in affitto. Chi abita in questo mondo senza il titolo o di Papa, o di Re, o d’Imperatore, quello non può avere mai voce in capitolo”. Con quest’editto andò il boia per corriere, interrogando tutti sull’argomento; e, tutti risposero: “È vero, è vero.”

Li soprani der monno vecchio / I sovrani del mondo vecchio

Giuseppe Gioacchino Belli, 1832

 

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John Berger (Londra, 5 novembre 1926 – Parigi, 2 gennaio 2017) scrittore, pittore e critico d’arte britannico aveva una mente straordinariamente lucida. Di se stesso diceva: “Non chiamatemi romanziere, racconto solo storie…” . Al di là delle storie che raccontava, Berger aveva recentemente inviato una lettera aperta al mondo spiegando mirabilmente il sottile rapporto fra Beethoven e l’Intifada palestinese:

“Il concerto per pianoforte e orchestra n. 5 di Beethoven evoca una felicità che è quasi senza limiti e che, proprio per questo, né lui né noi possiamo possedere. Il concerto fu detto l’Imperatore. Ci porta a un orizzonte di felicità che non possiamo valicare. Oggi lo mando agli studenti palestinesi che stanno dimostrando al checkpoint di Beit El, all’entrata di Ramallah. Anch’essi sono ispirati da una visione della felicità che nelle loro vite non sono in grado di conoscere. Mando loro il concerto perché lo usino come arma nella lotta contro gli israeliani che occupano e colonizzano la loro terra. Beethoven approva. La politica gli sta molto a cuore. La sua terza sinfonia, l’Eroica, fu ispirata da Napoleone quando ancora era un combattente per la libertà e prima che diventasse un tiranno. Per un giorno cambiamo nome all’Imperatore e chiamiamolo: concerto per pianoforte e orchestra n. 5, l’Intifada”.

Maurizio Zaccaro

Green

 

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L’articolo 6 del Trattato dell’Unione Europea in vigore recita: “L’Unione si fonda sui princìpi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e dello stato di diritto, princìpi che sono comuni agli Stati membri”.

Non sono affermazioni vaghe e generiche, ma norme ben definite cui tutti i paesi dell’Unione debbono adeguare le proprie leggi e le proprie politiche. Eppure tutti zitti, magari anche compiacenti di fronte alle ripetute e gravi violazioni compiute in questi anni dal governo Orban, dalle limitazioni del diritto di stampa, alle leggi sulla televisione, passando per le reiterate discriminazioni contro i Rom, fino allo sconcertante quanto incivile muro di filo spinato a difesa degli “inviolabili confini ungheresi”.

L’ultimo film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati” si apre con una devastante influenza che viene dai Balcani: “Tutti i mali vengono dai Balcani” dice un ufficiale mentre fa rapporto al Maggiore. E il male è una febbre feroce che toglie tutte le energie ai soldati e semina, dentro chi ne è colpito, deliri dai quali non sarà più risanato. Nel futuro ungherese difficilmente torneranno i prati. Di verde, da quelle parti, per ora si intravede solo il colore delle camice delle mortifere Croci Frecciate, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy. Il fascismo, si sa, è una brutta bestia, che gira il mondo e non si ferma mai. Come la Guerra del film di Olmi.

Maurizio Zaccaro

Green

 

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Ho molti cari amici musulmani, fortemente credenti e praticanti, per questo non temo l’Islam. Frequentandoli, lavorandoci insieme, è lampante il fatto che per sua natura, l’Islam non è assolutamente violento o antidemocratico come molti lo dipingono sull’onda dei sanguinosi successi dello Stato Islamico. “Un fondamentalismo che deturpa la vera fede in Allah” mi ha detto un giorno Said, che viene da Tetouan, in Marocco. Un’altra volta mi ha raccontato invece cosa è l’Isis, come riesce a far proseliti fra i giovani, disorientati dalla mancanza di lavoro, dalla miseria morale e materiale che attanaglia da decenni Siria, Iraq, Libia e altri stati della regione.

Ascoltare Said fa riflettere sulle responsabilità del nostro mondo, il più delle volte indifferente alla sofferenza e al disagio degli immigrati che popolano le nostre città. Ascoltare Said, magari mentre mangi uno straordinario couscous alle verdure cucinato da Malika, sua moglie, mette sempre di buon umore nonostante gli argomenti discussi siano sempre bollenti:

“Non ci vuole poi molto a sconfiggere i Daesh” dice Said “Si sono costruiti quest’immagine di invincibili perché hanno azzerato l’esercito iracheno, ma è successo non per la loro abilità strategica, ma perché fra gli iracheni dilagava la corruzione e i generali prendevano soldi per fuggire dal campo di battaglia e lasciare i soldati da soli. Il risultato è che lo Stato Islamico è apparso più forte di quanto sia realmente ma nessuno ci crede…”                                                                                                                           “E allora, cosa bisogna fare?” chiedo perplesso. Said abbozza un’espressione sorniona: “Il genere umano si divide in tre classi: gli inamovibili, quelli che sono mossi, e quelli che si muovono…”  Con questo aveva detto tutto. Era arrivato il momento di un bicchiere di tè alla menta.

Maurizio Zaccaro

 

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In questi anni, molte persone mi hanno chiesto il Dvd del documentario che ho realizzato nel 2009 sulla storia del Piccolo Teatro di Milano il cui titolo era appunto,  “Il Piccolo”. Prodotto nel 2009 da Rai Cinema e Casanova Entertainment, proiettato un’unica volta al Festival di Venezia dello stesso anno e poi misteriosamente ignorato da tutti, scomparso nel nulla, mai distribuito, mai pubblicato in Dvd, andato in onda una volta sola, credo su Rai Tre in orario improbabile. Peccato che sia costato fatica e denaro. La fatica e’ un fattore personale, passa. Il denaro invece era pubblico.

Credo che il Dvd del film non sia mai stato pubblicato perché, nonostante le belle critiche ricevute e l’apprezzamento del pubblico, alla fine è stato inghiottito dall’oblio creato ad arte da chi non l’ha amato. Ricordo la turbolenta proiezione in moviola a film appena ultimato. A vederlo c’era la dirigenza del Piccolo che, ad ogni inquadratura storceva la bocca perché Paolo Grassi e Giorgio Strehler erano “troppo presenti” mentre la gestione contemporanea lo era molto meno. Anche se non era proprio così, fui perfino invitato a cambiare il titolo del film, da “Il Piccolo” a “Per un teatro umano” (famoso saggio di Strehler sul fare teatro). Poi uno si stupisce perché, nel fornitissimo Book-Shop del Piccolo, in via Rovello a Milano, il Dvd che racconta la storia di quel prestigioso teatro non esiste proprio. In compenso lo potete trovare su You Tube, o su questo sito. Per quanto mi riguarda, di quell’esperienza restano indimenticabili i giorni passati con gli attori storici del Piccolo e con Luca Ronconi, che dopo aver visto il film mi disse semplicemente “… mi ha commosso.”

Maurizio Zaccaro

 

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Il terrore è l’essenza stessa del potere. E il potere va di pari passo con la più grande invenzione di tutti i tempi, grazie alla quale monopolizzare il profitto: la religione. Peccato che sia un’invenzione imperfetta, un po’ sghemba, perché la religione ha tante teste, in lotta eterna fra di loro. Ognuna vuole essere l’unica voce di Dio sulla terra e, per farsi sentire meglio, usa il tritolo.

Maurizio Zaccaro

Green

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La vicenda della costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione ha visto, negli ultimi mesi, un’offensiva senza precedenti contro il Movimento No Tav sul piano mediatico e, soprattutto, su quello giudiziario. A cominciare dal farsesco processo allo scrittore Erri De Luca, reo di aver pubblicamente dichiarato che “la Tav va sabotata”.

Per questa frase, intesa come istigazione a delinquere, il Pubblico Ministero Antonio Rinaudo ha chiesto ben otto mesi di reclusione per l’imputato. Senza arrivare alla provocazione di De Luca, perché solo di questo si tratta e non di vera istigazione a delinquere, ricordo, per chi ancora crede nel progetto TAV, un’antica storiella uzbeka:

“Un mattino di molti secoli fa il più valoroso militare del regno, passeggiando per il mercato di Samarra, incontrò lo spettro della Morte che lo guardava in modo strano, minaccioso. A vedere ciò il soldato, colto dallo sgomento nell’aver incrociato tanto presto lo sguardo con la morte si recò dal suo sovrano, chiedendogli aiuto. Il sovrano decise di donargli una cavalla bianca, la sua favorita, “Figlia del lampo”, la cui velocità avrebbe assicurato al soldato una rapida fuga in terre lontane, garantendogli la salvezza dalla morte imminente. Il militare saltò subito in sella e grazie a “Figlia del lampo” poté correre via fino alla città di Samarcanda, luogo che raggiunse in serata, credendosi ormai sicuro, tanto la cavalla lo aveva portato lontano rapidamente. Tempo dopo accadde che il Re in persona incontrò lo spettro della Morte e chiedendogli spiegazioni sul presagio del suo soldato, questa gli rispose che si era semplicemente stupita nell’averlo visto al mattino ancora al marcato di Samarra, poiché lo aspettava più tardi, in serata, nella lontana città di Samarcanda”.

Maurizio Zaccaro

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Quasi ogni sera, mentre al tg passano le immagini del parlamento italiano, mi viene un travaso di bile. Senza fare del populismo fine a se stesso non ho paura a dire che la maggior parte dei 945 parlamentari (di cui 630 deputati e 315 senatori) non è degna di essere chiamata “onorevole”. Un parlamento italiano così becero come raramente si è visto umilia la Nazione, la ridicolizza nel mondo e, soprattutto, mina in modo irreversibile la già scarsa fiducia che il popolo nutre per le Istituzioni. Siamo a ottobre. Un buon mese per cambiare le cose e chiudere i conti con questi ignobili personaggi (di qualsiasi colore politico essi siamo) inadeguati, incapaci di legiferare e governare una Nazione, terribilmente volgari, irrispettosi nei confronti di chi crede ancora nel valore delle urne, ormai sempre più scientemente disertate. ”Lo Stato è come la religione, vale se la gente ci crede” , parole di Errico Malatesta. Oggi, guardando il nostro parlamento, i gesti dei nostri deputati e senatori, ascoltando le loro urla da talk show televisivo, come si fa ancora a credere in questo Stato?

Maurizio Zaccaro

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L’invito della Cineteca Nazionale è quello di scrivere qualche riga su Augusto Tretti perché “tu lo conoscevi bene, meglio di chiunque altro”. Come se fosse semplice scrivere di Augusto, ora che non c’è più. Penso alla sua immensa residenza a Conferazene, una frazione di Lazise del Garda. Augusto ha passato lì quasi tutta la sua esistenza, ma non solo. E’ lì, o più o meno i quei dintorni, che ha girato i suoi tre unici ma indimenticabili film, da “La legge della tromba”, a “Il Potere”, fino a “Alcool” e, poco lontano, ma sempre fra Verona e il lago, il tv-movie “Mediatori e Carrozze”.

Camminando per il parco, oppure per le stanze di quella grande, antica casa, meditava i nuovi progetti che voleva realizzare senza perdere tempo a Roma: “…senza elemosinare finanziamenti dai funzionari perché tanto se voglio un altro film lo faccio anche domani, vado da un mercante di maiali e i soldi li trovo…”. Quante volte mi ha raccontato la trama di quello che sarebbe davvero potuto essere il suo capolavoro e invece è rimasto solo un sogno. “Io non sono adatto per raccontare storie d’amore, mi imbarazza. Vado bene invece per un film di guerra, una battaglia navale…” diceva scherzando, ma non troppo. E la battaglia navale era già lì pronta, almeno nei suoi appunti. Voleva fare, a suo modo s’intende, nientemeno che “La battaglia di Lissa”, che avrebbe ambientato nelle acque del suo amato lago di Garda invece che nell’Adriatico dove era realmente avvenuta nel 1866: “Perché sul lago hanno girato anche tanti film di pirati… hai mai sentito parlare della Bertolazzi Film?”

Tretti era così, un visionario totale, naif certo, ma anche un surrealista d’antan.

Ricordo quando abbiamo girato Alcool (1979). Il film aveva per interpreti degli alcolizzati veri che creavano guai di ogni genere perché spesso arrivano sul set completamente brilli, o non arrivavo per niente. Augusto andava comunque avanti inventandosi lì per lì scene esilaranti e grottesche, realizzate in francescana povertà. Le visioni del giovane protagonista in preda al delirium tremens, per esempio, fatte di ragni e scarafaggi finti, acquistati all’ultimo minuto in qualche cartoleria dalle rimanenze di carnevale. Animaletti di plastica che lui stesso muoveva con il filo da pesca o soffiandogli sopra, o spingendoli col dito fuori da un buco nel muro. Quello che contava non era la credibilità della scena ma soprattutto la sua straniante, brechtiana provocazione.

“Brecht mi ha insegnato come dire le cose, come farle, per non far identificare il pubblico nella trama ma piuttosto per indurlo a pensare o a riflettere su quello che vede e che, in quel preciso momento, gli è estraneo.”

Ecco perché è sempre stato impossibile collocare Augusto sotto un colore, una sigla politica. Amava definirsi anarchico, ma di linea veronese. “Cosa intendi per linea veronese?” gli avevo chiesto un giorno. Lui, candidamente, aveva risposto: “Così… un po’ folle, matto.”

Oggi sono passati più di trent’anni da quelle parole e due sono già trascorsi da quel giorno d’inizio giugno in cui i suoi occhi si sono chiusi per sempre, lasciando il nostro cinema orfano di uno dei suoi più grandi, incompresi talenti. Non a caso Federico Fellini disse di lui: “Dò un consiglio a tutti i miei amici produttori: acchiappate Tretti. Fategli firmare subito un contratto e lasciategli girare tutto quello che gli passa per la testa. Soprattutto non tentate di fargli riacquistare la ragione. Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano.”

Maurizio Zaccaro

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A volte ci si imbatte in libri sconosciuti, per niente pubblicizzati, quanto straordinari. E’ il caso dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, scrittore americano, nato 45 anni fa a Boston. Il titolo, ispirato da una citazione biblica tratta dal libro del profeta Zaccaria, è lungo, magari poco accattivante, ma sicuramente efficace: “I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?”

Scritto interamente in forma di dialogo fra i protagonisti, meglio delle sceneggiature di tanti film, il libro scandaglia le scottanti tematiche di un mondo sempre più avviato verso un inquietante declino: l’etica personale, il ruolo di chi diventa famoso e il rapporto con il proprio pubblico (Misery non deve morire di Stephen King, pubblicato nel 1987, è stato un ottimo precursore), i followers ossessivi e i fans psicopatici, le conseguenze a volte devastanti delle proprie azioni, le responsabilità sociali e, soprattutto, ora che tutti i sogni riposti in questa società sono svaniti,  il diritto all’oblio.

Maurizio Zaccaro

Green

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“La terra non solo è un bene comune, ma è la nostra natura”. Ha dichiarato tempo fa Carlo Petrini, patron di Slow Food, che in un convegno fiorentino ha ripetutamente citato la Costituzione dell’Ecuador come esempio di progresso e speranza. Ed è vero, in Ecuador, è stato inserito nella Costituzione un articolo specifico dove il nome della Pacha Mama (dalla lingua quechua: Madre Terra) viene posto in riferimento ineludibile alla sovranità territoriale, a difesa della biodiversità e della natura; facendo intendere che con ciò gli ecuadoriani hanno compreso la necessità fondamentale di essere lungimiranti sulle scelte ambientali del proprio territorio.

Purtroppo quello che ho visto, constatato e documentato girando nel cuore della foresta pluviale ecuadoriana fa affiorare uno scenario completamente diverso da quello propagandato dalla Costituzione dell’Ecuador. In questo viaggio, sono stati molti gli incontri con chi si oppone al disastro annunciato dal Presidente Rafael Correa, che, nonostante le belle parole della Costituzione, ha dichiarato concluso il progetto Yasunì ITT, istituito sei anni prima per proteggere uno dei luoghi a più alta biodiversità del pianeta dall’aggressione delle compagnie petrolifere: il parco nazionale dello Yasunì.

Quello che sta accadendo in Ecuador (distruzione dell’ambiente locale e l’estinzione totale delle nazioni indigene che hanno nella foresta pluviale il loro territorio ancestrale) dovrebbe essere preso come monito anche in Italia dove, con lo sconcertante articolo 38 del decreto denominato Sblocca Italia, i “petroleros” nostrani ( e non solo) stanno avviando le trivelle in Basilicata, Sicilia, e lungo tutta la dorsale Adriatica.

Si dice che con tutto il petrolio disponibile nascosto sotto il nostro territorio (stimato per ora in 22 milioni di tonnellate di idrocarburi) si potrà fornire all’Italia la metà della sua domanda energetica. Quello che non si dice è che, così facendo, anche l’Italia distruggerà il suo ambiente e farà ammalare i suoi cittadini, esattamente come sta succedendo in Ecuador.

Maurizio Zaccaro

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INCA

Sotto una pioggia torrenziale, ad Aguas Calientes Macchu Picchu ho incontrato Josefa, una giovane peruviana che per sopravvivere vendeva ninnoli andini ai turisti in transito. Nella lunga attesa del treno che mi avrebbe riportato a Cuzco la vedevo affannarsi dietro ogni comitiva che varcava l’ingresso della stazione ferroviaria. Rincorreva i “gringos” fino al binario nella speranza di rifilargli qualche braccialetto in argento, un paio di orecchini, una collanina, poi tornava indietro e si accucciava accanto ad un bambino di due, forse tre anni. Suo figlio.

Josefa, semianalfabeta come la maggior parte delle ragazze nate da famiglie povere, sapeva però l’inglese, o quantomeno sapeva farsi capire senza averlo mai studiato in vita sua. “Buy” “Very cheap” “True silver” “Five dollars” e poi la più sorprendente delle frasi, irresistibile per i clienti: “Magic on you! Try it”.

Per il resto, più che lo spagnolo, Josefa si esprimeva in Quechua, l’antica lingua dell’Impero Inca. Parlare con lei era quindi un’impresa ma la sua voglia di comunicare, la sua insaziabile curiosità e la sua simpatia valicavano ogni barriera linguistica.

“University?” mi aveva chiesto per sapere se avevo frequentato l’università. No, niente università, avevo risposto. La cosa l’aveva sorpresa. Come era possibile? Puntando l’indice al petto aveva replicato “Voy a ir a la universidad” (io andrò all’università).

Di quel dialogo surreale mi è rimasta la fotografia che le ho scattato quel giorno dal finestrino, mentre tentava ancora di vedere i suoi ninnoli nonostante il treno si fosse già messo in moto. Forse, per lei, era più importante conoscere la gente, parlare con i “gringos”, che vendere le sue cose. Solo così, almeno nella sua fervida immaginazione, Josefa poteva viaggiare e conoscere il mondo, esattamente come desiderava farmi conoscere il suo. A cominciare dai numeri in lingua Quechua che dovevo assolutamente imparare altrimenti non potevamo essere “hermanos”: huk, iskay, kinsa, tawa, pisqa…

Maurizio Zaccaro

Green

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”Il cielo crollava ed era striato di sangue. Ti ho sentito che mi chiamavi, poi sei scomparso nella polvere. Ma amore e dovere ti chiamano da qualche parte più in alto, da qualche parte, su per le scale, in mezzo al fuoco.”

Bruce Springsteen, Into the fire

Nella loro storia (1964 -2001) le Twin Towers di New York sono apparse in quasi 800 film e in 28 manifesti cinematografici. Sono state per decenni il simbolo del libero mercato, della potenza dell’economia americana e per questo rase al suolo nell’attacco terroristico dell’11 settembre.

Tempo fa ho visto un documentario straordinario “Gli Eroi di Ground Zero”. La storia dei vigili del fuoco che per primi sono entrati nelle Twin Towers, e ne sono usciti per ultimi. Una storia esemplare di solidarietà e fratellanza tra chi e’ sopravvissuto, tra quelli che sono morti e tra quelli fuori servizio, “fratelli che hanno abbandonato immediatamente quello che stavano facendo per correre sul luogo dell’attentato e contribuire al salvataggio di migliaia di civili”.

Se Sky lo rimanderà in onda non perdetelo.

Maurizio Zaccaro

Green

bimba

Non mi ricordo il nome della bambina della foto. Mi ricordo però la sua casa, fatta di compensato, mattoni e lamiera, dentro una bidonville immensa nel sobborgo di Claypole, a Buenos Aires. Mi ricordo anche la sua curiosità per il luogo da cui venivo, l’Italia, paese sconosciuto.

Per lei, che non era mai stata nemmeno in città, il suo universo era lì, in quel formicaio di loculi senza acqua corrente, senza niente, dove però riusciva a sopravvivere e, grazie ai preti di una vicina Missione Orionina, anche a studiare.

Sognava di diventare un medico e di visitare il mondo. Sognava di andare in America o in Europa, perché lì, nelle case, “c’e la luce, l’acqua e il gabinetto”.

Sono passati tanti anni da quello scatto ma oggi, nel vedere il video della scellerata reporter ungherese che prende a calci una piccola siriana, mi sono ricordato della bambina argentina, delle sue parole, dei suoi sorrisi, del suo amatissimo gatto. Non ho mai saputo cosa è stato di lei, se alla fine ce l’ha fatta a volare via dalla sua bidonville oppure no.

So però fin troppo bene il futuro che attende la piccola innocente siriana: disprezzo, umiliazione e soprattutto l’insensata violenza di una civiltà che si crede la migliore del mondo ma non lo è affatto, immersa com’è in fosche brume primordiali dove una scimmia, levando un osso in aria, capisce di avere in mano un’arma letale con la quale difendere il suo piccolo, insignificante territorio.

Maurizio Zaccaro

Green

84

Quando si è in un particolare stato d’animo, magari inclini alla sfiducia in se stessi, cosa che capita spesso nei momenti di maggior stress lavorativo, ci sono alcuni film che cambiano radicalmente l’umore, che fanno stare subito bene. Per quanto mi riguarda, in cima alla lista della mia personalissima “cineterapia”, c’è un delizioso film del 1986: “84, Charing Cross Road”, magistralmente interpretato da Anne Bancroft e Antony Hopkins.

Racconta di due vite, completamente diverse fra loro e distanti migliaia di chilometri una dall’altra: una scrittrice americana e un libraio inglese. Attraverso lo scambio di una fitta corrispondenza che dal 1940 arriva fino ai primi anni sessanta, i due personaggi evocano i piccoli accadimenti privati e grandi avvenimenti pubblici di un’epoca che sta cambiando ma che, grazie a quel particolare rapporto epistolare, resterà per sempre impressa nella memoria di entrambi.

E’ un film sull’amicizia, sulla solidarietà umana, sulla temperanza, sulla bellezza delle piccole cose che quotidianamente scandiscono la nostra esistenza, sulla lettura e sul piacere della ricerca di un libro senza il quale, forse, la vita non sarebbe più la stessa. Per questo “84 Charing Cross Road”, piccolo e misconosciuto capolavoro diretto da David Jones, è meglio di qualsiasi anti-depressivo.

Maurizio Zaccaro

Green


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Non tutti i libri sono belli, d’accordo, ma per “Il crollo della civiltà occidentale” di Naomi Oreskes e Erik Conway si potrebbe perlomeno richiedere il rimborso dei 12 euro spesi per nulla anzi, per arrabbiarsi e basta.

A metà strada tra fantascienza e saggio storico, il libro racconta di un giovane studioso della Seconda Repubblica Popolare Cinese che nel 2393, trecento anni dopo gli eventi che portarono al collasso delle potenze occidentali del Ventesimo secolo, esamina le cause di quel crollo, addebitandolo per la maggior parte al sistema capitalista che si è in pratica auto-distrutto. In poche parole è un libro che non dà speranza, che indica solo una strada senza via d’uscita lungo la quale l’umanità si sta velocemente incamminando, pur sapendo che andrà alla rovina. Tutti scemi insomma, tutti lobotomizzati, nessuno che mette in guardia sugli effettivi e imminenti pericoli climatici, economici, sociali.

Peccato che i due autori, prima di scrivere il libro, non abbiano incontrato chi invece vede le cose da un’altra angolazione e, pur intuendo i pericoli del nostro sistema industriale ed economico, non perde occasione di portare speranza e soprattutto fiducia all’umanità.

Passare qualche giornata con Vandana Shiva per esempio, è un’esperienza che lascia il segno. Ho avuto il privilegio, grazie al film “I nove semi”, di essere ospite nella sua fattoria, Navdanja, per una decina di giorni. Lì, molto lontano dai riflettori e dai palchi dei suoi interventi pubblici di grande impatto mediatico, ho scoperto una donna forte e tenace, come le sue battaglie a tutela dell’ambiente, ma al tempo stesso straordinariamente gentile e disponibile. Abbiamo parlato a lungo e alla fine sono tornato nella “civiltà occidentale” ancora più convinto che il nostro mondo ha bisogno di persone così: esseri umani che insegnino ad altri esseri umani a non darsi mai per vinti, a lottare con determinazione, a non accettare le situazioni così come sono, a reagire contro le sopraffazioni dei potenti e delle lobby, ad essere “attivisti” e non indolenti o, peggio ancora, sottomessi.

Alcuni pensano che la parola “attivista” sia solo una sbrigativa etichetta con la quale relegare in un ghetto chi si muove al di fuori delle regole costituite. Per Vandana Shiva invece è un complimento che si traduce in una presa di responsabilità totale nei confronti della Terra e dell’Uomo. In poche parole un invito globale ad unirsi per evitare la catastrofe e l’estinzione.  Non è la fantascienza del “Crollo della civiltà occidentale” ma qualcosa che va ben oltre, che semina coscienza e speranza, appunto.

Maurizio Zaccaro

Green

Ollantaytambo

A circa settanta chilometri da Cuzco c’è un piccolo villaggio di contadini, Ollantaytambo, famoso per il suo tempio Inca e per una cruenta battaglia tra l’esercito di Manco Inca, che dopo la caduta di Cuzco aveva organizzato la resistenza contro i conquistadores spagnoli. Arrivarci non è facile ma una volta raggiunto, Ollantaytambo regala emozioni impagabili. Non per il luogo in sé ma per la gente, donne, uomini e bambini, sempre sorridenti anche se la vita, a quelle latitudini, è tutt’altro che facile soprattutto per il lavoro sulle “andenerie”, i terrazzamenti agricoli dove si coltiva di tutto. Eppure c’è sempre qualcuno che ti offre qualcosa, magari una semplice pannocchia abbrustolita in cambio di un racconto. Stare con loro, nella piazzetta del paese, sentire le loro storie e raccontare la propria, dà il vero senso della vita per come la vita dovrebbe essere vissuta. Uno scambio continuo di gioia e semplice convivialità. Di reciproco rispetto e amicizia. Solo in un posto come Ollantaytambo capisci quanto odioso sia il mondo quando si parla di etnie, permessi di soggiorno, nazionalismi, numeri scritti a penna sulle braccia dei migranti, Polizie, Stati e, soprattutto, segregazione.

Da Ollantaytambo, Yela doveva andare a Cuzco con sua sorella, suo marito e suo fratello. Abbiamo offerto loro un passaggio sul nostro pick-up. Ne è uscita una fotografia che ormai avrò stampato mille volte e regalato a tutti i miei amici. I loro volti sorridenti sono la cosa più bella che mi sono portato a casa da quel viaggio in Perù dove ero andato per lo spot di una caramella balsamica. La felicità che traspare da quei sorrisi è immortale perché racconta di un mondo diverso, primordiale, dove l’uomo viveva in pace con la natura, la Pachamama (Terra Madre), e con i suoi fratelli. Almeno fino all’arrivo dei conquistadores spagnoli che, con il sangue, hanno cominciato a tracciare quei maledettissimi confini che chiudono l’umanità in recinti d’ignoranza e sospetto.

Ma Manco Inca non è morto nel 1544 come dice la storia. Manco Inca vive ancora in chi crede che sia possibile cambiare le cose, in chi ha ancora la forza di ribellarsi alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Maurizio Zaccaro

Green

London

Londra. Città meticcia, città viva, tempio di benessere ed efficienza. Città generosa ma confusa. Specialmente in questi tempi dove l’inquietudine l’ha fatta diventare sorda e indifferente al dolore del mondo.

Ho abitato a Londra, a Clapham North, per diverso tempo. Piccole case a schiera, classe operaia e tanti pakistani. Un mondo a parte. Lo vedevi dalla linea della metropolitana. Fra la fermata di Elephant and Castle e Stockwell scendevano gli ultimi “british”, poi il treno varcava l’immaginario confine fra benestanti e la povera gente: Clapham North, Clapham Common, Clapham South e via, fino al capolinea di Morden. Ma erano gli anni ’70 e l’Inghilterra non era più “un’insignificante isola sperduta in mezzo al mare” come amava dire Charles De Gaulle, bensì l’ombelico del mondo. Tanti giovani di nazionalità diverse ci arrivavano con ogni mezzo, io compreso, spinti dalla sete d’esperienza, d’incontri, di nuove amicizie, di reciproco arricchimento culturale, in poche parole spinti verso il loro futuro. Posso dire che Londra mi ha accolto, dato da lavorare, da vivere, da amare. Come si dice, mi ha formato al ritmo di Honky Tonk Woman e Paint it black. Il lavoro in un ristorante di Soho (senza permesso di soggiorno) e quella piccola stanza che avevo affittato presso una famiglia di maltesi erano tutto il mio mondo. Da una parte prendevo sette sterline alla settimana, dall’altra ne spendevo quattro o cinque per l’affitto. Restava ben poco ma bastava per vivere, soprattutto quando non hai nemmeno vent’anni.

Perché tutto questo adesso non è possibile per i giovani che cercano le stesse cose, le stesse opportunità? Perché la nuova Iron Lady, Therese May, chiude le porte in faccia non solo ai migranti ma perfino ai giovani disoccupati della Comunità Europea, primi fra tutti gli italiani?

Quando il principio di libera circolazione è stato inizialmente sancito – ha dichiarato la May – libera circolazione significava libertà di spostarsi per lavorare, non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire delle politiche previdenziali”.

Ecco, c’è da augurarsi che la May non arrivi a Downing Street perché, a confronto, la vera Iron Lady, Miss Margaret Thatcher, sarà ricordata come una timida educanda d’altri tempi.

Maurizio Zaccaro

Green

Mauritania

A Tangeri, al numero 1 di Rue Sommel Perys, c’era (spero ci sia ancora) un cinema, il Mauritania. Lì, più di vent’anni fa, venne proiettato “L’articolo 2”. Quella sera la temperatura della sala, ovviamente senza aria condizionata, era bollente ma c’era qualcosa che ben disponeva alla proiezione di un film. Era la magia delle prime sale cinematografiche del ‘900 con le sedie di legno, del primo pubblico che andava al “cine” senza sapere che storia avrebbe visto. Nei posti riservati c’erano le persone più in vista della città, e una delegazione della piccola comunità italiana a Tangeri: il console, qualche imprenditore, commercianti, tutti felici di passare una serata con un buon film italiano.

– E’ una commedia? Si ride?

Aveva chiesto una donna italiana che, per l’occasione, doveva essere andata dal coiffeur per sistemare la vaporosa “permanente” anni ’70.

E un altro, inquartato in un blazer inguardabile:

– Complimenti, ho sentito parlare molto bene di questo film…

– Ha vinto molti premi…

aveva aggiunto un terzo.

I più silenziosi erano i marocchini che, nelle loro immacolate djellabe e ciabattine, attendevano pazienti l’inizio della proiezione. L’organizzatrice della serata, una donna minuta, gentile, di “Casa d’Italia” a Tangeri, pensò bene di introdurre il film con queste parole:

– La surreale storia di un immigrato algerino in Italia che, avendo due mogli, viene accusato di bigamia…

Surreale storia? Ma cosa stava dicendo? Di surreale nel film c’era ben poco, di comico nemmeno, non era una commedia all’italiana, non era niente di niente. Solo un film che, pur nelle sue ingenuità ed errori, parlava di un fenomeno ancora lontano anni luce da quello che sta succedendo oggi in tutta Europa. Gli extracomunitari (così si chiamavano allora) erano pochissimi e quei pochi non facevano fatica ad integrarsi nella società, come Said Kateb, protagonista dell’Articolo 2. Alla fine della proiezione applaudirono solo i marocchini. Gli italiani uscirono dal Mauritania sconcertati. Per loro vedere il film era stata un’inutile perdita di tempo perché raccontava una storia immaginaria, in poche parole di fantascienza. E infatti eccoci qui oggi a fare i conti con quella fantascienza. Con un camion di salsicce piccanti che potrebbe tranquillamente chiamarsi “La morte nera”.

Maurizio Zaccaro

Green

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Urliamo.

Urliamo contro le retoriche dell’odio.

Spalanchiamo tutte le frontiere.

Diamo libertà a tutti i migranti.

Offriamo speranza a tutti,

in egual misura.

Al di là del luogo in cui si è nati,

dal colore della pelle.

Che il colore della pelle poi cos’è?

Mica esiste, è solo una questione di melanina.

Chi ne ha di più, chi meno.

Però, adesso che ci penso, tanto meglio avere

a pelle scura, che protegge dai melanomi

dieci volte di più di quella chiara.

Maurizio Zaccaro

Green

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Oltre al canale di Sicilia è sempre più battuta la rotta orientale. Attraverso la Bulgaria, la Serbia e l’Ungheria cercano di passare intere famiglie di profughi, costretti a partire dal proprio paese per guerre e conflitti interni. Ora, fra tutti questi muri e reticolati di filo spinato quello bulgaro, innalzato per fortificare i confini con la Turchia e la Grecia, con l’avallo delle autorità europee ed il beneplacito di Frontex, è davvero il più assurdo, se non il più vigliacco. Cosa avrà mai da difendere la Bulgaria di così vitale, al punto di usare la violenza verso chi cerca di entrare clandestinamente nel suo territorio? Niente. La Bulgaria non ha davvero niente da difendere. E’ solo il braccio armato di un’Europa con non riesce più ad arginare la sua decadenza se non alzando muri a destra e a manca nell’illusione, questa si davvero diabolica, di fermare la Storia. Ma la Storia è fatta di Epoche. E ogni nuova Epoca è diversa dalla vecchia. Il mondo si purifica così, lasciando andare alla deriva le Civiltà ormai esauste, corrotte, prive di valori, tese solo alla soddisfazione dei beni materiali, per ristabilire l’ordine delle cose ripartendo da zero. Tutto il resto sono chiacchiere e ipocrisia occidentale.

Maurizio Zaccaro

Green

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Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me,
perché non dovresti parlarmi? E perché io non dovrei parlare con te?

Walt Whitman

La civiltà non riesce a fare il passo decisivo, quel salto di qualità auspicabile in cui uno straniero non sarà più tale, da nessuna parte del mondo. Di dove sei? Ci si sente chiedere quando si viaggia. Da sempre, senza alcun problema d’identità, mi piace rispondere che vengo dall’Italia, certo, ma intesa come una delle tante regioni del mondo, non come uno stato sovrano, con i suoi confini e le sue leggi. La Comunità Europea, abbattendo le sue frontiere e introducendo la moneta unica, è andata in questa direzione. Oggi invece ecco i muri che vogliono ancora dividere, che ci riportano indietro non di una cinquantina d’anni ma di più, diciamo a cinquantamila anni fa, quando sulla Terra esistevano quattro specie diverse di uomini in lotta fra loro. Insieme all’Homo Sapiens, infatti vivevano i Neanderthal, i Denisoviani, i Pigmei dell’Isola di Flores, in Indonesia. Quattro specie intelligenti a condividere risorse scarse. Esattamente come oggi, se non peggio. Benvenuti nel Nuovo Paleolitico.

Maurizio Zaccaro

Green

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Pioveva a dirotto quel giorno di settembre del 1994 a Vancouver. La città era come piegata in due da una burrasca che veniva da lontano, qualcuno diceva dall’Alaska. Venti tesi e gelidi portavano con sé le prime avvisaglie di un inverno che non si sarebbe fatto attendere ancora a lungo. Il MOA, Museum of Anthropology, era quasi deserto. Pochi turisti. Una scolaresca in attesa della schiarita del tempo. Una giovane guida che, non sapendo come vincere la noia, si era offerta di raccontarmi la storia di quel monumento in cedro giallo che tanto mi affascinava.

– Si chiama “The raven and the first men”… il corvo e i primi uomini… Nasce da una leggenda Haida… Una nazione indiana che vive ancora oggi nell’arcipelago delle Isole Charlotte…

Ecco, adesso mi attacca un bottone che te lo raccomando avevo pensato e invece Diane, così si chiamava la guida del Moa, complice il suo sorriso e la voce che aveva un’irresistibile tendenza alla malinconia, mi regalò una storia straordinaria che altrimenti non avrei mai conosciuto, a cominciare da chi aveva scolpito quell’opera immensa. Si chiamava Bill Raid e, anche se a me totalmente sconosciuto, era un grande artista, incisore, scultore e pittore, figlio di un immigrato scozzese e di una donna della nazione Haida.

Il Raven, creatura soprannaturale, incontra i primi uomini intrappolati in una conchiglia. Li libera, li accudisce ma poi, considerato che sono inutili al mondo, annoiato dai loro lamenti e dalla loro litigiosità, decide di rimetterli nella conchiglia da dove li aveva salvati. Ragionando, capisce però che gli uomini hanno bisogno del loro corrispettivo femminile. Dopo una lunga ricerca il corvo trova le donne e, vivendo con loro per un po’ di tempo, capisce che esse sono la vera bellezza della razza umana. Le femmine sono divertenti, sagge, meno litigiose e soprattutto utili al mondo, perché con il loro inesauribile lavoro non solo lo onorano ma lo rendono fertile. E così il corvo, dopo aver portato le femmine dagli uomini, diventa il creatore dell’umanità.

Terminato il racconto Diane aveva pescato dalle tasche una banconota da venti dollari sulla quale era disegnato “The raven and the first men”.

– E’ anche qui, vedi?

Intanto, fuori dalle vetrate del museo, un raggio di sole aveva reso incandescenti i totem delle nazioni indiane esposti all’ingresso. La burrasca era finita. Ora potevo tornare in città. E ci tornavo portando con me, per sempre, la bella storia di “The Raven and the first men”.

Maurizio Zaccaro

Green

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“Nello scrivere, preparare e girare un film ho un’unica certezza: ogni decisione presa non potrà mai piacere a tutti. Ed è una certezza che mi rende leggero e libero come la piuma di Forrest Gump. Quello che conta, a quel punto, è solo la qualità del mio lavoro”  Conf. Stampa al 66º Festival di Venezia. (2009)

“In writing, preparing, and shooting a film, I’m certain of one thing: I can’t please everyone with each decision I make. This certainty makes me feel free and easy, like the floating feather in Forrest Gump. So, what counts, is only the quality of my work.” Press conference, 66th Venice Film Festival (2009)

Green

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