2016. 34° TORINO FILM FESTIVAL – LA FELICITA’ UMANA – LE BONHEUR HUMAIN – HUMAN HAPPINESS –

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 “LA FELICITA’ UMANA ” – CREA ANCHE TU UN EVENTO CON QUESTO FILM NELLA TUA CITTA’, CONSIGLIALO ALLA TUA ARENA ESTIVA, SCEGLI IL LUOGO E IL GIORNO. SCRIVI  A: lafelicitaumanafilm@gmail.com
“LA FELICITA’ UMANA” 78′ – COLORE – FULL HD 1080
DISPONIBILE IN DCP – BLU RAY – DVD – FILE

 

“LA FELICITA’ UMANA”

UN FILM CHE RENDE FELICI (MA NON SOLO)

 

di Lucia Tilde Ingrosso, scrittrice e giornalista presso Virgilio Degiovanni Editore –

6 aprile 2017

La vita regala privilegi preziosi. Come quello di vedere, martedì, allo Spazio Oberdan, il docufilm di Maurizio Zaccaro “La felicità umana”. Una riflessione filosofica – profonda, originale, colta, disruptive – sul concetto di felicità. Una felicità più sociale, che personale. Più matura, che giovanile. Più cerebrale, che istintiva. Una riflessione a più voci. Da quella dell’economista e filosofo Serge Latouche (lo senti parlare e ti innamori) a quella del vecchio leone Ermanno Olmi. Senza dimenticare il Papa e un immigrato, un agricoltore biologico e una suora. E tanti, tanti altri ancora, ai quattro angoli del mondo.
Ricco come un documentario, ma piacevole come un film, “La felicità umana” ti riempie e ti soddisfa. Poi, quando si accendono le luci, ti senti piena di mille domande.
Zaccaro non ha certezze né preconcetti incrollabili. Ma qualche idea te la butta là. In ordine sparso… A dare la felicità non è tanto la quantità dei soldi, ma la loro equa distribuzione nella società. Il progresso ha allontanato l’uomo da alcune pratiche che lo renderebbero più felice; tipo: rispettare il Pianeta. Le verità assolute avvicinano più all’estremismo che non alla felicità. Apprezzare ciò che si ha e non volere sempre di più è un ottimo punto di partenza.
Il regista sta portando “La felicità umana” in giro per l’Italia, specie nelle scuole. Ad apprezzarlo, soprattutto i ragazzi. Uno di loro, a Ragusa, a fine proiezione, gli ha chiesto: «Vorrei il dvd, per rivederlo con la mia ragazza». Tradotto: desidero condividere ciò che ho amato con chi amo. Bello, no?

 

 

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13 GENNAIO 2017, GRANDISSIMA SERATA FIORENTINA PER IL FILM “LA FELICITA’ UMANA” AL CINEMA ODEON: 600 SPETTATORI.

SOLD OUT!

SOLD OUT!

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PARIGI, 9 GENNAIO 2017
Caro Maurizio,
Con questo elefante, ti mando di nuovo i miei auguri per 2017 : conservare la testa fuori dell’acqua ma anche un po’ nelle nuvole !
Ho visto ieri il DVD del tuo film alla fine… Bellissimo ! Bravo ! E’ venuto bene.
Un caro saluto,
Serge Latouche

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Serge Latouche (12 gennaio 1940, Vannes) è un economista e filosofo francese; è professore emerito in Scienze economiche all’Università di Paris-Sud (Orsay) e all’Institut d’études du devoloppement économique et social (IEDES) di Parigi. È tra gli animatori de “La Revue du Mauss”. Tra i suoi libri sono tradotti in italiano per Bollati Boringhieri: L’occidentalizzazione del mondo (1992), Il pianeta dei naufraghi (1993), La megamacchina (1995), L’altra Africa. Tra dono e mercato (1997), La sfida di Minerva (2000) Giustizia senza limiti (2003) Il ritorno dell’etnocentrismo (2003), Come sopravvivere allo sviluppo (2005), Breve trattato sulla decrescita serena (2008), L’invenzione dell’economia (2010), Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita (2011), Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (2012). Per Feltrinelli: La scommessa della decrescita (2007).

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(ANSA) – TORINO, 23 NOV – Rinnovando un vecchio adagio popolare, “i soldi non danno la felicità”, il filosofo Serge Latouche parla di “impostura della modernità”. Vale a dire, quella di aver promesso, non mantenendo, che questa “avrebbe dato felicità e benessere materiale a tutti”. E conclude lo studioso: “Tutto ciò è sbagliato. Non c’è nessun rapporto tra felicità e Pil di un Paese. Anzi, le società più felici non sono le più ricche”. Questo uno dei momenti chiave del documentario ‘La felicità umana’ di Maurizio Zaccaro, passato al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile, una raccolta di testimonianze di artisti, filosofi, economisti e gente comune su questo sentimento tanto desiderato. Tante le testimonianze in cui si colgono, oltre alle aspirazioni a stare bene, anche le paure di ciò che può compromettere questa condizione. Ad esempio, molti gli interventi sul tema immigrazione e inquinamento. Soluzioni? Il filosofo francese André Comte-Sponville ribadisce più volte: “Solo la politica può dare risposte”

 

LA FELICITA’ UMANA

 

“UN FILM CHE  PUO’ RENDERE MIGLIORE LA VITA”

 

“UN FILM SINCERO E ONESTO”

 

“UN FILM NECESSARIO, MAI FURBO”

 

“UN FILM CHE CREA GRANDE EMPATIA CON IL PUBBLICO”

 

“UN DOCUMENTARIO IMPORTANTE E ORIGINALE CHE FA USCIRE DALLA SALA DIVERSI DA COME SI E’ ENTRATI”

 

“UN SAGGIO CINEMATOGRAFICO COSTRUITO CON DEDIZIONE”

 

“SIMILI FILM ANDREBBERO RESI OBBLIGATORI NELLE SCUOLE”

 

“IL MIGLIOR FILM ITALIANO VISTO IN QUESTI GIORNI AL TFF”

 

“ZACCARO HA FATTO DEL SUO MEGLIO DOVE ALTRI HANNO ALZATO BANDIERA BIANCA” 

 

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RECENSIONI

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RASSEGNA

 

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Zaccaro: “La felicità è riuscire a cambiare la nostra vita”

QUESTO POMERIGGIO AL REPOSI IL NUOVO DOCUMENTARIO DEL REGISTA

LA REPUBBLICA – MARIO SERENELLINI

IL VENTAGLIO di “La felicità umana” è aperto da Bruno Bozzetto, massimo dispensatore d’allegria di cartoon e, insieme, super- scettico sulle possibilità d’un futuro (ma anche d’un presente) gioioso sulla terra, come ben esemplifica, tra gli altri, il suo corto “Cavallette”. Primo spicchio d’una cine- inchiesta sulla felicità, condotta da Maurizio Zaccaro in vari angoli del pianeta, Italia, Francia, Danimarca, Germania, Uzbekistan, India, Cuba, Nicaragua, Bozzetto lascia la parola a altri vip della cultura e dello spettacolo, da Serge Latouche a Sergio Castellitto, da Ariane Mnouchkine a Ermanno Olmi, a Aleida Guevara, tutti idealmente radunati al Tff, dove il film è in anteprima mondiale (alle 17 al Reposi 1, domani alle 11.30 e sabato alle 19.15 al Reposi 5), attorno al grande malato: la felicità. Zaccaro, di sana formazione olmiana e con alle spalle una solida filmografia sociale, da “L’articolo 2” a “Un uomo perbene”, direttore d’un bel festival a Pennabilli (già covo di Tonino Guerra) grazie al mecenate Roberto Valducci che produce anche il film, non esita a ripartire da Seneca: «Povero non è chi possiede poco, ma chi desidera di più».

Un pensiero già “scandalosamente” francescano.

«C’è felicità e felicità: quella materiale e quella intesa come bene interiore, spirituale, che non può dipendere dall’economia d’un Paese. Sa che l’Italia risulta solo 50esima nel rapporto mondiale della felicità del 2016 redatto dall’Onu? Dove ci sono Paesi molto “felici” (Danimarca, Australia, ma pure il Bhutan) e altri da cui si fugge per cercare altrove la felicità negata».

Com’è nata l’idea del film?

«Quand’ero studente pendolare dall’hinterland al centro di Milano, ho comprato in un’edicola della Stazione Nord uno dei super-pocket della Longanesi, che all’epoca costavano 350 lire.?Dell’autore, Bertrand Russell, sapevo poco, ma mi piaceva quel titolo: “La conquista della felicità”. Russell è scomparso nel 1970, solo un anno prima che lo scoprissi leggendo quel super- pocket da 350 lire. Oggi, nel film appena terminato, un altro filosofo, Andrè Comte Sponville, continua il suo discorso citando il grande Michel Serres: “Nel 1968, per far ridere i miei studenti, parlavo loro della religione e, per appassionarli, di politica. Oggi per farli ridere parlo loro di politica e, per appassionarli, di religione”. Un capovolgimento che inquieta e che sposta lontano, e di molto, la conquista della felicità».

La sua ricetta di felicità ?

«Non basta lo sdegno per come siamo governati o sfruttati da un’economia sempre più feroce: dobbiamo trovare il coraggio per avviare il cambiamento, a patto che prima, come suggeriva Camus, cambiamo noi stessi, se non vogliamo che “il passato divori il futuro”».

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TFF34 – La felicità umana. Un quadro appassionato, ma non certo roseo, dell’attuale stato emotivo della popolazione mondiale

Di Marco Paiano – Cineatographe . 24 novembre 2016

 

La felicità umana è un documentario di Maurizio Zaccaro, presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 34. Attraverso interviste a studiosi, artisti, religiosi e persone comuni, il film si prefigge l’obiettivo di riflettere sull’essenza più pura e vera della felicità, proponendo serie e profonde riflessioni sul modo di vivere e sulle scelte politiche ed economiche della società contemporanea.

Fra gli altri, sono presenti ne La felicità umana in varie forme il regista e attore Sergio Castellitto, il regista e disegnatore Bruno Bozzetto, il regista Ermanno Olmi e il filosofo André Comte-Sponville.

Che cos’è la felicità? Cosa possiamo fare per raggiungerla? Gli abitanti del mondo odierno stanno davvero facendo il meglio possibile per rendere e rendersi felici? A queste e altre domande cerca di rispondere La felicità umana, dando parola a un coro di voci variegate ed eterogenee, ognuna con proprie idee e la propria ricetta per vivere meglio. Assistiamo così a un continuo passaggio del testimone fra filosofi, artisti, economisti e persone della porta accanto, che come tante tessere di un puzzle apportano i loro contributi, spesso in antitesi fra loro, nel dipingere un quadro appassionato, ma non certo roseo, dell’attuale stato emotivo della popolazione mondiale.

Maurizio Zaccaro è abile nel gestire con i giusti tempi e modi le diverse personalità a sua disposizione, senza lasciare che nessuna di esse diventi preponderante all’interno della narrazione. Inevitabile che con così tanta carne al fuoco qualche passaggio e alcune delle tante storie umane risultino meno centrate e azzeccate, soprattutto nella parte finale, ma il risultato è comunque un prodotto di grande sensibilità e profondità, che in poco più di un’ora ci mostra vizi e miserie della nostra società, con il discreto ma deciso accompagnamento delle musiche originali di Yo Yo Mundi e Andrea Alessi e di brani di Beethoven.

Fra i passaggi più intensi e toccanti ci sono sicuramente le tristi e dolorose immagini degli atroci attentati perpetrati dall’Isis in Francia, che portano a una lucida e severa riflessione da parte di André Comte-Sponville sui danni che il fanatismo religioso ha fatto e continua tuttora a fare nella mente e nelle vite delle persone. Su schermo scorrono poi le immagini e le parole del celebre discorso di Robert Kennedy sul PIL, unità di misura economica che indica la ricchezza di un popolo, ma che non comprende aspetti e attività fondamentali nel determinare la salute e la felicità delle persone. Argomentazioni simili arrivano anche dal discorso dell’ex presidente uruguaiano José Mujica, che invoca più tempo libero per le persone e meno energie spese nel lavoro.

Tessendo la sua trama, che con il passare dei minuti prende sempre più forma, Maurizio Zaccaro continua la sua ricerca della ricetta perfetta per la felicità dando voce ai singoli: una coppia italo-danese che spiega perché la Danimarca è considerata la nazione più felice del mondo, una suora che ha trovato il senso della propria esistenza in una vita umile e interamente dedicata alla fede. Esperienze di vita diverse, ma accomunate dalla capacità di trovare gioia e soddisfazione in una vita semplice e modesta. Il fine ultimo de La felicità umana è infatti proprio quello di mostrare il fallimento di un intero sistema, che con la sua corsa sfrenata verso la ricchezza e il superfluo ci sta inesorabilmente rendendo tutti più tristi e soli, facendoci perdere di vista la gioia delle piccole cose e dei rapporti affettivi.

La felicità umana è un film onesto e sincero, che cerca nel particolare la chiave di volta per comprendere l’universale, fornendo utili spunti di riflessione per la ricerca della tanto agognata felicità. Un piccolo grande film, certamente non adatto a tutti i palati, ma che saprà stimolare e soddisfare chi sarà disposto a coglierne la più intima essenza.

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Un “saggio cinematografico” a tema costruito con dedizione, logica, ricca documentazione e buona capacità di empatizzare con gli spettatori

Anna Maria Pasetti      MyMovies

Vasto come l’oceano e mutevole come il cielo stellato, il concetto di “felicità umana” è diventato l’oggetto di indagine di Maurizio Zaccaro nel corso di una vita, da quando, da studente pendolare milanese, ricorda di aver divorato “il superpocket da 350 lire de La conquista della felicità di Bertrand Russell”. Per raccontare la quest verso la comprensione attuale di uno stato emozionale così indefinibile, il cineasta si è avvalso delle suggestioni e delle opinioni più disparate provenienti dall’attraversamento geografico, politico e culturale del pianeta: questo a implicita dimostrazione che il desiderio di felicità è forse uno dei rari aspetti che accomuna e ha accomunato chiunque nella corso della Storia.
Una barca a vela spezzata s’impone sulla locandina de La felicità umana, altrimenti tradotto in sottotitolo come Le Bonheur Humain – Human Happiness. Non è spiegato il motivo della scelta di un’immagine così apparentemente lontana dall’idea di “felicità” come da contemporaneo immaginario collettivo, eppure essa naviga in un senso di pertinenza giacché intimamente connessa con quanto lo stesso Zaccaro ha scelto quale logline del suo film. Si tratta di un intrinseco legame fra l’idea stessa di desiderio e quella di felicità che Seneca mirabilmente teorizzò sentenziando “Povero non è colui che possiede molto, ma colui che desidera di più”. Oggi la frase senechiana appare di un’attualità feroce e stringente, di portata rivoluzionaria quanto la necessità che lo stile di vita consumistico predominante capovolga i propri connotati affinché non solo si possa “immaginare la felicità”, ma addirittura la sopravvivenza del genere umano.
Il documentario di Zaccaro si appropria strutturalmente di questo paradigma e in virtù di esso inanella una serie di opinionisti interrogati sul tema, includendo esimi filosofi, economisti, attivisti, registi, attori, scrittori, sperimentatori, politici, suore e – sul finire – una semplice vecchietta. L’indagine trasporta il regista inizialmente nella Francia di due teorici “illuminati” come Serge Latouche e André Comte-Sponville, ai quali è affidata la spiegazione dell’imprescindibile connotazione tra economia e la percezione attuale di felicità umana, ormai non solo sradicata dall’astrattismo sacrale del Medio Evo ma anche mutata da collettiva a individuale. In altre parole, l’essere umano contemporaneo ha l’impressione di essere felice se vive nel benessere materiale e nella sicurezza dal pericolo: tutto il resto porta inesorabilmente all’infelicità. Tale lapalissiana premessa, ben strutturata nel pensiero dei due filosofi, apre il campo alle riflessioni successive su cui – in definitiva – poggia il capovolgimento di cui sopra già profetizzato da Seneca. Sono infatti le voci raccolte in vari Stati del mondo da Zaccaro a (di)mostrare quanto in realtà quell’idea di felicità non sia appunto altro che un’impressione e che, peggio ancora, può portare solo all’annientamento dell’umanità perché si nutre di sentimenti contrari all’umanesimo più profondo. Soprusi, guerre e violenze di ogni forma e natura orientate al “possedere sempre di più” hanno di fatto condotto a una gerarchia di poteri ben lontani se non opposti alla felicità.
La proposta di cui si fa carico il documentario attraverso le voci degli intervistati è dunque quella di interrompere tale circolo vizioso e indirizzarsi verso una sobrietà nei consumi che possa finalmente scollegare l’economia finanziaria e mercantile dal desiderio di felicità. Non è un caso che la Danimarca, ovvero il Paese “più felice del mondo” secondo il Rapporto Mondiale della Felicità 2016, sia abitato da cittadini che “sanno accontentarsi”. Non per ultimo, il film amplifica il discorso, testimoniando al suo pubblico che senza una vita di relazioni è impensabile essere felici: parola di diversi funzionari e manager di successo che hanno scelto di liberarsi dalla schiavitù di un lavoro che impediva loro di vivere le gioie famigliari. Rigoroso e ambizioso, La felicità umana manifesta la struttura e l’estetica di un “saggio cinematografico” a tema costruito con dedizione, logica, ricca documentazione ma anche con un buona capacità di empatizzare con gli spettatori.

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ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ UMANA, IL VIAGGIO DI MAURIZIO ZACCARO AL FESTIVAL DI TORINO

26.11.2016 –  FILM.IT Autore: Mattia Pasquini (Nexta)
Un obiettivo, che ogni consesso civile dovrebbe condividere con i propri componenti, i singoli uomini e donne che ogni giorno si battono per inseguire sogni e traguardi spesso solo apparentemente reali, o quanto meno illusori. Almeno quando a capacità di realizzare o rendere raggiungibile quella che il regista milanese Maurizio Zaccaro è andato indagando nel suo nuovo documentario, La felicità umana, presentato al Festival di Torino 2016 nella sezione Festa Mobile.
“Non c’è posto per chi si lascia vincere dallo stato delle cose, per chi si lascia sottomettere da un’economia sempre più selvaggia” nel mondo di oggi, ammonisce Zaccaro nella presentazione del suo film, una riflessione sull’essenza più pura e vera della felicità e del nostro vivere moderno attraverso – e con l’aiuto di – una serie di interviste a studiosi, artisti, religiosi e persone comuni (“non ci sono i potenti”, sottolinea): dai registi Sergio Castellitto, Ermanno Olmi, Markus Imhoof e Bruno Bozzetto ai filosofi André Comte-Sponville, Serge Latouche, Carsten Seyer-Hansen, fino all’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica e altri.
“Quando compro qualcosa, non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli” dice proprio il politico latinoamericano. È il ‘tempo della vita’ contro la ‘schiavitù del lavoro’, dei consumi: questa la dicotomia, la contrapposizione che emerge a più riprese nella ricerca che per sua stessa ammissione “ha portato lontano” Zaccaro nella sua ricerca di risposte, di leggerezza, di felicità dalla quale però emerge forte una vera e propria “provocazione”.
E una domanda: “è vera felicità?”. Forse no. “Sembra che abbiamo rinunciato all’eccellenza personale e ai valori della comunità in favore della mera accumulazione dei beni materiali” ci ricorda il filmato, evidenziando il modello di felicità che quotidianamente il mercato ci impone attraverso i media, la pubblicità. La commercializzazione di ogni sentimento, immagine, pensiero che attraverso i social e nuovi canali di comunicazione ci siamo ormai abituati a considerare ‘strumento. Secondo la stessa logica per cui ogni avvenimento che viviamo deve essere eccezionale, un evento, unico e irripetibile, anche se standardizzato e seriale… È un caso che tanto i miliziani dell’Isis quanto una suora interpellata concordino sul fatto che la felicità sia tutt’altro, soprattutto in rapporto con la divinità, e che “questa economia uccide”?
Forse no. Ma allora: che cosa è e come si raggiunge la felicità? Una domanda tanto semplice, eppure alla quale sembra impossibile rispondere. E che da sempre ispira reazioni non necessariamente banali. E che in questo film – sociale più che filosofico – acquista una valenza quasi rivoluzionaria, anche nel suo contrastare in qualche maniera la globalizzazione cercando di spingere a rivedere le proprie resistenze più o meno consapevoli al concetto di ‘inclusione’. Forse anche per il periodo e le contingenze storiche nelle quali ci troviamo, e che riemergono in molte delle ‘confessioni’ degli intellettuali mostrati, come nelle tante risposte di tante persone comuni che – come dice il regista – “quando parli di felicità sentono di avere una bacchetta magica o di essere in grado di dirti come raggiungerla”.
Per Zaccaro, “la felicità è stata un viaggio, una occasione per vedere persone che non vedevo da tempo”; un viaggio che lo ha portato in giro per il mondo da solo per tre anni e mezzo – durante la realizzazione di altri progetti – per costruire il suo film, completamente indipendente e mosso dalla frase Seneca da cui tutto parte, in un certo senso: “povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”.

#TFF34 – La felicità umana, di Maurizio Zaccaro

Maurizio Zaccaro, presenza nota al TFF nonché al Lido, dove nell’edizione 66 presentò il suo documentario il Piccolo, ritorna nel capoluogo piemontese con La felicità umana. Dopo ben tre anni di ricerca e lavorazione, il regista si va ad aggiungere al segmento di autori dedicatisi alle tematiche più scottanti dell’era contemporanea. Infatti, proprio di recente, abbiamo visto documentari come Domani di Cyril Dion e Mélanie Laurent oppure Before The Flood, diretto dal divo Di Caprio e Naomi Klein, entrambi impegnati a sensibilizzare le masse sui pericoli di un sistema apparentemente saldo e premuroso.

Zaccaro si dedica ad intervistare diversi intellettuali e qualche persona comune circa l’esistenza della felicità e il suo compimento. Moltissimi nomi: Serge Latouche, Castellittoche legge passi della Mazzantini, Aleida Guevara, figlia del Che, e l’immortale Ermanno Olmi, il quale segna una svolta nella progressione narrativa ponendo l’allerta sull’alimentazione. Sebbene l’intento sia straordinariamente nobile, c’è qualcosa di assolutamente incomprensibile nel lavoro di Zaccaro. Tutte le immagini da repertorio telegiornalistico, nello specifico raffiguranti povertà o immigrazione, non fortificano il focus, ma lo spostano lontano da un incipit interessante. Proprio perché l’autore
prende le distanze dall’idea di felicità in quanto schiava di fattori eterogenei, come l’accumulo materiale, non si spiega l’incursione di trovate ammiccanti e obsolete. Di certo, come lui stesso sottolinea, la minore disparità economica e l’abolizione della schiavitù dal mercato capitalista gioverebbero ad un walfare in caduta libera. Tuttavia, piuttosto che rincorrere soluzioni semplicistiche e che rischiano di appiattire il prodotto, si sarebbe potuto scavare più a fondo nelle opinioni o quantomeno liberare dalla patina pietosa i “poveri immigrati” per farli esprimere sulla loro idea di felicità.

Alcuni interventi sono memorabili, soprattutto quelli più piccoli e in apparenza insignifcanti. Basti pensare alla famiglia italiana in Danimarca o all’anziana signora francese venditrice di crepes. Probabilmente, anche se non esplicitato, quanto resta di più è la teoria leopardiana dell’attesa: il desiderio della felicità in vista del sabato del villaggio. Oppure la convinzione, espressa magistralmente anche da Rainer Maria Rilke, sull’impossibilità di trovarla attraverso l’ascesa. Zaccaro ha senza dubbio opzionato un tema gigantesco e gli va comunque dato il merito non solo di aver speso tanto tempo nella realizzazione, ma di aver fatto del suo meglio dove altri hanno alzato bandiera bianca.

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LA  FELICITA’ UMANA A “HOLLYWOOD PARTY” 

RADIO TRE  – 23 NOVEMBRE 2016

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e32f9f23-66c6-4662-92e8-7fb2c77ec29f.html

LA FELICITA’ UMANA A “FRED RADIO -THE FESTIVAL INSIDER”

http://www.fred.fm/it/maurizio-zaccaro-la-felicita-umana-tff34/

 

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LA FELICITÀ UMANA  CONFERENZA STAMPA

“Che cos’è la felicità?” è una domanda che tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita: diverse le risposte, ma forse tutte limitate ad un’interpretazione individualista della felicità. Esattamente quello che Maurizio Zaccaro ha voluto evitare quando ha deciso di partire da quest’interrogativo per realizzare La felicità umana.

“Forse il pubblico dal titolo del film si aspettava una serie di interviste alla gente comune per strada, ma per me la felicità è un termine prettamente economico” spiega il regista nella conferenza stampa. Il discorso di Zaccaro si pone subito in termini sociali e politici: è impossibile parlare di felicità senza essere consapevoli di cosa sta accadendo nel mondo, bisogna assumere un punto di vista che vada oltre la nostra personale interpretazione e che possa abbracciare una visione più ampia possibile, che tenga conto in primis della felicità come benessere sociale. La citazione di Seneca in apertura è, in questo senso, decisamente emblematica e necessaria per comprendere l’approccio scelto da Zaccaro e da chi lo ha coadiuvato nella realizzazione del film (tra i tanti, Ermanno Olmi e Bruno Bozzetto): “Povero non è colui che possiede poco, ma colui che desidera di più”. È questo il punto di partenza per una riflessione che mira a dimostrare come il concetto di felicità debba essere collettivo e non individuale: un divario esagerato e insanabile tra ricchi e poveri rende inevitabilmente infelici entrambi, i primi perché il denaro non basta a rendere un ambiente sociale felice e sereno e a compensare il malessere del resto della popolazione; i secondi perché vittime indifese di una condizione di indigenza che arriva a privarli della loro dignità di esseri umani. Profughi abbandonati al loro destino, frontiere che diventano simboli di una separazione irrisolvibile tra mondi che dovrebbero saper dialogare tra loro, storie di viaggi in condizioni disumane per fuggire da territori che non possono offrire nulla, azioni violente in nome di un cieco estremismo religioso: sono solo alcune delle immagini scelte dal regista per invitare lo spettatore a riflettere.

Le voci che intervengono nel corso del film sono moltissime: Sergio Castellitto che legge alcuni passi del Mare al mattino di Margaret Mazzantini, Ermanno Olmi, Serge Latouche,  André Comte-Sponville, Bruno Bozzetto, Jose Pepe Mujica (che con vigore ricorda che “siamo venuti al mondo per essere felici”), Stefano Bartolini, Aleida Guevara e tanti altri.

Per quanto riguarda l’ispirazione, Zaccaro racconta che arriva da un libro scoperto quasi per caso quando era ancora adolescente, La conquista della felicità di Bertrand Russell, che rappresenta il germe della riflessione sul tema in questione. Si tratta di un film “necessario”, insomma, che il regista sentiva di dover realizzare. Ci sono voluti tre anni e mezzo per ultimare questo documentario che, ci tiene a precisare il regista, “non è fatto di interviste, ma di incontri e di riflessioni che dovrebbero portare a interpretare questo interrogativo come una provocazione: per questo ho intrapreso questo viaggio in giro per il mondo. Perché la gente parla così facilmente di felicità senza riflettere minimamente sul valore economico di questo concetto?”

Un film toccante, attuale, che fa riflettere e che tutti dovrebbero vedere. L’augurio del regista è quello di poter diffondere il film nelle scuole, con l’intento di esortare i giovani a confrontarsi con la realtà problematica che li circonda.

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APPUNTI PER IL 34° TORINO FILM FESTIVAL

LA FELICITA’ UMANA – LE BONHEUR HUMAIN – HUMAN HAPPINESS

“Povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”

Ho preso in prestito da Seneca questa frase come Logline del film perché “La felicità umana” nasce da una suggestione ben precisa: provocare una riflessione, magari scomoda, su uno degli aspetti più sfuggevoli dell’esistenza. Cerchiamo la felicità personale, la perseguiamo fino all’ossessione senza pensare che non potremo mai conquistarla perché non ci appartiene, almeno come singoli individui. La felicità intesa come bene interiore ma anche spirituale non appartiene a nessuno, e non potrebbe essere altrimenti vincolata com’è all’economia dei Paesi nei quali viviamo, a loro volta legati indissolubilmente all’economia mondiale.  Che fare quindi per godere almeno una parvenza di felicità durante il nostro fulmineo passaggio su questo pianeta? Secondo il Rapporto Mondiale della Felicità del 2016, redatto dall’Onu, ci sono Paesi molto “felici” (Danimarca e Australia per esempio, ma anche il Bhutan. L’Italia è solo 50esima) e altri dai quali si fugge per cercare appunto la felicità negata da guerre, tirannie, sopraffazioni e carestie. Ci sono esseri umani che s’illudono di vivere nella felicità, anche se sintetica, perché ricchi e soddisfatti come in uno spot dei biscotti, e altri che non riescono nemmeno a immaginarla, la felicità. Per questi ultimi essa è un aspetto della vita talmente vago da essere come il bagliore del sole allo zenit, così intenso e accecante da cancellare qualsiasi altra cosa visibile nei paraggi: un incubo. Non a caso Oscar Wilde, con la sua consueta quanto tagliente ironia, definì questa paradossale condizione umana così: “Ci sono due tragedie nella vita, due drammi che noi viviamo: uno, quello di non avere ciò che desideriamo; l’altro, di aver soddisfatto il nostro desiderio!”

Viviamo in un circolo vizioso (vivi, produci, consuma, muori), ci disperiamo, lottiamo, sudiamo per poi spegnerci nel silenzio, rimbambiti e soli, magari dentro case di riposo dal nome involontariamente beffardo, come “Villa Felice”.

L’alternativa a tutto ciò non è vivere di ghiande in un’austerità esasperata ma, più semplicemente, cercare di liberarci dall’accumulo, saperci accontentare e così rivoluzionare il concetto stesso di Economia. A quel punto la vera felicità arriverà da sé, grazie alle nostre relazioni sociali, alla vita serena con gli amici, con la propria famiglia, con i figli, decolonizzando così la nostra mente dai bisogni effimeri indotti da un mercato sempre più feroce e cinico, dominato dal “libero scambio” che, come suggerisce il filosofo francese Serge Latouche, è come dire: “libera volpe nel libero pollaio”.

 Maurizio Zaccaro

3 novembre 2016

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NOTA DI REGIA

“Lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. 

Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità! Quando lottiamo per l’ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento dell’ambiente si chiama felicità umana”. 

Dobbiamo vivere nell’austerità per far fronte ai nostri livelli di vita, che non vogliamo far decrescere oppure, come sostiene da tempo l’ormai ex Presidente dell’Uruguay José Mujica, vivere nella sobrietà? In poche parole meglio tagliare tutto e lasciare milioni di persone senza lavoro e futuro, come accade nel mondo occidentale, oppure consumare solo il necessario senza sprecare alcuna risorsa?

“Perché quando compro qualcosa – continua Mujica – non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere.

Oggi il mondo vive un cambiamento epocale, non c’è posto per chi si lascia vincere dallo stato delle cose, per chi si lascia sottomettere da un’economia sempre più selvaggia e feroce, per chi infine non ha ambizioni di riscatto.

Non basta lo sdegno per come siamo governati, o sfruttati e schiavizzati da un’economia sempre più feroce, dobbiamo trovare invece il coraggio per avviare il cambiamento a patto che prima, come suggerisce Camus, cambiamo noi stessi, e velocemente se non vogliamo che “il passato divori il futuro”.

Un futuro dove le disuguaglianze crescenti diventeranno insostenibili per le democrazie occidentali. Senza interventi della politica e di una nuova economia il futuro prossimo potrebbe somigliare al passato degli anni della Belle epoque, quando a dominare la scena sociale c’erano solo ricchi possidenti con i loro patrimoni milionari. E il dominio dei nuovi ricchi di oggi potrebbe finire per soffocare, domani, le società, il loro stesso benessere e soprattutto “La felicità umana”.

Maurizio Zaccaro

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NOTE DU RÉALISATEUR

« Le développement ne peut pas s’opposer au bonheur. Il doit au contraire favoriser le bonheur humain, l’amour sur cette Terre, les relations humaines, l’attention aux enfants, la présence d’amis, et favoriser ce qui est juste et élémentaire. Parce que c’est précisement le bonheur qui est le trésor le plus important que nous avons ! Quand nous luttons en faveur de l’environnement, nous devons nous rappeler que le premier élément de celui-ci s’appelle bonheur humain ! »

Nous devons vivre dans l’austérité pour faire face à nos niveaux de vie auxquels nous ne voulons pas renoncer ou, comme l’affirme depuis longtemps l’ex-président de l’Uruguay José Mujica nous devons vivre sobrement. En bref, est-il mieux de tout couper et laisser des millions de personnes sans travail et sans avenir, ou consommer seulement ce qui est nécessaire, sans gâcher aucune ressource ?

« Quand j’achète quelque chose – ajoute Mujica – je ne l’achète pas avec de l’argent, mais avec le temps de ma vie qui m’a servi à le gagner. Et le temps de la vie est un bien envers lequel il faut être avare. Il faut le garder pour les choses qui nous plaisent, et qui nous motivent. Ce temps pour nous-mêmes, je l’appelle liberté. Et si nous voulons être libres, nous devons être sobres pour notre consommation et nos achats. L’alternative est celle qui nous rend esclaves du travail qui nous permet de consommer sur une grande échelle mais qui nous enlève du temps pour vivre.»

Aujourd’hui le monde est en train de vivre un véritable tournant historique: il n’y a plus de place pour ceux qui se laissent vaincre par l’état des choses, pour ceux qui se soumettent à une économie toujours plus sauvage et féroce, pour ceux qui n’ont pas l’ambition de se racheter. Le dédain envers la façon dont nous sommes gouvernés, ou exploités et traités comme des esclaves, ne suffit plus ; nous devons trouver par contre le courage pour opérer un changement à condition que, comme le suggère Camus, nous changions nous-mêmes, et que nous le fassions rapidement, si nous ne voulons pas que « le passé dévore l’avenir.

Un avenir où les inégalités croissantes deviendront insoutenables pour les démocraties occidentales . Sans l’intervention du monde poitique et sans une nouvelle économie, l’avenir proche pourrait ressembler à la période de la Belle Epoque, quand les riches disposant d’un immense patrimoine dominaient la société. Aujourd’hui, la domination des nouveaux riches pourrait conduire, demain, à l’axphysie des sociétés, de leur bien-être et surtout du bonheur de l’homme.

Maurizio Zaccaro

 

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DIRECTOR’S NOTE

“Development can’t fly in the face of happiness. It should promote human happiness, love, human relationships, relationships between parents and children, with friends, and basic goods. Precisely. Because this is the most important treasure we have: happiness! When we fight for the environment, we must remember that the first element of the environment is called human happiness!”

Live in austerity to satisfy our standards of living, which we refuse to lower, or, as the former Uruguay President Mujica has claimed for some time now, live in moderation?

In short, is it better to just make cuts everywhere and leave millions of people jobless and without a future, as is the case for the Western world, or consume only what we really need without wasting any resources?

“Because when I buy something,” continues Mujica, “I don’t buy it with money, but with the time of my life it took me to earn that money. And the time of life is precious and must be jealously guarded. We need to keep it for the things we like and motivate us. Having time for yourself is what I call freedom. And if you want to be free, you have to use moderation. The alternative is becoming a slave to work so you can consume ruthlessly, but this takes time away from living your life.”

Today, the world is undergoing change of epoch proportions. There’s no place for those who give in to the current state of things, who allow themselves to be subjugated by an increasingly dog-eat-dog and viscous economy, who don’t want to be free.

Disdain for the way we are governed or exploited or enslaved isn’t enough. We need to find the courage to change things. But, as Camus suggests, first we need to change ourselves, and we need to do it fast, otherwise “our past will devour our future.”

A future where inequalities become impossible to sustain for Western democracies. Without political and economic intervention the near future will seem like the Belle Epoque, when society was dominated by wealthy families and their seven-digit bank accounts. The domination of today’s “nouveau riche” could end up suffocating tomorrow’s societies, their wellbeing, and, above all, “Human Happiness.”

Maurizio Zaccaro

 

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LA FELICITA’ UMANA – GENESI DI UN FILM

Avevo diciannove anni. Ero uno studente pendolare che si spostava quotidianamente dall’hinterland al centro di Milano, e viceversa. Un giorno, all’edicola della Stazione Nord, ho comprato un super-pocket della Longanesi, di quelli che all’epoca costavano 350 lire.

Anche se dello scrittore, Bertrand Russell, sapevo poco, mi piaceva quel titolo: “La conquista della felicità”. E quello che c’era scritto dietro, in quarta di copertina:

– Bisogna uscire da questo maledetto guscio dell’IO, che ci soffoca e ci immiserisce, bisogna educarsi a rapporti più simpatici e più magnanimi con gli uomini, e con le cose, e spalancare la nostra mente a tutti i venti dell’universo, bisogna appassionarsi al maggior numero di ricerche e di problemi, bisogna adattare il ritmo della nostra vita individuale e quella universale. 

Dal 1971 a oggi sono passati ben quarantacinque anni. In tutto questo tempo, sopravvivendo a traslochi a volte burrascosi, quel piccolo libro è sempre stato con me. Letto e riletto, sottolineato, consumato. Ai molti che oggi chiedono come mi è venuta l’idea di fare un film così impossibile come LA FELICITA’ UMANA, non posso certo rispondere che la devo a quel libro. Non sarei sincero. Devo invece l’idea a quello che ho visto dopo averlo letto, nei posti più disparati, afflitti e complicati del mondo.

Bertrand Russell vedeva la cosa a suo modo e cercava di risolverla insegnando ai lettori “un piano” adeguato allo scopo. Poteva farlo perché viveva, almeno credo, in un epoca molto più felice della nostra.

Certo, erano anni densi di conflitti sociali ma nulla, a quel tempo, poteva lasciar presagire quello che sta succedendo oggi, dove tutto sembra essere quotidianamente fagocitato dal “grande disordine mondiale” e dal ”caos religioso”. Ed è proprio in questo “disordine” e in questo “caos” che è nata l’idea del film. Non poteva essere altrimenti. Russell racconta in base alla sua esperienza. E’ saggio e volutamente semplice perché vuole farsi comprendere da tutti “Questo libro non si rivolge alla classe colta…” scrive nell’introduzione di “La conquista della felicità”.

Da lì in poi, opera dopo opera, accompagna i suoi lettori verso elementari, quanto attualissime verità: “…per essere felici bisogna difendersi dagli dei…” oppure “…una grandissima parte dei mali dei quali soffre il mondo sono dovuti al fanatismo religioso…“  Bertrand Russell è scomparso nel 1970. Solo un anno prima che lo scoprissi leggendo quel super-pocket da 350 lire. Oggi, nel film che ho appena concluso, un altro filosofo, il francese Andrè Comte Sponville, continua quel discorso citando Michel Serres, uno dei più importanti intellettuali francesi: Nel 1968, per far ridere i miei studenti, parlavo loro della religione e, per appassionarli, di politica. Oggi per farli ridere parlo loro di politica e, per appassionarli, di religione”. 

Un paradosso a dir poco inquietante che sposta lontano, e di molto, la conquista della felicita’.

Maurizio Zaccaro

Ottobre 2016

 

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HUMAN HAPPINESS – THE GENESIS OF A FILM

 I was a student living on the outskirts of Milan. Everyday, I’d commute back and forth to the city center. One day, at the north train station newsstand, I bought a “super-pocket” paperback published by Longanesi. The ones that used to cost 350 Lire.

Even though I knew little about the author, Bertrand Russell, I liked the title, The Conquest of Happiness, and the blurb:

“Break down the hard shell of the Ego that suffocates and impoverishes us, nurture the most pleasant and open-hearted relationships with others, and with things . . . man must enlarge his mind to the universe, and be impassioned by the greatest number of studies and problems, adapting the pace of individual life to the universe’s.”

Forty-five years have passed since that day back in 1971. All these years, that small book has survived moves, at times even turbulent. But it’s always stayed with me. Read countless times, underlined, devoured. Today, many people ask me how I came up with the idea of making such an impossible film like HUMAN HAPPINESS. I really can’t say it was because of that book. It wouldn’t be right. The idea came to me thanks to what I’ve seen after reading it, in the most diverse, afflicted, and complicated places across the world.

Bertrand Russell saw it his own way, and he tried to solve the problem by suggesting “a cure” for the ordinary day-to-day unhappiness. He was able to do so because he lived at a time that was much happier than ours. Well, at least I think so.

Those were years riddled by social conflict. Of course. But nothing, back then, hinted at what is happening today, where everything, everyday, seems swallowed up by the “great world disorder” and by ”religious chaos.”

The film was born precisely from this “disorder” and this “chaos.” And it couldn’t be any other way.

Russell wrote the book based on his experiences. It’s both erudite and intentionally simple because he wanted everyone to understand: “This book is not addressed to the learned . . . ,” he writes in the foreword to The Conquest of Happiness.

From then on, work after work, he accompanies his readers towards elementary and quite pertinent truths: “. . . to be happy you must defend yourself from the gods . . . ”or “a very large part of the evil afflicting the world is due to religious fanaticism . .  ”

Bertrand Russell passed away in 1970. Just one year before I discovered him after reading that 350-Lire paperback. Today, in the film I recently finished, another (French) philosopher, Andrè Comte Sponville, picks up the topic by quoting Michel Serres, one of France’s most important intellectuals: In order to make my students laugh, I spoke to them about religion and, to get them excited, about politics. That was in 1968. Today, to get them to laugh, I discuss politics and, to excite them, about religion.” 

What a disturbing paradox that distances, a great deal, the conquest of happiness.

Maurizio Zaccaro

October, 2016

 

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CREDITS

Titolo

La felicita’ umana

Titoli fr/eng 

Le bonheur humain – Human happiness

Paese, Anno

Italia, 2016

Regia e Fotografia  

Maurizio Zaccaro

Con i contributi di

Serge Latouche, André Comte-Sponville, Ariane Mnouchkine, Sergio Castellitto, Ermanno Olmi, Vandana Shiva, Bruno Bozzetto, Aleida Guevara e altri.

Ambientazione

Italia, Francia, Danimarca, Germania, Uzbekistan, India, Cuba, Nicaragua

Musica originale 

Yo Yo Mundi e Andrea Alessi

Musica di repertorio

Ludwig Van Beethoven

Concerto per Pianoforte e Orchestra

N°5 – L’Imperatore

Produzione

FreeSolo Produzioni srl, 2016

Data di fine lavorazione

10 agosto 2016

Dati tecnici

85 min. colore – aspect ratio 16:9 – Full HD – Dolby Digital 5.1

Lingua audio

Italiano, Francese, Inglese, Tedesco, Spagnolo

Lingua sottotitoli

Italiano, Francese, Inglese

 

TITOLI DI TESTA

ROBERTO VALDUCCI

presenta

 

LA FELICITA’ UMANA

LE BONHEUR HUMAIN

HUMAN HAPPINESS

 

un film di

MAURIZIO ZACCARO

 

TITOLI DI CODA

 

LA FELICITA’ UMANA

LE BONHEUR HUMAIN

HUMAN HAPPINESS

un film scritto, prodotto e diretto

da

MAURIZIO ZACCARO

 

realizzato da

FreeSolo Produzioni srl

 

montaggio

MASSIMO SALVUCCI

 

supervisione al montaggio

PAOLA FREDDI

 

assistente al montaggio

GERARDO LAMBERTI

 

fotografia

MAURIZIO ZACCARO

 

musica

YO YO MUNDI

e

ANDREA ALESSI

 

musica di repertorio

Ludwig Van Beethoven

Concerto per Pianoforte e Orchestra

N°5 – L’Imperatore

 

ringraziamo per la gentile collaborazione (In ordine di apparizione) 

BRUNO BOZZETTO

ANDRE’ COMTE – SPONVILLE

ARIANE MNOUCHKINE

SERGIO CASTELLITTO

SERGE LATOUCHE

MICHAEL ORUOHWO AKPEVWE

CARSTEN SEYER-HANSEN

MEIG VIKING

CLAUDIO PELLEGATTA

SIGRID RASMUSSEN

MARKUS IMHOOF

MARIA VERA

ERMANNO OLMI

STEFANO BARTOLINI

JOSE’ PEPE MUJICA

SERENA ALUNNI

GÜNTER WALLNÖFER

URBAN GLUDERER

ANNEMARIE GLUDERER

VANDANA SHIVA

ALEIDA GUEVARA

 

si ringrazia inoltre

 RAUL ZECCA CASTEL e ADRIANO ZECCA

per

“Aleida Guevara”

e

“I recuperanti del Nicaragua”

 

sostenitori via crowfunding

Indiegogo

GRAZIANO ALBERIGO, ORNELLA BERNABEI, SUSANNA BOLCHI, ILARIA BORELLI, FABRIZIO BOZZETTI, GIANFRANCO COLAMARTINO, PIERGIORGIO GAY, SERGIO GRAMMATICO, ROBERTA GUAZZINI, LAURA IPPOLITI, ADRIANO DI LORENZO, FEDERICO MOSCONI, PAOLA MUSA, EGIDIO PARRI, MICHELE SALATI, DANILA SCOTTON, FRANCESCO TOCCAFONDI, SONIA TODESCHINI, GLORIA TURCHETTI, WILMA VERONESI, CHERRY N’DIAYE VINCENTI, FERDINANDO ZANINI, GIOVANNA ZIGHETTI, FRANCESCO GIOVANNI ZINGRILLO.

consulenza testi e traduzioni

EMILY LIGNITI

sottotitoli

RAGGIO VERDE SRL

post produzione video e mastering

FRAME BY FRAME

Roma

colorist

CHRISTIAN GAZZI

responsabile post-produzioni

PRIMO DE SANTIS

sonorizzazione

SOUND ART 23 SRL

Roma

Fonico di Mixer

VALERIO BRINI

consulenza amministrativa per

FREESOLO PRODUZIONI SRL

MANUELA GUAITOLI

Studio Guaitoli – Corpolo’ (Rn)

consulenza legale per

FREESOLO PRODUZIONI SRL

AVV. ANDREA EMILIO FALCETTA

Studio Legale Falcetta – Roma

Materiali di repertorio

AGENZIA ANSA

Roma – Italia

SKY NEWS 24

POND5 INC. – STOCK VIDEO

New York – Usa

la produzione si dichiara disponibile a regolare eventuali 

diritti d’autore per i materiali di repertorio, di cui non e’ 

stato possibile reperire la fonte

*

Brani musicali

“Lo spettro della fame”

(P.E. Archetti Maestri; A. Cavalieri; F. Martino; E. Merico)

musica eseguita da Yo Yo Mundi:

Paolo Enrico Archetti Maestri: chitarra elettrica

Andrea Cavalieri: basso elettrico

Fabrizio Barale : chitarra elettrica

Eugenio Merico: batteria

“A terra compagni”

(P.E. Archetti Maestri; A. Cavalieri; F. Martino; E. Merico)

musica eseguita da Yo Yo Mundi:

Paolo Enrico Archetti Maestri: chitarra elettrica

Andrea Cavalieri: basso elettrico

Fabio Martino: fisarmonica

Fabrizio Barale : chitarra elettrica

Eugenio Merico: batteria

“Teppaglia”

(P.E. Archetti Maestri)

musica eseguita da Yo Yo Mundi:

Paolo Enrico Archetti Maestri: chitarra elettrica

Andrea Cavalieri: basso elettrico

Eugenio Merico: batteria

Luca Olivieri: hammond

Edizioni Musicali: La Contorsionista s.n.c./Essequattro Music Italia s.r.l

mezzi tecnici di ripresa e montaggio

FREESOLO PRODUZIONI S.R.L.

masterizzazione digitale

DOLBY  5.1

D.C.P. supporto HDD

© 2016 – Worldwide copyright

FreeSolo Produzioni srl

___________

SERGE LATOUCHE 

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“Happiness definitely does depend on a certain level of material wellbeing, but even more on the level of relational wellbeing. Relational wellbeing is not obtained through economic growth…”

Serge Latouche is a French emeritus professor of economics at theUniversity of Paris-Sud. He is a specialist in North-South economic and cultural relations, and in social sciences epistemology. He has developed a critical theory towards economic orthodoxy. He denounces economism, utilitarianism in social sciences, consumer society and the notion of sustainable development. He particularly criticizes the notions of economic efficiency and economic rationalism. He is one of the thinkers and most renowned partisans of the degrowth theory.

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Serge Latouche, per La Repubblica. 2015

Considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti. Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: per definizione, una crescita infinita è assurda, in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto.

Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali. E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che si anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dallo Stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

Dalla concorrenza, i consumatori possono trarre benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

PHOTO GALLERY

Paris – Musee d’OrsayParis - Musee d'Orsay

 

Nicaragua © Photo by Magda Castel

Nicaragua © Photo by Magda Castel

Paris - Serge Latouche

Paris – Serge Latouche

Puglia © Photo by Maurizio Zaccaro

Puglia © Photo by Maurizio Zaccaro

 

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Still © La felicità umana

 

Paris - Pantheon

Paris – Pantheon

 

Paris - Pantheon

Paris – Pantheon

 

Perù © Photo by Maurizio Zaccaro
Perù © Photo by Maurizio Zaccaro

 

Copenaghen ©
Copenaghen ©

MAURIZIO ZACCARO – SHOWREEL

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Il meglio dal 1987 al 2012. 25 anni di lavoro in 10 minuti! From 1987 to 2012. Recalling 25 years of work in ten minutes. Music by Zack Hemsey.

 

 

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TIMELINE

2016: La felicità umana/Le bonheur human/Human happiness 34° Turin Film Festival –  4° Peace Film Fest,  Special Jury Award.

2015Il sindaco pescatore. With Sergio Castellitto, Renato Carpentieri, Anna Ferruzzo, Maurizio Marchetti, Andrea De Maria, Lavinia Guglielman, Rosaria De Cicco.

2014: A testa alta – I martiri di Fiesole TV movie with Giorgio Pasotti, Nicole Grimaudo, Raffaella Rea, Johannes Brandrup, Marco Cocci, Alessandro Sperduti, Ettore Bassi, Andrea Bosca and Giovanni Scifoni

2013: Adelante Petroleros – L’oro nero dell’Ecuador 31st Torino Film Festival, San Marino Film Festival, Lake Como Film Festival, loDocumentary-movie

2012: Il piccolo mare (luoghi e persone di cui voglio riferire) Documentary-movie with Alfonso Marchi printer, Annalisa Teodorani poer, Tonino Guerra screenwriter

2011. Un foglio bianco. 68th Venice Int. Film Festival 2011 –  documentary-movie with Ermanno Olmi, Rutger Hauer, Michael Lonsdale

2010: Le ragazze dello Swing  Golden Nymph best mini-serie and best actresses 51° Film&TV Montecarlo, Golden Magnolia  best director  Shanghai IFF Flaiano  award best actress A. Osvart. Nel cast: A. Osvart, L. Verbeek, E. Schaap.

2009: Il Piccolo 66th Venice Int. Film Festival 2009 . Documentary-movie on Piccolo Teatro in Milan with T. Servillo, A. Jonasson, G. Lazzarini, L. Gullotta, G. Battiston, F. Graziosi, F. Soleri.

2009: I Nove Semi (L’India di Vandana Shiva) 57th Trento Film Festival, 28th Bellaria Film Festival, 13th Cervino Cinemountain Festival. . With Vandana Shiva and the community of Navdanja (India)

2007: Il bambino della domenica Cast: G. Fiorello, A. Caprioli, D. Coco, Riccardo Nicolosi

2006: ‘O Professore National preview 1° Fiction Fest with  Italian President Giorgio Napolitano. Cast: S. Castellitto, L. Ranieri.

2005: Mafalda di Savoia Ennio Flaiano award 2006 best actress S. Rocca. Cast: S. Rocca, C. Coureau, J. Brandrup, H.Prinz, F. Castellano.

2004: Il Bell’Antonio “Golden Chest” 2006 at Tv I.F.F. of Plovdiv, Bulgaria. Finalist 2006 Tv I.F.F. Reims, France. Cast: D. Liotti, N. Grimaudo, L. Gullotta, L. M. Buruano.

2003: Al di là delle frontiere Golden Efebo 2004 best direction, best actor. Silver Efebo 2004 a S. Ferilli. Flaiano Award 2004 for best actor. J. Brandrup

2002: I ragazzi della via Pal . Cast: M. Adorf, V. Lisi, N. Brilli, G. Battiston.

2001: Cuore International TV Award 2002.  Anton G. Majano award  2002 best direction, best actor L. Gullotta. Golden Grolla for best actress A. Valle, Golden Efebo for best actor L.Gullotta. Cast: G. Scarpati, A. Valle, L.Gullotta.

2000: Un dono semplice O.C..I.C. award at Montecarlo F&TV Festival 2001, Prix Italia 2001. Cast: M. F. Abrham, V. Lisi, R. Grauwiller

1999: Un uomo perbene Pasinetti award at 56th Venice Int. Film Festival 1999. Special event.  I. Silone. award Sulmona FF. Golden Grolla 1999 for best actor S. Accorsi. David di Donatello best supporting actor L. Gullotta. Silver Ribbon for best subject S. Tortora. Golden Globe for best actor L. Gullotta. National award Quality Movie. Cast: M. Placido, M. Melato, G. Mezzogiorno, S. Accorsi, L.Gullotta

1998: Cristallo di Rocca 14 TV re-runs since 1998 Cast: T. Moretti, V. Lisi, T. Zajkova, L. Gullotta, O. Antonutti.

1997: La Missione  FIBA d’OR award Biarritz IFF Cast: M. Placido, M. Ghini, B. De Rossi.

1996: Il Carniere Five nominations David di Donatello, four  nominations Globo d’Oro, one nomination  Nastro D’argento. David di Donatello best supporting actor L. Gullotta.  Karlovy Vary IFF.  S. Leone award Annecy FF.  S. Amidei award best screenplay. Audience award Festival Cinema Grosseto. Audience award Freistadt IFF. Special mention  Kiev IFF. National award Film di Qualità.
Cast: M. Ghini, A. Catania, R. Zibetti, P. Djukelova. H. Shopov

1995Testa matta (aka: Cervellini fritti impanati, titolo imposto dalla produzione, mai approvato dall’autore) Annecy film Festival,  Golden Globe for best actor to A. Haber. Cast: A. Galiena, A.Haber, R. Citran.

1993: L’Articolo 2 Berlin Film Festival 1994, Annecy Film Festival.  Solinas award for best original screenplay.  Cinema e Società  award best movie, 1st award to Storie di Cinema, special mention FCE to Karlovy Vary. Crystal Globe Nomination 1994. National Award Film di Qualità. Cast: M. Mifta, N.El Mcherqui, R. Ben Abdallah, F. Bussotti, F. Sartor.

1992: Kalkstein – La valle di pietra 49th Venice Int. Film Festival, Montreal Int. Film Festival, Goteborg Int. Film Festival, Annecy Film Festival. Grolla d’Oro 1992 for best script, Targa Anec best film direction, award Ciack d’oro best costumes, Award San Fedele 1992/93 best movie. Award O.C.I.C. at Montreal IFF. Cast: C. Dance, A.Bardini.

1990: Dove comincia la notte 48th Venice Int. Film Festival, Wurtzburg Int. Festival, Annecy Film Festival . David di Donatello for beginner director. Award Cinema e Società. Targa Anec. Cast: T. Gallop, C. Wilder, Kim M. Guest.

1988: In coda alla coda 36th San Sebastian Film Festival, Cairo Film Festival, Annecy Film Festival. Award for best actor Festival del Cinema Ind. of Bellaria. Cast: A. Haber, F. Serra.

 

 

 

 

MAURIZIO ZACCARO est né à Milan, le 8 mai 1952.

Diplômé de l’école de cinéma de Milan en 1977, il est caméraman puis assistant d’Ermano Olmi, notamment sur L’Arbre aux sabots, Longue vie à la Signora et À la poursuite de l’étoile. Il réalise une quinzaine de courts métrages et un moyen métrage In Coda della Coda avant d’obtenir l’appui de Pupi Avati pour tourner aux Etats-Unis son premier long métrage. Où commence la nuit obtient le prix di Donatello en 1991. Ce jeune cinéaste talentueux se signale par une mise en scène soignée, une belle observation du comportement humain et une grande puissance à reconstituer la réalité. Kalkstein décrit l’amitié entre un géomètre et un prêtre qui rêve de faire construire une école pour les enfants de sa région. L’Article deux s’inspire de l’atmosphère poétique du néo-réalisme italien pour défendre les traditions du Maghreb. Il obtient la consécration avec Le Charnier, film de guerre parfaitement maîtrisé. Appelé également La Gibecière, ce récit de chasse se présente comme une parabole sur les conflits fratricides de Yougoslavie avec un brillant interprète Leo Gullota. Un Homme respectacle, où Michele Placido incarne Enzo Tortora, animateur vedette de la RAI, injustement accusé et incarcéré, reçoit un prix à Venise. Il est à regretter que Zaccàro se consacre depuis à la télévision (La Mission avec Placido, Cuore, Cristal de roche) et au documentaire (Il Piccolo), bien que l’on retrouve dans ses deux domaines les qualités de courage et d’application pressenties dans ses premiers films.

1980 - "Camminacammina"

1980 – “Camminacammina”

2014 - "Torneranno i prati"

2014 – “Torneranno i prati”

Maurizio Zaccaro was born in Milan. After ending his study at the Milan Film School (1977) he took on work in Ermanno Olmi Film Factory and at the same time developed several short movies.
But with the debut of his movie Where the night begins- Dove comincia la notte (1990), a horror film, he received the David di Donatello Award for Best New Director and stepped into the business of film-making.

This first movie, entirely shot in United States, is also one of the few that he didn’t write himself.

Two years later his second movie Kalkstein – The valley of stone (1992) followed, though not released abroad. This film was the cinematographic adaptation of a novell of the Austrian writer Adalbert Stifter. the Another couple of years later the outstanding Article 2- l’Articolo 2 (1994), a movie in a style reminiscent of the movies of Italian Neorealism with an almost poetic-like atmosphere. L’ Articolo 2 won the Solinas award for best screenplay.
In 1996, Zaccàro made the war movie The game bag – il Carniere, which also won David di Donatello for best supporting actor, Leo Gullotta, award. Later he directed another important movie as A respectable man (Un uomo perbene) (1999) a legal thriller on Enzo Tortora, a well known anchorman of Italian television. A respectable man won the Pasinetti award in Venice Film Festival 1999, another David di Donatello for best supporting actor award and a Silver Ribbon for best screenplay. Zaccàro then showed his ability to direct TV movies as well. It resulted in many successful fictions as La missione (The Mission) (1997), Un dono semplice -A simple gift (2000), Cuore-Heart (2001), and I ragazzi della via Pal (The boys of St. Paul street) (2003). Some others of his most successful TV films were Al di là delle frontiere -Beyond borders (2004), Mafalda di Savoia -Mafalda of Savoy (2005), O Professore -The professor (2006), “Lo smemorato di Collegno – The Forgetter” and “Le ragazze dello swing – The queens of swing” awarded in Montecarlo and Shanghai film Festival as best director.

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“Nello scrivere, preparare e girare un film ho un’unica certezza: ogni decisione presa non potrà mai piacere a tutti. Ed è una certezza che mi rende leggero e libero come la piuma di Forrest Gump. Quello che conta, a quel punto, è solo la qualità del mio lavoro”  

Conf. Stampa al 66º Festival di Venezia. (2009)

“In writing, preparing, and shooting a film, I’m certain of one thing: I can’t please everyone with each decision I make. This certainty makes me feel free and easy, like the floating feather in Forrest Gump. So, what counts, is only the quality of my work.” 

Press conference, 66th Venice Film Festival (2009)

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Zaccaro: anche nel cinema è dura trattare il tema dell’ immigrazione

di SIMONA SPAVENTA. La Repubblica  20 0ttobre 2010

IN QUESTI giorni è in Puglia con Ermanno Olmi, che lunedì a Monopoli inizierà le riprese di un nuovo film, Il villaggio di cartone, che parla, guarda caso, di immigrazione. Un tema caro al regista milanese Maurizio Zaccaro che, con bell’ anticipo sui tempi, quasi vent’ anni fa l’ aveva messo al centro di uno dei suoi film più coraggiosi (e più premiati): L’ articolo 2. Una storia di lavoro, immigrazione e diritti negati ambientata nell’ hinterland, uno degli appuntamenti più interessanti della rassegna Sguardi al lavoro, da oggi a sabato all’ Oberdan, voluta dalla Cineteca e da Inail per mettere a fuoco problemi come sicurezza e precariato, morti bianche e disoccupazione attraverso una bella serie di film e documentari, tuttia ingresso gratuito: dai palazzinari romani di La nostra vita di Daniele Luchetti (sabato, ore 19) all’ alta borghesia milanese in declino di Luca Guadagnino in Io sono l’ amore (stasera, ore 21, alla presenza del regista), dai nuovi poveri del documentario di Giovanni Calamari Debito d’ ossigeno (sabato, ore 17.30) a George Clooney tagliatore di teste in Tra le nuvole di Jason Reitman (sabato, ore 21.15). Fotografie recenti di una realtà difficile, spesso esplosiva, non così diversa da quella che Zaccàro racconta nel suo film (in cartellone venerdì alle 19, seguito dall’ incontro con il regista e Maurizio Nichetti che lo produsse, e da un nuovo documentario di Zaccaro sulla paladina indiana della biodiversità, Vandana Shiva ), girato nell’ ormai lontano 1993: «Lo spunto mi venne dalla cronaca – racconta – . Su un giornale lessi un trafiletto su un operaio marocchino raggiunto a Bologna dalla sua seconda moglie. Un caso di bigamia che la legge italiana non sapeva sbrigliare». La storia, nella pellicola, diventa quella dell’ algerino Said, immigrato che lavora, stimato e in regola con tutti i permessi, come operaio nei cantieri del passante ferroviario, «che allora era in costruzione a Paderno Dugnano, girammo alcune scene molto belle nelle gallerie». Una vita di fatica, ma che scorre tranquilla in un appartamentino di 60 metri quadrati in periferia insieme alla moglie Malika e ai tre figli, finché dall’ Algeria arriva l’ altra moglie, Fatma, con tre bambini al seguito. E iniziano i problemi con la giustizia e la burocrazia, un garbuglio legale «che mi serviva a mostrare come gli immigrati non fossero protetti. Né sul lavoro, perché il film si conclude tragicamente con un incidente al cantiere, né dal punto di vista dei diritti. In barba all’ articolo 2 della Costituzione, che dice che la Repubblica garantisce i diritti inviolabili di tutti gli uomini,e parla di solidarietà politica, economica e sociale». Tutte cose rimaste sulla carta? «Nel 1993 il film fece scandalo, alle proiezioni i dibattiti erano accesi, la gente non era pronta a recepire cose come la poligamia. Ma, con Seneca, io dico che culture diverse portano arricchimento reciproco. Eppure, devo constatare che da allora non è cambiato niente. Anzi. Basta vedere le dichiarazioni di Angela Merkel sul fallimento del modello multiculturale. La politica oggi, pur di avere voti, cavalca il malcontento. E i produttori non rischiano più. Oggi, un film come L’ articolo 2 non potrei più farlo».

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“Oggi i produttori non esistono e quei pochi si dichiarano tali non servono a niente; quindi non perdete tempo a cercarli. Servono invece idee originali, libertà d’espressione, novità della modalità creativa ed esecutiva, una telecamera HD, una piattaforma di montaggio e, ovviamente, tanta determinazione. La regìa è fatta per i giovani, diceva Frank Capra, che così conclude la sua autobiografia: “Amico, tu sei un impasto divino di fango e polvere di stelle . E allora datti da fare: se le porte si sono aperte per me, si possono aprire anche per te.”  

Conf. stampa Piazze di Cinema . Cesena 2011

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Maurizio Zaccaro: quando la regia è amore puro 

La sua ultima miniserie, “Le ragazze dello swing” sarà in onda sulla Rai a fine settembre. Un nuovo viaggio “retrò”, realizzato ancora un volta sull’onda di una grande passione per il suo lavoro e i suoi attori. 

di Paola Simonetti – 23/09/2010

 A lui piace raccontarlo, oltre che farlo il suo mestiere. Ne parla a fil di voce, con garbo, con lo stesso rispetto e generosità che usa con gli attori, il “materiale” con cui ama di più armeggiare  nel suo lavoro. Maurizio Zaccaro, regista e sceneggiatore 58enne, milanese, reduce dalla lavorazione della sua ultima miniserie tv incentrata sulle vicende del Trio Lescano, ‘Le ragazze dello swing’ (in onda su Rai Uno il 27 e 28 settembre prossimi, alle 21,10), si rende disponibile senza filtri: ti da del tu con la stessa naturalezza con cui mette in spalla la macchina da presa. E si racconta con una passione fresca e ancora sveglia, anche dopo 30 anni di lavoro ininterrotto:

Maurizio, che regista sei sul set con i tuoi attori?

“Mi piace lasciare loro la massima libertà di agire. Una libertà coadiuvata da un modo molto personale che ho di girare: una macchina a mano, di cui sono io stesso l’operatore. Una tecnica non al servizio estetico dell’inquadratura, ma al servizio dell’attore, per renderlo libero, creativo, spontaneo. Mi piace molto quello che un interprete può regalare in quel momento, anche se non previsto. Non a caso una delle prime domande che faccio sul set, quando siamo quasi pronti per girare è: ‘Tu come faresti la scena’ “.                                                                                                                             
Nessuna smania di controllo insomma…

“Assolutamente no. Piuttosto sono costretto ad averne sul tempo, che è sempre meno in questi progetti televisivi. Io vivo di improvvisazione, la chiedo da sempre agli attori con cui lavoro. Quelli che mi seguono da anni lo sanno, e trovano in questo modo di girare la possibilità vera di esprimersi”.

Dunque, macchina in spalla, attori pronti, arriva il ciak e cosa accade?

“Dopo il disordine che accompagna la preparazione della scena, quando si fa silenzio e dalla prova si passa al ‘ciack, motore!’, ecco che l’attore è lì, spesso in preda alla sua fragilità, quella che amo vedere perché portatrice di un’autenticità senza la quale non so girare. Nessuna grande preparazione tecnica può creare lo stesso risultato. Questa per me è una delle leve mie nel lavoro: la credibilità. É più forte di me, non riesco a mettere in scena una cosa se non è credibile”.

Come si realizza questa “credibilità”? 

“Ho bisogno della totale alleanza, comprensione dell’attore in quel momento. Se questo avviene, l’interprete è in grado anche di aggiungere qualcosa di suo che non c’era in sceneggiatura. Perché le sceneggiature sono scritte sulla carta, ma le nuove scritture, quelle che devono funzionare sono l’allestimento della scena, l’interpretazione dell’attore e la mano del regista.

Gli attori, immagino però possano essere un “materiale” anche non facile da gestire..

“Io amo molto gli attori. Li amo profondamente anche nelle loro insicurezze, nel loro cercare appigli dovunque per essere il più sicuri possibili. Spesso scalpitano, si innervosiscono. Soprattutto quando sono giovani e arrivano davanti alla macchina da presa tremebondi. Allora occorre rassicurarli, metterli a proprio agio, favorendo un’atmosfera rilassata, serena, non  permeata di soggezione. Io ci riesco con la mia macchina da presa che non è un totem, ma uno strumento che li segue, senza quasi essere avvertito, che li fa sentire in una dimensione più da palcoscenico che da set. E poi cerco di dar loro il tempo di trovare il giusto fiato, tempo, il modo di dire la battuta, ma anche di trovare un silenzio, uno sguardo, un incedere del corpo. Ma l’attore deve esserci completamente…”

Cosa intendi?

“Non amo lavorare con professionisti che fanno duemila cose, e che dopo aver girato le loro pose, il giorno dopo partono a fare altro. Mi piace sentire l’attore presente a quello che fa, in quel preciso momento in modo esclusivo. Anche perché spesso c’è necessità di girare di nuovo una scena o di girarne una in più o una non prevista”.

C’è qualche attore, qualche aneddoto che ricordi con particolare piacere?  

“Ricordo con grande piacere quando girai ” ‘O professore”, con Sergio Castellitto, che interpretava un professore di strada a Napoli. Doveva girare una scena con una 30ina di ragazzini, che non avevano mai recitato in vita loro. L’atmosfera che si era creata tra noi era quella di un gruppo di matti, che condividevano però il medesimo progetto. I ragazzi hanno trovato una loro dimensione di gioco e divertimento, con Castellitto che scherzava e che si era trasformato in una specie di padre per loro, ed io altrettanto. Il tutto a Napoli, in un ambiente tosto come è l quartiere Sanità”.

In questo nuovo cast, c’è ancora una volta un altro attore che ami: Giuseppe Battiston…

“Sì, non nascondo che è uno dei miei preferiti, proprio perchè ha tutte le caratteristiche che ho nominato finora. Naturale, flessibile, pronto. Con lui non è lavorare, è intendersi con un semplice sguardo. Siamo diventati amici, condividendo ogni volta un’intimità progettuale, professionale, umana”.

Un personaggio particolare il suo..

“Sì, è un impresario a dir poco spregiudicato, che lascia senza fiato e del quale non svelerò di più. Quando ci siamo incontrati io e Beppe per parlare di questa nuova fiction, glielo precisai: si cammina sul filo del rasoio, tra la macchietta e la vera drammaticità. Un profilo caratterizzato da due colori contrastanti. Ma lui è assolutamente perfetto. Mi piace quando un attore attraverso gli ostacoli della sceneggiatura, diventa altro e sa cambiare”.

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“Giro così, sempre con la macchina a mano, per sentirmi libero e soprattutto autentico, ma anche per dare ai miei attori la stessa libertà d’espressione e di movimento. Senza questa libertà e autenticità tutto resta superficiale, poco credibile e l’attore stesso rischia di diventare solo un’ombra o il “riflesso” di quello che dovrebbe essere. E’ come se invece di vedere le cose nella loro realtà, vedessimo i loro riflessi in uno specchio. Nelle riprese di un film dobbiamo, con semplicità formale e linguistica, esaltare la profondità dei contenuti e impegnare tutte le nostre energie per attingere alla “cosa vera” e non a una sua forma illusoria. ”

Conf. Stampa – 56° Trento Film Festival 2010

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DE AMICIS IN TV: INTERVISTA A  MAURIZIO ZACCÀRO

di Danila Elisa Morelli © 2001

Dodici mesi di preparazione, ventiquattro settimane di riprese, 1700 costumi, oltre 4000 comparse ma soprattutto ben 3500 provini per trovare i giovani protagonisti: ecco alcuni ingredienti base che sono stati utilizzati per realizzare “Cuore”, lo sceneggiato che Mediaset trasmetterà a partire da domenica 11 novembre su Canale 5. Abbiamo incontrato Maurizio Zaccaro, regista di questo ambizioso lavoro.

Hai definito il tuo lavoro “cinema per la televisione

E’ una definizione che mi piace: una volta era il cinema ad essere l’arte popolare per eccellenza, oggi è il piccolo schermo a svolgere questa funzione. Io divido la televisione in tre tasselli precisi: oltre ai prodotti televisivi classici, ci sono “il cinema in TV”, ovvero i film del grande schermo acquistati e trasmessi dal piccolo, ed “il cinema per la TV”, una sorta di nicchia dove un autore di cinema come me lavora benissimo nonostante le ovvie differenze tra i due media.

Hai molto insistito per girare a Torino…

Ci tenevo molto perché cerco sempre l’autenticità di scena: ho bisogno della profondità, del gioco di prospettive. In questo modo ho ottenuto anche l’autenticità dei personaggi: tutti i giovani protagonisti sono di Torino.

E’ stato difficile trovare la tua “sporca dozzina”?

Li ho trovati andando controcorrente ed dribblando le madri che mi portavano i figli con i book fotografici, impomatati, profumatissimi,… I prescelti sono tutti alla prima esperienza e ricchi di talento: starà ai genitori saperli crescere aiutandoli a svilupparlo.

Cosa hai dovuto tralasciare del libro?

Tre racconti mensili. Soprattutto “Il Naufragio”: non potevamo fare un mini-Titanic per la televisione!

Un aggettivo per definire i tre protagonisti.

Giulio Scarpati è preciso, puntuale nella qualità d’esecuzione. Anna Valle ti riscalda l’anima perché recita affidandosi completamente a te. Gullotta non ha aggettivi perché per me non è più l’attore ma un fratello.

“Cuore” è attuale?

Sì: è un modo per mettere a fuoco la necessità del confronto con “l’altro”. Nel 1890 c’era l’immigrazione dal Sud Italia: i meridionali che arrivavano al nord erano definiti “africani”. Ora sono proprio gli africani a trovarsi nelle classi. Non si ottiene nulla chiudendo le frontiere…

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LE ESISTENZE PERDUTE DI KALKSTEIN – LA VALLE DI PIETRA

Venezia Lido, settembre 1992

di Gianni Furlanetto

D. Nel film c’è dietro la tua percezione della realtà, o forse, come sembra, è il racconto è permeato di un anelito ad una vita diversa e forse ormai perduta?

R. Nel film c’è un invito ad osservare le cose un po’ più in profondità, un po’ più con una lente d’ingrandimento rispetto a quello che facciamo noi oggi. Diciamo che è un richiamo ad andare a scavare anche nelle minime cose e questa è la lezione di Adalbert Stifter come scrittore e l’adattamento nella sua realizzazione cinematografica porta a vedere come si può fare.

D. I bambini che ruolo hanno?

R. I bambini erano, nell’idea iniziale di Stifter, i destinatari della storia, poi dopo sono diventati i protagonisti e sono un po’ il nucleo fondamentale della metafora?

D. Quante modifiche sono state apportate rispetto al romanzo originale di Stifter?

R. Poco perché è molto fedele al libro?

D. Anche il modo di raccontare e quindi il flash-back fa parte del libro?

R. Certo, anzi è stato un po’ snellito perché il flash-back del parroco nel libro è un terzo di tutto il racconto. Quindi si trattava di snellire un attimo, nell’adattamento cinematografico, una parte del libro che è molto consistente.

D. Quale è il tuo rapporto con Ermanno Olmi?

R. É un’amicizia abbastanza profonda…

D. E in questo tuo film che ruolo ha avuto, visto che il clima del film richiama un po’ la produzione tipica di Olmi? Il soggetto te lo ha suggeerito lui?

R. Sì, è appunto un soggetto che nasce da una sua idea; la sceneggiatura è stata scritta insieme dopodiché non si è più visto e ci troviamo qui con il prodotto finito.

D. Al momento della realizzazione del film, quindi alla ripresa delle scene, c’è stato un contatto?

R. Sì, certamente, anche perché non è stato semplice costruire… tutto quello che avete visto è stato tutto ricostruito su tutte scenografie… e lì ci voleva l’occhio di qualcuno un po’ più esperto insomma.

D. Riguardo al tuo passato di direttore della fotografia, che cosa ti ha spinto alla ricerca di questi luoghi e che cosa ha provato – so che alcune scene sono state girate nell’appennino tosco-emiliano – e che studi ha fatto per la fotografia?

R. La fotografia deve essere funzionale a tutto quello che viene fatto vedere senza eccedere, senza ridondare sulle luci e sui colori… è una fotografia molto semplice, molto veloce da realizzarsi, però è anche molto pulita.

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“Sul set non amo fare molte prove e battere decine di ciak della stessa scena per “migliorare il lavoro dell’attore sul personaggio”, come diceva Stanislavskij. Ma chi se ne frega di Stanislavskij! Mi piace invece dare spazio all’attore, vivere con lui, capire insieme le varie possibilità che offre una scena. Adoro l’improvvisazione che apre la mente e il cuore. Il resto è noia, muffa ed esteriorità di una recitazione senz’anima: il trionfo della mediocrità.” 

Spazio Oberdan – Il cinema italiano visto da Milano 2013

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10 Settembre 2009 – Conferenza Stampa Venezia 66

“Il Piccolo”

di Francesco Lomuscio

Con il sostegno morale del regista e critico teatrale Maurizio Scaparro, Maurizio Zaccaro è approdato presso la 66ª edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia per presentare alla stampa “Il piccolo”. Al suo fianco, Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano, Luca Barbareschi e Franco Scaglia, presidente di Rai Cinema.

Come è nato questo film?

Maurizio Zaccaro: Girare la storia del Piccolo Teatro è stato per me come tornare a casa a Milano, dopo tanti anni. Ne ho parlato con i miei collaboratori e ho cercato un percorso che evitasse le tradizionali interviste al fine di dare al tutto un dinamismo particolare, autentico.

Il film è dedicato a Tullio Kezich, recentemente scomparso…

Maurizio Zaccaro: Questa cosa mi sta molto a cuore, vedere sullo schermo Tullio mi metteva anche scrupolo se tenerlo o no nel film. Tullio, però, mi ha sempre accolto come un amico, lo ha fatto con forza dirompente, come quando stava bene.

Cosa devono fare gli attori di teatro quando i tempi sono bui?

Sergio Escobar: Il lavoro che abbiamo fatto è stato cambiato perché, in realtà, nel teatro si percepiscono le suggestioni. Si è lavorato con i tempi e la sensibilità del teatro, potrei riassumere il film nel coraggio del presente. Il coraggio di Maurizio è stato quello di mettere le mani nella memoria del presente e del futuro. Poi, cosa unisce teatro e cinema? La fiducia della parola, e il nostro compito è capire come sarà possibile fare questo teatro.

Quale era la necessità di un’operazione del genere?

Franco Scaglia: Siamo molto felici di questo film e sono orgoglioso che appartenga a una società di servizio pubblico. Gli occhi del Piccolo sono gli occhi della rinascita del paese dopo il 1945.

Luca Barbareschi: Sono già state dette molte cose, quindi volevo solo ringraziare per l’opportunità che mi è stata data. Mi ha chiamato Cecilia Valmarana, poi, io sono un uomo di teatro, lo faccio da trent’anni anche se sono spesso in tv o al cinema, e spero di morire facendo teatro. Purtroppo, mi trovo a rappresentare un governo di cui, sinceramente, non rispecchio l’atteggiamento verso la cultura, quindi, per me, questo è un momento imbarazzante. Quando il Consiglio dei ministri ha detto che mangiare la polenta è meglio che andare a teatro mi sono molto arrabbiato, mi sono sentito insultato. Se non ci organizziamo come industria, finiremo con il perdere le quote del teatro, anche perché ne stanno chiudendo molti e ne stanno arrivando altri dall’estero.

Maurizio Zaccaro vuole aggiungere qualcosa?

Maurizio Zaccàro: Il fatto che tra noi, qui, vi siano diverse passioni politiche e di altro tipo, mi fa pensare che ciò che ci divide è molto più piccolo di ciò che ci unisce. Mi dà molta fiducia il fatto che qui vi sia una comunità mista. In questo momento, le arti si confondono e la differenza tra l’oasi e il deserto non è l’acqua, ma l’uomo. Quindi, bisogna costruire il futuro con ottimismo.

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http://www.radiocinema.it/78414/eventi/come-voglio-che-sia-il-mio-futuro

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http://www.radiocinema.it/78414/eventi/come-voglio-che-sia-il-mio-futuro

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“Il montaggio è l’essenza di tutto il lavoro cinematografico. Per praticarlo con eccellenza non ci vuole solo padronanza tecnica (quella la si acquisisce in un lampo), occorre invece imporre a se stessi una ferrea disciplina di vita. Entrare in moviola vuol dire entrare in una chiesa dove nient’altro esiste tranne la fede nell’opera alla quale stiamo dedicando un frammento unico e irripetibile della nostra vita. Montare un film è un modo di vivere, non un modo di lavorare. Per questo il montatore cinematografico dovrebbe essere innanzitutto onesto con se stesso e chiedersi, ogni volta che da un ammasso caotico di materiale girato deve scegliere una scena al posto di un’altra, se la sua scelta è dettata dall’esperienza o, soprattutto, da una visione del mondo che lo rende, in quel preciso momento, più vicino a un vero artista che a un tecnico. Ho letto una volta una bella frase di San Francesco d’Assisi, che non ho mai dimenticato: – Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile. – A volte, a un montatore ogni regista chiede esattamente questo: l’impossibile. E l’impossibile è raggiungibile solo con la disciplina interiore, non con una vita dissoluta. Solo così si mette in evidenza il talento perché il vero artista non è, come spesso si dice -maledetto – ma, più semplicemente consapevole del proprio ruolo, e quindi delle sue capacità e dei suoi umani limiti.” 

da “Prima del ciak” – FreeSolo Libri

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Zaccaro ‘Ora basta copiare quelli di E.R.’

ROMA – “Un momento di transizione tra un film e l’ altro”. Questo è per Maurizio Zaccàro La missione, due puntate per Canale 5. Tra i progetti futuri c’ è Il mondo alla fine del mondo dal successo di Luis Sepulveda, che sarà coprodotto dalla Rai. Girata nello Zimbawe, tre mesi e mezzo tra sopralluoghi e riprese, La missione è prodotta per Mediaset da Pietro Valsecchi, nel cast Barbara De Rossi, Massimo Ghini ed Eliana Miglio, trascinati nella generosità e nella dedizione agli altri da Michele Placido, missionario energico e grandioso. “Mi è piaciuta la storia, tutta costruita su elementi di realtà, con il fascino della figura di questo prete che, a dispetto dell’ essere prete, vive dentro i fatti. C’ è una sua battuta – “Ci dicono di non fare politica, ma per noi non fare politica sarebbe come non respirare” – che riassume lo spirito del film. Per chi vive in situazioni d’ emergenza come quella, non è possibile tenersi fuori, chiedersi da che parte sta chi ha bisogno di aiuto. La missione, in certe regioni calde come quelle africane, diventa un territorio neutrale, come un’ ambasciata. E mi piace anche il personaggio di Ghini, che, a contatto con la realtà dell’ Africa, si trasforma, dimentica le ambizioni e il cinismo”. Per Zaccàro, a parte la scoperta che “un film per la tv ha tempi e cadenze molto precise, rispetto al cinema c’ è meno libertà di intervenire sulla sceneggiatura”, la difficoltà più vera è stata di ordine morale: “Le riprese sono state fatte in una vera missione cattolica dello Zimbawe, ma nel film è una missione del Burundi, dove non avrei mai girato. Sia pure con le intenzioni più oneste, è comunque cinema e non potevo ricostruire una finzione nei luoghi e tra la gente che ha vissuto sulla pelle la verità della tragedia. Abbiamo preferito prendere tutte le comparse dal Burundi e portarle nello Zimbawe”. Così come in occasione di Il carniere, ambientato nell’ ex Jugoslavia, “non ho raccontato una storia di serbi o di bosniaci ma le vicende del paese fanno da sfondo al viaggio di protagonisti italiani, anche La missione è la storia di italiani che si trovano a vivere in un momento tragico del Burundi. Non credo che un autore abbia il diritto di entrare direttamente in una cultura che non gli appartiene. E, malgrado tutto, mi sono reso conto che in Africa arrivano in tanti a tirare bidoni. Penso che anche noi, con il nostro film, abbiamo portato via qualche cosa”. Quanto al suo rapporto con la tv, Zaccàro rifiuta “l’ omologazione ad altri modelli. Per esempio, nella sequenza dell’ intervento chirurgico nella missione, sono stato bene attento a non copiare E.R., invece di stare drammaticamente sui dettagli, è tutta vista in soggettiva, da lontano. Io penso che dovremmo ridare alla tv italiana una sua riconoscibilità, imporre il nostro modo di pensarla e di farla, un po’ come si cerca di fare con il cinema. Ma è possibile che di italiano riusciamo a imporre al mondo soltanto la moda?”.

M.p.f. La Repubblica 26 gennaio 1998

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LA RUBRICA DEL LUNEDI’: INCONTRO CON MAURIZIO ZACCARO,

REGISTA E DIRETTORE ARTISTICO DEL MONTEFELTRO FILM SCHOOL FESTIVAL 2015.

Mancano una decina di giorni al debutto della prima edizione del Montefeltro Film School Festival. Ci può raccontare come è nata questa idea e perché a Pennabilli?

E’ nata semplicemente perché in Italia, a differenza di tante altre nazioni che hanno da sempre un occhio di riguardo per i film prodotti dalle Scuole di Cinema, vedi Poitiers in Francia o Monaco di Baviera in Germania, non è mai esistito un Festival dedicato esclusivamente ai giovani aspiranti registi. Era ora di colmare questo vuoto. E l’abbiamo fatto proprio a Pennabilli, piccola cittadina dell’entroterra romagnolo, ma carica di Storia Cinematografica soprattutto per la presenza di Tonino Guerra, sceneggiatore e poeta, che qui ha vissuto e lavorato per decenni. Non a caso, proprio quest’anno, L’EFA (European Film Academy) ha riconosciuto “Il mondo di Tonino Guerra” fra i tesori della Cultura Cinematografica Europea, come il Bergmancenter di Faro in Svezia, Il Centro Eisenstein a Mosca e l’Istituto Lumière a Lione.

Ho visto il programma, saranno 5 giorni densi di avvenimenti e spettacolo. Una grande scommessa se consideriamo che Pennabilli è un paese di 3000 abitanti, un po’ lontano da tutto.

Sono molto legato a Pennabilli e a tutto il Montefeltro, ho girato in queste zone ben due film: “Kalkstein – La valle di pietra” con Charles Dance e “Al di là delle frontiere” con Sabrina Ferilli. Anche se non sono romagnolo amo questi posti, mi ricaricano e regalano serenità. Quando ho tempo mi piace prendere l’auto e andarmene in giro, da un paese all’altro, con calma. E’ nato così anche “Il piccolo mare” un documentario che ho realizzato di recente sulla Valmarecchia. Mi è sembrato quindi un’evoluzione naturale delle cose scegliere proprio Pennabilli come luogo ideale per il Montefeltro FSF. Il fatto che sia poi così lontano è del tutto opinabile. Un bellissimo libro di Claudio Magris su Joseph Roth s’intitola appunto “Lontano da dove” , come a dire che nessun posto è lontano se è fonte di ricchezza e scambio culturale, quindi di reciproco arricchimento . Questo è quello che dovrebbe essere e diventare Pennabilli con il Montefeltro FSF. Del resto i ventimila ospiti che affollano il paese durante Artisti in Piazza, al di là della storia ormai più che decennale della manifestazione, dimostrano ampiamente che la gente se vuole, raggiunge qualsiasi posto non solo per divertirsi ma anche per capire qualcosa in più di se stessa. L’arte in fin dei conti serve proprio a questo.

I Festival normalmente vivono di grandi nomi, di glamour. Come può una manifestazione dedicata alle scuole di cinema attirare pubblico se non si conosce nessuno?

Come le ho già detto basterebbe andare a Poitiers o a Monaco per vedere quanta gente affolla le sale delle proiezioni. Grandi nomi e glamour sono importanti per i festival generalisti, quelli che devono giustificare grandi budget. Noi siamo piccoli, molto piccoli. E nuovi. Con il nostro budget il Festival di Cannes si comprerebbe giusto il tappeto rosso per la Montée des Marches. Noi ci basiamo su altre cose, primo fra tutto l’altissima qualità dei film che proponiamo. 38 piccole gemme selezionate dopo un lavoro durato mesi. Film davvero esemplari per come sono stati concepiti e realizzati. Ma non c’è solo questo. Credo che la cosa più bella del nostro Festival, al di là della sua freschezza innovativa, stia proprio nel fatto che offriamo al pubblico i primissimi lavori di chi, magari con un pizzico di fortuna, fra una decina d’anni approderà a Cannes e vincerà la Palma d’oro. A quel punto saremo orgogliosi di aver contribuito, anche se per una minima parte, al suo percorso di autore e narratore cinematografico. Questo è il vero senso del Montefeltro Film School Festival. Tutto il resto, il disperato accalcarsi di chi cerca visibilità, è un’altra cosa e spesso finisce per confondere il Cinema con la Tv, spegnendone il valore.

Visto che Il Montefeltro film School Festival si occupa di scuole, lei ha mai frequentato una scuola di cinema?

Certo, anche se non ho mai amato le scuole, i docenti, gli orari, gli esami. Tutte cose che ho sempre vissuto in modo passivo nei confronti di quello che ero, un ragazzo che ambiva solo alla sua libertà, uno come tanti in quell’epoca spensierata e “on the road” degli anni ’70. Finché un giorno un manifesto incollato a un muro non ha cambiato per sempre la mia vita. Era la pubblicità di una Scuola di Cinema. All’epoca m’interessava la scenografia. La scuola era serale, dalle 19 alle 22. La “Civica di Milano per la formazione professionale”. Purtroppo ero incappato in quel manifesto troppo tardi e i corsi di scenografia erano già al completo di iscrizioni, restavano giusto due posti per la selezione al corso triennale di regia.

Ricordo che quella sera uscii da quella scuola rabbioso con me stesso: se solo avessi visto prima quel manifesto! Cento, duecento metri in silenzio, solo con i miei pensieri. Poi chissà cosa mi fece tornare sui miei passi e così, anche se con molto scetticismo, mi iscrissi al corso di regia. Tanto chi l’avrebbe mai passata quella selezione? Andò al contrario e cominciarono i tre anni più incredibili della mia vita. In quel posto fatiscente, ricavato da un fabbricato di ringhiera, in Via Campo Lodigiano, avevo trovato finalmente qualcosa che, giorno dopo giorno, mi stava cambiando al punto che quattro ore ogni sera non mi bastavano più. Andai dal preside, un uomo dall’aria mansueta come il suo nome: Filippo. Gli chiesi di poter frequentare la scuola anche di giorno, anche la mattina, anche senza professori. Mi bastava l’accesso alle moviole, alle macchine da presa, alle luci, ai teatri e a quel po’ di pellicola che si riusciva a raggranellare grazie alle donazioni di qualche casa di produzione milanese. Dopo una estenuante trattativa, densa di mugugni, il preside accettò la proposta e la Civica divenne per me, e un manipolo di altri allievi, la vera casa. Lavoravamo di giorno e la sera ci confrontavamo con i docenti, seguendo assiduamente ogni lezione.

E il passaggio dalla Scuola di Cinema di Milano alla professione vera e propria come è avvenuto?

Quasi per caso, mi creda. Per caso, sì. Fra i docenti di quella scuola c’era un ometto che si occupava di produzione, si chiamava Attilio. Una sera arrivò alla Civica con una grande espressione di felicità stampata in volto. Il film al quale aveva lavorato come Direttore di Produzione aveva vinto la Palma d’Oro a Cannes: “L’albero degli zoccoli”. Scoprii così, quasi per caso, che l’ometto lavorava da decenni con Ermanno Olmi, uno dei pochi registi lombardi in attività. Olmi in quel momento era in preparazione con un nuovo film che avrebbe girato a Volterra. Chiesi ad Attilio di portarmi con lui a lavorare. C’erano casse da portare? Le avrei portate. C’era da faticare? Avrei faticato in silenzio. Lui mi squadrò dall’alto in basso e non disse nulla. Nemmeno una parola. Amen, pensai. Ci ho provato.

Intanto, accampato nelle moviole della scuola, montavo dei piccoli lavori dagli scarti dei film girati da altri allievi. Mi piaceva trovare il bandolo della matassa dalle scene più disparate, più brutte, a volte davvero orrende, e ricreare da quei materiali qualcosa che si potesse vedere e soprattutto capire. Ne uscirono un paio di cortometraggi a loro volta terribili, ma comunque miei. Per la prima volta c’era il mio nome stampato sulla pellicola anche se tutto sbilanciato da una parte e traballante. Poi presi coraggio e finalmente ne girai uno tutto mio. Grazie ad Attilio il filmino arrivò sotto gli occhi di Olmi. Quindici minuti girati a mano con una piccola Bolex 16mm, una sorta di cinegiornale ispirato al “MALE”, che all’epoca era un giornalino di satira politica. Olmi lo vide, lo apprezzò e disse ad Attilio di caricarmi sul furgone delle macchine da presa e di portarmi a Volterra dove però non mi sarei occupato di regia, ma di fotografia. Olmi a quel tempo era anche un grande operatore. E’ andata così, insomma…

Un augurio per il Montefeltro Film School Festival?

Il Montefeltro FSF nasce oggi. Amatelo perché è piccolo. Aiutatelo a crescere e ad avere una lunga vita. Lo stesso augurio che facciamo per ogni creatura che viene al mondo fra mille difficoltà, soprattutto in questo preciso momento storico, fra crisi conclamate, guerre, carestie, muri che si alzano ovunque per dividere i popoli. Ricordiamoci che un Festival serve anche a questo, ad abbattere questi orrendi muri e a far incontrare i popoli fra loro, non a dividerli. Un festival internazionale insomma va oltre ogni confine, ogni divisione e, soprattutto se dedicato ai giovani, è un solido ponte verso il loro futuro.

O.d.G.

Pennabilli, 13 luglio 2015

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In about two weeks, the first edition of the Montefeltro Film School Festival will open. Could you tell us how the idea came about, and why you chose Pennabilli?

Simply put, unlike many other countries that have always paid attention to films made by Film Schools, like Poitiers in France or Munich in Germany, there has never been in Italy a Festival devoted exclusively to young aspiring filmmakers. Now the time has come to fill this gap. And we’ve done so right in Pennabilli, a small town in Romagna’s inland, full of Film History, thanks to Tonino Guerra, screenwriter and poet, who lived and worked here for decades. It’s no chance that this year, the EFA (European Film Academy) acknowledged “Il mondo di Tonino Guerra” as among the treasures of European Film History, like the Bergman Center in Faro in Sweden, the Eisenstein Center in Moscow, and the Institute Lumière in Lyon.

I’ve seen the program. 5 days full of events and performances. A big risk, considering Pennabilli is a small town with 3,000 inhabitants, a bit out of the way.

I’m really tied to Pennabilli and all of the Montefeltro. Here, I shot two films: “Kalkstein – Valley of Stone” with Charles Dance and “Beyond Borders” with Sabrina Ferilli. Even though I’m not from Romagna, I love these places. They give me energy and tranquility. When I have time, I like to get in my car and drive around, from one town to another, without rushing. That’s how “Il piccolo mare” came about: a recent documentary of mine on the Valmarecchia. So I thought this was the natural, next step in choosing Pennabilli as the ideal place for the Montefeltro FSF. The fact that it’s so far away is just an opinion. There’s a lovely book by Claudio Magris on Joseph Roth called “Far from Where,” as if to say that no place is far if it’s a source of wealth and cultural exchange, and therefore mutual enrichment. This is what Pennabilli should be and become with the Montefeltro FSF. Besides, the 20,000 guests that flock here during the event Artisti in Piazza (which has taken place for over ten years now) unquestionably proves that if people want something, no place is small or far enough, where they can understand something more about themselves, and not just have fun. After all, this is what art is for.

Usually, Festivals have big names, glamour. How can an event devoted to film schools attract an audience if those in competition are not famous?

As I already stated, all you need to do is go to Poitiers or Munich to see how many people flock to the film halls. Famous names and glamour are indeed important for generalized festivals, the kind that have to justify big budgets. We’re small, very small. And new. With our budget, the Cannes Festival could just about buy their red carpet for the Montée des Marches. We’re interested in other things, especially the top quality of the films we’re showing. 39 small gems, selected after months of hard work. Films that are truly exemplary for how they have been made and conceived. But there’s more. I think the best thing about our Festival, besides its freshness and innovation, is that we’re giving the public the very first works of those who, maybe with a hint of luck, may reach Cannes and win the Palme d’Or in a few years. At that point, we’d be proud to have contributed, even though in a small way, to the course of this artist and storyteller through pictures. This is the real sense of the Montefeltro Film School Festival. Everything else, along with the desperate attention seeking, is something quite different and often ends up turning Film into TV, making it worth less.

Seeing that the Montefeltro Film School Festival is all about schools, did you ever attend a Film School?

Of course, even though I never really liked schools, professors, timetables, exams: things I’ve experienced passively with regards to who I was, a young man who wanted to be independent, one of the many in those lighthearted “on the road” years of the 1970s. Until one day, I saw a poster on a wall that changed my life. It was an ad for a state Film School. At that time I was interested in set design. It was night school, from 7 pm to 10 pm. The “Civica di Milano per la formazione professionale.” Unfortunately, I came across that poster too late and set design classes were all full. Only two spots remained for the three-year course in directing. I remember leaving the school that evening, angry with myself: if I had only seen it earlier! Step after step, I walked along, alone with my thoughts. Then, who knows why I went back, I enrolled in directing, though full of skepticism. Plus, who knew I’d pass the selection? So I went against the tide and the most incredible three years of my life began. In that run-down building, in a former tenement, on Via Campo Lodigiano, I finally found something that, day after day, was changing inside of me. Four hours of classes a day weren’t enough. So I went to the Dean, who had a gentle air about him, just like his name: Filippo. I asked if I could attend the school by day, too, even without any professors. All I needed was to be in the cutting room, with the cameras, lights, theatres, and bits of film we could scrap together thanks to the kindness of some production companies in Milan. After much negotiation, the Dean accepted my offer and the Civica became for me, and for many others, my real home. We worked by day and in the evenings we’d meet up with professors, and carefully followed all classes.

And the step from the Scuola di Cinema di Milano to actually working in the field?

Practically, by chance, believe me. Indeed. Among the teachers at the school there was this small guy who was in charge of production: Attilio. One evening, he arrived at the Civica with a great look of happiness on his face. The film he was working on as production manager had just won the Palme d’Or at Cannes: “Tree of Wooden Clogs.” So, by chance, I found out he had collaborated for decades with Ermanno Olmi, one of Lombardy’s few working directors. At that time, Olmi was preparing for a new movie he was supposed to shoot in Volterra. So I asked Attilio if I could go with him and help out. Was there any equipment to bring? I volunteered. Work to be done? I would have done anything, without complaints. He looked me up and down, but said nothing. Not even a word. It’s over, I thought. But at least I tried. In the meantime, in the cutting room at the school, I was editing some small works on snippets of films shot by other students. I liked getting to the heart of the matter with all those scenes: some were really bad, ugly, and I would try to create something that could be viewed and, above all, understood. So I made some shorts that were also terrible, but they were mine, nonetheless. For the first time, I found my name printed on the film, even though all to one side. So I mustered up some courage and finally shot one on my own. Thanks to Attilio the short reached Olmi. Fifteen minutes filmed by hand with a small Bolex 16mm, a sort of newsreel inspired by “MALE,” which at the time was a satirical political newspaper. Olmi saw it, like it, and told Attilio that I could come along with him to Volterra where I’d work on cinematography, not as assistant director. Olmi, at the time, was also a great cinematographer, too. So that’s how it went . . .

What do you wish for the Montefeltro Film School Festival?

The Montefeltro FSF is born today. Love it, because it’s small. Help it to grow and live a long life. This is the same thing we all wish to newborns, who come into this world despite hardships, and at this really difficult time we’re living in, amidst crisis, war, famine, walls being raised just about everywhere to divide people. Let’s keep in mind that a festival is also for this, to knock down these terrible walls and unite, not divide, people. An international festival goes beyond all borders and, especially if it’s devoted to young people, it’s a strong bridge towards their future.

O.d.G. Pennabilli, July 13, 2015

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“Alimentare una falsa amicizia è uno spreco di tempo inaudito. Anche se le amicizie, come si dice, scandiscono la nostra esistenza, occorre saper distinguere fra l’amico e l’opportunista o, peggio ancora,  il lacchè. Dice Plutarco “Non ho bisogno di un amico che cambia quando cambio e che annuisce quando annuisco; la mia ombra lo fa molto meglio.” Per questo , di tanto in tanto, è necessario rivedere le nostre amicizie. Appurato che non sono tali, eliminarle senza indugio e riprendere il treno della vita. Se poi il vagone è vuoto fa niente. Meglio viaggiare da soli piuttosto che dividere la propria esistenza con chi ti offre da bere quando stai morendo di fame.”

Conferenza presentazione “Il piccolo mare – Luoghi e persone di cui voglio riferire” .  Rimini, gennaio 2013

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2015 – IL SINDACO PESCATORE / THE FISHERMAN MAYOR

 

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Il 5 settembre 2010 sette colpi di pistola pongono fine alla vita di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore. Circa dodici anni prima Angelo, ancora solo pescatore, nauseato dal degrado e dall’incuria in cui il suo paese ed il suo mare stavano sprofondando, aveva deciso di impegnarsi in prima persona. Studiando durante le lunghe notti passate in mare, sacrificando il poco tempo libero concesso da un lavoro massacrante, aveva deciso di candidarsi a sindaco. La sua semplicità, unita ad un carisma innato avevano convinto la gente di Pollica e di Acciaroli ad eleggerlo. Il programma era semplice “per andare avanti bisognava tornare indietro”, cioè recuperare i valori del passato, far tornare Acciaroli agli splendori di una volta. La politica della legalità e del rispetto per l’ambiente. La politica dell’ascolto e del darsi da fare per risolvere i problemi. La politica che dà fastidio ai potenti e ai farabutti. In poco tempo il sindaco pescatore aveva compiuto un vera e propria rivoluzione culturale, trasformando un villaggio di pescatori in un paradiso per i circa ventimila turisti che lo frequentavano ogni estate. Purtroppo questo improvviso benessere, questa ricchezza repentina avevano attirato ad Acciaroli anche gli speculatori, gli imprenditori collusi con la malavita, gli spacciatori: la camorra. Angelo si schiera contro questi poteri in prima persona, spesso da solo. Per questo viene ucciso, lasciando nella disperazione sua moglie, i suoi figli, i fratelli, una comunità intera.
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La Repubblica 10 febbraio 2016 - Antonio Dipollina

La Repubblica 10 febbraio 2016 – Antonio Dipollina

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Il sindaco pescatore, con il potere delle parole il film-tv sfida le fiction degli eroi

Il sindaco pescatore cerca di essere differente rispetto alle altre fiction che raccontano storie di uomini e donne che hanno cambiato in meglio il Paese, evitando di rappresentare un eroe ma raccontandone le azioni ed il coraggio attraverso le parole

Il sindaco pescatore non è un film-tv facile: a differenza di quanto si potesse immaginare, e rispetto a come solitamente vengono rappresentati i personaggi che hanno reso migliore l’Italia a volte rischiando loro stessi la vita, la fiction di Raiunosi concentra sul protagonista senza riempire la sceneggiatura di addobbi e contorni che avrebbero potuto realizzare il classico “santino” a cui il pubblico italiano è abituato.

Gli autori del film-tv, invece, hanno lavorato a sottrazione, preferendo togliere quei possibili elementi che avrebbero potuto rendere la fiction più accattivante ma che l’avrebbero anche resa meno realistica. I dialoghi, per esempio, rispettano la naturalezza dei personaggi, primo tra tutti Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso dopo aver fatto di tutto per riportare nel suo paese i valori di giustizia e rispetto per l’ambiente. Il protagonista, interpretato da un attore di prim’ordine come Sergio Castellitto (che non delude in nessuna scena), non viene rappresentato come il tipico eroe da fiction italiana, anche se la possibilità di farlo c’era.

Vassallo poteva, infatti, rientrare tranquillamente tra coloro che, lavorando per il bene del proprio paese, sono diventati esempi di legalità e di lotta alla criminalità organizzata e che, per questo, meritano un trattamento sul piccolo schermo che li renda degli eroi dell’Italia di oggi. Il percorso intrapreso dal film-tv, però, è stato diverso: si è scelto di raccontare la storia di Vassallo, da quando decide di candidarsi alle difficoltà riscontrate nel tentativo di amministrare con ordine ed attenzione, mantenendone l’umanità e la semplicità.

Poca la musica presente, se non qualche brano inserito in alcune scene ad hoc. Molte, piuttosto, le parole presenti: Il sindaco pescatore è un film-tv parlato, che va ascoltato e compreso più che nei gesti dei protagonisti, nelle loro parole. Sono queste che permettono a Vassallo di mostrare la sua intraprendenza, il suo coraggio ed anche la sua simpatia: non c’è spazio per i primi piani, per lunghe scene con sottofondi musicali e per battute retoriche.

Proprio questa diversità rispetto ad altre fiction italiane potrebbe rendere “strana” la visione de Il sindaco pescatore, che si differenzia nel suo voler essere poco eroe e molto umano nel raccontare il protagonista. Saranno altre fiction ad unire dramma e contenuti civili (ha cercato di farlo, nei mesi scorsi, Questo è il mio paese), ma quando si tratta di raccontare la storia di un uomo che ha voluto cambiare il proprio paese e dimostrare che la giustizia non ha bisogno di orpelli per essere un valore da rispettare, meglio togliere che esagerare.

Fonte: http://www.tvblog.it/

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Il Resto del Carlino 26/01/ 2016

Il Resto del Carlino 26/01/ 2016

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ROMA – Applausi e commozione alla proiezione del “Sindaco pescatore” di Maurizio Zaccaro, la fiction con Sergio Castellitto , in onda lunedì 8 su RaiUno che ricostruisce la storia di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso il 5 settembre 2010 – sicari e mandanti ancora sconosciuti – per essersi opposto alle mire del crimine organizzato sui beni ambientali dell’area del Cilento. All’anteprima nel cinema Barberini di Roma c’erano il presidente del Senato, Pietro Grasso, la famiglia di Vassallo con esponenti della Fondazione che porta il nome del sindaco, e centinaia di studenti di scuole superiori romane e l’intero cast. “Vassallo – ha detto Grasso agli studenti – era un uomo giusto, un sindaco che amava la sua terra, e gli investigatori non sono ancora riusciti a dare un volto agli assassini. Non c’è dubbio che c’è bisogno, oggi più che mai, di risposte e di verità”. “Il film mi ha emozionato molto” ha poi aggiunto al termine della proiezione “perché il personaggio e la storia spingono verso il nostro sogno che è quello di avere amministratori locali e sindaci come Vassallo, che hanno come primo scopo l’interesse dei cittadini, e cioè la trasparenza, la solidarietà, la democrazia, la libertà, lo sviluppo e il progresso”. La vicenda. “Il sindaco pescatore” ripercorre la vicenda umana e politica di Vassallo, da quando, pescatore arrabbiato per la mancanza di rispetto dell’ambiente e delle regole nel suo paese, decide di candidarsi a sindaco. Le possibilità che venga eletto, sulla carta sono praticamente nulle visto che il paese è in mano a una combriccola di affaristi; Vassallo, però, ce la fa e occupa la poltrona del primo cittadino per dodici anni, fino alla vile uccisione.

“Il paradosso è che questo film non avremmo mai voluto farlo, non avremmo mai voluto essere qui oggi” osserva Castellitto “Gli artisti, però, sono testimoni, disegnano il percorso di persone decisive per gli altri. Vassallo è stato questo. Poi, in un Paese in cui chi fa il suo lavoro con impegno, correttezza e onestà, è un eroe, è diventato un simbolo ma ha dovuto pagare lo scotto di essere ucciso. Vassallo ci insegna molte cose. Per esempio, che dietro all’idea di buona politica non può non esserci un’idea poetica che vola verso un sogno, pur non escludendo il pragmatismo e il cinismo. Lui lo ha ottenuto: per metà della sua vita ha fatto il pescatore, per l’altra il sindaco e tutto nello stesso modo. Da pescatore sapeva che chi va per mare può essere divorato perché il mare è pericoloso, comanda lui. E anche la politica è lo stesso, un luogo dove possono esserci conflitti tremendi”.

Amaro il commento di Dario Vassallo, fratello di Angelo e presidente della fondazione a lui intitolata: “Questo film servirà a raggiungere la verità. Il film si chiude con nove colpi di pistola: possibile che, quella sera, nessuno abbia sentito quei colpi? Mio fratello è stato ucciso il 5 settembre 2010; il 5 settembre 2014 nel suo paese hanno fatto la sagra del pesce e lo stesso giorno del 2015 la sagra del fico. Cos’è rimasto di mio fratello? Le chiacchiere”. Per il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto “Il film è vero servizio pubblico, una parte del racconto quotidiano che vogliamo avere con il Paese. Siamo certi che questa storia lascerà un segno nell’immaginario di quelli che avranno la possibilità di guardarlo in tv. E’ importante per la Rai provare a lasciare nella mente delle persone qualcosa che possa influenzarne il comportamento. Ognuno di noi è chiamato ad essere parte di una comunità da questo tv movie arriva un messaggio che potrà essere dunque un punto di riferimento anche per le generazioni future”.

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Episodio nº Messa in onda Telespettatori Share
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La travolgente cavalcata del SINDACO PESCATORE rappresentata dalla curva blu di RAI UNO. Grazie a tutti voi.

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Legambiente su fiction Angelo Vassallo: “Una serata di grande servizio pubblico, un esempio e uno stimolo per i tanti buoni amministratori di questo Paese”

“Vogliamo esprimere la più viva soddisfazione per il successo ottenuto dalla fiction dedicata al “sindaco pescatore” che ha portato nelle case di 7 milioni di italiani la figura di Angelo Vassallo, il racconto del suo impegno, portato avanti spesso proprio insieme a Legambiente. Ci preme ringraziare l’amministratore delegato della Rai Dall’Orto, la produzione, il regista, Sergio Castellitto e gli altri bravissimi attori, nonché la comunità di Pollica, per quella che è stata una serata di grande servizio pubblico, un esempio e un incoraggiamento per i tanti amministratori locali che si battono nelle loro comunità nel segno della legalità, della giustizia e del rispetto dell’ambiente”. Così Rossella Muroni, la presidente nazionale di Legambiente commenta la fiction “Il sindaco pescatore” andata in onda ieri in prima serata su Rai1. “Un lavoro televisivo che, al di là dell’inevitabile commozione, è stato per noi motivo di grande orgoglio – aggiunge Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania -. Un riconoscimento per le centinaia di volontari che in questi anni hanno portato avanti la loro attività a Pollica e nel Cilento, a sostegno delle battaglie e delle visioni di Angelo. È la migliore testimonianza e il miglior esempio per i sindaci dei piccoli Comuni, di quei semplici e onesti cittadini che decidono a un certo punto di prendere per mano la propria comunità e provano a mostrarle un futuro diverso e possibile. Nessuno meglio di lui ci ha saputo parlare dell’utilità dei piccoli centri e della forza che questi riescono a trasmettere all’intera nazione. Questo dovrebbe fare il sindaco, questo lui faceva meglio di chiunque altro”.

Pubblicato il10 febbraio 2016
Con la mamma di Angelo Vassallo

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Italy mourns ‘fisherman-mayor’ who stood up to the mafia

Italians paid tribute to the mayor of a seaside town in the country’s mafia-infested south, who has become the latest casualty of the fight against organised crime.

Six thousand people huddled together along the port of the southern town of Pollica, on Friday, to pay their respects to the man who had spent a lifetime protecting the picturesque seaside resort – and died doing so.

The body of Angelo Vassallo, the “fisherman-mayor” of the seaside town in the southern Campania region, was found riddled with bullets in his car on Sunday.

Investigators have linked his death to the Camorra, the local mafia which is deeply rooted in the area around the southern city of Naples. The 56-year-old, centre-left mayor had fought tooth and nail against plans to pour more cement on an already heavily built-up coastline.

‘Hero of the Cilento’

Politicians from left and right joined in the mourning for the “hero of the Cilento”, a ragged coastal region of immense beauty that has been scarred over the years by greedy constructors accustomed to bending – and breaking – the rules, often with the complicity of local authorities.

Several party leaders and a government minister attended the funeral, while President Giorgio Napolitano sent a message of condolence, calling on police and the justice system to investigate the affair thoroughly.

But in the mafia-infested region, where suspected clan leaders go by the name of “the beast”, “the desert”, or “bang-bang”, the overwhelming feeling is that the mayor of Pollica had been abandoned by all.

Sources close to Vassallo say the mayor had repeatedly warned of problems with organised crime and some elements in the police, but that the authorities had done little or nothing to protect him.

“They left him on his own,” his brother Claudio told SkyTG24 television on Tuesday. “He asked the police for help and they gave him nothing.”

‘He who remains silent, is an accomplice’

The mayor of Pollica is the latest in a seemingly endless list of politicians, trade unionists and lawyers who have paid the ultimate price for their opposition to the mafia.

His murder, coming just months after a raft of highly-publicised arrests of mafia leaders, has served as a chilling reminder that organised crime in Italy’s beleaguered south is alive and kicking.

Roberto Saviano, author of the best-seller Gomorrah, which describes the inner workings of the Neapolitan mafia, says “the risk is that Angelo Vassallo should die just one day and be promptly forgotten”.

In an article published on Italian daily La Repubblica and titled “The scandal of democracy”, Saviano urged fellow Italians not to let the memory of the “fisherman-mayor” and of his sacrifice fade away.

“In a country where one dies for turning down a construction tender, or for barring a mafia-run business from building a road,” the acclaimed author said, “he who remains silent is an accomplice”.

Saviano has been living with a permanent police escort since the publication of Gomorrah in 2006 prompted the Neapolitan mafia to issue several death threats against him.

2014 – A TESTA ALTA – I MARTIRI DI FIESOLE

A TESTA ALTA

 

OCEAN PRODUCTIONS
A TESTA ALTA Nota di regia – 8 luglio 2013
Da un’idea di Leone Pompucci e Sergio Giussani, ”A TESTA ALTA – I MARTIRI DI FIESOLE”, racconta la storia di un eroico sacrificio, ormai dimenticato.
La storia di tre carabinieri della stazione di Fiesole: Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti che nella torrida estate del 1944 sacrificarono le loro vite consegnandosi ai tedeschi per salvare dieci ostaggi.
Personalmente era una vicenda che non conoscevo ma man mano, durante le varie stesure della sceneggiatura scritta da Paolo Logli e Alessandro Pondi, e documentandomi a mia volta sui fatti, mi sono appassionato al progetto al punto di riviverlo in prima persona, dall’angolazione non solo “privata” dei tre carabinieri ma anche, e soprattutto, nel contesto storico nel quale si stava compiendo il loro destino.
Ho letto nella vicenda di questi tre giovanissimi eroi qualcosa di archetipico dove pensieri, sentimenti, sensazioni e intuizioni, variamente dominanti da individuo a individuo, si fondono in un’unica parola quanto mai decisiva per futuro delle nuove generazioni: la dignità. Avevano poco più di vent’anni questi tre ragazzi italiani quando il mondo crollò loro addosso, erano figli di un’altra epoca certo, di altri valori, ed è appunto per questo che oggi il loro esempio e soprattutto la loro dignità assumono un carattere universale, perché riguardano tutti, soprattutto i giovani di oggi che, prima o poi, saranno chiamati a governare questo paese. E’ sulla base di questo pensiero, che mi sono appassionato a questi tre carabinieri cercando di dare loro la massima autenticità, strettamente legata all’epoca in cui vivevano, dove gesti e parole erano profondamente diversi dai nostri. In questo ho avuto complici splendidi, di rara professionalità e bravura fra i quali Giorgio Pasotti, Ettore Bassi, Marco Cocci, Andrea Bosca, Giovanni Scifoni e il giovanissimo Alessandro Sperduti che avevo già avuto, ancora bambino, sull’innevato e gelido set di “Cristallo di rocca”. Durante le riprese ho cercato di dare loro il massimo spazio possibile, cercando di capire insieme le varie possibilità che offre una scena per renderla credibile agli occhi dello spettatore, non “finta” o , peggio ancora, “inutile”.
Questo è uno dei principali motivi per i quali preferisco girare personalmente con la macchina a mano: per sentirmi libero, ma anche per dare ai miei attori la stessa libertà d’espressione e di movimento. Senza questa libertà e autenticità tutto resta superficiale, poco credibile e l’attore stesso rischia di diventare solo un’ombra o il “riflesso” di quello che dovrebbe essere.

Maurizio Zaccaro

 

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Regia

Maurizio Zaccaro

Soggetto

Leone PompucciGiovanna Mori

Sceneggiatura

Paolo LogliAlessandro Pondi, Leone Pompucci, Giovanna Mori

Interpreti e personaggi

  • Marco CocciAlberto La Rocca
  • Alessandro SperdutiVittorio Marandola
  • Giovanni ScifoniFulvio Sbarretti
  • Giorgio Pasotti: Giuseppe D’Amico
  • Johannes Brandrup: Tenente Hans Hiesserich
  • Ettore Bassi: Sebastiano Pandolfo
  • Andrea Bosca: Pasquale Ciofini
  • Nicole Grimaudo: Rosa Taranto
  • David Coco: Nino Ricci
  • Raffaella Rea: Bea

LA STAMPA – SIMONETTA ROBIONY

Maurizio Zaccaro, regista di cinema e di tv, autore di film come Il carniere e fiction come O’ professore, prova sempre a restituire autenticità ad una scena: «Giro con la macchina a mano, personalmente, perché tento di rendere credibile la ripresa agli occhi dello spettatore: non vorrei mai apparisse finta o peggio inutile».

Voce bassissima come a sminuire ogni frase, portato più a smorzare i toni che a elevarli, attento ai particolari più minuti, anche questa volta, nonostante l’ufficialità del compito che gli è stato affidato, Zaccaro racconta una piccola storia nella Storia. A testa alta , fiction in onda su Raiuno il 2 giugno, festa della Repubblica, per celebrare i 200 anni dell’Arma dei Carabinieri, nonché i 50 dal tremendo 1944 con i tedeschi che occupavano l’Italia sfasciata dopo l’Armistizio, parla di un piccolo episodio di eroismo: tre giovanissimi carabinieri della stazione di Fiesole, per non far fucilare dieci civili innocenti, si consegnarono ai tedeschi perdendo la vita a vent’anni. La loro colpa era aver collaborato con i partigiani uccidendo in un attentato un soldato tedesco. Si chiamavano Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti, Vittorio Marandola. «Non conoscevo questo episodio – dice Zaccaro, ma ho capito che poteva diventare un archetipo, il simbolo di cosa significa la parola dignità».

Tra gli interpreti Giorgio Pasotti, Ettore Bassi, Andrea Bosca, Giovanni Scifoni, David Coco e le bravissime Nicole Grimaudo e Raffaella Rea a costruire quel minimo di vita privata obbligatorio in ogni fiction. Scritta da Giovanna Mori e Leone Pompucci, prodotta da Sergio Giussani per Raifiction, fotografata da Fabio Olmi, il figlio del grande regista, A testa alta è stata presentata l’altra sera, alla presenza del comandante generale Leonardo Gallitelli, dei vertici Rai, la presidente Tarantola e il direttore generale Gubitosi, del capo della fiction Tinny Andreatta e perfino della ministra Roberta Pinotti, primo ministro donna della Difesa.

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INTERVISTE AGLI ATTORI, A CURA DI FABRIZIO CORALLO

Intervista a Giorgio Pasotti (Giuseppe Amico)

“A testa alta” rappresenta per te la prima occasione di indossare in scena la divisa da carabiniere: come sei stato coinvolto in questo film?”
“Quando mi è stato proposto ho capito subito che avrei assolutamente voluto recitarvi, c’era una storia bellissima che aveva bisogno di essere raccontata con una certa urgenza. Sono stato subito consapevole dell’importanza della materia affrontata e rassicurato della passione e della competenza di Maurizio Zaccaro: lavorare insieme a lui ha rappresentato per me una piacevole sorpresa perché è un regista dotato e attento in grado di contare sempre su una visione cinematografica ben precisa anche quando dirige un film per la tv. Maurizio ha realizzato un’opera nettamente al di sopra degli schemi e degli standard grazie all’argomento scelto e al modo in cui lo ha portato in scena, dimostrandosi pienamente all’altezza di una vicenda impegnativa e di un progetto ambizioso da un punto di vista produttivo”.
“Che rapporto si è creato con lui sul set?”
“E’ un regista atipico che non segue mai le riprese attraverso un monitor come oggi avviene quasi sempre ma ha l’abitudine di essere sempre “sul campo” accanto ai suoi attori, filmando direttamente lui ogni scena come operatore alla macchina: è una forza della natura, prende in mano il suo set lo guida con entusiasmo e veemenza contando su una capacità di coinvolgimento molto rara e su un’energia contagiosa in grado di avvolgere sia il cast che l’intera troupe.. Abbiamo girato “A testa alta” potendo contare su tempi di ripresa molto ristretti e lavorando tutti con ritmi particolarmente serrati ma queste circostanze non sono mai andate a discapito della qualità del prodotto: Maurizio è stato fantastico mettendo in luce una forza di volontà e un entusiasmo da ragazzo contando anche sull’esperienza, la sicurezza e la maturità del regista “navigato” che è, di uomo di cinema “totale” in grado di diventare per tutti un riferimento fondamentale da un punto di vista pratico ed emotivo. Il compito era enorme: raccontare un episodio tragico, un evento realmente accaduto che ha dato vita ad una pagina nera della nostra Storia ma anche alla vicenda esemplare e gloriosa di tre ragazzi che si sono trovati davanti ad una responsabilità più grande di loro e hanno saputo gestirla al meglio riuscendo ad essere all’altezza della situazione e ad uscirne “a testa alta” immolandosi per salvare dieci civili innocenti. Zaccaro ha il grande merito di avere affrontato una storia di grande eroismo senza essere mai ridondante e retorico, lo ha fatto invece secondo me in maniera efficace, cruda, vera e commovente: il suo sguardo è quasi documentaristico, in bilico tra realismo e western..”.
“In che senso?”
“Aleggia lungo la storia una tensione e una fantastica sospensione di tempi che secondo me ricorda i tipici western alla Sergio Leone, dando vita ad una sorta di thriller.La vicenda si svolge nel 1944 nella collina di Fiesole dove sono dislocate una di fronte all’altra due caserme, una che ospita il locale comando nazista e l’altra quello dei Carabinieri. Ufficialmente le due postazioni si trovavano unite nella lotta contro gli angloamericani ma in realtà i Carabinieri agivano sottotraccia a favore della Resistenza appoggiando e favorendo piccole e grandi iniziative contro nazisti e fascisti. Il mio personaggio, il brigadiere Giuseppe Amico, nonostante fosse quasi coetaneo degli altri militi aveva un grado leggermente superiore e si assunse così l’onere, l’enorme responsabilità di guidare i suoi uomini coprendo le varie azioni in appoggio ai partigiani agli occhi del capitano nazista che non era affatto uno sprovveduto..”
“Che cosa ti ha interessato del tuo personaggio?”
“Soprattutto il fatto che Giuseppe nonostante le difficoltà obiettive della situazione in cui viene a trovarsi sia in grado fin quando può di tenere in mano le redini della vicenda facendo il “doppio gioco” con i nazisti e coprendo i suoi uomini che aiutavano la Resistenza. E’poco più di un ragazzo ma si ritrova a desiderare fortemente di fare qualcosa al di sopra delle proprie possibilità: sia lui che gli altri carabinieri sono ragazzi di vent’anni che portano avanti valori e ideali altissimi, il che rappresenta un esempio che i ragazzi di oggi non hanno a portata di mano”.
“Pensi che questo film possa rappresentare un esempio adeguato di servizio pubblico?”
“Certamente, è importante che racconti simili in grado di educare, divulgare e far conoscere episodi misconosciuti della nostra Storia vengano visti e discussi il più possibile da ogni tipo di pubblico (a partire da quello giovane) ma va sottolineato anche che abbiamo sentito tutti una forte responsabilità nei confronti di una vicenda così ricca di passione civile e sociale, professionalità, intelligenza e buon gusto rispettandone il disegno generale e sposandone in modo adeguato la causa”.
“Che tipo di coesione è nata con gli altri interpreti sul set e fuori?”
“Non ricordo un film o una miniserie recenti che abbiano potuto contare su un cast così ricco di giovani interpreti di valore, tutti alle prese con personaggi ben delineati che li hanno messi in condizione di rivelare una personalità ricca e sfaccettata”.

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Intervista a Giovanni Scifoni (Fulvio Sbaretti)

“Come è nato questo tuo nuovo impegno?”
“Per quanto io col tempo riesca a guadagnare sempre maggiore credibilità nella mia professione ogni volta che mi succede di superare un provino per un ruolo mi capita di pensare di averlo “espugnato”: un’impresa simile è come espugnare una città fortificata, devi convincere tutti.. In questa occasione ho contattato il produttore Sergio Giussani, (per cui avevo già lavorato accanto a Lando Buzzanca nelle fiction “Io e mio figlio” e “Il commissario Vivaldi”) e quando mi sono ritrovato a sostenere un provino con Maurizio Zaccaro abbiamo familiarizzato così tanto fino al punto che lui ha voluto che rimanessi lì per tutto il giorno a dare le battute fuori campo agli altri candidati: non voleva più mandarmi a casa, insomma..“
“Chi è il Fulvio Sbaretti che interpreti, che approccio hai avuto verso il ruolo ?”
“Mi sono documentato molto prima delle riprese, quando crei un personaggio e devi confrontarti con la vita reale delle persone non puoi agire come ti pare, è un limite in più che ti metti addosso: l’eccessiva libertà spesso è “castrante”, un attore ha bisogno di limiti, è come un bambino che se viene messo in uno spazio vuoto libero di agire rimane fermo, ma se gli viene detto che non può fare né questo né quest’altro allora si organizzerà e inventerà un gioco fantasioso e meraviglioso. Allo stesso modo se un interprete si ritrova davanti ad una vita vera da rappresentare non può prendersi troppe libertà altrimenti i familiari, i custodi della sua memoria, potrebbero rimanere delusi e feriti. Prima di recitare in questo film avevo sempre pensato che durante la Resistenza i partigiani fossero stati tutti civili, studenti, operai o contadini e invece ho appreso che tra loro ci furono anche diversi militari, molti dei quali Carabinieri, ci sono state tante storie di eroismo che nel tempo sono state rimosse rimanendo sconosciute ai più. La scoperta mi ha colpito e stimolato molto e ha fatto crescere in me il desiderio di raccontare nel miglior modo possibile questa nuova storia. Ho saputo ad esempio che i militari che favorivano la Resistenza quando scrivevano ai familiari negavano tutto, dovevano mantenere con le istituzioni del regime nazifascista una certo atteggiamento di facciata per poi agire sotto traccia collaborando con i partigiani nottetempo: era tutta una doppia vita e un doppio gioco per tenere nascosto alle persone vicine questa realtà. Nel corso della vicenda che raccontiamo, ambientata nel 1944 nella caserma di Fiesole, il mio personaggio, Fulvio, il carabiniere su cui si appoggia gran parte dell’emotività della storia spedisce allo stesso modo diverse lettere alla sua fidanzata. Il brigadiere Giuseppe Amico a un certo punto esorta i suoi uomini a fuggire e a unirsi alla Resistenza ma questo evento, una volta scoperto, minaccia di provocare una rappresaglia dei nazisti tra i civili: il dilemma dei carabinieri che ne conseguirà sarà incentrato sulla scelta di seguire il loro capo comunque per uno scopo nobile e alto – la liberazione dell’Italia- o assecondare invece una coscienza che avverte che dall’altra parte ci sono persone innocenti che stanno per morire e che vanno salvate. La coscienza è la legge universale iscritta nel nostro cuore, il nostro imperativo categorico, il dramma profondo non è tanto quando si deve fare una scelta tra bene e male ma quella che deve compiersi tra due tipi di bene: sono poche le persone che scelgono il male deliberatamente.. In questa occasione il mio personaggio è combattuto, sente che le cose non andranno come lui immagina, ma alla fine decide e sceglie quello che gli costerà personalmente di più, obbedire alla propria coscienza, alla legge universale e decide di consegnarsi. Fulvio Sbaretti non vuole diventare un eroe, fino a quando il fucile non spara contro il suo petto il suo vero unico desiderio è essere un giorno un padre di famiglia e in questo senso l’evento finale della sua vita finisce col realizzare la sua vocazione più profonda perché con la sua decisone matura e autorevole si comporta come un padre nei confronti del prossimo, di chi gli sta accanto”.
“Come mai hai sentito così vicino questo ruolo?”
“Mi interessano sempre molto i personaggi che hanno in testa qualcosa che li distrae fortemente dalla linea narrativa principale e in questo caso Fulvio ha in testa un unico pensiero, la sua ragazza e il matrimonio che li aspetta, porta avanti una “linea sentimentale” molto forte che lo conduce continuamente lontano da quello che succede nella vicenda. Questa sua forza lo rende eroe in maniera più drammatica, non intraprende una scelta così coraggiosa perché è quella la sua indole ma a un certo punto realizza che non può farne a meno, ha un imperativo morale dentro di sé che gli dice che è la cosa giusta da fare: ogni volta che prendiamo certe decisioni gravi sono quelle che ci portano lontano da quello che abbiamo sempre fatto e pensato fino ad allora”.
“Come ti sei trovato con Maurizio Zaccaro?”
“Se tu sei sul set per i fatti tuoi in una pausa fuori campo lui con la macchina a spalla si gira e ti inquadra all’improvviso perché magari si accorge al momento di avere davanti a sé l’urgenza di un materiale vivo da filmare Se un attore viene convocato sul set in un certo giorno deve essere sempre pronto in ogni momento, anche se sta pulendo le unghie, perché Zaccaro può “piombarti” da un momento all’altro sotto le narici con la sua cinepresa accesa..Se poi non ti fai trovare pronto e ricettivo e giri male la scena peggio per te.. lui corre come Mennea.. la devi fare bene subito, poi magari la taglia, la aggiusta e la risolve in modo diverso ma tu in quei momenti non puoi distrarti mai. Mi fa molto simpatia, è un regista di grande esperienza, gira con il suo film completamente in testa e questo rende tranquilli i suoi attori, che si troverebbero molto peggio su un set con un regista che “cerca il suo film”, raccoglie tutto il materiale possibile e poi non si sa mai che cosa userà.. Maurizio sa sempre perfettamente quello che vuole, ti dice esattamente cosa fare anche se in un certo momento devi grattarti un orecchio e tu lo assecondi sempre e comunque perché sai di essere in ottime mani”.
“Come ti sei trovato con gli altri interpreti?”
“Prima delle riprese li conoscevo tutti professionalmente ma nessuno da vicino, poi quando si ritrovano tutti insieme una decina di giovani attori ogni giorno nasce fatalmente un bel cameratismo, si fa squadra ci si diverte, dirlo sembra un luogo comune ma in fondo siamo tutti bambini che giocano con il pongo..Ma se di attori simpatici è pieno il mondo è meno semplice trovare gente preparata, in questa occasione per fortuna abbiamo potuto contare su persone di grande esperienza mentre spesso ci si ritrova a faticare tanto con altre senza basi professionali. La verità è che il nostro mestiere piace a tutti, è come la ragazza più bella della scuola che tutti vogliono, si fanno avanti tanti pretendenti e purtroppo molti lo fanno senza nessuna passione. Non è accaduto ovviamente su questo set, sono onorato di avere recitato con tanti colleghi di grande valore, preparati e giusti per i vari personaggi tutti accomunati da una certa incoscienza: quando ti ritrovi in guerra se non ce l’hai non riesci a reggere alle difficoltà e all’orrore”.
“Ricordi qualche momento particolare della lavorazione
“Soprattutto la sequenza della fucilazione, potente e commovente: in questa occasione ho ricevuto una solenne “strigliata” da parte di Zaccaro che inorridiva all’idea che il mio personaggio davanti al plotone di esecuzione morisse in scena in modo ridondante ed enfatico come un cowboy dei film degli anni 60.. In genere quando devi fingere di esser colpito cadi giù come una pera lessa ma appena è stato dato il ciak c’è stato qualcosa che non ha funzionato: il colpo in arrivo verso di me non è esploso e mentre gli altri due carabinieri accanto a me sono cascati giù subito invece io ho iniziato a contorcermi e a cadere lentamente come John Wayne in “Ombre rosse” fino quando non è arrivato l’urlo di Maurizio che per fermarmi mi ha lanciato contro un calendario oltre a un rovescio di improperi..dovrò pregare molto per far perdonare la sua anima. Quel giorno era tutto molto commovente, Alessandro Sperduti, ad esempio, ha un’emotività molto forte e quando stava per morire in scena è “esploso” in singhiozzi potenti e irrefrenabili mentre Zaccaro lo riprendeva con la sua cinepresa e lo rimproverava fuori campo dicendogli: “Ma che fai? Sei un carabiniere, non puoi!Vergognati!”. Lui però piangeva ancora di più..”.

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Intervista ad Alessandro Sperduti (Vittorio Marandola)

“Come sei entrato a fare parte del cast di questo film?”
“Sono stato chiamato a sostenere un provino con Maurizio Zaccaro, con cui avevo già recitato da bambino nella fiction “Il cristallo di rocca”, la mia seconda esperienza su un set dopo l’esordio con “Il tesoro di Damasco”: non mi aveva riconosciuto perché da quel nostro incontro erano trascorsi ben sedici anni ma a un certo gli ho ricordato la circostanza e lui è stato felice di avermi ritrovato. Per me è stata molto bella la sensazione di tornare a lavorare con Maurizio non più da bambino ma da adulto e dando vita ad un rapporto diverso, interessante e costruttivo e anche lui si è rapportato con me giocando alla pari, mettendosi allo stesso mio livello e dandomi diversi consigli utili che mi hanno aiutato tanto a costruire il mio personaggio in modo adeguato. E’ un regista abituato a seguire sempre da vicino i suoi attori dall’inizio alla fine, a mettersi in spalla la macchina da presa e a riprendere direttamente le varie scene e questo per chi recita rappresenta un forte sostegno. Abbiamo discusso sempre a lungo con lui fin dai giorni che hanno preceduto le riprese e lui ha sempre rassicurato e incitato tutti, la nostra è stata un’esperienza davvero molto intensa e gratificante”.
“Chi è il Vittorio Marandola che interpreti e che cosa gli succede in scena?”
“E’un giovane carabiniere destinato ad essere ucciso a soli 22 anni, che nel corso della vicenda rivela una tenacia e una forza incredibili, è stato molto emozionante per me parlare come lui e incarnare i suoi pensieri. A un certo punto Vittorio viene incaricato di scortare un bambino, un piccolo ladruncolo di paese con cui nasce una sorta di amicizia dopo un periodo iniziale in cui non sa bene come affrontarlo. Per quanto riguarda poi i suoi colleghi il rapporto che si consolida con loro non è soltanto professionale ma anche e soprattutto umano: sia lui che altri due Carabinieri della stazione di Fiesole vengono chiamati a far parte della Resistenza fiorentina collaborando con un gruppo di partigiani locali ma vengono bloccati dai nazisti : se loro non torneranno a consegnarsi dieci civili innocenti del paese prese in ostaggio verranno fucilate al loro posto: i tre sceglieranno allora di rientrare immolandosi per una causa giusta e nobile. Sul set era nato un clima generale di forte e ammirato rispetto nei confronti dei fatti e delle persone che stavamo raccontando e la consapevolezza di dar vita ad una storia di eroismo comunque a noi vicina nel tempo. Per me è stato molto gratificante interpretare un personaggio così significativo ma anche essere parte integrante di un progetto di impegno civile teso a salvaguardare la memoria: attraverso il racconto delle vicende di un ragazzo che sceglie di morire per salvare altre persone e il suo Paese ho imparato quanto sia fondamentale coltivare il ricordo di quello che è avvenuto nel passato. In genere quando si studiano a scuola la seconda guerra mondiale e la Resistenza si è “condannati” a una certa sbrigatività frettolosa ma in questa occasione penso che sia stata molto utile l’opportunità di approfondire quel periodo storico attraverso una vicenda commoventeche mi auguro riesca il più possibile ad emozionare gli spettatori.
“Come ti sei trovato con glialtri compagni di lavoro?”
“Ho legato un po’ con tutti, ad esempio si è creata una bella complicità grazie Marco Cocci che era sempre pronto a demistificare un po’ tutto (salvo poi commuoversi fino alle lacrime come tutti gli altri nel momento clou..) ma anche, a livelli diversi, con ogni altroattore in scena. Purtroppo l’ esperienza è stata piuttosto breve, abbiamo girato tutto il film in circa cinque settimane, ma siamo riusciti a creare tra noi una bella atmosfera e una forte amicizia che si è protratta nel tempo anche dopo la fine delle riprese.. Eravamo tutti consapevoli della serietà e della drammaticità di una storia che portava con sé una tensione e un’ emozione molto forte perché era davvero avvenuta 60 anni fa ed era fondamentale per tutti noi poter dare il massimo per essere credibili, in segno di rispetto per le vere vittime ed i loro familiari. Il film è in generale fedele ai fatti (anche se con qualche licenza “poetica”), ci sarà molto spazio per la commozione sia nel finale che nel corso di una vicenda incredibile e ricca di emozioni diverse in cui sono molto importanti anche le storie d’amore e i personaggi femminili (interpretati da Nicole Grimaudo, Raffaella Rea, Lavinia Guglielman) che alimentano le aspirazioni, i progetti e i desideri di quei giovani, destinati a essere cancellati quando viene troncata loro la vita”.
“Ricordi qualche episodio particolare della lavorazione?”
“La prima cosa che mi viene in mente è ovviamente il momento della fucilazione, molto forte e toccante a livello emotivo. Abbiamo ripetuto la sequenza diverse volte per arrivare a dare l’emozione giusta e per me è stato impressionante rendermi conto di quanto fosse giovane il mio personaggio quando andava incontro alla morte, questa circostanza mi ha sconvolto, non è stato affatto semplice ritrovarmi davanti a dieci persone col fucile puntato contro di me.. Abbiamo dato vita ad un forte processo di identificazione con quei ragazzi, è stata una sensazione che abbiamo condiviso tutti e Maurizio Zaccaro è stato molto bravo ad intervenire adeguatamente trovando sempre i toni giusti da indicare ad ognuno di noi e filmando le nostre emozioni del momento”.

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Intervista a Marco Cocci (Alberto La Rocca)

“Come sei entrato in questo cast?”
“In maniera tradizionale: ho sostenuto un provino con Maurizio Zaccaro recitando alcune sequenze che prevedevano in scena il personaggio che avrei poi interpretato, Alberto La Rocca, uno dei tre carabinieri destinati ad immolarsi per salvare le vite innocenti dei civili catturati dai nazisti e condannati a morte. In questo progetto mi ha interessato soprattutto il fatto che ci fosse l’opportunità di raccontare una storia realmente accaduta 60 anni fa, ho capito subito che si trattava di un’occasione importante per portare in scena l’eroismo di alcuni uomini dando vita ad una intensa testimonianza di impegno civile e sociale. Il vero Alberto era originario di Nocera Umbra mentre io sono di Prato, ma preparandomi ad interpretarlo non ho trovato particolari difficoltà, mi sono adoperato soltanto per delle lievi modifiche e cambiamenti per arrivare a parlare con l’accento giusto: raccontiamo le vite di alcuni carabinieri originari di diverse zone italiane che all’epoca, nel 1944, parlavano con una cadenza dialettale della propria regione piuttosto marcata, ma con Maurizio Zaccaro abbiamo deciso che trattandosi di un prodotto Rai destinato alla comprensione diretta e immediata era meglio non insistere più di tanto con gli accenti, abbiamo lasciato solo un accenno..”.
“Che cosa accade in scena al tuo personaggio?”
“Alberto è orfano ma è molto legato ad un’altra famiglia che lo ha allevato insieme a due fratelli divisi su fronti opposti (uno fa parte delle ronde italiane affiliate ai nazisti e l’altro è un partigiano), lui vuol bene ugualmente ad entrambi e cerca con fatica di pacificarli. E’ una persona sola che compensa la sua solitudine trovando all’interno della caserma una famiglia parallela nei giovani colleghi con cui fuggirà per poi decidere di far ritorno in paese con la consapevolezza di essere fucilato dai nazisti. Alberto temeva che gli eventi precipitassero già durante il suo precedente lavoro sottotraccia in aiuto dei partigiani ma nel momento della verità si rivelerà sorprendentemente eroico nell’affrontare con fierezza, dignità e coraggio il suo compito di servitore della Patria. Si tratta di un sentimento nobile che nel corso del tempo è andato piuttosto perduto ma questo non dipende né dell’Arma dei Carabinieri né dai civili in genere ma verificando da vicino la nobiltà di alcuni gesti resta viva una piccola disillusione nei confronti della realtà di oggi in cui certi valori sono diventati più inconsueti. Secondo me questo senso superiore del dovere andrebbe in qualche modo ritrovato: in passato se qualcuno prestava giuramento per la Patria doveva mettere in conto la possibilità di essere esposto ai pericoli dello stare a contatto con le armi e anche quella di morire..”
“Ti sei sentito vicino al tuo personaggio da un punto di vista emotivo?”
“La cosa meravigliosa del nostro mestiere è che quando devi affrontare certi fatti realmente accaduti hai la possibilità di documentarti da vicino e di collocare storicamente in maniera dettagliata la ricostruzione nel cui ambito dovrai muoverti, puoi accorgerti del coraggio che i veri protagonisti della nostra storia avevano dimostrato quando erano ancora tutti molto giovani: all’epoca i ragazzi di vent’anni o poco più erano già uomini ma quell’età portava naturalmente con sé anche forti dosi di emotività, ingenuità e vulnerabilità. Ho avuto la fortuna di lavorare accanto ad una serie di persone meravigliose, si era diffuso in tutti un sentore di fraternità, uno spirito comunitario da caserma, qualcosa di molto importante che spero si riesca a leggere nel nostro film che resta un bell’esempio di quello che dovrebbe essere servizio pubblico. Il racconto prevedeva momenti seri e drammatici ma anche altri in cui i giovani protagonisti vengono colti in attimi di intensa familiarità e di sana complicità, resi sempre molto bene grazie a Maurizio Zaccaro che è riuscito a mettere insieme le persone giuste per creare sul set l’armonia necessaria: Maurizio è meraviglioso perché è davvero dentro al suo film, “imbraccia” sempre la macchina da presa per filmare direttamente le varie scene, vive il set accanto ai suoi attori per i quali è sempre importante sentirlo così vicino. Lui vede la sequenza che ha in mente concretizzarsi al momento attimo per attimo, lo senti bisbigliare mentre ti dà le sue direttive nello stesso momento in cui stai recitando, è un regista che ti destabilizza ma nel destabilizzarti riesce a renderti sempre più che naturale..Può contare su una lunga e profonda esperienza sia come tecnica sia come capacità di dirigere i suoi interpreti ed estrae il meglio da ognuno di loro: certi attimi di sorpresa ti spiazzano ma sono stimolanti, l’importante è che tu anziché lasciarti distrarre riesca a cogliere e a sfruttare immediatamente quell’energia che lui ti sta mandando..”
“Ricordi qualche momento particolare della lavorazione?”
“Certo, senza dubbio quello della scena della fucilazione: eravamo tutti consapevoli di stare vivendo un momento decisivo, c’era un grande rispetto da parte di tutta la troupe commosse fino alle lacrime.. Ricordo in particolare l’emozione di Alessandro Sperduti che con una semplice stretta di mano mi ha tramsesso una vibrazione intensissima, era coinvolto in un modo incredibile dalla situazione e spero tanto che quella profonda immedesimazione venga colta al meglio: sposando totalmente l’emotività del suo personaggio Alessandro mi ha trasportato in quel mondo che stavamo rappresentando e questo rendeva perfettamente l’idea della sana solidarietà tra quei ragazzetti che andavano a morire e si confortavano l’un l’altro esortandosi ad andare dritti per la propria strada, a testa alta..“

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Intervista ad Andrea Bosca (Pasquale Ciofini)

“Che tipo di approccio hai avuto verso questo film?”
“Avevo già lavorato in passato con Sergio Giussani, un produttore costantemente attento alla qualità dei suoi progetti e sempre in grado di creare attorno a sé una bella “famiglia” professionale. Fin da quando ho sostenuto il primo provino con Maurizio Zaccaro grazie al suo carattere, al suo modo di essere di persona pacata che non alza mai la voce.. mi sono sentito a casa e mi sono ripromesso di dare il massimo per essere scelto, ho insistito per restare ancora nel suo ufficio, chiedendo con grande schiettezza che il nostro incontro potesse durare più a lungo.. Di Maurizio mi hanno colpito l’estrema professionalità e la franchezza che rappresentano la sua cifra peculiare, è un regista sempre attento alle sfumature, una persona seria capace di creare sempre un bellissimo clima sul suo set ma anche un tipo goliardico e giocoso: fin dalla fase iniziale del provino ha sentito l’impulso di filmare direttamente lui, “gettando l’occhio”dietro la cinepresa , la scena che recitavo “sotto esame” e allo stesso modo in seguito, durante le riprese vere e proprie sul set, ha filmato lui ogni sequenza con la cinepresa in spalla. Si faceva portare un bastone su cui c’era una pallina dove appoggiava la cinepresa e girava “rubando” la verità da tutte le parti, attento a ogni dettaglio e continuava a darti indicazioni di regia e a spiegarti i pensieri del tuo personaggio, come se fosse all’interno di un bel gioco, senza essere mai serioso. La parola risolutiva per rendere al meglio il personaggio è stata “temperanza”: Maurizio l’ha pronunciata nel momento clou di una scena importante mentre lo guardavo negli occhi riuscendo a chiarirmi icasticamente l’intero arco narrativo di Pasquale che in certe occasioni poteva sembrare invece intemperante perché reagiva d’istinto. E’ stato il momento in cui l’ho sentito più vicino, era come se mi stesse svelando la chiave che avrebbe voluto vedere rappresentata, quella che per lui era la più profonda”.
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“Chi è Pasquale Ciofini?”
“Apparentemente è un tipo semplice, un contadino e per renderlo al meglio mi sono ispirato alla figura di mio nonno che era stato un carabiniere. Il sogno di Pasquale è quello di poter tornare a casa, comprare un pezzo di terra e vivere in pace, è un’aspirazione comune a tante persone, che ho potuto sperimentare da vicino nel mio paese (Canelli, in provincia di Asti), una tipologia piuttosto diffusa per gli italiani di quel periodo, che conoscevo bene attraverso i racconti dei miei familiari. E’ un personaggio che mi ha colpito molto perché è un uomo semplice che quasi non conosce la Storia e non sa bene cosa deve fare, ma porta con sè uno spiccato senso del dovere, della lealtà, dell’agire in nome di tutti: in fondo incarna pienamente le motivazioni profonde per cui tutti noi abbiamo voluto girare questo film così appassionato e necessario. Ciofini è il più umano e il meno “eroico” del suo gruppo ma si ritrova a fare suo malgrado qualcosa che non voleva affatto: mentre è in fuga per ripararsi da un imboscata dei nazisti fa partire accidentalmente un colpo e uccide un tedesco: questo evento genera una rappresaglia dei nazisti che diventano sempre più intrnsigenti proprio mentre i carabinieri stavano aiutando Alleati e partigiani a costruire un ponte decisivo..Pasquale diventa importante nel momento in cui compie una scelta da uomo mite che crede in certi valori e la sottopone al suo capo, il brigadiere Amato, che “rilancia” in maniera inaspettata.. Nell’ambito del racconto è il testimone di quello che quei tre grandi uomini hanno fatto, il narratore degli eventi, il personaggio che resta in scena sino alla fine: a partire dal suo gesto imprevedibile tutto precipita e lui si sente molto in colpa ma saprà assumersi le sue responsabilità”.
“A parte la comune estrazione per cui ti sei rifatto ai tuoi antenati che cosa ti ha emozionato?”
“La storia in sé, i valori che proponeva che sono quelli in cui credo e che rappresentano l’orgoglio degli italiani, mi ha colpito molto il coraggio di queste persone che è rimasto ancora vivo all’interno del nostro spirito nazionale, mi ha emozionato molto l’opportunità di toccare queste corde e anche quella di lavorare con una serie di attori eccellenti che sono riusciti tutti a rendere il clima giusto, a dare un’umanità a chi lavora per la nostra sicurezza, a chi è disposto a dare la vita. Nel finale della storia mi sono molto commosso, è una bella differenza girare un film su qualcuno che è esistito davvero, un attore va comunque verso una direzione di verità ma sapere che un certo episodio che stai rappresentando è avvenuto davvero ti colpisce, ti emoziona. Fin dalla fase che ha preceduto le riprese abbiamo tenuto ben presente che stavamo raccontando i nonni di qualcuno, i nostri nonni, e quindi tutti gli italiani, certe costanti di sempre, la storia di chi ha fatto qualcosa di importante per salvare il proprio Paese e la propria gente. “A testa alta” mette in evidenza che se si riesce a salvare la pelle ma poi vengono distrutte le cose importanti intorno a noi non rimane niente: i martiri di Fiesole sapevano che questo era il conflitto decisivo: salvare la propria vita o salvare qualcosa di bello dei valori condivisi, delle tue persone di riferimento”.
“Ricordi un giorno più speciale di altri?”
“La scena che apre il film, l’abbiamo girata verso aprile, faceva ancora freddo e Ettore Bassi doveva gettarsi in un lago ghiacciato e nuotare.. è stato bravo a sopportare le avversità del freddo ma l’abbiamo preso in giro tutti in maniera atroce.. ferma restando la consapevolezza di tutti di stare facendo qualcosa di importante e utile il clima di cameratismo goliardico del gruppo faceva sì che alla fine si smitizzasse tutto, la storia è anche attraversato da momenti di lieve commedia che rappresentano la sua grande forza: nessuno di noi può vivere solo di estremo dolore e di senso di perdita Zaccaro in certi momenti si comportava un po’come un caporale al servizio militare richiamando all’ordine per cognome i suoi “sottoposti” e alimentando una sorta di scherzoso rapporto gerarchico, ma in realtà abbiamo dato vita tutti ad un bel gioco, facevamo gruppo anche nella vita, mangiavamo insieme, è nata un’amicizia profonda che ci ha portato a continuare a sentirci e vederci anche nei mesi successivi alle riprese”.

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Intervista ad Ettore Bassi (Sebastiano Pandolfo)

“Come sei stato coinvolto nel progetto?”
“Sono stato chiamato dal produttore Sergio Giussani con cui mi ero già trovato molto bene sia in “ Giuseppe Moscati –L’amore che guarisce” che ne “Il sorteggio”, due film tv da lui prodotti entrambi diretti da Giacomo Campiotti- verificando come si potesse lavorare bene insieme e cosa potessimo scambiarci. Mi sono sentito garantito dalla sua propensione per la qualità, è un produttore che si prende cura del set e delle sue “creature” e ho accolto subito volentieri il suo invito, sapevo che sceglie soltanto storie che portano con sé un contenuto importante e “A testa alta” mi è sembrata entusiasmante, ho sentito subito che valeva la pena di esservi coinvolto. Si tratti di storie che è necessario raccontare: la memoria va tenuta sempre viva, non ci si deve stancare di diffondere e di ricordare, anche i più giovani devono avere modo di capire e sapere cosa hanno vissuto i loro padri, i loro antenati per portare a casa quel senso della Patria che oggi viene calpestato troppo spesso in modo ignobile. Sarebbe bene ricordarlo sempre..Il mio personaggio, Sebastiano Pandolfo, è quello che muove i meccanismi della vicenda e accende senza volerlo la.. miccia perché è coinvolto in una sparatoria con alcuni nazisti provocandone la reazione per la morte di uno di loro e venendo fucilato. Nell’arco della vicenda poteva trattarsi quasi di un ruolo “di servizio” ma in realtà è un personaggio “rotondo”, ha una sua consistenza importante, un suo spessore, è lui che sceglie di farsi carico della missione di accompagnare con i suoi compagni un giovane partigiano aiutandolo ad attraversare una boscaglia per fargli raggiungere con un messaggio importante altri esponenti della Resistenza. Cronologicamente esce di scena prima degli altri carabinieri che continuano nelle loro missioni ma sino al momento finale della fucilazione è impegnato in diverse scene corali in cui a mio parere viene fuori molto bene l’umanità di queste persone”.
“Che tipo di intesa si è creata con Maurizio Zaccaro?”
“Ho visto all’opera un regista appassionato e desideroso di dar vita ad un lavoro di qualità che ti lasciava anche libero di esprimerti, di agire secondo la tua sensibilità: per me come attore questo rappresenta un ottimo modo di costruire il personaggio, una maniera di approcciare il lavoro molto interessante che aiuta a far venire fuori al meglio le proprie caratteristiche e qualità”.
“Che rapporto ha avuto invece con gli altri attori?”
“Molto amichevole, c’è sempre stata una sana complicità e il desiderio comune di portare avanti insieme nel miglior modo possibile un progetto che parlava di temi importanti, sapevamo di avere a disposizione un’ottima occasione e ci sentivamo tutti un po’caricati di una certa responsabilità. Il nostro gruppo di attori era impegnato a dar vita in scena alle dinamiche di un altro gruppo e questo ha portato logicamente a creare fra noi una forte coesione, tutto è filato via in modo piuttosto agevole e piacevole”.
“Ricordi qualche momento della lavorazione che ti ha colpito in modo particolare?”
“Sì, al’inizio del film si vedrà una sequenza all’insegna di un allegro cameratismo goliardico da parte del gruppo dei giovani carabinieri: ho dovuto immergermi per esigenze sceniche nell’acqua gelata che arrivava dai monti ed è stata una sensazione ahimè piuttosto indimenticabile perché eravamo a maggio ma non faceva affatto caldo.. Un’emozione particolare l’ho provata poi quando abbiamo filmato la sparatoria con i tedeschi in cui io e i miei compagni veniamo catturati: è stato molto stimolante ricreare quelle situazioni e sapere che quelle vicende erano accadute davvero, non ci era consentito di riviverle a cuor leggero e non ci siamo affatto risparmiati..”.

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"A testa alta", fiction Rai sui martiri di Fiesole
Il cast al completo

A testa alta- DVD

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2013 – 31° TORINO FILM FESTIVAL: ADELANTE PETROLEROS! L’oro nero dell’Ecuador

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(File integrale versione con sottotitoli in inglese, english subtitles version)

AGGIORNAMENTO ITALIA GENNAIO 2016

Il 22 dicembre 2015 il ministero dello Sviluppo economico ha firmato il decreto di conferimento per la concessione alla Petroceltic Italia srl, che si occuperà di ricerca petrolifera off shore

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ROMA – Via libera alle trivellazioni al largo di uno dei paradisi naturali italiani, le isole Tremiti, nel parco naturale del Gargano, al largo di Foggia, in Puglia. Il 22 dicembre il ministero dello Sviluppo economico ha firmato il decreto di conferimento della concessione alla Petrolceltic Italia srl, che fa capo all’irlandese Petroceltic International, specializzata nell’esplorazione, estrazione e trasporto nel settore oil & gas. Dai documenti che Repubblica ha ricevuto in anteprima, l’area interessata ha un’ampiezza di circa 373 chilometri quadrati ed è stata concessa alla multinazionale per quattro anni a 1.900 euro l’anno (5,16 euro per chilometro quadrato).

“La domanda è stata presentata quattro anni fa ma pensavamo che, visto il trascorrere di tutto questo tempo, non fosse stata accolta” denuncia il leader dei Verdi Angelo Bonelli “e invece poco prima di Natale ecco qui il decreto. In questo modo si va ad intaccare un’oasi naturale, come ne sono state intaccate tante altre in Italia per le esplorazioni petrolifere, dall’Adriatico al Canale di Sicilia. Questa concessione alzerà un polverone: già in agosto i pescatori delle Tremiti hanno protestato contro questo provvedimento”.

Su Facebook è nato anche un gruppo “No alle trivellazioni vicino alle Tremiti, Gargano, Adriatico” che raccoglie le proteste della comunità locale sulle trivellazioni. In settembre dieci Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) hanno depositato in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa e sul territorio. A guidare l’iniziativa la Bascilicata. E proprio oggi il presidente del consiglio regionale della Basilicata, Piero Lacorazza (Pd), in una nota ha criticato il presidente del consiglio, Matteo Renzi: “Sarebbe bello se Renzi, che attacca i media perché non parlano sufficientemente dei risultati del governo, manifestasse lo stesso interesse verso il tema del referendum sul petrolio, che non è meno importante del reato di clandestinità, delle unioni civili e degli altri temi che sono al centro dell’agenda politica nazionale”. Lacorazza ha ricordato: “La Cassazione non ha bocciato cinque quesiti su sei. Su tre quesiti il governo Renzi ha cambiato le norme e sterilizzato i quesiti”, un altro è stato trasferito alla Corte Costituzionale e per altri due i delegati di alcune Regioni solleveranno il conflitto di attribuzione proprio davanti alla Corte Costituzionale.

fonte: La Repubblica  10 gennaio 2016 –AGNESE ANANASSO

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ADELANTE PETROLEROS – LETTERA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MATTEO RENZI

“Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. E’ impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale di petrolio e del gas in Italia a dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”. Matteo Renzi, al Corriere della Sera.

Gentile Signor Presidente del Consiglio, perché vuole trivellare, l’Adriatico, il Canale di Sicilia e la Basilicata se il quantitativo di petrolio che verrebbe estratto (stando ai dati ufficiali del Ministero per lo Sviluppo Economico) non coprirebbe neppure due mesi di consumi dell’Italia?

Signor Presidente, Lei è deciso ad andare avanti, tant’è che in un’altra intervista del 6 settembre 2014, nel caso non l’avessimo capito dall’articolo sul Corriere della Sera, ha sottolineato: “Siamo in una forte crisi energetica e non estraiamo il petrolio che c’e’ in Basilicata e Sicilia. Io la norma per tirar su il petrolio la faccio, anzi l’ho fatta. Allora, potro’ perdere qualche voto, ma lo tireremo fuori”. Le chiedo: è mai stato a Pozzallo? Pozzallo con le sue bellissime spiagge e un mare blu, limpido e pulito, rappresenta un patrimonio naturale dell’umanita’, non solo della Sicilia. Fra non molto, stando alle sue parole Signor Presidente, dall’incontaminata spiaggia di Pozzallo godremo di una straordinaria vista su decine piattaforme e trivelle che, 24 ore su 24, estrarranno il petrolio a poche miglia di distanza. Gentile Signor Presidente, in questi giorni (novembre 2014) il Governo sta concedendo il nulla osta alle richieste di avvio delle procedure per la ricerca di idrocarburi che si stanno abbattendo su molti Comuni del ragusano, dell’agrigentino e del trapanese. La Transunion Petroleum Italia nel fondale dello specchio d’acqua davanti alla costa iblea; l’Audax a 13 miglia da Pantelleria; nella stessa zona Agip e Edison hanno già chiesto ufficialmente di poter iniziare a trivellare in un perimetro di 171 chilometri quadrati;  la Northern Petroleum e Shell nei dintorni delle Isole Egadi. Gentile Signor Presidente, nell’estate del 2013, grazie a Mani Tese, sono stato in Ecuador per incontrare le comunità danneggiate da decenni di sfruttamento dei giacimenti di petrolio e per cercare di capire quello che presto potrebbe accadere nel cuore del parco Yasuní, in piena foresta amazzonica. Ho realizzato così Adelante Petroleros. Un film-documentario che racconta quello che abbiamo visto e riporta le voci di coloro che abbiamo incontrato. Abbiamo deciso di parlare di una risorsa, il petrolio, e di un paese, l’Ecuador, perché pensiamo siano paradigmatici di un fenomeno che travalica questi confini: le persistenti ineguaglianze nell’accesso, gestione e controllo delle risorse naturali provocano impoverimento delle persone e dell’ambiente naturale. Oggi, Signor Presidente, la invito a vedere questo film. “La terra non solo è un bene comune, ma è la nostra natura”. Ha dichiarato Carlo Petrini, di Slow Food, che in un convegno fiorentino ha citato la Costituzione dell’Ecuador come esempio di progresso e speranza. Petrini ha ricordato che in Ecuador, la Costituzione ha inserito il nome della Pacha Mama (dalla lingua quechua: Madre Terra, ovvero la dea primigenia della terra, dell’agricoltura e della fertilità) in riferimento alla sovranità territoriale, a difesa della biodiversità e del diritto al cibo; con ciò ha pubblicamente sostenuto che gli ecuadoriani hanno compreso la necessità fondamentale di essere lungimiranti sulle scelte ambientali del proprio territorio. Purtroppo quello che abbiamo visto e documentato girando nel cuore della foresta pluviale ecuadoriana fa affiorare uno scenario diverso da quello descritto da Carlo Petrini. In questo nostro viaggio, sono stati molti gli incontri con chi si oppone al disastro annunciato dal Presidente Rafael Correa, che il 15 agosto 2013, nonostante le belle parole della Costituzione, ha dichiarato concluso il progetto Yasunì ITT, istituito sei anni prima per proteggere uno dei luoghi a più alta biodiversità del pianeta dall’aggressione delle compagnie petrolifere: il parco nazionale dello Yasunì, mettendo così la foresta pluviale ecuadoriana in balia del land grabbing internazionale. Il fenomeno del land grabbing (letteralmente, razzia di terre) è facilmente spiegato: si tratta concessioni, ma a volte anche di acquisti massicci da parte delle multinazionali degli Stati più ricchi, di enormi porzioni di territorio nei Paesi più poveri del sud America, dell’Africa, etc, per trasformarli non solo in colture intensive che servono a sfamare e costruire una grossa riserva di cibo per l’occidente ma anche, e soprattutto, ad estrarre le ricchezze nascoste nel sottosuolo di quei paesi, fra tutti oro e petrolio. Quello che sta accadendo in queste terre, quindi, è la distruzione dell’ambiente locale e l’estinzione totale delle nazioni indigene che hanno nella foresta pluviale il loro territorio ancestrale. Si stima che una volta estratto tutto il petrolio disponibile nascosto sotto lo Yasunì si potrà fornire al mondo energia per soli dieci giorni. Per creare quello che si sta per distruggere ci sono invece voluti milioni di anni. “La terra ha abbastanza risorse per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di poche persone” diceva Ghandi. Ma ai “petroleros” le parole del Mahatma fanno solo il solletico. Ora Adelante Petroleros è in rete, visibile a tutti, anche a Lei Signor Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana. Mi auguro che, nella sua serratissima agenda, trovi il tempo (75 minuti) per la visione di questo film che, forse, l’aiuterà a riflettere sulle conseguenze della sua decisione. Il mondo, soprattutto oggi, può fare a meno del petrolio. Certo non sarà facile, su questo siamo tutti d’accordo ma, se avremo coraggio, potremo liberarci dei combustibili fossili e, alla fine, mi creda, saremo decisamente più felici!  Buona visione, Signor Presidente.

Maurizio Zaccaro, 9 dicembre 2014

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(file integrale versione con sottotitoli in italiano, italian version)

PROIEZIONI IN TUTTA ITALIA DISPONIBILI

PRENOTA

”ADELANTE PETROLEROS –L’ORO NERO DELL’ECUADOR” è disponibile per proiezioni e presentazioni pubbliche contattando FreeSolo Produzioni srl alla mail

freesoloproduzioni@gmail.com

Per organizzare una presentazione questa è la procedura:

1. Bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche in formato DCP.

2. Appena avete individuato un luogo e un periodo contattateci. Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità di noleggio e spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.

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BANNER

L’ISIS E’ UN BEL PROBLEMA, D’ACCORDO, MA NON PER QUESTO DOBBIAMO IGNORARE QUELLO CHE FRA NON MOLTO SUCCEDERA’ IN CASA NOSTRA CON IL DECRETO-LEGGE “SBLOCCA ITALIA” FORTEMENTE VOLUTO DA RENZI CHE, AGLI ARTICOLI 36-38, FACILITERA’ E ADDIRITTURA INCORAGGERA’ LE ATTIVITA’ DI ESTRAZIONE PETROLIFERA IN AREE DENSAMENTE POPOLATE COME L’EMILIA-ROMAGNA E LUNGO TUTTA LA COSTA ADRIATICA, IN MOLISE, PUGLIA, BASILICATA E IN SICILIA. FIRMATE QUI L’APPELLO DI “ENERGIA PER L’ITALIA” CHE INVITA IL GOVERNO A INVESTIRE SULLE RINNOVABILI, NON SUL PETROLIO.

http://www.energiaperlitalia.it/appello/

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“L’area amazzonica ecuadoriana è stata divisa in blocchi immaginari per permettere ai Governi di rilasciare le concessioni di sfruttamento petrolifero delimitandone l’estensione territoriale. A cavallo tra le province di Orellana e Pastaza si trova il Parco Nazionale dello Yasunì, che rappresenta una vasta area dell’Amazzonia ecuadoriana dichiarata Riserva Mondiale della Biosfera dall’UNESCO e considerata come uno dei posti a più alta biodiversità del pianeta. Nella stessa area si trova il territorio ancestrale degli indigeni Huaorani, che è in parte incluso nel perimetro del Parco. La superficie del Parco è divisa tra diversi lotti – i blocchi 14,15,16,17,31 e il blocco ITT – e ben 8 concessioni petrolifere. I blocchi 14,15,16 e 17 subiscono da molti anni le attività di sfruttamento petrolifero ad opera delle imprese petrolifere Repsol, OXY- Occidental Petroleum ed Encana, nonostante l’opposizione delle comunità indigene.
A seguito della proposta del governo ecuadoriano di lasciare il greggio del blocco ITT nel sottosuolo, coprendo la metà di tale greggio non estratto con la vendita ai paesi del Nord del Mondo di bond emessi dallo Stato, nel 2008 viene istituito il Fondo per la Transizione Energetica, denominato “FIDEICOMISO Yasunì-ITT” (Fondo fiduciario Yasunì ITT), destinato a raccogliere i contributi a sostegno del progetto Yasunì-ITT, che è stato firmato nel 2010 dalle Nazioni Unite col governo ecuadoriano.

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“Nei prossimi trenta anni ci sarà una grande disponibilità di petrolio e nessun compratore. Il petrolio sarà lasciato sotto terra. L’età della pietra non finì perchè ci fu una mancanza di pietre, così l’età del petrolio non finirà perchè mancherà il petrolio…”
Sua Eccellenza Sceicco Ahmed Zaki Yamani, ministro del petrolio in Arabia Saudita dal 1962 al 1986. Oggi presidente del Centre for Global Energy Studies, di Londra.

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Interesse verso il progetto è stato mostrato anche da alcuni paesi europei, quali Norvegia, Spagna, Germania, Francia e Portogallo, dove i movimenti sociali si sono mobilitati affinché i rispettivi governi vi aderiscano. Si parla di “Yasunizzazzione”, un modello estendibile al resto dell’America Latina, come evidenzia l’attenzione dimostrata da paesi come il Perù,la Bolivia e il Guatemala.
Si stima che grazie all’iniziativa Yasunì ITT, verranno lasciati nel sottosuolo 846 milioni di barili di petrolio, equivalenti a circa 10 giorni di consumo di petrolio nel mondo, e corrispondendo a 407 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 risparmiato.

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L’avvocato di origini Cofan Pablo Fajardo con alle spalle la possente documentazione della causa alla Texaco-Chevron

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“Adelante Petroleros – L’oro nero dell’Ecuador ” versione con sottotitoli in spagnolo

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DOCUMENTI

Cadena Nacional Ecuador – Discorso di Correa
18 Agosto 2013
Cari ecuadoriani ed ecuadoriane e soprattutto i giovani della mia patria, della grande patria, sei anni fa con allegria, entusiasmo e forse anche con un po’ di ingenuità, abbiamo presentato al mondo l’iniziativa Yasunì ITT, proponendo al pianeta di non sfruttare, a tempo indeterminato, le riserve petrolifere del blocco Ijpingo, Tiputini, Tambococha, più noto come ITT. Una riserva stimata in 900 milioni di barili, che corrispondono al 20% delle riserve conosciute del paese. Così facendo si eviterebbe di disperdere nell’atmosfera più di 400 tonnellate di Co2, collaborando, in questo modo, alla lotta contro il riscaldamento globale. A questo scopo la comunità internazionale avrebbe dovuto contribuire con almeno 3.600 milioni di Dollari, che, allora, rappresentavano circa il 50% di quanto lo Stato avrebbe percepito se avesse sfruttato l’ITT. Non era carità quello che chiedevamo, era corresponsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico. Il Popolo ecuadoriano era il maggior contribuente, visto che l’Ecuador inquina in modo marginale, ciò nonostante con questa proposta sacrificava 3.600 milioni di Dollari di reddito petrolifero. La compensazione che si esigeva aveva una perfetta logica ambientale ed economica. Costituiva un giusto pagamento per la generazione di beni ambientali. Senza la foresta amazzonica, principale polmone del mondo, probabilmente la vita sul pianeta sparirebbe, nonostante questo i Paesi amazzonici non ricevevano nulla in cambio di questo bene fondamentale per la vita. La proposta sperava di svegliare la coscienza del mondo e generare una nuova realtà: passare dalla retorica ai fatti, esigendo la corresponsabilità della Comunità Internazionale, nella lotta contro il riscaldamento globale. Senza cercare nessun tipo di merito, io credo che il Paese mi conosca, ma solo come precisazione per la storia, chi ideò e propose l’iniziativa nella riunione della Direzione di Petro Ecuador nel Giugno del 2007, fu proprio il Presidente della Repubblica. Purtroppo dobbiamo dire che il mondo ci ha abbandonato. Attualmente vi sono solo 13.3 milioni di fondi disponibili, depositati nel conto fideiussorio Yasunì ITT. Questo è appena lo 0,37% di quanto ci si aspettava. Vi sono compromessi, non direttamente vincolati all’iniziativa, per altri 116 milioni di Dollari. Perché questo insuccesso? Sicuramente abbiamo commesso degli errori con questa proposta estremamente innovativa, però vi assicuro che in nessun modo quegli errori sono stati pregiudiziali. Credo che l’iniziativa precorse i tempi, e non poté o non volle essere compresa dai responsabili del cambiamento climatico. Abbiamo avuto anche sfortuna, in quanto l’iniziativa venne lanciata durante la peggior crisi economica globale degli ultimi 80 anni. Però che nessuno si Inganni, il fattore fondamentale dell’insuccesso è stato che il mondo è una enorme ipocrisia e la logica che prevale non è quella della giustizia, ma la logica del potere. E’ molto semplice, cari giovani, i paesi che inquinano sono anche i più ricchi e i più forti, e se i beni ambientali, generati da altri, sono di libero accesso, perché dovrebbero pagare qualche cosa? Immaginatevi per un attimo se la situazione fosse il contrario, se fossimo noi, paesi poveri, ad essere quelli che inquinano, e i paesi ricchi quelli che possiedono la foresta amazzonica che genera aria pulita. Ci avrebbero assillati per obbligarci a pagarli per tali beni. Questa è la grande lotta, cari giovani, un mondo dove regni la giustizia e non solo la convenienza dei più forti. Nel frattempo dobbiamo vincere la povertà, dobbiamo costruire ospedali, scuole adeguate, alloggi, energia, fare in modo che ogni territorio abbia i servizi pubblici indispensabili. A questo fine l’Ecuador ha approvato il piano nazionale per il benessere, che contiene un programma di investimento di tutto lo stato, inclusi i governi autonomi decentralizzati, un piano di circa 70 mila milioni di dollari, per poter fare in modo che ogni angolo del Paese abbia le sue UPC, centri, scuole, tutto il necessario che deve garantire lo Stato. Vivendo ci siamo abituati, non ci sorprende, ci siamo abituati a vivere con malattie come dengue (che malattia è?), colera, gastroenteriti, che sono patologie della miseria, non dovrebbero esiste, e non esistono nei paesi con adeguati servizi sanitari, acqua potabile, fognature, cose delle quali, in pieno ventunesimo secolo, può beneficiare solo la metà della popolazione ecuadoriana, ascoltatemi giovani della Patria, solo la metà degli ecuadoriani dispongono di adeguati servizi sanitari, acqua potabile, fognature. Molto difficilmente riusciremo a raggiungere nel 2015 l’obiettivo del millennio in merito alla denutrizione, questo proprio a causa della mancanza di questi servizi sanitari. La nostra acqua dolce si sta distruggendo, non a causa delle miniere, come dicono alcuni bugiardi, ma per la mancanza di condutture dell’acqua nelle nostre città. Anche la foresta si sta distruggendo, ma a causa dell’espansione della frontiera agricola e pecuaria (credo voglia dire allevamento, ma devo controllare), specialmente in Amazzonia. Per evitare tutto questo c’è bisogno di fonti alternative di impego e di guadagni. Le nostre popolazioni ancestrali ed etnie minori, vivono nella povertà, e alcuni pretendono di mantenerli in quelle condizioni, in nome della “preservazione delle loro culture”. Come se la miseria, il maggior insulto per la dignità umana, facesse parte del folklore. Per tutto quanto detto, concittadine e concittadini, giovani della grande Patria, con profonda tristezza, ma anche con assoluta responsabilità nei confronti del nostro popolo e della storia, ho dovuto prendere una delle decisioni più difficili di tutta la mia carriera governativa. Oggi ho firmato il decreto esecutivo per la liquidazione dei fondi fideiussori dello Yasunì ITT e con questo porre fine a questa iniziativa. Nello stesso tempo, in questo decreto, ordino l’elaborazione di relazioni tecniche, economiche e giuridiche, per sollecitare l’Assemblea Nazionale, in accordo con l’articolo 407 della Costituzione, a dichiarare di interesse nazionale lo sfruttamento del petrolio nello Yasunì. Sfruttamento che coinvolgerà, ascoltate bene popolo ecuadoriano, e specialmente cari giovani, ascoltatemi bene, uno sfruttamento che coinvolgerà meno dell’1% del Parco Yasunì. Potete vedere nei vostri monitor il parco che comprende più di un milione di ettari. L’estrazione petrolifera, con tecniche adeguate, coinvolgerà meno dell’1% del parco. Questa promessa la sto includendo nel progetto stesso e la supervisionerò personalmente. Il popolo ecuadoriano mi conosce, se dico personalmente io ci sarò. Cito: decreto numero 74 del 15 Agosto 2013, Articolo 5: nel caso l’Assemblea Nazionale autorizzi l’estrazione, questa non potrà svolgersi in un area superiore all’uno per cento (1%) del Parco Nazionale Yasunì. Potremmo per questo creare una supervisione di cittadini, però di persone oneste, non di fondamentalisti con insensate agende contro tutto, che raggiunsero a malapena il 3% dell’adesione popolare nelle ultime elezioni. E’ una menzogna rozza e irresponsabile quello che hanno sollevato i soliti gruppi. Un inganno nel quale cadono molti giovani di buon cuore: Yasunì o petrolio? Questo non è vero, cari giovani, non permetterei mai che lo Yasunì sparisse. Ci hanno ingannato con un falso dilemma: tutto o niente? Sfruttare l’ITT o far sopravvivere lo Yasunì? E’ un falso dilemma, che fa parte di un falso ancora maggiore: natura o estrazione? La Norvegia è un paese petrolifero, ed è uno dei paesi che cura maggiormente la sua natura, oltre a essere uno dei campioni in sviluppo umano. Il Canada è un paese minerario, e ha le maggiori riserve di acqua dolce del pianeta. Quanto hanno detto quelle persone è falso, cari giovani. Attualmente, in funzione della tecnologia disponibile per il recupero del petrolio e sulla base del prezzo del petrolio, lo sfruttamento delle risorse dell’ITT raggiungerebbe un introito netto di 18.292 milioni di Dollari, 18.292 milioni di Dollari, più di 11.000 milioni di Dollari addizionali rispetto a quanto originariamente si era stimato. Quindi il vero dilemma è: 100% dello Yasunì e nessuna risorsa per soddisfare le necessità urgenti della nostra gente? O il 99% dello Yasunì intatto e circa 18.000 milioni per vincere la miseria? Soprattutto in Amazzonia, che è la regione con la massima incidenza di povertà. Insisto, nel suo vero contesto e senza inganni, senza falsi dilemmi, senza menzogne, la scelta è: 100% dello Yasunì e nessuna risorsa per combattere la miseria? O il 99% dello Yasunì, almeno il 99% dello Yasunì intatto e circa 18.000 milioni di Dollari per combattere la miseria, per dare alle nostre popolazioni i servizi che meritano e che per tanto tempo gli sono stati negati? Credo che la scelta sia scontata. Di queste risorse i Governi Autonomi decentralizzati dell’Amazzonia, per la Legge 010, riceverebbero circa 258 milioni di Dollari, e per la ripartizione del 12% dell’eccedenza petrolifera, circa 1.882 milioni di Dollari, con questi l’Amazzonia potrà con facilità uscire dalla sua arretratezza storica. Tutto questo oltre a circa 1.568 milioni di Dollari che riceverebbero tutti i Governi Autonomi decentralizzati del Paese, per la loro partecipazione di legge ai redditi petroliferi. Arriveranno i soliti ciarlatani a dire che questa decisione è frutto delle eccessive spese pubbliche, come se fosse un delitto investire in salute, educazione, benessere del nostro popolo. La verità è che queste risorse non sono neanche per il nostro governo, bensì per il futuro. Ecuadoriani guardate il grafico, lì vengono indicate le curve di produzione stimate, dei campi Tiputini e Tambococha, solo una piccolissima parte verrebbe ricevuta dal nostro Governo, cioè fino all’anno 2017. La maggior parte della produzione e dei redditi petroliferi, arriverà dopo il nostro Governo. Non agiamo per le prossime elezioni, agiamo per le prossime generazioni, per il futuro della nostra Patria.
Applauso
Chiedo ai nostri compagni e all’opposizione responsabile, che c’è all’interno dell’Assemblea Nazionale, appoggio in questa dura, ma necessaria decisione. Lo Yasunì continuerà a vivere, ma la povertà diminuirà, e, con un po’ di fortuna e adeguate decisioni, la sconfiggeremo definitivamente. I lavori nel campo Tiputini inizieranno nelle prossime settimane, una volta terminata la consultazione previa e ottenuti i rispettivi permessi ambientali, visto che l’80% di questo campo è fuori dal parco. Faceva parte dell’iniziativa, perché, come sempre si è detto, il problema non è l’estrazione del petrolio, che realizzata tecnicamente ha un impatto minimo, bensì l’emissione di Co2 quando verrà utilizzato, bruciato, questo greggio. I lavori saranno a carico dell’impresa statale Petro Amazonas. Un esempio il campo Pañacocha di Petro Amazonas, sviluppato interamente dal nostro Governo, è stato premiato a livello internazionale per aver seguito, e superato, i parametri per la preservazione ambientale, e ha fatto uscire dalla miseria le comunità amazzoniche di Playa de Cuyaveno e Pañacocha. Presto inaugureremo le comunità del millennio di Pañacocha e Cuyaveno. Qualcosa di straordinario, fuori dagli schemi. Probabilmente il Paese non lo sa, ma, attualmente, ci sono quattro punti di estrazione di petrolio nel Parco Yasunì, esempio di sfruttamento rispettoso dell’ambiente. Nei prossimi giorni, ecuadoriane ed ecuadoriani, ci sarà una campagna di comunicazione per spiegare dettagliatamente a tutto il Paese le tecniche di estrazione, di ultima generazione, che verranno utilizzate. Cari giovani, che non ci ingannino con semplicistici: tutto o nulla e buoni contro cattivi. Il mondo non funziona così. Qui ci sono persone di buon cuore, come voi, noi vogliamo preservare la natura, ma vogliamo anche porre fine alla miseria. A nome della Patria ringrazio caldamente Ibombaki (controllare nome) che si dedicò interamente e come responsabile diretta, all’iniziativa Yasunì ITT. Lo ha fatto con grande affetto, con patriottismo, con dedizione, sacrificio e passione, nonostante tutto questo e le sue grandi capacità, non si sono raggiunti gli obiettivi prefissati, a causa dei motivi esposti prima. Voglio anche ringraziare tutte le persone che hanno messo il cuore, durante questi anni, per il successo dell’iniziativa, in particolar modo Lenì Moreno (controllare nome), ex Vicepresidente della Repubblica, figlio dello Yasunì, nato a Neorocafuerte (controllare nome città) che ha messo tutta l’anima in questa utopia. La nostra eterna gratitudine va all’appoggio e ai contributi di tutti i cittadini, con una coscienza, del mondo. Dalle istituzioni dei governi di paesi amici, fino alle semplici scuole rurali. In particolare vogliamo ringraziare i nostri concittadini che, in maggioranza, hanno sempre appoggiato questa iniziativa rivoluzionaria. Abbiamo sempre potuto contare sull’inestimabile appoggio della comunità scientifica e accademica, che riconobbero immediatamente il carattere rivoluzionario dell’iniziativa Yasunì ITT. Cari giovani, per sei anni abbiamo fatto tutto quello che abbiamo potuto, non abbiate il minimo dubbio. Spero che comprendiate che tutto questo ritardo ha significato che milioni di ecuadoriano sono rimasti senza acqua potabile, bambini sono morti o cresciuti male per cause assolutamente evitabili. Centinai di migliaia di giovani senza infrastrutture educative adeguate. Persone senza possibilità di accesso ai servizi sanitari. In questi giorni ho ricevuto migliaia di Twitters, messaggi, plotoni di giovani difendevano lo Yasunì. Sono molto orgoglioso di voi. Nuove generazioni che crescono con una grande coscienza ecologica, in gran parte grazie agli sforzi della rivoluzione dei cittadini. Voi amate la vita, anch’io amo la vita, l’Ecuador ama la vita, ma vi sono delle morti che sono un vero crimine nel ventunesimo secolo, a causa di dengue, amebiasi, denutrizione, ripeto, patologie della povertà. A voi non piace il petrolio? Vi assicuro che anche a me non piace, però a tutti dovrebbe disgustare ancora di più la miseria. Non ingannatevi, abbiamo bisogno delle nostre risorse naturali per superare quanto prima la povertà e per uno sviluppo superbo. Chi vi dice il contrario vi sta mentendo. Il più grave attentato ai diritti umani è la miseria, e l’errore maggiore è subordinare tali diritti umani a supposti diritti della natura. Non importa che vi sia fame, mancanza di servizi, l’importante è il conservazionismo ad oltranza. Anche questo è un falso dilemma, visto che l’essere umano fa parte della natura, e anche la povertà è un attentato contro la pachamama (non ho idea di cosa voglia dire), con lo sfruttamento eccessivo della terra, il disboscamento indiscriminato, l’inquinamento dei nostri fiumi, tutto per mancanza di servizi adeguati. Care ecuadoriane, cari ecuadoriani, cari giovani della patria, possiamo avere la coscienza tranquilla, la proposta Yasunì ITT è stata la proposta più seria e concreta nella lotta contro il cambiamento climatico, in tutta la storia dell’umanità. Non lo diciamo noi lo dice Miguel Escoto (Controllare il cognome), ex Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Però dobbiamo vegliare sul nostro popolo, sulla la nostra gente, soprattutto sui più poveri. Questa decisione è una disillusione per tutti, però è necessaria. Non possiamo fare più nulla senza pregiudicare il benessere della nostra gente. La storia ci giudicherà. I soliti ciarlatani possono dire ciò che vogliono. Voi, cari giovani, abbiate la certezza che nessuno difende di più lo Yasunì, e a nessuno fa più male questa decisione, che al compagno Presidente. Tra poco i soliti opportunisti, cercheranno di politicizzare tutto questo, di destabilizzarci, confidate nel vostro governo e non cadete in questi giochi e, cosa ancora peggiore, nella violenza che certi gruppi cercheranno di generare sulla base di una “vuota resistenza”. Io sarò sempre a disposizione di voi giovani e del popolo ecuadoriano. Vi faccio un appello alla fiducia, potremo sbagliarci, però mai in mala fede. Non cadete nelle falsità dei soliti opportunisti. Ricordatevi quando si inventarono un olocausto degli squali, dissero che scambiavamo voti per pinne. Tutte menzogne. Oggi ci fanno i complimenti e ci imitano, perché abbiamo il miglior sistema di controllo di pesca degli squali di tutta la regione. Non rinunceremo mai all’utopia. In questi anni abbiamo dimostrato il nostro amore per lo Yasunì e reiteriamo la nostra promessa di vegliare perché la sua integrità e le sue meraviglie durino per sempre, però sfruttando le risorse del suo sottosuolo, in modo responsabile, a favore delle ecuadoriane e degli ecuadoriani, con estrema attenzione e con grande amore. Niente per noi, tutto per la patria. Hasta la victoria siempre.

INTERVISTA AD ESPERANZA MARTINEZ
http://www.accionecologica.org/

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Sfortunatamente Yasuni è la nuova frontiera petrolifera… disgraziatamente è la zona dove vi sono le riserve più consistenti di petrolio dell’Ecuador. E’ un petrolio che ha un grande peso, un petrolio difficile da estrarre, estrarlo vuol dire inquinare di più, ha effetti molto diversi rispetto a quelli che siamo abituati a conoscere. Dico sfortunatamente, perché dopo che da tanti anni conosciamo le conseguenze dell’estrazione del petrolio. Questa è una zona meravigliosa, lo potete vedere…è una zona biodinamica, dove vivono popolazioni che hanno saputo conservare l’eco sistema, dove i bambini vivono nell’acqua e purtroppo è proprio l’acqua che trasporta l’inquinamento. Stiamo vivendo in un’epoca e in un posto dove, la frontiera petrolifera, invade uno dei paradisi più importanti, non solo dell’Ecuador, ma probabilmente azzarderei a dire, del mondo.

Io credo che quando la Texaco arrivò in Ecuador, noi ecuadoriani, non avevamo la più pallida idea di quali sarebbero state le implicazioni di una operazione petrolifera… abbiamo creduto alle storie raccontate dalle compagnie petrolifere, cioè che ci saremmo convertiti in un nuovo Quwait, che saremmo diventati tutti milionari…per cui il modello petrolifero, con auto, case, città, si impose nella mente degli ecuadoriani, soprattutto quelli che vivevano nelle città. Tuttavia dopo che la Texaco ha lavorato qui tanti anni e dopo che ha lasciato una devastazione totale nella zona, con popolazioni sterminate, con casi di cancro impressionanti…questa è una zona con il maggior numero di casi di cancro in Ecuador…e con un impoverimento enorme…in Ecuador si vive un paradosso, che non è un paradosso in fondo, è logico, e cioè: dove c’è petrolio, c’è maggior povertà. Le zone dove si estrae il petrolio, sono zone dove si perdono le condizioni di vita, cosa che lo Stato non riesce a risolvere…zone dove viene più gente a vivere, persone che si adattano a misere condizioni di vita, dove si perde la qualità dell’acqua, per cui la gente si ammala… dove il modello di vita autosufficiente che c’era prima, e che ci permetteva di parlare di comunità che non erano povere, che vivevano in un eco-sistema ricco e che sapevano gestire, iniziano a vivere in condizioni di povertà e di totale marginalità: impoverimento per la distruzione arrecata e marginalità perché lo Stato non investe in queste zone quanto ottenuto dal petrolio…perché il modello petrolifero non è fatto per essere investito nelle zone povere, il modello petrolifero è fatto per essere investito verso l’alto e verso l’esterno: verso l’alto per i gruppi d’élite e verso l’esterno per i paesi industrializzati.

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Courtesy of David Gilbert © Photographer

La Chevron-Texaco ha una sentenza definita, questo significa che ormai sono state superate tutte le tappe di appello possibile…la Chevron-Texaco dovrebbe risarcire l’Ecuador, per le multe che le sono state comminate per non aver chiesto scusa, infatti è stata emessa una sentenza per danni morali, dovrebbe pagare 19 milioni di dollari…questo coprirebbe quasi, anzi più del debito pubblico dell’Ecuador, quasi il doppio del debito pubblico dell’Ecuador…e comporterebbe tutta una serie di misure di riparazione che la Texaco non è disposta ad attuare…io direi che non è per non avere abbastanza soldi, ma per il fatto che sarebbe un precedente pazzesco per loro, perché la Texaco opera, così come ha fatto in Ecuador, in altre parti del mondo. Adesso, dopo questa sentenza, si sa esattamente quali possono essere i danni e quali possono essere i costi nel ripulire tutto quello che è stato contaminato, la Texaco dovrebbe pagare quei soldi, invece ha preferito pagare milioni di dollari in avvocati e in una difesa assurda, che è stata definita dai giudici una difesa abusiva e ingiusta. Una difesa che ha fatto perdere tempo ai querelanti, molti dei quali stanno morendo di cancro, che ha fatto perdere tempo ai giudici, che si sono dovuti leggere dopo ogni ispezione tonnellate di carte… insomma un modo per cercare di eludere la giustizia, cosa che continuano a fare chiedendo nuovi appelli contro gli avvocati e contro i querelanti. Questo è un abuso dell’uso del diritto, perché invece di investire nel recupero del territorio e del danno arrecato, loro investono nel cercare l’impunità.

Si, in effetti c’è un caso simile a quello della Texaco, contro la compagnia nazionale, che ha appena ottenuto una sentenza favorevole nella zona di Pacayacu (controllare come è scritto), una zona dove da tempo opera Petro Ecuador. E’ un caso molto interessante, perché la Texaco ha sempre sostenuto che non c’è giustizia in Ecuador, perché viene sempre sanzionata la Texaco e mai la compagnia nazionale, invece ora è appena stata data una sanzione alla compagnia nazionale, con una situazione simile a quella della Texaco, anche questa con un piano di recupero simile. Una delle cose che abbiamo appreso, sfortunatamente e con dolore qui in Ecuador, è quello che si deve chiedere alle imprese, cioè a dire: cosa si deve chiedere alle imprese? Prima si diceva: che smetta di contaminare, oppure che ripulisca, ora invece si ha una percezione più precisa su ciò che vuol dire riparare i danni. Ora si sta parlando di recupero totale, e il recupero totale non implica solo il ripulire, non è solo compensare quanto si è perso, non solo recuperare i tuoi diritti, il recupero della salute, il recupero dell’ecosistema, ma è anche sanzionare i responsabili, solo in questo caso ci si sente veramente ripagati, è una cosa fondamentale, e diventa una garanzia che questo non accada nuovamente. Seguendo quanto dice la nostra costituzione, questi sono i cinque concetti fondamentali, importantissimi. Quello che si sta chiedendo alla Chevron-Texaco è che rimedino integralmente quanto hanno fatto. Quello che si sta chiedendo a Petro Ecuador, il caso che si è appena vinto, è che rimedino integralmente. Quello che alcune comunità locali vogliono chiedere, e per questo vi sono già state delle manifestazioni, ad esempio nel caso dell’ultima perdita dell’oleodotto avvenuta un mese fa, è anche in questo caso che si rimedi integralmente. Che cosa vuol dire riparazione totale, come nel caso di quest’ultima perdita di petrolio? Significa che a causa di queste perdite la gente ha perso l’acqua, non ha più acqua pulita, per cui deve essere risarcita con una nuova sorgente di acqua pulita. Significa che bisognerebbe investigare sul danno che è stato provocato in termini di salute. Voi siete stati qui, avete sentito che clima c’è, dovete aver capito che la gente qui vive nel fiume. I bambini sono come pesciolini, passano gran parte del tempo nell’acqua. In un posto come questa comunità, dove non ci sono tante altre possibilità d’intrattenimento, dove non c’è la possibilità di portare avanti un lavoro creativo con i bambini, bisogna vedere quale è stato, per i bambini, l’impatto di tutto questo in materia di salute, e bisognerebbe avere delle garanzie che non vi siano più perdite di petrolio in futuro e, ovviamente, applicare la sanzione corrispondente. Quello che la gente chiede, nel caso di quest’ultima perdita, è proprio una riparazione integrale, con l’aggravante, che questa non è stata la prima perdita, non è la prima volta che si è rotto un tubo. Qui si rompono dei tubi tutti gli anni e a volte tutti i mesi. Queste perdite producono un effetto di accumulazione, l’inquinamento ha un effetto di accumulazione. Non è detto che un barile più un barile, facciano due barili, l’effetto è sinergico, è un effetto a cascata. L’effetto, l’impatto dell’inquinamento viene aumentato, ingigantito.

Io credo di si, credo che il Governo abbia scelto già tempo fa di voler sfruttare il petrolio. Voler sfruttare il petrolio, non è la stessa cosa di sfruttare il petrolio, per questo è importante dire che in questo paese si è deciso di sfruttare il petrolio in molte zone. A Zarayacu sono già 15 anni che è stato deciso di sfruttare il petrolio, ma non è ancora stato fatto. Nel sud dell’Amazzonia, è da più di 10 anni che si parla di sfruttare il petrolio, ma questo non avviene. Il Governo vuole sfruttare il petrolio. Ha sostenuto un piano di infrastrutture che gli permetta di sfruttare il petrolio. Però qui c’è una società, la Società Ecuadoriana, che ha detto di no allo sfruttamento del petrolio, e si è attivata per fare in modo che sia così. Noi abbiamo strumenti legali, istituzionali, per fare in modo di evitare che quella operazione inizi. Io credo che, anche se il Governo vuole sfruttare il petrolio, se le comunità locali, la società, la comunità internazionale non vogliono, abbiamo ancora speranze perché questo non accada. Che si riesca ad ottenere che Yasunì sia ciò che volevamo che fosse quando è stata lanciata questa iniziativa: un paradiso che bisogna proteggere.

Io credo che Correa non fosse preparato al significato e alle dimensioni di tutta questa iniziativa. Un’iniziativa che viene alimentata e costruita dalla società. Una società che si rende conto che le comunità qui sono sedute non solo su un sacco pieno di oro, ma su una ricchezza impressionante, questa è una zona che possiede un’enorme ricchezza, con acqua, con biodiversità, con possibilità e potenziali di ogni genere, con una bellezza paesaggistica incredibile. Correa sta pensando solo alla possibilità di estrarre petrolio e di fare in modo che le ricchezze che abbiamo diventino funzionali a livello internazionale, ma Correa si sbaglia, non è il mondo che gli sta chiedendo che non venga sfruttato il petrolio, sono le comunità locali, siamo noi ecuadoriani che non vogliamo che venga sfruttato. Siamo noi ecuadoriani che abbiamo creato un modello per cui la cittadinanza mondiale possa partecipare a creare un diverso modello di civilizzazione. Noi invitiamo la comunità internazionale non a dare un contributo, ma a impegnarsi ad usare meno petrolio. Come? Che comprino un barile di petrolio, ma che non lo estraggano. E’ un impegno… il nostro invito non è che ci diano denaro, non è vendere dei diritti, no, il nostro invito è di diventare parte di un cambiamento nel modello di civilizzazione, che non sia basato solo sullo sfruttamento delle materie prime, come il petrolio. Ora non si può più scegliere, ora bisogna cambiare e pensare ad una civilizzazione post-petrolio.

E’ così. Stiamo parlando di termini, il nostro è un orizzonte a lungo termine, eterno potremmo dire. Noi stiamo pensando alla vita di questo ecosistema, alla natura, che in Ecuador ha dei diritti, alle comunità, che in Ecuador e nel mondo, hanno dei diritti, e la loro possibilità di proiettarsi nel futuro. Il nostro non è un progetto per 25 anni di estrazione di petrolio, il nostro è un progetto di vita. Come ho detto, io credo che ci siano ancora possibilità per portarlo avanti.

Questo è vero. E’ proprio un cambiamento nel modello di civilizzazione. Quello che dico infatti è che non è solo una questione di estrazione di petrolio, è una questione di cambiamento di mentalità, dove si devono prendere in considerazione varie premesse. Una premessa è che si possono estrarre dalla natura ricchezze, ma limitatamente, senza che questo comprometta la natura. Su questa cosa ci sono già in atto dei dibattiti. Dibattiti, che nel caso dell’Ecuador, hanno portato a riflettere sul fatto che la natura è un “essere” e come essere ha diritto ad esistere e riprodursi. Questo deve portare anche a riflettere sui sistemi di vita: la vita urbana ad esempio, il mangiare mele cilene in inverno e ovunque…no dobbiamo sapere che dobbiamo adattarci ad un sistema di vita che non sia così carico di petrolio. Noi parliamo di de-petrolizzare l’economia, l’energia, e anche di modelli per decentralizzare la vita e alla fin fine di fermare lo sviluppo. Dobbiamo pensare che il paradigma dello sviluppo non è quello che porterà felicità all’umanità, né alla sopravvivenza, né alla possibilità di un futuro.

Un benessere che si nota ad esempio se paragoniamo l’aspetto esterno, del corpo degli indigeni, prima dell’inizio dell’attività petrolifera. Prima erano grandi, forti, le gambe erano potenti, un fisico adatto a muoversi, e bello oltre tutto. Ora invece abbiamo una pancetta creata proprio dal welfare della Repsol e anche dalla birra che fa parte anch’essa del welfare delle imprese petrolifere. Effettivamente le imprese petrolifere investono molto in infrastrutture, non tanto perché sia una necessità o quello che chiede la gente, anche se a volte può esserlo, ma è l’investimento più semplice e soprattutto perché diventa uno strumento di pressione e di ricatto nei confronti delle comunità. E’ facile neutralizzare le comunità con alcuni tipi di investimento. Che tipo di investimento si può fare arrivando per esempio in questa comunità? E’ molto complicato, le case? La cosa più semplice è costruire una casa comunale, a volte un centro per la salute, in alcuni casi arrivano a costruire ospedali, ma questi si possono contare sulle dita di una mano. La maggior parte delle volte investono in centri per la salute, che dopo 2 anni già non hanno più un medico, oppure in una scuola, che dopo 2 anni diventa un negozio. Oppure in una casa comunale che alla fine rimane inutilizzata, perché la gente non vive in questo tipo di struttura, se la guardate vi renderete conto. La gente vive dentro la comunità. La gente non vive nelle strutture che si stanno inventando adesso a Panacocha, che sono più…voi siete andati a Panacocha? Dovreste andarci perché è una situazione molto strana…è il modello petrolifero, comprese tutte le paure che ci sono state nel passato. Io ricordo che in passato si diceva che quello che si odiava del comunismo era che tutto sarebbe stato uguale e non ci sarebbe stata libertà, ecco lì tutto è uguale, tutto brutto e non c’è libertà. Non c’è segnale per i telefoni e neanche cose basilari perché la gente possa comunicare. E’ una specie di prigione con pareti bianche.

INTERVISTA AD ALBERTO ACOSTA

Alberto Acosta

In primo luogo bisogna ricordare che il progetto Yasunì I.T.T, l’iniziativa Yasunì I.T.T., nasce dalla società civile, dopo un lungo periodo di sfruttamento petrolifero in Amazzonia, iniziano a vedersi gli aspetti nocivi in questa regione. Inquinamento provocato dall’erosione, provocata dalla distruzione dell’aria, dalla distruzione del terreno, dalla distruzione dell’acqua e questo provoca reazioni in vari settori dell’Amazzonia ecuadoriana, che iniziano a considerare inaccettabile questa attività petrolifera. Nell’anno 2000 nasce, attraverso uno studio accademico, l’idea di un Ecuador post petrolifero, dove si stabilisce con chiarezza la proposta di non ampliare la frontiera petrolifera in Ecuador. Ricordiamo che lo sfruttamento petrolifero in Ecuador era nella parte nord-orientale dell’Ecuador e ora vuole ampliarsi verso il centro e il sud. Nell’anno 2000, in questo documento, in questo libro, parliamo di un Ecuador post petrolio. Un paio d’anni dopo siamo arrivati a proporre, con diverse persone, un accordo storico, sospendere il pagamento del debito estero per in cambio, proteggere l’Amazzonia. Non parlavamo solo dell’Ecuador, ma di tutta l’Amazzonia. Un accordo storico con i creditori del debito. Nel 2005/2006 dopo che venne presentata la possibilità di sfruttare la zona petrolifera, nota con la sigla ITT, Ichpingo, Tambococha, Tiputini (sono da controllare i nomi, non conosco questi posti e li ho scritti seguendo come erano pronunciati) , sorge dalla società civile un’idea, un’idea che si inserisce in questa proposta globale: una moratoria petrolifera, un grande accordo storico per sospendere la distruzione dell’Amazzonia, che dice “lasciamo il grezzo dell’ITT nel sottosuolo in cambio di un contributo, scusate, una compensazione internazionale”. E’ nata così questa iniziativa. Un’iniziativa che, ripeto, arriva dalla società civile, che è stata ripresa nel 2006, quando abbiamo presentato la candidatura dell’attuale Presidente della Repubblica, e poi quando io sono stato nominato Ministro dell’Energia e delle Risorse Minerarie, l’ho presentata al governo, e abbiamo convinto il Presidente della Repubblica ad assumere questa iniziativa e a portarla avanti.

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Correa dice che questo è un suo progetto, questo è uno dei problemi, non solo per questo progetto, ma del governo di Correa. Il Presidente Correa è convinto che il paese sia iniziato nel momento in cui lui è stato eletto. Lui si presenta come un lampo a ciel sereno e vuole negare che quanto si sta facendo adesso sia stato costruito precedentemente. Lui non è un lampo a ciel sereno, le nubi erano già cariche delle lotte della società civile, movimenti sociali, movimenti indigeni, maestre, maestri, lavoratori, ecologisti e altri gruppi ancora. Questo è il caso dell’iniziativa Yasunì ITT, nasce dalla società civile, viene assunta dal governo attuale, dal Presidente attuale, che ha come merito quello di averla accettata e presentata, ma non è un’idea sua.

Io non direi che questa è la ragione che ci divide, purtroppo il Presidente della Repubblica e il suo governo si sono allontanati dalla Costituzione, non stanno seguendo la Costituzione, che loro stessi hanno aiutato ad approvare. Quindi qui c’è una posizione diversa, non è che ci siamo separati, è stato lui che si è allontanato dai principi di base e il punto centrale della rottura è l’imposizione di una legge sulle miniere che è contro quanto dispone la Costituzione. Il progetto Yasunì ITT ha ancora molta vita, ci sono molte cose da proporre, ci sono molte cose da dire e da fare, io credo che la questione non sia ancora risolta. Ci sono problemi, ci sono difficoltà, bisogna tenere in considerazione anche che, sebbene il Presidente della Repubblica ha il merito di averlo accettato e proposto alla collettività, non solo dentro, ma anche fuori dal Paese, lui è la persona che minaccia di più questo progetto. Un giorno dice che è a favore, un giorno dice che è contro, e questo non ha permesso di ottenere sufficiente fiducia a livello internazionale. Quello che io qui voglio riscattare, come cosa interessante, è che questo progetto a parte il risultato che otterrà, è già un successo storico. A livello mondiale si sta discutendo sulla necessità di lasciare gran parte delle risorse energetiche fossili nel sottosuolo. Vi sono proposte simili a quelle di Yasunì ITT in varie parti del pianeta. Si sta discutendo su questa questione in Nigeria e in altre parti del mondo. Io credo che, in questo senso, questo progetto è già una cosa storica. Facciamo tutti gli sforzi possibili perché si realizzi.
Questo è, purtroppo, un messaggio negativo, che debilita sempre più questa iniziativa, ma non scordiamoci di una cosa, che il Presidente della Repubblica è obbligato dall’Articolo 407 della Costituzione, a chiedere autorizzazione all’Assemblea Nazionale per sfruttare il petrolio dell’I.T.T. Se l’Assemblea Nazionale lo ritiene opportuno, si dovrà passare a una consultazione popolare e sarà il popolo ecuadoriano a decidere se estrarre o meno il petrolio. Quindi non è ancora stata detta l’ultima parola, c’è ancora la possibilità di poter presentare non solo un’opzione A, cioè lasciare il greggio nel sottosuolo e ottenere un contributo internazionale, ma addirittura un’opzione C: il greggio resta nel sottosuolo anche se dall’estero non ci daranno soldi.

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Ma ci vorranno tre o quattro anni prima che esca il petrolio, per quell’epoca si sarà concluso il governo dell’attuale Presidente. Io non credo che il denaro affluirà così rapidamente. Questo, in tutti i modi, lo valuterà lui, non solo perché non otterrà il denaro velocemente, ma anche perché la sua immagine ne verrebbe sminuita parecchio. Bisogna che sia chiaro che la responsabilità maggiore nell’insuccesso di questo progetto è del Presidente Rafaél Correa, principale responsabile del fatto che questo progetto non si attui, così come avevamo proposto dalla società civile.
Dalle informazioni in nostro possesso, a seguito di inchieste che non sono attuali, ma dello scorso anno, sappiamo che nella città di Quito e nella città di Guayaquil, più dell’80% della popolazione è a favore di lasciare il greggio sotto terra, di rendere reale questa iniziativa. Bisognerà vedere se questo si potrà fare o meno a seconda di quello che deciderà il popolo ecuadoriano. Questo è quello che dicono tutti quelli che governano, che agiscono per beneficio del popolo, lo hanno detto più volte. Anche questa decisione può essere messa in dubbio e se lui è realmente preoccupato del beneficio da dare al popolo ecuadoriano, perché non lo chiede al popolo ecuadoriano? Perché non mette in pratica la Costituzione? Accetti una sfida così, una sfida storica, chiediamo al popolo ecuadoriano se sfruttare o meno il greggio dell’I.T.T. La domanda sarebbe molto semplice: siete a favore della vita o a favore del petrolio? Perché di questo tratta il progetto Yasunì I.T.T. Però insisto su una cosa, a parte il risultato, questo progetto è già un successo storico. A livello mondiale si parla di progetti simili, inoltre si sta proponendo, come elemento fondamentale per la configurazione, di un codice, no di un codice, di una giustizia ecologica globale, il principio della responsabilità condivisa, ma differenziata. Tutti dobbiamo fare qualche cosa per proteggere la vita del pianeta, tutti gli abitanti del pianeta. Però ci sono alcuni, soprattutto quelli che vivono in paesi industrializzati, che sono i maggiori responsabili dei problemi ambientali globali, essi sono quelli che devono contribuire maggiormente per risolvere questi problemi. Quindi stiamo parlando di altre cose in questo momento. Per spiegarlo con un aneddoto, alla Real Academia de la Lengua in Spagna, si sta già valutando di inserire un nuovo termine, un nuovo concetto, un nuovo verbo: yasunizar (yasunizzare). Intendendo un sinonimo per ritornare a qualcosa di sacro, di intoccabile. Io credo che questo sia un passo importante. Continueremo la lotta per lo Yasunì e faremo quanto possibile per moltiplicare gli yasunì, in lungo e in largo sul pianeta.

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Io credo che questo sia indispensabile, fondamentale, non possiamo continuare carbonizzando l’atmosfera, si renderebbe impossibile la vita degli esseri umani sulla terra, credo che ora non ci sia ancora sufficiente coscienza di questo nella società universale, nella società a livello globale. Noi crediamo… io personalmente credo che ci sia molta preoccupazione e molta paura per quanto può succedere, ma non coscienza di questo per cambiare, c’è ancora del lavoro da fare in quel senso. Quando noi abbiamo proposto la rivoluzione della cittadinanza, avevamo in mente un’altra forma di governo, che non fosse intorno a una persona, non intorno ad uno schema autoritario e rigido, purtroppo non siamo riusciti ad ottenere quello che avevamo proposto inizialmente, un governo molto più democratico, più presente, molto più rispettoso, un governo realmente rivoluzionario. Quello che abbiamo è il primo Cudillo del ventunesimo secolo, speriamo che sia anche l’ultimo. Senza dubbio c’è una certa somiglianza con il governo di Chavéz, però sono cose diverse. In Venezuela, con tutti i problemi che vi sono, hanno tentato di fare un profondo cambiamento strutturale, sia sul possesso della terra, sia sul possesso dei beni di produzione e anche sulla distribuzione dell’acqua. Qui in Ecuador no. E’ più una questione di forma di rivoluzione, ma in fondo di concreto non c’è nulla. Non c’è rivoluzione, né cambiamenti strutturali, né ridistribuzione della ricchezza. C’è un documento interno del Governo che dice più o meno quanto segue: mai prima i gruppi più potenti dell’Ecuador sono stati meglio di adesso e mai prima i settori poveri sono stati meno peggio di adesso. Questa è la realtà. Ci sono stati molti soldi, questo Governo ha avuto gli introiti maggiori nella storia della repubblica…grazie al petrolio, specialmente…non solo per quello, ma fondamentalmente grazie al petrolio. Se sommiamo i budget generali dello stato, dal 2007 al 2013, in termini nominali, stiamo parlando di più di 150.000 milioni di Dollari. Nessun Governo nella storia dell’Ecuador ha mai avuto tanto denaro. Che cosa ha fatto questo Governo? Ridistribuire in modo migliore questi introiti derivanti dal petrolio, però senza ridistribuire la ricchezza e gli altri introiti del Paese. Per questo i ricchi sono sempre più ricchi e ai poveri le cose vanno un po’ meno male di prima. Guardi i disastri ecologici capitano tutte le settimane, quasi giornalmente, nell’Amazzonia ecuadoriana, abbiamo problemi gravi. Il petrolio genera sempre molto inquinamento. Pensare che l’attività petrolifera non crei inquinamento è un’ingenuità enorme. Potrei fare un paragone: pensare di sfruttare lo Yasunì I.T.T., o meglio lo Yasunì in generale, senza provocare inquinamento, distruzione dell’ambiente e devastazione sociale, è come credere che Dracula è diventato vegetariano e che possiamo affidargli la direzione della banca del sangue.
Il fratello di Correa è una persona che non ha fatto un bel servizio al Presidente, né al suo governo e purtroppo non siamo riusciti a sapere che cosa ha ottenuto dalla sua relazione con il Presidente della Repubblica. Noi vediamo con molto rincrescimento il fatto che non ci sia stata trasparenza per chiarire tutte le attività dove è stato coinvolto il fratello del Presidente della Repubblica.

Noi iniziamo a riconoscere qualche cosa, l‘Ecuador ha bisogno di una legge sui media, una legge sulla comunicazione, perché questo è un punto della Costituzione, questa è anche una disposizione ottenuta tramite un referendum nel 2011 ed inoltre dobbiamo superare la legge sui media preesistente, la legge sulla comunicazione che esisteva, che venne generata da una dittatura militare. Il grave problema di questa legge sui media, che io considero indispensabile, è che non ha come obiettivo ampliare la libertà di espressione, ma invece controllare i mezzi di comunicazione. Alcuni mezzi di comunicazione, non tutti. Non servirà a controllare i mezzi di comunicazione del Governo e in Ecuador non ci sono mezzi di comunicazione pubblici…no neanche uno, sono tutti del go-ver-no, cosa non contemplata nella Costituzione. La Costituzione parla di mezzi di comunicazione privati, comunitari e pubblici, qui non c’è un solo mezzo di comunicazione del governo (mi pare che sia contraddittorio con quanto detto prima. Forse voleva dire pubblico?) . Poi ci sono una serie di misure che restringono la libertà di espressione e diversi modi per introdurre, attraverso varie possibilità, una sorta di censura alla comunicazione. Come ad esempio come potrebbe essere questo: tutte le interviste per poter essere pubblicate devono essere confrontate, cioè bisogna ascoltare anche opinioni diverse. Se viene fuori una denuncia su un malfunzionamento all’interno di un Ministero e il Ministro o i funzionari non rispondono, l’intervista non può essere confrontata e quindi non può essere pubblicata. Mi chiedo, anche questa non sarebbe una sorta di censura? Per certi versi si. Nel caso del petrolio, io direi che hanno avuto una certa importanza gli indigeni e i coloni colpiti da quanto fatto dalla Chevron Texaco. Dovettero organizzarsi, crearono un fronte di difesa dell’Amazzonia, cosa che è servita da base per costruire la proposta Yasunì I.T.T. L’iniziativa Yasunì I.T.T. nasce dalla regione dove è stata distrutta l’Amazzonia, non nasce da Yasunì, per una ragione molto semplice: gli indigeni che vivono nella zona di Yasunì sono popolazioni che non sono state contattate. Non gli si può chiedere qual è la loro opinione, perché non sanno neanche di far parte dello Stato ecuadoriano, non hanno relazioni. Questo è un fatto molto importante. Nasce quindi dalla lotta di chi ha sofferto l’impatto dell’attività petrolifera. Questa cosa è stata ripresa anche in altri posti, però senza dubbio il movimento degli indigeni è fondamentale, perché stanno difendendo i loro fratelli ai Tagaeri Taromenani e anche ai Soniamenani (sono da controllare i nomi di queste popolazioni), che sono le popolazione emarginate, ed inoltre stanno difendendo la vita, la terra e l’acqua in altre parti del Paese, stanno combattendo perché non si ampli la frontiera petrolifera nel centro-sud dell’Amazzonia, cosa che il governo sta presentando tramite l’undicesima Ronda petrolifero, stanno lottando perché non vengano compromesse le sorgenti d’acqua e soprattutto stanno combattendo contro il grande sfruttamento delle miniere, una delle grandi proposte del Presidente Rafàel Correa.

Di fatto ci stiamo preparando, forse non completamente consci, a uno stadio post-petrolifero. Il petrolio finirà in Ecuador, le riserve petrolifere si consumeranno, abbiamo consumato circa la metà di quello che c’era, ci restano poco più di 4000 milioni di barili, e 4000 milioni di barili sono molto pochi, l’Ecuador non sarà più un paese che esporta greggio, esporta petrolio, tra circa 10-15 anni, quindi bisogna prepararci. Quello che sta accadendo è che l’Ecuador è un paese “sui generis”. In Amazzonia si estrae petrolio con un costo sociale ad ambientale molto alto; si esporta il petrolio, ma poi dobbiamo importare derivati del petrolio, cosa che ci costa molto, e perché? Perché non abbiamo sufficienti capacità di raffinazione. Gran parte dei derivati del petrolio che importiamo, come il gasolio, li bruciamo per generare elettricità, in un paese che ha un enorme potenziale idro-energetico. In un paese dove c’è un molto sole, l’energia solare, la vediamo tutti i giorni. Energia eolica, energia del mare. In un paese dove vi sono ancora vulcani attivi, l’energia geotermica potrebbe essere una stupenda fonte alternativa. Inoltre in Ecuador, come succede nella maggior parte del pianeta, continuiamo a sperperare le risorse energetiche. Non abbiamo capito che l’utilizzo efficiente dell’energia, sarebbe una nuova fonte di energia, molto meno cara e più facile da avere sottomano. Sarebbe importante utilizzare in modo adeguato l’energia. Esistono alternative all’utilizzo energetico. Purtroppo quello che non c’è sono le alternative alla logica che spinge all’estrazione. In Ecuador si continua a pensare che dobbiamo vivere della rendita della natura. L’Ecuador è stato uno dei principali produttori ed esportatori di cacao nel mondo, non ci siamo sviluppati. E’ stato il principale produttore ed esportatore di banane del mondo, non ci siamo sviluppati. Esportiamo petrolio, fiori, broccoli, pesce e tante altre cose e non ci sviluppiamo. Quale è l’alternativa che propone il Governo del Presidente Rafaél Correa? Le miniere. Io credo, e a volte ne sono certo, che nella società ecuadoriana, soprattutto tra chi governa, ci sia una sorta di DNA dell’estrazione. La gente vede che il petrolio sta per finire e crede che le miniere possano risolvere i problemi. Questa è una delle nostre maggiori sfide, quando finiremo di essere un paese di prodotti: paese bananiero, paese del cacao, paese petrolifero, paese minerario, per diventare paese dell’intelligenza?

Ma certo che ci sono molte alternative. Noi abbiamo anche messo in piedi una candidatura alla presidenza, assunsi io l’incarico, con proposte concrete per far diventare realtà molte cose che avevamo proposto quando io facevo parte del governo del Presidente Correa. Nel 2006, abbiamo proposto un piano di governo che ora viene disatteso. Successivamente abbiamo recuperato quelle proposte per la nostra candidatura alla presidenza. Esistono le alternative, quello che non è mancato è stata la capacità di convincere la gente che queste sono le alternative adeguate per una ristrutturazione del Paese.

Manifestazione

Con Patricia Gualinga
con Patricia Gualinga

INTERVISTA A PATRICIA GUALINGA

Effettivamente noi stiamo vedendo quello che succede e nel contempo, con la questione dell’undicesima Ronda dello sfruttamento del petrolio che coinvolge Pastasa, vediamo come lo Yasunì I.T.T. possa non andare più avanti perché è stato annunciato un piano B. C’è sempre stato questo piano B, è stato annunciato più volte fin dall’inizio, e credo, come tu dici, che ci dovrebbe sempre essere un piano B. Per fare le cose bene si sarebbe dovuto approntare tutto per la conservazione dello Yasunì…
Il Blocco 23, quello denominato Blocco 23, coinvolgeva il territorio Quichua e diverse comunità, tra queste, il 60% del territorio di Zarayacu, del quale attualmente io sono dirigente delle donne. Si fermarono sino al 2002, dal ’96 al 2002, cercando di portare avanti quello che loro definiscono “relazioni con le comunità”, è un sistema per dividere le comunità: comprando i dirigenti, portando avanti una strategia di debilitazione dei principi di base delle comunità indigene. Questo sistema fu utilizzato dalla Compania General de Combustible, ed è utilizzato da tutte le compagnie petrolifere, inclusa l’AGIP, che ha un suo reparto per le pubbliche relazioni all’interno del Blocco 10. Zarayacu è nota nella storia per la fiera resistenza che oppose all’interno del Blocco 10. Zarayacu non permise che venisse sfruttato quello che si chiama il pozzo Landayacu, e per questo è conosciuta. Sapevano che ci sarebbe stata grande opposizione ed è per questo che hanno aizzato le popolazioni indigene locali contro la popolazione di Zarayacu, cercando di far vedere che Zarayacu era contro lo sviluppo che loro avrebbero meritato, attraverso l’estrazione petrolifera. Che per colpa nostra non avrebbero avuto scuole elementari, scuole superiori, che non avrebbero avuto le cose basilari che ogni ecuadoriano dovrebbe avere. Nonostante questo Zarayacu difese il suo territorio. Ci organizzammo internamente, lottammo e sopportammo tutte le conseguenze della nostra resistenza per il mantenimento dei nostri diritti. Avevano già ratificato il Convegno 169, sapevamo che dovevamo essere consultati e abbiamo lottato in diversi processi, sia nella comunità, cercando di intravedere delle luci su quello che avrebbe potuto essere, sia a livello di media, denunciando davanti all’opinione pubblica, inviando lettere al governo, e anche con una strategia a livello internazionale informando che si stavano violando i diritti umani delle popolazioni indigene. Questa lotta è servita e abbiamo dimostrato che lottare si può, che si può vivere con dignità all’interno del nostro territorio. Abbiamo portato avanti un processo di 10 anni all’interno del sistema Interamericano per i diritti umani, ottenendo un anno fa la sentenza storica della Corte Interamericana per i diritti umani, a favore del popolo di Zarayacu. Fino ad ora il territorio di Zarayacu non è stato sfruttato e non crediamo neanche che proveranno a sfruttarlo, però adesso si apre l’undicesima Ronda verso altre popolazioni, si sta usando la stessa strategia si potrebbe ripetersi quanto accaduto a Zarayacu. Vi sono moltissimi momenti importanti e trascendentali…la militarizzazione fu una fase molto importante e critica, dove avremmo potuto cedere per la paura o decidere di continuare. Poi l’aggressione che subì Zarayacu durante una marcia di 200 persone, dove riempimmo dieci aeroplani di feriti, ecco fu uno dei momenti più tesi che abbiamo vissuto, perché molte persone erano scomparse, tra queste l’attuale Presidente del gruppo, Franco, non riuscivamo a trovarlo, intere famiglie erano scomparse. Arrivarono alle nostre famiglie messaggi di condoglianze tramite una radio molto popolare qui, che non è questa, dicendo che eravamo tutti morti in un incidente, questo causò momenti di grande caos e tristezza a Zarayacu e nelle nostre famiglie. La persecuzione, le cause in tribunale, le udienze, qui a Puyu, sono stati momenti di grande tensione. I nostri dirigenti sono stati inquisiti perché accusati di terrorismo, sabotaggio, di aver rubato e di un sacco di altre cose. Ci sono stati anche momenti positivi, come per esempio poter dire raccontare a una corte internazionale tutti i maltrattamenti che abbiamo subito, condividere il nostro dolore per aiutare altre popolazioni a diventare più forti. La lotta di Zarayacu, il video sulla difesa della foresta, sono stati premiati più volte, come un riconoscimento per non aver permesso che venissero calpestati i nostri diritti. La visita della corte Interamericana, per la prima volta nella storia, nel territorio di Zarayacu, la visita del relatore delle Nazioni Unite, ci sono molte cose…la sentenza, non avevamo idea di come avremmo reagito…praticamente non abbiamo avuto nessuna reazione quando è giunta la sentenza. Siamo rimasti immobili, cercando di assimilare tutto quello che era successo. Quindi Zarayacu ha avuto momenti tristi, momenti di dignità, momenti storici, momenti felici e continua ad averli ancora adesso, però quello che manca ancora è che venga attuato tutto quanto deciso nella sentenza. Abbiamo un governo che non sappiamo come andrà avanti.Zarayacu rimase bloccata, chiusero le vie di accesso, non potevamo transitare lungo quel fiume che per millenni era stato usato dai nostri nonni, dai nostri bisnonni e da tutte le generazioni passate. Quella fratellanza che c’era tra popolazioni e comunità si spezzò e ancora oggi non si è completamente ristabilita. Chi ha provocato tutto questo? L’impresa al fine di entrare, con lo scopo di lasciare sole le popolazioni indigene. Questo è uno dei punti della sentenza della Corte, il fiume deve essere lasciato aperto, ora possiamo transitare da lì, però è stato un processo di anni.
Da quando c’è stato il processo a seguito della lotta di Zarayacu, c’è molta gente che ha una concezione più precisa di che cosa vuole per il futuro e quello che non vuole. Ci sono molti che sono confusi. Molti che sono disgustati da tutta la campagna che parla dei benefici derivanti dallo sfruttamento del petrolio. Noi, per la nostra esperienza, per tutto quello che abbiamo fatto, che abbiamo visto, nel Blocco 10, sappiamo che lo sfruttamento petrolifero non beneficia le popolazioni indigene e neanche Pastasa. E’ da più di vent’anni che a Pastasa viene estratto petrolio e non abbiamo ancora capito che benefici ci sono stati per i cittadini di Pastasa. Se si apre la 11^ Ronda per lo sfruttamento del petrolio, se si apre l’estrazione del petrolio nel Blocco 28, proprio nel cuore di Puyu, sarebbe un disastro. Puyu è situato alle sorgenti dei fiumi che passano per le comunità, sono proprio nel centro dell’acqua, creerebbe problemi a tutte le popolazioni indigene che utilizzano questi fiumi, creerebbe problemi a Puyu, ai cittadini di Puyu. Conosciamo tutti i conflitti sociali che crea l’attività petrolifera, la dipendenza che genera all’interno delle comunità, il cambiamento di cultura che porta a una totale dipendenza. Ci sono moltissime questioni coinvolte per le quali non vale la pena di pagare un prezzo tanto alto, giustificandolo con il fatto che verrà costruito un ospedale, che vi saranno altri benefici per la cittadinanza di Pastasa. In questo senso io credo che Salomon può esporre una sua opinione, in quanto cittadino di Pastasa, perché noi come popolazioni di Zarayacu siamo già noti come popolazioni che non credono nello sfruttamento del petrolio e non permetteremo lo sfruttamento del petrolio nel nostro territorio.
Pochi giorni fa si sono riunite 80 donne indigene e anche alcune donne della città di Puyu, per analizzare il tema del petrolio, del’11^ Ronda, che problemi crea…e le donne, proprio perché sono donne, sono molto preoccupate e vogliono assumere il loro ruolo nelle decisioni.
Hanno inviato un mandato, hanno fatto una dichiarazione…sono arrivate donne anche dalla frontiera…questo è un riscontro importante, perché quando le donne decidono e danno il loro impulso, questo è molto importante…sono le mamme dei loro figli e sono quelle che sono più a contatto con Madre Natura e la terra.
Qui ci sono sette diverse popolazioni indigene, è una provincia ricca di biodiversità, ed è qualcosa che non si sta tenendo in considerazione, il Governo sta solamente scommettendo sullo sfruttamento petrolifero, ma non tiene in considerazione la diversità che si rischia di perdere, che il mondo rischia di perdere, perché non è una diversità comune è una diversità unica. Non abbiamo perso la speranza. Le popolazioni indigene stanno resistendo da molti anni. Ci sono nazionalità come Achuar, Shuar (controllare come si scrivono i nomi di queste popolazioni), Quichua, parte dei Quichua, Shiver, che stanno resistendo strenuamente. Per le compagnie petrolifere che decidono di comprare blocchi petroliferi qui a Pastasa, sarà un cattivo affare. Non vi sarà garanzia di poter estrarre. Le imprese che vogliono venire qui in Ecuador ed entrare nei territori indigeni non fanno un affare. Succederà quanto già accaduto a Zarayacu e non potranno estrarre il petrolio.

Yasuni - Mindu

INTERVISTA A DONALD MUNCAYO

Il mio nome è Donald Muncayo. Sono figlio di coloni che emigrarono qui. Sono nato il 20 Novembre del 1973. La nostra proprietà va da qui in là, si praticamente questo terreno è all’interno della nostra proprietà. Da questa parte invece la proprietà è di un nostro vicino. Per cui io ho visto quasi tutta l’operazione per la preparazione di questo pozzo. Per perforare questo pozzo avevano preparato una piscina. La casa che è lì (indica con la mano) è sopra ad una piscina. Praticamente un buco nella terra per mettere tutto il fango della perforazione, tutto il fango che usciva dalla perforazione, così come l’acqua che veniva usata per la perforazione e il petrolio di prova, venivano depositati in quella piscina. Però non c’era solo quella piscina…qui ci sono quattro piscine. (indica con lamano) qui ce n’è una, lì un’altra, poi quella dove c’è la casa e qui un’altra. Per questo pozzo ci sono quattro piscine. Tutto quanto generato dalla perforazione, inclusa l’immondizia che veniva generata dalla perforazione, veniva accumulata nelle piscine. Non avevano neanche un raccoglitore sanitario per i rifiuti, quello che si chiama filtro, cisterne, ferro, insomma tutto quello che non gli serviva più, veniva depositato nelle piscine.
Sono arrivati nel 1964, dicendo che questa era una zona selvaggia, dove non viveva nessuno. Erano veramente razzisti, perché in una delle ispezioni che fecero, l’avvocato Adolfo Callejas, che era il procuratore di questo processo, e che difendeva la Chevron, disse che questa era una zona industriale dove non poteva vivere nessuno. Disconoscendo le popolazioni ancestrali che i hanno vissuto in questa zone, come ad esempio i Cojanes, i Sionas i Secoyas e due popolazioni che sono ora estinte, come i Tetetes e i Salsaguari, che si estinsero per colpa di questa operazione insensata…un genocidio totale. Partendo dal presupposto che loro dicono che questa è una zona industriale, che non doveva viverci nessuno…in pratica gli Indieos per loro non sono esseri umani…esattamente, non sono nulla per il mondo. Questo è esattamente quello che volevano dire. Questo è quello che è successo qui, per cui io ti invito a vedere una delle piscine…loro vennero nel 1995 in Ecuador, per fare un ripristino ambientale, a seguito di un accordo con lo Stato. Però prima di firmare questo accordo, nell’anno 1980, lo stato dell’Ecuador chiede alla Chevron, che vengano eliminate queste piscine o per lo meno, che le protegga, le ricopra di membrane geologiche o di calcestruzzo, o come ultima risorsa di plastica. Quello che loro hanno fatto è presentare allo Governo una circolare, che diceva che per loro questo era un costo, che era un investimento di parecchi milioni…di quasi 400 milioni di dollari, per cui questo investimento per mitigare l’impatto ambientale era costoso e non attuabile dall’impresa….ora andiamo alla piscina.
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con Donald Muncayo (a sx)
Questa è una delle 156 piscine che loro crearono dal 1995 al 98, quando ottennero una liberatoria da parte dello Stato. Nello stesso giorno in cui veniva firmata una lettera che chiedeva la riparazione di tutto questo, delle piscine…veniva firmata una lettera liberatoria, sotto il governo di Sisto Duràn Vallen…non sapevano nulla, non avevano ancora ripulito neanche una piscina… già avevano una liberatoria, che fu ratificata nel 2000, scusate nel 1998 nel secondo mandato di Sisto Duràn Vallen, oggi protetto dalla giustizia nord americana negli Stati Uniti. Lui fu quello che iniziò tutto questo sfruttamento, eccetera qui in Ecuador. Questa era il governo che avevamo e dal quale loro hanno tratto vantaggio in questo caso. Ecco adesso siamo sopra una delle piscine, dove vuoi che faccia il buco, per farti vedere cosa c’è sotto?
Si ora siamo sopra una piscina. Si con questo aggeggio posso fare un buco…si faccio un buco…
Questa terra è una terra che hanno portato qui da un altro posto, non è una terra locale, di qui. Con questa hanno coperto queste piscine. …. Si hanno buttato terra nelle piscine….le hanno ricoperte di terra…
Siamo a circa 1 metro e 20 di profondità, e qui già c’è del petrolio…
Questo è quello che chiamano “rimedio” e che difendono a livello mondiale, dicendo che qui le cose sono state fatte bene. Questo è costato 40 milioni di dollari, questo è quello che hanno investito, però l’unica cosa che hanno fatto è stato coprire il petrolio con della terra. Hanno speso 40 milioni di dollari solo per questo, ma non c’è mai stato un vero recupero del territorio.
La cosa ironica è che per cercare di riparare al danno hanno investito 40 milioni di dollari, però per difendersi nel processo hanno già speso 2000 milioni di dollari…si questa è la parte più ironica di tutto questo
La piscina ha circa 3 metri di profondità…si…è stata creata 3 metri sotto…
La grandezza è di circa 30 o 40 x 20 o x 25 circa…questa è la grandezza di questa piscina…
Questa parte nera è petrolio, mescolato con spazzatura, il petrolio è mescolato con la terra. Questa terra non è di qui, è stata portata qui da altre parti…questi sono pezzi di roccia…portati qui
Nel lago uno potremo vedere più chiaramente. Anche quella è una piscina come questa, chiusa sopra…visto che stanno facendo un museo del petrolio, hanno scavato circa 2…scusate 10 metri vicino alla piscina, hanno creato una parete e tutta la parete è macchiata di petrolio e sotto la piscina c’è una falda acquifera e in quell’acqua si vede chiaramente che continuano a cadere pezzi e pezzi e pezzi di olio
Le 30.000 persone coinvolte…abbiamo fatto un censimento ecco perché sappiamo che ci sono circa 30.000 persone coinvolte…questo censimento è stato fatto nel 1998. Tutte le persone che vivono vicino ai pozzi petroliferi, proprietari eccetera…sono stati censiti, ecco perché sappiamo che ci sono 30.000 persone coinvolte in tutto questo. La Texaco ha aperto 336 pozzi qui …336 pozzi…
Adesso sono arrivato più in fondo…quella che era il fondo della piscina…adesso ti metto…mi serve un po’ d’acqua…
Pensare che quando ero bambino passavo di qui, proprio in mezzo a queste due piscine…tra una e l’altra c’era un viottolo e camminavamo lì. Noi siamo cinque fratelli, mia madre ha avuto due aborti, per cui abbiamo due fratelli che sono morti piccoli. Ho una sorella che anche lei è stata operata al cervello nel 2007, per un tumore al cervello. Le popolazioni ancestrali che hanno vissuto qui dicono che lo sciamano curava tutto…quando sono arrivati loro lo sciamano non ha più potuto curare……..Vuoi annusare? Il genocidio della Chevron..ci sarebbe stato il modo di fare tutto questo bene… ma loro dopo aver ricoperto queste piscine di terra, sono venuti a riforestare… sono venuti e hanno piantato degli alberelli …ecco lì ce n’è uno, ma è fuori dalla piscina, e lì dove c’è quel legname appoggiato all’albero… ecco questi sono i due unici alberi rimasti di tutti quelli che loro hanno piantato, per il resto sono morti tutti… però come ho detto quei due alberi sono fuori dal perimetro delle piscine…per cui non si può parlare di riforestazione, come dicono loro, non c’è stata nessuna riforestazione. Le piante che vedete sono cresciute naturalmente, sono piante del luogo che stanno a poco a poco crescendo naturalmente, a mano a mano che si forma l’humus della terra.
In queste piscine c’era anche un tubo chiamato collo d’oca…lo si vedrà meglio nel pozzo Aguarico 4 perché lì c’è una piscina aperta, intatta, che non è mai stata richiusa, l’andremo a vedere e lì si vedrà questo collo d’oca…era un tubo con un gomito che serviva per evacuare l’acqua che cadeva con la pioggia in queste piscine, e che faceva in modo che il petrolio non si riversasse fuori, tutto intorno…però continuavano a riempire le piscine di petrolio per fare delle prove, per vedere controllare il livello del petrolio, per vedere se il livello era sceso, per cui quando queste piscine si riempivano, si saturavano di petrolio, il petrolio usciva attraverso il collo d’oca e si riversava tutto intorno. Adesso andremo a vedere questo collo d’oca e dove si scaricava tutto questo…
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Una piscina. Come questa sono state costruite 888 piscine qui, per poter gettare fango, acqua, petrolio di prova, che è la parte nera che vedi qui, e tutto il “work over”, cioè quando il pozzo si tappa, si riempie di acido solforico e il petrolio non scorre più, allora è necessario lavarlo. In questo caso utilizzano una gran quantità di sale e agenti chimici e tutto questo veniva gettato qui. Ti spiegavo anche del collo d’oca, che abbiamo visto nel pozzo Lago 2 e che adesso vedremo anche qui. Questa piscina funziona, ma adesso non si butta più petrolio, né acqua del work over, perché ora tutta l’acqua viene riciclata. Questo è uno dei miglioramenti portati da Petro Ecuador, suddiviso in quattro punti. Ora non si costruiscono più piscine così, ora si costruiscono delle sorte di celle e quello che vi si butta dentro è fango trattato, le acque vengono riciclate, il petrolio di prova viene recuperato e reimmesso sul mercato. Ora non vengono più fatte cose come queste. Un altro miglioramento apportato da Petro Ecuador è che non si innaffiano più le strade con petrolio, cosa che faceva la Texaco, anche questo è un miglioramento. Tutta l’acqua cosiddetta di formazione, che la Texaco, fino al 1995, disperdeva, ora viene riciclata, ecco anche in questo le cose sono cambiate. Altra cosa fondamentale, quando queste piscine si riempivano troppo di petrolio, loro avevano due opzioni per disfarsi di questo petrolio: la prima era incendiarlo, dar fuoco a queste piscine, si vedevano delle colonne di fumo che sembrava arrivassero fino al cielo, bruciavano anche per quattro giorni consecutivi, con un fumo nero, le fiamme raggiungevano circa 15 metri di altezza. Era una cosa spaventosa a vedersi, però noi eravamo abituati a vedere queste cose, per cui non era più tanto strano vedere queste enormi nubi di fumo. Questa era una delle opzioni, l’altra era mandare una cisterna a risucchiare questo petrolio e a disperderlo sulle strade…si lo gettavano sulle strade, questo è stato fatto sino al 1997, anche Petro Ecuador faceva la stessa cosa. I loro tecnici erano stati formati dalla Texaco, per cui agivano nello stesso modo, loro gli avevano insegnato a fare così. Ti faccio vedere la profondità di queste piscine. Queste non sono superficiali, queste hanno una profondità di circa 3 metri. Si trasformavano anche in trappole, sia per gli animali domestici che per quelli selvatici. Qui sono morti moltissimi animali. Ci sono 24.000 teste di bestiame. Anche queste denunce fanno parte dei processi in corso. Per loro era molto facile rispondere che il governo dell’Ecuador gli aveva dato delle concessioni per 1 milione 500mila ettari di terreno dove poter operare e che loro non avevano nulla a che vedere con queste cose. Se morivano dei cavalli, delle mucche, dei maiali, sono innumerevoli…beh che reclamassero con lo Stato, con il Governo, non con loro. Vieni guarda…
Si, se io cado qui dentro…affondo. Neanche alzando la mano raggiungo l’altezza.
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Queste felci crescono qui. Ti spiego, questo pozzo è stato perforato nel 1974, ha funzionato per 8 anni e poi si è seccato. E’ dal 1982 che non funziona più. Questa piscina è da allora che non viene più utilizzata, per cui le foglie che cadevano dagli alberi intorno, cadevano qui dentro, decomponendosi e iniziando a creare l’humus e sopra a questo hanno iniziato a nascere le felci. Queste felci stanno facendo un lavoro di fito-recupero…si è una cosa spontanea. Una cosa minima, ma la natura sta facendo un grande sforzo per ripulire questa schifezza.
E’ molto difficile e molto costoso. Ecco perché noi stiamo cercando un modo per poter porre un rimedio, cercando le tecnologie più avanzate e le idee migliori per cercare di ripulire questa zona. Noi sappiamo bene che questa piscina, così come il Lago 1 hanno avuto delle perdite, molte perdite. Per poter ripulire questa piscina si deve togliere molto tutto intorno. Più sotto vi è una palude dove venivano scaricate queste piscine. Ora andiamo a vedere anche lì.
Si possono usare batteri, funghi, certo. Andiamo a vedere il collo d’oca, ok?
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Io prima questi guanti li buttavo nella spazzatura comune. Il Comune ha scoperto che ero io quello che usava questi guanti e mi ha inviato una lettera chiedendomi per favore di lasciare i guanti coperti di petrolio, sul posto, perché gli sporcavano la spazzatura, che viene riciclata, e loro non sono in grado di riciclare questo. Per cui io ora devo lasciare i guanti qui.

…questo pozzo è stato creato nel 1974, nell’82 ha smesso di produrre. Nel 2000 Petro Ecuador lo riprende, ma per convertirlo in un pozzo per l’iniezione di acqua di formazione. L’acqua di formazione è quella che esce insieme al petrolio e al gas. Come voi saprete il petrolio viene messo in commercio, il gas pesante viene bruciato, il gas più leggero, naturale, viene imbottigliato e messo in vendita per uso domestico sia nella zona che in tutto il paese, mentre l’acqua di formazione viene riciclata. Ecco questa è l’acqua di formazione.
No, non bere…annusa solamente… ecco quest’acqua prima di essere re-iniettata viene trattata. Passa attraverso dei filtri, subisce dei trattamenti per poter poi essere re-iniettata. Ecco perché c’è questo rubinetto, per prendere dei campioni, portarli al laboratorio e controllare. Prima invece, quando nel 1972 il petrolio ha iniziato ad uscire, la Texaco non ha mai recuperato quest’acqua. 18mila milioni di galloni di quest’acqua sono stati buttati nei fiumi e nelle paludi della zona. Nei 22 impianti di separazione che avevano per separare acqua, gas e petrolio.
La cosa ironica è che proprio i tecnici della Texaco, nel 1952, idearono un progetto per il riciclaggio dell’acqua di formazione. Iniziarono ad applicare questo procedimento già all’inizio degli anni ’60 negli Stati Uniti. Qui invece no, avrebbero dovuto farlo, ma invece quello che fecero fu buttare in giro tutto uccidendo la vita acquatica. Ora dicono che mentiamo. Tuttavia il direttore generale della Texaco qui in Ecuador, Perez-Pallares, è apparso in televisione, su un canale molto prestigioso qui in Ecuador, e ha detto che siamo dei bugiardi, che non furono 18mila milioni di galloni di acqua tossica quelli che vennero dispersi, ma 16mila milioni di galloni. Questo vuol dire che ammettono di aver contaminato, uccidendo pesci e avvelenando le popolazioni della zona che non erano preparate ad affrontare questa brutale minaccia petrolifera che venne portata qui. Ti avevo già detto che due popolazioni si sono estinte, due piccole popolazioni, i Tetete e i Salsaguari. I Cofan erano più di 4.800 attualmente ce ne sono 1.200. Tutto per colpa di questo. Per cui quando a noi parlano di sviluppo petrolifero eccetera, per noi è un insulto e abbiamo anche timore, perché sappiamo già il pericolo che questo comporta per noi…..

Questo posto si chiama Chuchufin di Sur e questo è l’impianto di separazione. Questo è l’inceneritore o meglio gli inceneritori, dove si brucia il gas. Si il gas pesante viene bruciato qui, però molte volte non arriva solo il gas, il sistema non riesce a separare tutto, si crea una coazione e alla fine esce anche del petrolio. Qui capita che ci siano piogge acide con petrolio. Questi inceneritori non sono della Texaco, questi sono della Petro Ecuador. Ora si chiamano inceneritori ecologici, perché sono più alti e hanno più capacità di combustione, cioè a dire che bruciano di più. Gli inceneritori della Texaco erano dietro a quegli alberi dove c’è una laguna e gli inceneritori erano proprio sul bordo della laguna. Quella era la laguna che serviva per bruciare. Lì arrivava tutta l’acqua di formazione, lì si bruciava il gas, quando passava del petrolio veniva bruciato lì. Il tutto usciva tramite un canale e si riversava nel fiume La Victoria. Fino al 1986 l’acqua di formazione che usciva da questo impianto veniva buttata lì. Nell’86 le persone che lavoravano nel settore si sono ribellate, hanno indetto uno sciopero. Come sempre sono state chiamate sul posto le forze armate, i militari, perché reprimessero questa cosa. La gente non si lasciò spaventare, si sentivano già abbastanza pregiudicati da quanto successo. Alla fine riuscirono a obbligare la compagnia a non buttare l’acqua di formazione nel fiume. Però quello che fece la compagnia, fu aprire un altro canale per buttare queste acque nel fiume La Sur, questo è quello che fecero. Inoltre questi inceneritori fanno molto male a questi insetti. Questi insetti notturni credono che improvvisamente ci sia la luna e vengono qui a fare la loro danza dell’amore, così dicono gli esperti, e a questo punto si bruciano. Qui muoiono milioni di insetti ogni giorno. Per fortuna si riproducono molto velocemente, altrimenti sarebbero già sterminati. No, non si spegne mai. Rimane acceso per ventiquattro ore, giorno e notte. Questo impianto è stato costruito nel…71…comunque ha iniziato a funzionare dal ’72 in avanti. In quel periodo il petrolio aveva già iniziato ad essere trasportato a Esmeraldas, dove veniva imbarcato per essere mandato negli Stati Uniti…

Yasuni - Omatoke

INTERVISTA AD OMATOKE, DEL POPOLO TAROMENANE

Anticamente vivevo con i miei genitori nella foresta. Prima del contatto con la “civiltà” vivevo con la sua famiglia e c’erano alcuni conflitti tra clan. Il guerriero Moita ci ha attaccato, a mio padre, a mio zio e siamo stati costretti a fuggire da un’altra parte nella foresta. Lì abbiamo dato vita a un’altro clan ma la famiglia del guerriero Moita continuava ad attaccarci perché voleva ucciderci tutti e avevamo paura.
Ho 75 anni. Quando scappammo agli attacchi di Moita avemmo i primi contatti con la civilizzazione. Quando l’eccidio della mia famiglia terminó, tornammo nel nostro territorio. E adesso sono qui per raccontare la nostra storia.
Quando avevamo conflitti tra famiglie ci avvisarono dell’arrivo di persone sconosciute. I primi ad arrivare furono i missionari. Noi non sapevamo distinguere tra petrolieri e missionari. Per noi era la civilizzazione. I missionari fecero il primo contatto con noi e ci portarono in una zona più interna della foresta. Lí c’era una canoa e mio zio aveva ucciso alcuni petrolieri che volevano sfruttare il nostro territorio. Lí fu la prima volta che sentii parlare di petrolieri.
La compagnia petrolifera ci ha costruito una casa qui a fianco ma non è quello che vogliamo. Io voglio continuare a vivere qui, non in case di cemento dove fa molto caldo e con il tetto in eternit.Prima viveva in un villaggio che adesso non c’é più. Quando viveva lì le case erano capanne con tetto di palma.
Prima solo mangiamo scimmie, pecari, volatili. Non avevamo sale e mangiavamo questo principalmente. Ora dopo il contatto mangiamo sale, zucchero e questi alimenti fanno male alla nostra salute. Quando ero piccola i miei genitori erano nomadi e ogni tre mesi cambiavamo posto nella foresta. Prima di spostarci facevamo un orto con manioca, platano e chontaduro. Ogni tre mesi seminavamo e quando tornavamo lí trovavamo i frutti. Al ritorno nel villaggio dove vivevamo prima facevamo la festa del raccolto e invitavamo le altre famiglie dei villaggi vicini. Le feste erano anche l’occasione per organizzare i matrimoni e fare sposare i più giovani.
Oggi devo difendere le future generazioni, sono i miei nipoti. Come nonna devo difendere il nostro territorio e non permetterò l’ingresso di petrolieri nè di altri. Queste zone vanno salvaguardate per i miei nipoti e per le generazioni future.Non permetto ai petrolieri di entrare nel mio territorio.
Io difendo il mio popolo e il mio territorio peró anche i giovani adesso hanno il diritto di dire che non vogliono l’ingresso delle compagnie petrolifere. Dobbiamo resistere per vivere a lungo e mantenere il nostro territorio.
Sono arrivata qui 40 anni fa. Adesso faccio fatica a camminare.
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Questa scimmia mi proteggerà. Quando crescerà lo metterò fuori, così se arriva qualcuno mi avvisa. Come se fosse un cane. Sí, anticamente usavamo le scimmie e i volatili come guardiani.Quando si avvicina qualcuno morde o inizia a gridare. Sempre i guerrieri utilizzavano le scimmie come guardiani.
Anche il picchio è un guardiano che ci protegge. A volte inizia a cantare. La lancia é importante perché loro si difendevano con le lance. Infatti il signor Bai, mio marito, dorme sempre con la lancia affianco. La tiene sempre vicino all’amaca, in modo da essere pronto per difendersi.
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INTERVISTA A PABLO FAJARDO , AVVOCATO, DISCENDENTE POPOLO COFAN
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Questo è il nostro ufficio, l’ufficio centrale del caso Texaco qui in Ecuador, dove si gestisce tutto. Questa è una parte degli archivi del processo contro la Chevron. Fino ad ora sono circa 240.000 pagine. Qui è dove abbiamo preparato il processo, poi ti posso far vedere da dove abbiamo iniziato. In questo archivio abbiamo tutte le prove tecniche e scientifiche del processo, per esempio fino ad oggi abbiamo presentato 106 relazioni di periti, di esperti, che sono andati sul posto a prendere campioni del terreno, hanno fatto analisi in laboratorio, per poi dire alla corte se c’era o non c’era inquinamento. Abbiamo più di 80.000 risultati, fisici e chimici, dell’acqua, abbiamo più di 40 testimoni, persone e contadini della zona.
Qui per esempio abbiamo…questo è la prova numero uno, si la prima quella dalla quale abbiamo iniziato la richiesta. Nell’anno…ovviamente è contro la Texaco, perché sono Chevron e Texaco…danni ambientali, da qui abbiamo iniziato il processo…questo è successo il 7 di Maggio del 2003, quando è iniziato il processo in Ecuador. Ricordo che il caso è iniziato in Ecuador, perché fu la Chevron ha chiedere che il caso venisse portato in Ecuador. Noi abbiamo iniziato il processo a New York nel 1993 e la Chevron disse ai giudici di New York: primo che il caso doveva essere annullato, ma se il caso doveva esserci, doveva essere demandato alla Corte Ecuadoriana. Per sostenere ciò la Chevron presentò almeno 14 affermazioni di periti, giuristi e avvocati ecuadoriani, nei quali si diceva che le Corti Ecuadoriane erano le migliori del mondo, capaci e competenti per portare avanti questo processo. Inoltre la Chevron si impegnò, per iscritto, firmò un documento scritto, con il quale diceva alla Corte di New York che si impegnava a rispettare quello che sarebbe stato deciso dalla giustizia ecuadoriana. Con questo impegno e con questo avvallo, la Corte di New York ha stabilito che il processo fosse affidato alla Corte dell’Ecuador. Ecco perché nel Maggio 2003 abbiamo iniziato il caso qui. Questa è la domanda per iniziare il caso qui…Dopo nove anni e dopo aver prodotto tutta questa documentazione, alla fine ottenemmo la sentenza di condanna alla Chevron per il danno ambientale causato nella nostra Amazzonia.
Queste più che altro sono copie dei documenti dei querelanti, contadini…che firmarono la petizione e quindi è stato a loro nome che è stata presentata la petizione… sono 47 persone che hanno firmato e che fanno parte del processo.
E ci sono le lettere che dichiarano che vogliono che la Texaco paghi per tutto questo.
Negli Stati Uniti non è mai iniziato il processo realmente…non è iniziato negli Stati Uniti. Noi abbiamo presentato a New York la petizione, poi la Chevron argomentò che la Corte di New York non era il foro competente, per cui doveva essere sottoposto alla Corte Ecuadoriana. Quindi tutto il processo è stato fatto qui in Ecuador. Ovviamente dagli Stati Uniti sono state portate qui alcune informazioni prodotte lì, come ad esempio “Discovery” (???), ma il processo in sé iniziò nel Maggio 2003 qui in Ecuador e si concluse con la sentenza del Febbraio 2011 e poi con quella del Gennaio 2012, quando la sentenza fu ratificata.
Vediamo…questo processo contro Chevron, io credo sia uno dei più importanti nella storia dell’umanità, per quanto concerne la lotta di contadini, indigeni…contro le imprese petrolifere nel mondo intero. Questo processo per me rappresenta la lotta sociale per la vita, per la giustizia, per il rispetto dei diritti umani. Ovviamente la Chevron ha la responsabilità, per tutto il gruppo, di difendere questo crimine, questa impunità che ha nel mondo intero. Però una sentenza che viene emessa in Ecuador, è valida solamente in Ecuador, perché le leggi dicono così. Così come una sentenza emessa dalla Corte Italiana, è valida solamente in Italia. La Chevron noi riteniamo che sia la compagnia più irresponsabile, più mediocre del mondo…ora non ha più attività in Ecuador…perché mentre si stava portando avanti il processo, quello che ha fatto la Chevron è stato allontanare o vendere tutto quello che aveva in Ecuador. Ora non hanno nulla in Ecuador. L’unica cosa che siamo riusciti a trovare è un conto in una banca che ha solo 350 Dollari, non hanno più soldi in Ecuador. Noi per poter farci pagare la sentenza dobbiamo andare in altri paesi: Brasile, Argentina, Canada, Australia, Nuova Zelanda e magari anche in altri paesi per farci pagare quanto è stato sanzionato, perché la Chevron non ha soldi in Ecuador. Però per farci pagare in quei paesi dobbiamo ottenere un tramite giudiziario, quello che si chiama: omologazione della sentenza. Cioè a dire ottenere che la sentenza emessa dalla Corte Ecuadoriana venga riconosciuta valida dal Paese dove andiamo a richiedere che venga eseguita. Se viene riconosciuta valida allora possiamo richiedere che venga eseguita. Tutto questo fa si che il processo sia molto più lungo.
All’interno di tutta questa documentazione, ci sono i rapporti degli esperti, dei periti, come li chiamiamo noi…relazioni dei periti della Chevron, dei periti dei querelanti…che verificano se c’è inquinamento…che tipi di elementi sono stati trovati nel terreno, comparazioni con norme di altri paesi come ad esempio gli Stati Uniti, l’Europa. Poi ci sono, le testimonianze dei contadini, di indigeni. Persone che hanno vissuto tutta la loro vita davanti alle piscine di petrolio, e questi contadini o indigeni quando il Giudice si recava sul posto per verificare se c’era o meno inquinamento, dicevano al Giudice: ” Signor Giudice, noi viviamo qui da 30 anni, mio figlio, mia moglie o mio marito sono morti di cancro”, oppure “mio figlio ha il cancro, io ho subito degli aborti, il mio bestiame è morto”. Ossia persone che hanno raccontato come avevano vissuto, quanto avevano sofferto per tutto questo. C’è una relazione molto interessante che è stata anche inserita in un libro, che s’intitola “Le parole della foresta”, dove si dimostra tramite studi sulla salute pubblica, che i casi di cancro in quelle zone sono molti di più che nel resto del paese. Ci sono degli esperti che hanno fatto uno studio che dimostra che quanto più vicino ai pozzi di petrolio vivono le famiglie, maggiori sono i casi di cancro. Allontanandosi vi sono un numero minore di casi di cancro. Un’altra cosa molto importante che è inserita nella documentazione…ovviamente ora è difficile ritrovarla…è il problema con le popolazioni indigene. Per esempio le popolazioni indigene che vivono in questa zona del Canton Lago Agrio. Qui viveva la popolazione Cofan, e furono i primi che dovettero spostarsi altrove per i problemi ambientali causati della Texaco. La popolazione Cofan, viveva in questa zona, aveva i suo centro abitato alla foce del fiume Teteyé che è un poco più in giù, vicino al fiume Guarico. Quando la Texaco perforò il pozzo Lago n. 1 e Lago n.2, mi pare che siate già stati lì, butto acqua tossica e petrolio nel fiume, i pesci morirono e la popolazione Cofan ha dovuto spostarsi per cercare un altro posto dove vivere perché li era tutto inquinato. Le popolazioni indigene normalmente in America Latina, si alimentavano con la pesca, la caccia e i prodotti che raccoglievano nella foresta. La Texaco con il suo atteggiamento irresponsabile, inquinò il fiume e i pesci morirono, togliendo così agli indigeni una delle loro fonti principali di alimentazione delle popolazioni indigene. A questo punto gli indigeni per sopravvivere dovevano andare a comperare cibo al mercato, ma per poter comperare il cibo dovevano lavorare per la compagnia petrolifera. Per cui l’economia della loro vita cambiò e diventò un’economia di mercato alla quale loro non erano preparati. C’è un’altra cosa, abbiamo delle testimonianze, anch’esse sono qui, di uomini e donne indigene, che raccontano e affermano, di come gli operai Texaco stupravano le donne indigene. Noti una cosa, in una qualsiasi guerra nel mondo la media di abusi sessuali perpetrati da soldati nei confronti delle donne, è di circa il 10%,. Nell’Amazzonia Ecuadoriana il 10% delle donne hanno subito qualche tipo di abuso sessuali o di molestia sessuale da parte dei lavoratori della Texaco. Nella popolazione Cofan ci sono molti giovani che sono il frutto di abusi sessuali. La gente ha vissuto in una sorta di massacro, di guerra, in un’umiliazione barbara nel periodo della compagnia Texaco.
In effetti è stata un’invasione. Non c’era rispetto della vita, dell’ambiente, della cultura delle popolazioni. C’era un razzismo così marcato e forte, la vita degli indigeni non veniva considerata. All’interno di questo processo gli avvocati della Chevron affermano che tutta l’Amazzonia Ecuadoriana è un’area dell’industria petrolifera. Affermano che in Amazzonia non dovrebbe abitare nessun essere umano ..si dicono così. Che cosa vuol dire questo? Che gli indigeni che vivevano qui prima dell’arrivo della Texaco, non sono esseri umani. Oppure se sono esseri umani non hanno nessun valore. C’è un razzismo così forte all’interno della Chevron, per cui essi considerano che gli indigeni non sono esseri umani, o comunque che valgono molto meno di chiunque altro. Quindi c’è stata una vera occupazione, un’invasione, e la compagnia ha sempre considerato l’Amazzonia una zona per i rifiuti petroliferi, per buttare i rifiuti dell’industria petrolifera.
Io credo che sia migliorato. Non è la cosa migliore che abbiamo, ma io penso che l’industria petrolifera in tutto il mondo abbia un grande debito con l’umanità. L’industria petrolifera nel mondo si è dedicata a cercare il modo migliore per estrarre il petrolio, ovunque esso sia. Il petrolio facile da estrarre è finito ormai, adesso è sempre più complicato estrarre petrolio. Infatti ora stanno andando sempre più in fono nel mare per estrarre petrolio. Sanno molto bene come estrarre il petrolio ovunque sia, però non sanno, perché non hanno investito in questo, non sanno come fare per evitare gli impatti ambientali, né come eliminare gli effetti dell’impatto ambientale. Basta vedere quello che è successo nel 2010 nel Golfo del Messico con la BP. Una perdita. La compagnia creò il pozzo, ma poi quando c’è stata la perdita hanno passato quattro mesi per cercare di capire come creare un tappo per evitare queste perdite. Per cui vedi, sanno come estrarlo, ma non sanno cosa fare per evitare danni ambientali. Ci sono molti esempi. Ecco, non sanno come eliminare l’impatto ambientale. Tuttavia io credo che quello che ha fatto la Texaco sia una cosa unica nel mondo, o perlomeno in questa parte dell’America Latina. Oggi non succedono le stesse cose, ci sono dei miglioramenti importanti, per esempio ora non si butta più il petrolio sulle strade come faceva Texaco. Le compagnie non scavano più delle piscine come faceva Texaco, per buttarci tutti gli scarti tossici, non lo fanno più. Non bruciano più il petrolio delle perdite come faceva la Texaco. Sono state apportate delle migliorie importanti. Tuttavia ci sono comunque dei danni, ci sono perdite frequenti, magari puliscono un po’ ma comunque ci sono perdite, vi sono conflitti sociali con le popolazioni indigene, non si capisce la mentalità e la logica delle popolazioni indigene, a volte si pena che tutti siano uguali, ma non è vero, ogni popolo è diverso. Per cui continua a generarsi un impatto ambientale e culturale, ma non è uguale a quello che c’è stato con Texaco.
Si è vero. Io credo che questo processo sia servito molto all’Ecuador, per molte cose fu dell’Ecuador. Come ho detto prima, secondo me questa è stata una delle battaglie più importanti nel mondo. Che ha visto popolazioni povere, indigeni e contadini, affrontare una compagnia potente come la Chevron, che è una delle più grandi del mondo. E’ servito molto perché ora in Ecuador ci sono dei miglioramenti, per esempio il sistema giuridico si è modificato. La gente quando sa di una perdita di petrolio, la denuncia, protesta, non rimane in silenzio, hanno perso la paura di affrontare le compagnie, cosa estremamente importante. Anche il Governo ascolta di più, ha cambiato alcune normative per poter trattare meglio queste cose. Ma anche il mondo intero. Qualche tempo fa sono stato a Ginevra, in Svizzera, per condividere la mia esperienza con questo caso, spiegando come la Chevron ha violato i diritti umani dei contadini e degli indigeni, e come la Chevron dopo questa sentenza con il suo abuso economico vuole negare giustizia alla gente. Molte persone alle Nazioni Unite sono interessate ad informarsi su questo caso per poter cercare di cambiare le normative, per, chissà, creare un convegno dove si obblighino le compagnie ad agire in modo responsabile. Per esempio oggi nel Patto Globale delle Nazioni Unite. Un accordo che include dieci principi sulla responsabilità delle imprese, ma ovviamente per la Chevron questo Patto Globale, vale meno della carta igienica. Non fa nulla e non lo rispetta in nessun modo. Per cui io credo che si debba lavorare ancora di più sulle normative, in tutto il mondo, perché le imprese agiscano in modo più responsabile. Io ho detto già, che noi non siamo contro alle attività petrolifere. Cioè, se tutti noi diciamo no al petrolio, queste luci si spengono, e voi non potete volare più in aereo, e così anch’io. Fino a quando non vi saranno altre fonti di energia elettrica, di energia nel mondo, che esistono ma non sono ancora state sviluppate, fino a quando non avremo questo abbiamo bisogno del petrolio. Il problema non è tanto il petrolio, ma come le imprese fanno le cose. Se la Chevron, la Shell, qualsiasi altra compagnia petrolifera, agissero in modo responsabile, rispettando le leggi dei vari paesi, rispettando le norme internazionali sul modo di operare, rispettando l’ambiente, noi, le popolazioni indigene, io credo che potremmo convivere meglio. Le imprese non devono mettere gli interessi economici al di sopra della vita umana. Che, come dev’essere, diano un valora alla vita più che al denaro. L’umanità commette un grave errore a dare un valore alle cose che hanno un prezzo, e a non considerare ciò che non ha un prezzo, che però vale molto di più: la vita, l’acqua, l’ossigeno, non hanno un prezzo, però valgono più del petrolio.
Io credo che questo è un grande conflitto che ha l’umanità. I Governi nel mondo, nessuno escluso, possono avere diverse ideologie politiche, possono essere socialisti, anarchici, di destra di sinistra, non importa, ma alla fine tutti sono “estrattivisti”. Tutti basano la loro economia, se possono, nell’estrarre le risorse che hanno. Le cose poi cambiano decidendo come distribuire le risorse. Però in merito al modello “estrattivo” sono tutti uguali. Questo atteggiamento crea grossi impatti ambientali e sociali. Per cui si deve mettere tutto su una bilancia: cosa fa il governo per sostenere l’economia? Cosa fa di buono Correa per sostenere l’economia? Deve cercare risorse, e in questo caso le trova nelle miniere e nel petrolio. Impedire al Governo di estrarre petrolio, dicendo non estraetelo più, potrebbe generare gravi problemi economici nel paese. Per cui se non c’è altro si possono però cercare modi di estrarlo più razionali e responsabili, ma anche nel rispetto della legge e dei diritti delle popolazioni indigene che vivono qui. Quello che io non accetto, che non accetterò mai e per il quale mi batterò e continuerò a lottare per tutta la vita se necessario, che le imprese e i Governi rispettino le nostre popolazioni, i nostri diritti, come deve essere. Insisto, che non mettano il denaro al di sopra delle nostre vite.
Questa è stata la proposta nel caso di Yasunì, che è solo una zona dell’Amazzonia. E’ un parco nazionale, una riserva della biosfera, riconosciuta dall’UNESCO, è il giacimento di idrocarburi più grande dell’Ecuador. Secondo me è una proposta eccellente, una buona proposta, tuttavia ho dei dubbi sul fatto che si realizzi, si ho dei dubbi. Alla fine il Governo, con la scusa o per ragione del fatto che non avrebbe l’appoggio della comunità internazionale, deciderà di estrarre quelle risorse. Però ripeto, Yasunì è solo una parte, tutto il resto dell’Amazzonia, il centro e tutto il resto non rientrano in questo progetto. Già ora stanno dando concessioni petrolifere. Spero proprio che alla fine si giunga a questo. Guarda, nel caso dell’Amazzonia Ecuadoriana, io credo che il paese per 45 anni è vissuto sfruttando il tesoro sbagliato. Il tesoro dell’Ecuador, soprattutto in Amazzonia, non è il petrolio, né tantomeno il rame o l’oro…è la sua biodiversità la sua ricchezza, che può generare, per esempio, moltissimo turismo. Il petrolio, il rame, l’oro si estraggono e durano 10-20-30 anni, poi finiscono e l’Amazzonia rimane distrutta. Se si crea una gestione responsabile del turismo, si può continuare tranquillamente a lavorare per secoli su quella linea senza grossi problemi. Io credo che il paese fino ad ora ha sfruttato il tesoro sbagliato.
Generalmente i Governi cercano un modo per ottenere denaro subito. L’altro è denaro che arriva… si esattamente è ottenere qualche cosa ora. Però bisogna riflettere. Io credo che i Governi debbano smetterla di andare avanti e di governare guardano solo i calcoli politici, dovrebbero governare per le generazioni future. Questo è il problema di alcuni Governi molte volte. Governano seguendo le inchieste e secondo dei calcoli politici. Non governano per l’umanità né per il futuro.
Ci sono molti avvocati nel mondo…si l’industria… si diverse corporazioni che hanno dei conflitti, ci hanno contattato. Per esempio due miei colleghi ora sono in Argentina per condividere la nostra esperienza con popolazioni indigene dell’America Latina: Venezuela, Brasile, Cile, Colombia, Argentina e altri paesi, questo incontro sta avvenendo nel sud dell’Argentina. Molti avvocati, molte associazioni per gli indigeni, i contadini, voglio imparare da quanto è successo a noi per poi replicarlo. Io stesso ho condiviso questa mia esperienza con svariate università nel mondo, con dei gruppi sociali, con avvocati. Come dicevo io credo che sia un’esperienza unica…
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Molti pensano che sia impossibile battersi contro un impresa importante. Invece con il tempo abbiamo dimostrato che invece è possibile. Quando le persone si uniscono, lasciano fuori interessi personali, e si uniscono per un interesse collettivo, sono campaci di superare qualsiasi ostacolo incontrino. E questo ora è evidente.
In effetti stanno già studiando il nostro caso, tant’è che più di 100 studenti hanno già basato le loro tesi su questo caso. La sentenza del Giudice Ambrano è stata letta ed è stata tradotta, fino ad oggi, in almeno cinque lingue. Io credo che stiamo aprendo una nuova strada, che prima non c’era, oppure era fatta male. Stiamo creando una nuova giurisprudenza in questo senso. In effetti, sia dal punto di vista di lotta sociale che di diritti delle popolazioni indigene, sia che debbano affrontare imprese minerarie o petrolifere o la lotta per l’acqua, la gente inizia ad imparare. Soprattutto per l’acqua. Nella nostra Amazzonia, il problema principale oggi è l’acqua. Si, l’acqua. Perché? Come voi avete potuto constatare questa mattina, le fonti d’acqua contengono idrocarburi. Guardando l’acqua sembra pulita, ma se si prende un campione ci si rende conto che quell’acqua non è pulita. L’acqua è un grande problema nella nostra Amazzonia, che ha causato la morte di molte persone. In Ecuador abbiamo moltissima acqua, a volte fin troppa, ma qui l’acqua non ha una buona qualità. Abbiamo parlato spesso di questo problema e crediamo che forse uno dei problemi che forse uno dei grandi problemi del mondo, in futuro, sarà proprio l’acqua. I grossi conflitti saranno principalmente per l’acqua, più che per il petrolio.
Secondo me questo progetto è ancora in piedi. Io spero, sempre meno però ho ancora speranze, che si arrivi a rispettare quella zona. Sia per l’ambiente in sé che per la vita delle popolazioni indigene. All’interno della zona Yasunì I.T.T. c’erano popolazioni indigene che non erano mai state contattate, Pelota Gaeri, Pelota Romenani (vanno controllati questi due nomi), se si andasse ad estrarre petrolio in quelle zone queste popolazioni sparirebbero, si estinguerebbero. Sono popolazioni che hanno rifiutato il contatto con altre civilizzazioni. Non possiamo obbligarli, violare i loro diritti umani per obbligarli a sottomettersi alla nostra cultura. Questo non è possibile. Io rispetto la vita di queste persone, sogno e continuerò a sognare, che si rispetti Yasunì e che quelle popolazioni continuino a vivere come desiderano.
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Questo è uno studio che è stato fatto. Siamo andati a tutti i pozzi, uno per uno, cercando informazioni e indicando cosa c’era in ogni pozzo, che piscine c’erano in ognuno di questi posti, ecco perché ci sono centinaia di foto di ognuno di questi posti, di questi pozzi. Che famiglie vivono vicino ai pozzi, a che distanza. In un altro studio vengono indicati i problemi che ognuno ha avuto.La gente qui aiuta molto. E’ la principale fonte d’informazione. Una cosa molto importante è la fiducia che abbiamo generato con la gente. La gente si fida di noi e ci dice che hanno speranza che venga fatta giustizia. Quindi quando andiamo sul posto, non ci negano le informazioni, le persone collaborano. A volte non si sa bene dov’è una piscina, magari coperta di terra, e le persone ci indicano esattamente dov’è. Sono esattamente 19.000 milioni di Dollari e non è arrivato neanche un centesimo.
Per ora la Chevron non ha pagato neanche un centesimo. C’è un embargo su un conto di 350 Dollari, e stiamo aspettando che lo liberino, ma è l’unico che abbiamo al momento. Avevamo un embargo in Argentina, nella Repubblica Argentina, ma sfortunatamente a causa di un ricatto di Chevron al Governo Argentino, questo embargo è stato ritirato. Per il momento abbiamo azioni d’esecuzione solo fuori dall’Ecuador: in Argentina, Brasile e Canda per il momento, speriamo di avere successo in questi paesi e in altri che contatteremo più avanti. La Chevron non ha pagato ancora neanche un centesimo. La Chevron per ora ha pagato calcoliamo noi, circa 1.300 milioni di Dollari per difendersi in questo processo, cosa molto interessante. La Chevron sostiene che ha posto rimedio in Amazzonia, che hanno ripulito il danno ambientale che c’era. Però per ripulire l’Amazzonia hanno investito 40 milioni di Dollari, solo 40 milioni. Per difendersi in questo processo, per cercare di occultare il crimine commesso, hanno speso 1.300 milioni…è un insulto alla giustizia, è un’offesa per le popolazioni indigene, è un sistema per cercare di evitare che ci sia giustizia per interessi economici. Questo è come il denaro si impone sulla giustizia.
Più che questo è che noi abbiamo vinto il processo e la Chevron deve pagare. E’ un principio universale: chi inquina paga. La Chevron ha inquinato e deve pagare. Ma cosa fa la Chevron? La Chevron sta cercando, con tutti i mezzi possibili, di passare la responsabilità, la fattura, allo Stato ecuadoriano. Ossia la Chevron dice che se noi incassiamo 1.000 milioni dalla Chevron, faremo in modo che lo Stato paghi questi 1.000 milioni all’impresa. Ossia vogliono che l’intero Paese, paghi il debito che loro hanno con noi. La qual cosa è ingiusta. Quindi lo Stato cerca di difendersi dagli attacchi della Chevron, non ha altra opzione. Per esempio la Chevron negli ultimi sette anni ha speso più di 70 milioni di Dollari nelle lobby negli Stati Uniti. Lobby per che cosa? Per fare in modo che il Governo Nord Americano non faccia più accordi commerciali con l’Ecuador. La Chevron dice che non si può permettere che un paese così piccolo come l’Ecuador dia noia a un’impresa così grande come la Chevron. Ecco l’arroganza di questa impresa. Ad ogni modo ora lo Stato deve difendersi, però questo non implica che lo Stato ci stia appoggiando, deve difendersi e questo capita in qualsiasi parte del mondo. Se arriva un’impresa qualsiasi e inizia ad attaccare ferocemente lo Stato italiano, lo Stato deve difendersi. Guardi, nel caso della BP negli Stati Uniti, che cosa ha fatto Obama? Obama ha chiesto persino di prendere a calci nel didietro il direttore della BP…questo è il suo intervento? No è difendere la sua sovranità, il suo Paese e va bene. Tuttavia nel caso qui, quando il Governo deve difendere la sua sovranità del Paese, difendere l’entità del Paese, difendere ciò che è accaduto nel Paese, la Chevron accusa lo Stato ecuadoriano. Io sono contento di quello che ha fatto il governo di Correa, in questo caso specifico, perché sta facendo una cosa molto bella, che è difendere la sovranità del paese non permettere che un’impresa potente come la Chevron, abusi di un paese piccolo come l’Ecuador.
No l’abbiamo fatto come gruppo di persone colpite, come vittime. Hanno firmato 2000 persone colpite.
Prima di tutto io credo che Papa Francesco, anche per il nome che porta, sia una persona che si preoccupa della difesa dell’ambiente. Io sono cattolico, ho lavorato con i francescani per molto tempo e so chi è San Francesco d’Assisi, so chi è, so che è una persona che ha difeso molto la natura, la vita, gli animali. Io mi identifico molto con questo. Papa Francesco ha una linea molto simile, cosa super importante. Per cui io credo che lui, conoscendo il problema reale della nostra Amazzonia, deve appoggiare, e deve anche, almeno, fare le orazioni necessarie al fine di ottenere che si faccia giustizia e che si rispetti la terra. Per cui le persone colpite, circa 2000 persone, abbiamo firmato una lettera e gliel’abbiamo inviata a Papa Francesco, chiedendogli il suo aiuto, la sua solidarietà con noi le vittime dell’Amazzonia Ecuadoriana. Speriamo di ricevere presto una risposta.
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2013 – IL PICCOLO MARE – LUOGHI E PERSONE DI CUI VOGLIO RIFERIRE

IL PICCOLO MARE MANIGESTO

Il filo conduttore di questo lavoro si snoda lungo gli argini del Marecchia, piccolo ma importante fiume della Romagna, scandagliando il  mondo che si affaccia sulle sue acque; le attività dell’uomo, le grandi industrie e i piccoli artigiani, il fluire dei giorni e delle stagioni, il mutare dell’ambiente. Un lento viaggio in una valle ancora intatta, di primordiale bellezza, un po’ di qua e un po’ di là, come concede il cinema libero e indipendente. Il Marecchia ha una storia straordinaria, a cominciare dal suo antico nome “Maricula” o PICCOLO MARE per i Romani, che poi ha visto nascere Rimini.
Compagno fedele e silenzioso delle più schiette genti di Romagna, il Marecchia è un fiume carico di cultura e segreti che meritano d’essere svelati; con il dovuto rispetto che ogni fiume, anche il più piccolo e apparentemente insignificante, merita. Non a caso un fiume è per eccellenza la figura interrogativa dell’identità e il suo eterno movimento, che sia di 70 km o di 650 come il Po, è “una sfida alla fissità dell’identico” come scrive Claudio Magris nel suo “Danubio”.

Raccontato in questi termini potrebbe sembrare un documentario a sfondo ecologico ma, come vedremo,  non è così, soprattutto per i luoghi e le persone che presenta.  L’ordito del progetto è sostenuto infatti da vari “mediatori del racconto” che incoraggiano lo spettatore a farsi condurre per mano “per molte strade” dove a volte la realtà è diversa da quello che in apparenza è; oppure a conoscere persone che hanno una storia da raccontare. Uno di questi percorsi svela qualcosa che pochi sanno: un pericolo, anche se ancora remoto, che non solo il fiume ma l’intera valle sta rischiando. Alcuni, soprattutto fra i politici, sostengono infatti che il territorio soffre una cronica emergenza di collegamenti e auspicano una nuova bretella che, intercettando la E45, colleghi l’Adriatico al Tirreno.
In questo contesto “Il piccolo mare” non decanta quindi solo le bellezze naturali di un luogo fortunatamente ancora intatto, ma mette in guardia chi vuole perseguire idee di distruzione prima che l’intera Valmarecchia si trasformi in una nuova Val Susa.
La storia del Marecchia, o PICCOLO MARE, è la storia della civiltà e della cultura della Romagna. Ma è anche quella dell’avventura dell’uomo, perché egli sa che l’acqua provvederà alla vita di tutti i suoi figli. Per questo i fiumi, piccoli o grandi che siano, sono sacri, e meritano da noi il massimo rispetto.

Maurizio Zaccaro, dicembre 2012

TRE ANNI DI RIPRESE, PIU’ DI CENTO ORE DI MATERIALE GIRATO, L’ETERNO CONFRONTO FRA NATURA E UOMO, 65 MINUTI DI FILM CHE RACCONTANO L’ULTIMA VALLE INCONTAMINATA D’ITALIA E IL SUO FIUME, IL MARECCHIA, CHE LA GENTE DEL POSTO CHIAMA CON AFFETTO “IL PICCOLO MARE”

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Viaggio nel cuore della Romagna (e non solo)

Nella carriera di ogni autore prima o poi sopraggiunge una fase meditativa, un bilancio intimo, esplorativo del proprio percorso compiuto. Un momento in cui si accantona il desiderio di raccontare mondi inventati o appartenenti esclusivamente ad altri, per concentrarsi su se stessi, conoscersi e fare conoscere al pubblico la realtà, i luoghi, le persone che della formazione artistica sono stati ispiratori e bacino di influenze.

Il piccolo mare è innanzitutto un atto d’amore rivolto alla Marecchia, terra madre di Maurizio Zaccaro, che ha preparato questo documentario in solitudine per 2 anni, spesso non allontanandosi più di 200 m da casa, a volte affacciando la mdp semplicemente alla finestra, per assorbire e immortalare l’energia misteriosa del torrente che scorre tra le vallate romagnole. L’acqua sorgente di vita, testimone inestinguibile di tutte le cose, scandisce il tempo delle stagioni e di una tradizione che lotta per non scomparire malgrado i tentativi d’irruzione dell’esterno. Zaccaro ci mostra una natura che pulsa e si preserva, nella primavera di un eden primordiale di cui egli stesso sembra ancora in grado di stupirsi, e nella neve finale che copre la magia congelandola, circondando gli antichi mestieri, i ricordi di chi visse l’esperienza della guerra, i proverbi dialettali, il rituale del pranzo domenicale in famiglia, tra un bicchiere di vino, una fetta di salame e qualche storiella buffa. Un diario personale che celebra e si confronta con i grandi personaggi che in quei ruscelli si sono specchiati, Ezra Pound, Tonino Guerra. Quest’ultimo, qui intervistato pochi mesi prima della morte, rivela come il vento di quelle parti abbia mosso le sue parole e come i mondi poveri siano necessari alla poesia. Lontano però da una visione ambientalista troppo arcaica e conservatrice, Zaccaro dà spazio all’intrusione di artisti circensi e assemblatori di rottami metallici che poco hanno in comune con gli stampatori di tele, ammettendo così come la contaminazione in alcuni casi sia di arricchimento alla comunità. Necessaria a formare nuove possibilità di partecipazione pubblica, in sostituzione alle modalità già perdute, come ad esempio il teatro in piazza di S.Arcangelo. Ben diversamente invece è percepito il progetto dell’E45, autostrada che stravolgerebbe il paesaggio distruggendo l’assetto geologico, pericolo non solo locale ma di ogni vallata su cui si siano posati gli interessi imprenditoriali. Il piccolo mare allora, nato da un bisogno interiore coltivato nelle radici di un territorio, finisce per confluire idealmente in altri fiumi e nei sentimenti di altre popolazioni, evocando archetipi universali a cui solo un italiano ha saputo dare magistralmente forma nella storia del cinema. Un italiano che si è nutrito della stessa atmosfera e del respiro della stessa aria: Federico Fellini.

IL PICCOLO MARE

Regia e sceneggiatura: Maurizio Zaccaro

Fotografia: Maurizio Zaccaro

Montaggio: Dario Indelicato

Musica: Andrea Alessi, Theo Teardo

Interpreti: Tonino Guerra, Alfonso Marchi, Annalisa Teodorani, Matteo Giorgetti

Produzione: FreeSolo Produzioni.

<section class=”line_info_film”> <p><p>Regia e sceneggiatura: Maurizio Zaccaro</p> </section>

Il film si snoda lungo gli argini del Marecchia, piccolo fiume della Romagna, scandagliando il  mondo che si affaccia sulle sue acque; le attività dell’uomo, le grandi industrie e i piccoli artigiani, il fluire dei giorni e delle stagioni, il mutare dell’ambiente. Un lento viaggio in una valle ancora intatta, di primordiale bellezza, un po’ di qua e un po’ di là, come concede il cinema libero e indipendente. Il Marecchia ha una storia straordinaria, a cominciare dal suo antico nome “Maricula” o Piccolo Mare per i Romani. Compagno fedele e silenzioso delle più schiette genti di Romagna, il Marecchia è un fiume carico di cultura e segreti che meritano d’essere svelati; con il dovuto rispetto che ogni fiume merita.

Dichiarazione del regista

«Sono partito da un piccola scrittura e ho sviluppato il progetto man mano che scoprivo luoghi e persone. E’ un documentario estemporaneo e libero, spero che trovi un buon riscontro, come l’ultimo film doc Un foglio bianco, realizzato insieme a Ermanno Olmi: la Cineteca di Bologna sta ricevendo tantissime richieste di proiezione. I film doc hanno la funzione di mostrare ma devono anche far capire, evidenziare dei punti particolari. Il Piccolo mare lo hanno visto degli amici francesi e pur non essendo ancora sottotitolato hanno compreso tutto, le immagini parlano, mi hanno detto che è una parte dell’Italia così incontaminata, genuina e poco conosciuta». Maurizio Zaccaro.

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Il Piccolo mare - Maurizio Zaccaro durante le riprese a Santarcangelo. Photo La Voce di Romagna ©

Il Piccolo mare – Maurizio Zaccaro durante le riprese a Santarcangelo. Photo La Voce di Romagna ©

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2012 – 69.MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA: COME VOGLIO CHE SIA IL MIO FUTURO

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IntoTheVenice: ‘Come voglio che sia il mio futuro’, un progetto speciale di Olmi e Zaccaro

“Le cose belle vengono quando meno te lo aspetti”. È una frase di antica saggezza popolare (da nonna, per intenderci), ma quanto mai vera. Ripiegando su una proiezione speciale, vista l’impossibilità di entrare nella Sala Grande del Festival per uno dei film più attesi, abbiamo scoperto per voi un piccolo gioiellino, un prodotto semplice ma intenso e significativo.
Come voglio che sia il mio futuro è un documentario di 70 minuti capace di commuovere e far riflettere. Si tratta di una serie di interviste realizzate in giro per tutta l’Italia, un quadretto vario e composito di bambini e ragazzi (i più grandi sono ventenni, i più piccoli sotto i dieci anni) che ci parlano dei loro progetti e delle loro fantasie riguardo a quel che sarà di loro o a quel che sperano che gli accada. Quasi nessuno di loro è superficiale. Qualcuno è pieno di dubbi, certo, ma molti sono maturi abbastanza da comprendere che il dubbio è sintomo d’intelligenza, e molti altri sono invece assai determinati e convinti delle loro asserzioni. Le risposte dei giovani intervistati sono spiazzanti e concrete: tutti quanti vogliono lavorare e sanno che le difficoltà del mondo moderno sono un ostacolo per i loro percorsi. Alcuni lavorano già. Non tutti vogliono studiare (“ci sono troppi avvocati e dottori, bisogna riscoprire i lavori manuali”), qualcuno invece è pronto a grandi sacrifici per farlo. I ragazzi vengono da situazioni geografiche e sociali molto diverse: chi vive in città parla in maniera molto differente da chi è cresciuto tra i boschi, così come chi ha una famiglia alle spalle si esprime in modo opposto rispetto a chi non ce l’ha o ne ha sofferto. Qualcuno è stato in prigione (“ho fatto delle cazzate”) ma vuole ricominciare da capo. Un ragazzo spiazza la platea affermando che vuole essere il padre che non ha mai avuto e così una diciannovenne neo-mamma che dichiara piangendo l’amore per la sua piccola, per la quale si augura solo che non soffra. Storie di vita, racconti brevi ma intrisi di sentimenti forti e contrastati, immagini che delicatamente scuotono gli spettatori dal torpore quotidiano. Colpendoli. E facendoli vibrare dentro. Perché il futuro di questi piccoli uomini e donne è anche il nostro futuro.

da Venezia, Roberta D’Andrea

SCARICA IL PRESSBOOK: http://www.cinetecadibologna.it/files/stampa/settembre_2012/pressbook_futuro.pdf

Alissja - 9 anni - Rimini

NICOLA - 18 ANNI - ASIAGO

Alessandro - Castel Guelfo (Bo)

Alessandro – Castel Guelfo (Bo)

Diego (a sinistra) 12 anni - Rimini

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Diop - 18 anni - Livorno

Agnese - 17 anni - Santarcangelo di Romagna

Alejandro - 18 anni - Assago (Mi)

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2011 – 68.MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA: UN FOGLIO BIANCO

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UN FOGLIO BIANCO 

ERMANNO  OLMI, uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ha  appena compiuto 80 anni. “Un Foglio Bianco” non è solo un documentario o un omaggio alla sua inimitabile arte ma soprattutto il mio piccolo regalo di compleanno all’uomo che ha dato a tanti giovani aspiranti registi l’opportunità e il privilegio di “rubargli” il mestiere stando alla sua ”bottega”.

Raramente Olmi si è prestato, anzi sarebbe meglio dire “offerto”, all’obiettivo di una telecamera come in questo caso dove, per 90 minuti (ma ne avrei potuti montare anche il doppio per l’enorme quantità di materiale girato), si mette con affabilità e partecipazione “in scena”.  Per convincerlo però è stato necessario un patto: non una troupe al seguito che avrebbe in qualche modo intralciato il percorso creativo durante le varie fasi della realizzazione de “IL VILLAGGIO DI CARTONE”  bensì un solo uomo, una piccola telecamera hd, un microfono e niente più.

Un gioco a due quindi, di grande intimità e reciproca complicità. Di questo percorso compiuto insieme, dalla preparazione alle riprese, durato ben quattro mesi, ho cercato di cogliere gli aspetti più misteriosi e intimi del lavoro di un regista ma non solo. Quello che mi interessava veramente non era documentare la “macchina cinema” bensì tutto quello che la nutre, a cominciare dagli incontri con i personaggi che Olmi andava infaticabilmente cercando per comporre il cast che ora dona volti e voci alla sua opera. Donne, uomini e bambini provenienti da paesi lontani, approdati in Italia dopo viaggi a dir poco epici e pericolosi al tempo stesso. Per tutti costoro Olmi non era un regista ma più semplicemente un amico col quale dialogare (a volte grazie ad un interprete) alla pari, senza pregiudizi, senza soggezione, in totale libertà e serenità.

“E come si chiama?”  

“Olmi, come gli alberi…”  

“Uhmm, e di cosa si occupa?” 

“Di fare questo film…” 

Uno scambio di battute memorabile e unico. E così di seguito con tanti altri, sempre con un sorriso sulle labbra e una parola gentile per tutti. Ne è nato un film-documentario credo molto particolare, denso di sentimenti, umanità e reciproco rispetto, dedicato a chi ama il cinema e a chi il cinema lo vorrebbe fare.

 Maurizio Zaccaro

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“Maurizio Zaccaro ha girato sul set un bellissimo special, Un foglio bianco , che rimanda lo spirito dell’ opera e l’ atmosfera di un luogo speciale nel segno di un Vangelo vissuto, quotidiano.

Maurizio Porro – Corriere della Sera

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UN FOGLIO BIANCO – note tecniche 

soggetto, sceneggiatura, fotografia e regia  

MAURIZIO ZACCARO 

organizzazione 

ELISABETTA OLMI  

musiche 

TEHO TEARDO  

montaggio e motion graphic 

DARIO INDELICATO  

aiuto regista e seconda unità 

ALESSANDRA GORI  

fotografo di scena 

KASH GABRIELE TORSELLO  

prodotto da

LUIGI MUSINI  

una produzione

CINEMAUNDICI 

FREESOLO PRODUZIONI 

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nazionalità ITALIANA 

anno di produzione 2011 

ambientazione 

Bari . Palazzetto dello Sport Palaflorio 

aspect ratio:  16:9 full hd 1080  

durata film  91’ 43″

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ufficio stampa

VIVIANA RONZITTI . KINORAMA sas

Via Domenichino 4 . 00184 ROMA . ITALY

06 4819524 . +39 333 2393414

ronzitti@fastwebnet.it   www.kinoweb.it

materiale stampa su: www.kinoweb.it 

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 si ringrazia 

Maurizio Millenotti 

Giuseppe Pirrotta 

Irima Pino Viney 

Elhadji Ibrahima Faye 

Fatima Alì 

Samuels Leon Delroy 

Rashidi Osaro Wamah 

Fernando Chironda 

Souleymane Sow 

Heven Tewelde 

Prosper Elijah Keny 

Linda Keny 

Blaise Aurelien Ngoungou Essoua 

e  tutto il cast tecnico e artistico che ha contribuito alla realizzazione del film  “Il villaggio di cartone”

 e in particolare  

Michael Lonsdale 

 e Rutger Hauer

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Un foglio bianco – 

di Maurizio Zaccaro

La libertà scritta sullo schermo

Fonte: Cineclandestino -Maria Lucia Tangorra 

«Il nostro futuro è nella ricerca delle origini e io

penso che in questa ricerca l’Africa salverà noi e

non viceversa, perché ci farà conoscere e ci

riporterà al punto delle origini. Se abbiamo

bisogno di aiuto chiediamolo a loro»

– Ermanno Olmi –

Ermanno Olmi, uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ha appena compiuto 80 anni. Il film, realizzato a Bari, sul set de Il villaggio di cartone segue giorno dopo giorno la lunga preparazione avvenuta interamente dentro il Palazzetto dello Sport PalaFlorio, dove è stata ricostruita la chiesa in cui si svolge buona parte del film. In questa fase della lavorazione, mentre tecnici, falegnami e pittori davano lentamente vita a una spettacolare e originale location, intere giornate venivano spese per il casting. Decine di incontri al giorno, lunghe sedute e amichevoli interviste con i personaggi che man mano si presentavano per farsi conoscere da Olmi e che a volte davano vita a scambi di battute memorabili e unici [sinossi]

Capita spesso che l’allievo arrivato ad un determinato punto del proprio percorso professionale ed umano, scelga di omaggiare il maestro, colui che alimenta con la linfa vitale quell’humus acerbo che ci spinge verso una passione. E’ toccante quando questo omaggio si realizza mettendo in campo proprio quegli strumenti e quegli sguardi acquisiti dal maestro. Come regalo per i suoi 80 anni – e forse anche per il bentornato al cinema (Ermanno Olmi aveva affermato che Centochiodi (2007) sarebbe stato il suo ultimo film) – Maurizio Zaccaro sceglie di girare un film-documentario, Un foglio bianco, seguendo passo passo la lavorazione del nuovo lavoro Il villaggio di cartone di Olmi. Il film di Zaccaro riesce ad essere un preambolo (o prosecuzione a seconda dell’ottica) dell’apologo di Olmi, ma allo stesso tempo si rivela come un lungometraggio a sé. Potremmo letteralmente dire che in campo c’è una macchina da presa, “invisibile”, guidata acutamente da una persona familiare, tanto da essere accettata nonostante la riservatezza del maestro.

La prima inquadratura quasi si fonde simbolicamente con l’ultima de Il villaggio di cartone, un ingresso in scena evocativo per far posto agli “appunti” sul film di Olmi. Disegni, piante delle location, campi-controcampo che coesistono in un incontro.

Un foglio bianco palesa ad ogni fotogramma che si sussegue un montaggio attento (Dario Indelicato) guidato da un’idea registica ben precisa: mettere nero su bianco il farsi della poetica di Olmi nella sua artigianalità, tecnica e umana. Il film di Zaccaro sembra rispondere alla legge: dal particolare all’universale perché anche se è stato girato in occasione delle riprese de Il villaggio di cartone la mano del regista-maestro è inconfondibile. Colpisce vedere come uno dei maestri della cinematografia italiana rifinisca col pennello il Cristo senza demandare esclusivamente alle maestranze, avendo coscienza dell’importanza del suo occhio anche nel lavoro tecnico. E’ nella parte dei casting che i segreti del mestiere emergono con maggiore potenza perché la chiave non è essere meccanici, ma sapere di essere delle persone, gli uni di fronte all’altro. Qui capita un episodio simpatico, emblematico della semplicità con cui un maestro si pone, il dialogo tra l’attore (coloro che interpretano gli immigranti sono al loro debutto) e il regista. “E come si chiama?” “Olmi, come gli alberi…” “Uhmm, e di cosa si occupa?” “Di fare questo film…”.

Un foglio bianco si fa scrivere  dall’impronta di un artista che segue i suoi attori giorno dopo giorno, capendo ogni giorno qualcosa in più con loro; basta un pensiero, un’intenzione che corre lungo quei silenzi e quelle parole per dar corpo ai personaggi di un film non realista ed iperconcreto. Sembra un lusso per noi spettatori viaggiare nel lavoro che sottende un film presi per mano da allievo e maestro, Un foglio bianco ci regala questa possibilità, soprattutto, andando oltre lo specifico film(ico), si addentra in quello che è il cammino simbolico intrapreso da Olmi. Un maestro che preserva la semplicità per approdare al simbolico che si – e ci – libera delle sovrastrutture socio-culturali. Con vigore, Ermanno Olmi rivendica la sua libertà e questo forse è il monito più importante che può lasciare al suo allievo, Maurizio Zaccaro (formatosi a Ipotesi cinema, ideato da Olmi e Paolo Valmarana), e a noi tutti. «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento».

UN FOGLIO BIANCO  – Ecologia dell’immagine

Di Sergio Di Lino

Maurizio Zaccaro rende omaggio al suo maestro Ermanno Olmi accompagnandolo nell’avventura sul set di Il villaggio di cartone.

Descrivere per sole immagini cosa sia la pura creazione cinematografica non è esattamente come dare forma e corpo a una creazione letteraria. Posto che il concepimento della parte letteraria di un prodotto cinematografico è sì, a sua volta, un processo creativo, ma che serve a definire e scontornare uno strumento – la sceneggiatura -, per così dire, “di servizio” rispetto all’atto creativo propriamente detto del film (ovvero la “fabbricazione” di immagini tramite le riprese e il loro assemblaggio per mezzo del montaggio), le differenze, anche sul piano simbolico, sono immediatamente riconoscibili. Nel cinema il classico “incubo della pagina bianca” tipico del lavoro di scrittore, non appartiene ai registi (semmai, talvolta, ai critici, ma questa è un’altra storia…), che hanno il privilegio di avere avuto qualcuno – magari loro stessi – che ha esperito tale disagio al posto loro, lo ha superato, lo ha trasformato in un profluvio di parole, azioni, reazioni, eventi, svolte drammaturgiche, dialoghi. Il lavoro del regista comincia dunque sempre con un “pieno”, quantomeno relativo. Egli si ritrova su un set da popolare, ma il popolarsi del set è una questione ontologica, dato che questo è stato individuato/fabbricato apposta; il difficile sta nell’assemblare, organizzare e manipolare tutti quei materiali, umani e non, che costituiscono la “vita” dello stesso o, per dirla in termini “cinecritici”, il profilmico. Ma allora, date queste premesse facilmente condivisibili, come mai un cineasta con oltre cinquanta anni di carriera alle spalle come Ermanno Olmi utilizza proprio la metafora del foglio bianco per definire l’abbrivio del lavori del suo ultimo lavoro, Il villaggio di cartone? Ipotizziamo per due motivi principali. Il primo è persino ovvio: Olmi comprende nel processo creativo anche la scrittura, essendo lui stesso autore della sceneggiatura del suo film. Il secondo attiene invece al metodo: Olmi costruisce letteralmente il suo film in fieri; ha un setting definito, il più spoglio e anonimo possibile, che deve riempire di volti, corpi, eventi, e proiettare simbolicamente su di essi la propria storia. Il villaggio di cartone nasce proprio così: un luogo – una chiesa sconsacrata, a dispetto dell’ostinazione del vecchio parroco che continua a recarvisi per pregare – e un gruppo di persone – immigrati in cerca di un rifugio – che vi fanno irruzione, popolandone gli angoli ancora malamente rischiarati dalla luce, cercandovi un riparo, facendone, seppur transitoriamente, una casa, potandovi dentro – ecco lo scatto decisivo – le loro storie, e  “constringendo” di fatto il narratore a tramutarle in “discorso”. È la prassi che definisce la terminologia, ed è per questo motivo che Un foglio bianco, a dispetto della leggera “impertinenza” – intesa come “non pertinenza” – di cui sopra, può diventare benissimo il titolo del documentario che racconta dell’avventura di Ermanno Olmi sul set di Il villaggio di cartone.
Ad assemblare questa meta-narrazione provvede Maurizio Zaccaro, storico studente e collaboratore dello stessoOlmi, autore di cinema e, negli ultimi anni, di molta fiction TV, che spesso nelle sue “vacanze” documentarie rivela ancora il “graffio” degli esordi, inevitabilmente attenuato dalle strettoie contrattuali del piccolo schermo: si veda a tal proposito l’ancora recente Il Piccolo, dedicato al Piccolo Teatro di Milano, alla sua storia, ai volti che lo hanno animato. A dispetto dell’ormai consolidata frequentazione televisiva, Zaccaro è ancora oggi un cineasta sensibile e ricettivo, e questo Un foglio bianco lo dimostra pienamente. Dimostra soprattutto come si possa fare un backstage che vada al di là del semplice collage di “momenti di vita vissuta” sul set, ma riesca a offrire uno spaccato persino filosofico, uno sguardo obliquo, un punto di vista insolito, sulle stesse tematiche del film sul quale si sta “speculando”. Un foglio bianco è, in definitiva, essenzialmente questo: l’approdo, per altre vie, dopo aver attraversato lo stesso territorio fisico – il set – ma un ambito simbolico completamente diverso, alle medesime conclusioni di Il villaggio di cartone.
Ben lungi dal darsi come opera meramente “parassitaria”, dunque, Un foglio bianco entra direttamente nello specifico, scandagliando e portando alla luce le ragioni intime di questa “urgenza fabulatoria” che ha investito Olmiall’indomani della sua annunciata abiura dal cinema “a soggetto”. In nome di cosa Il villaggio di cartone vale una parola rimangiata? Di un’urgenza morale innanzitutto, simile ma non identica a quella che animava Centochiodi. Qui, infatti, il discorso sulla “fine della cultura” appare decisamente marginalizzato: al centro vi sono degli uomini colti nella loro “nudità”, privati di qualsiasi cosa, costretti a ricominciare daccapo. Anche il prete rimasto senza chiesa è tale. Sono loro i veri “fogli bianchi”, e sono un’enormità: c’è una chiara messa in abisso, dal set ai singoli individui che lo animano, del processo di scrittura, che quindi rischia di frantumarsi, di dissolversi in tanti rivoli la cui portata è ai limiti dell’inconsistenza. Cosa può tenerli uniti, raggrupparli, trasformarli nuovamente in un flusso unitario? Proprio l’urgenza morale di cui sopra. Concepito durante un periodo di convalescenza a causa di un infortunio, Il villaggio di cartone è la risposta del cattolico Olmi alle politiche di immigrazione attuate dall’Italia nell’ultimo anno solare. Una risposta – ovviamente – allegorica, priva di dettami politici, ma animata da un forte e fiero umanesimo, da sempre cardine della poetica olmiana: “E vennero degli uomini”, avrebbe potuto essere il titolo del suo nuovo film, se non si fosse temuta la “lesa maestà” nei confronti di Papa Giovanni XXIII… D’altronde, il mondo cattolico, solitamente così prudente e ritroso nel “compromettersi” nei confronti della politica dei governi ufficiali (altra cosa è l’influenza effettiva che esso esercita su di essi…), si era già espresso con una certa chiarezza in merito alla questione degli immigrati. E Olmi, in definitiva, non fa che tradurre in immagini una posizione morale che appare immutabile: l’accoglienza, l’aiuto, la solidarietà, la pietas innanzitutto. Sembra una traduzione in termini eminentemente spirituali di quella “legge del mare” evocata dal vecchio pescatore Mimmo Cuticchio in Terraferma di Emanuele Crialese.
Nato, si dice, come regalo per l’ottantesimo compleanno del vecchio maestro da parte dell’allievo più devoto (assieme a Mario Brenta), Un foglio bianco è dunque un film estremamente confidenziale: un sussurro, un alito di voce che si sprigiona a latere del set del film principale (lo stesso Olmi ha preteso una crew ridotta all’osso, regista-operatore e microfonista, per non intralciare le riprese di Il villaggio di cartone). Provini degli attori – in rigoroso bianco e nero -, la ricerca del volto giusto, la riscrittura in itinere del film, la transeunte essenzialità del set. E poi le riflessioni di Olmi, pacate ma pungenti, che scivolano dal filosofico-esistenziale al sociale con una grazia e una leggiadria che da sole provocano una sorta di vertigine, uno stato di contemplazione che prescinde dalla “bellezza” delle immagini (evidentemente “povere”, data la dimensione estremamente pauperistica delle riprese). Senza speculare, senza sforzarsi di interpretare, Zaccaro si abbevera alla fonte del (suo) maestro, ne estoce confidenze segrete e riflessioni estemporanee, ne mette persino in luce l’intima contraddittorietà di uomo, proprio nel momento in cui, per l’ennesima volta, egli tenta di accostarsi al sacro per indagarlo. Un foglio bianco non è, cinematograficamente parlando, un gran film, eppure al tempo stesso, per paradosso, lo è, proprio nel suo darsi come scarnificazione del linguaggio cinematografico in ossequio alla potenza della parola e del pensiero. Un’opera, a suo, modo “ecologica”, che lascia solo un dubbio: che sia persino migliore del film da cui è scaturita?

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ORGANIZZA UNA PROIEZIONE:

“UN FOGLIO BIANCO” è disponibile per proiezioni e presentazioni. Per organizzare una presentazione questa è la procedura:

1. Tecnicamente bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche DigiBeta.

2. Appena avete individuato un luogo e un periodo contattateci a questo indirizzo: freesoloproduzioni@gmail.com  Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità per la spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.

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worldwide copyright © Gabriele Kash Torsello

 


L’OMAGGIO

Zaccaro: «Porto a Venezia il segreto di Olmi»

Alla Mostra di Venezia sarà svelato «il segreto» di Olmi. Di un maestro del cinema sempre riservato, nascosto nel suo “bosco vecchio” di Asiago o “dietro i paraventi” di un’esistenza contadina. Ad alzare il velo sarà Maurizio Zaccaro, suo storico collaboratore fin dai tempi di Cammina cammina, che è stato autorizzato dal suo maestro a seguirlo, prima e durante le riprese, con una piccola telecamera hd e un microfono. Così, inControcampo italiano, arriva il suo sincero omaggio: Un foglio bianco.Appunti sul film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone. Ma che cos’è il foglio bianco? Il titolo si aggancia a una battuta molto bella che fa Olmi sul set: «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, un attimo prima di battere il ciak, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento». Ecco: il foglio bianco è Olmi.

Come nasce il suo lavoro?
È frutto di una lunga amicizia e collaborazione, il privilegio raro e unico di poterlo riprendere mentre prepara il film, in tutti quei tasselli del suo lavoro assai poco conosciuti. Sono questi i suoi «segreti». Oggi c’è l’imbarbarimento del lavoro del regista, che arriva sul set e dice: azione. Olmi invece, non banalizza il lavoro di nessuno. Per questo dedico il mio film a chi vuole fare il cinema e al cinema come andrebbe fatto.

Come ha seguito Olmi al lavoro?
Non c’è un’intervista vera e propria, ma il racconto della sua “filosofia del lavoro”, del suo modo di lavorare, che vediamo per la prima volta.

Qual è la «filosofia del lavoro» di Olmi?
Massima onestà nei confronti dell’idea perseguita, che può variare a seconda degli umori e degli incontri, ma che lui non tradisce mai.

Ci dobbiamo attendere un ritratto inaspettato di Olmi?
Quello che ne esce, secondo me, è soltanto il ritratto di un uomo che ama forsennatamente il proprio lavoro e l’onestà integerrima con la quale viene proposto e offerto al pubblico. Un foglio bianco fa capire anche la densità professionale di Olmi. Come, ad esempio, quando prende in mano un pennello per ritoccare un pezzo di scenografia: è il piacere di fare il regista, che gli scorre nelle vene fino a quel livello.

In questo mestiere, quali sono le virtù che più gli riconosce?
L’umiltà, la disponibilità a parlare con tutti, con un operaio che sta piantando un chiodo, un attore che sta provando la parte. Scatta un meccanismo di complicità totale tra le persone che aiutano Olmi e Olmi che aiuta le persone.

Tutte coinvolte ora nel «Villaggio di cartone». Quale film vedremo?
Veramente non è un film di finzione, sarà una grande sorpresa, molto particolare. Tanto è vero che non è «un film di» ma, come ha voluto lui, «un apologo di». Ermanno dimostra questa volta di volersi esprimere su altre tematiche e con altre forme. Si toccherà con mano ciò che succede a questi poveri personaggi, approdati non solo in Italia, ma sul set del più grande regista italiano vivente.

In questo ritratto scopriremo realizzato quanto il Cardinale Ravasi, suo caro amico, gli riconosce: «una straordinaria bontà quasi strutturale, illuminata da uno sguardo chiaro e luminoso».
Ermanno ha fatto la storia del cinema e della cultura con uno sguardo completo sulla nostra società. Questa volta i suoi occhi buoni si sono fermati sugli extra-comunitari, che ha incontrato a uno a uno durante il casting: con tutti, dal primo all’ultimo, è nata una spontanea, istintiva, reciproca amicizia. È la sua straordinaria bontà, appunto.

Avvenire –  Luca Pellegrini – 6 agosto 2011

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2010 – LE RAGAZZE DELLO SWING (the queens of swing) – GOLDEN NYMPH BEST MINI SERIES AL 51° FESTIVAL INT. DI MONTECARLO – GOLDEN MAGNOLIA BEST DIRECTOR AL 14° SHANGHAI INT. FILM FESTIVAL


Storia del Trio Lescano, un gruppo vocale molto noto in Italia tra la seconda metà degli anni ’30 ed i primi anni ’40. La storia è ispirata al libro di Gabriele Eschenazi “Le regine dello swing” (Einaudi). Controversa è la parte della fiction in cui si racconta l’arresto del trio, sul quale esistono opinioni diverse.Alle fine degli anni ’30 tre sorelle olandesi (l’attrice ungherese Andrea Osvárt e le olandesi Lotte Verbeek e Elise Schaap e la loro madre ebrea Eva De Leeuwe (l’attrice olandese Sylvia Kristel); per le canzoni vengono doppiate dalle cantanti torinesi Blue Dolls) arrivano in Italia e presto le giovani vengono impiegate da un impresario artistico napoletano di nome Gennaro Fiore (Gianni Ferreri). Alla madre non piace inizialmente il carattere volgare degli spettacoli, in cui le sue due figlie maggiori, Alessandra e Judith, fanno le ballerine, ma alla proposta di Gennaro di creare un trio di cantanti con la sorella minore accetta. La bravura delle ragazze suscita l’interesse di un impresario senza scrupoli Pier Maria Canapa Canapone (Giuseppe Battiston) che riesce a strappare a Gennaro le tre nonostante la diffidenza della madre. Presto il gruppo acquista notorietà, l’impresario guadagna soldi a palate e in Italia tutti ormai conoscono quello che si chiama Trio Lescano, cioè il cognome Leschan italianizzato. Visto il successo del trio il governo fascista interferisce, tentando di convincere le sorelle ad usare la loro popolarità per sostenere la propaganda del regime. Ma loro non sono interessate e presto sopraggiungono la sfiducia e le accuse. Il fascismo vara le leggi razziali e come gli altri ebrei italiani subiscono una progressiva emarginazione, preludio alle deportazioni. Il trio tiene nascosta la madre ebrea, cittadina straniera, e viene arrestato durante uno spettacolo in una Genova ormai occupata dai nazisti. Rilasciate quasi subito le tre ragazze sono però costrette a nascondersi con la madre e a subire la cancellazione dai programmi di radiodiffusione. Dopo la guerra, indebitate fino al collo, non riescono più a recuperare la gloria perduta in Italia e per questo scelgono di emigrare in Sudamerica, dove mietono ancora successo, ma con la piccola Kitty sostituita da Maria Bria. La più giovane delle Lescano preferisce infatti rimanere con il suo ragazzo in Italia, dove si sposano.

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NOTA DI REGIA

Scrive lo storico e giornalista Adriano Mazzoletti:

“Le Lescano rappresentarono per l’Italia di allora qualcosa di speciale. Quel sottile senso dello swing, quel modo di dividere la melodia così diverso da quello dei colleghi italiani, quelle voci quasi infantili ma accattivanti, l’esotismo del loro accento mitteleuropeo le fecero amare dal pubblico. Riascoltare oggi quei vecchi dischi non è solo commovente, ma fa provare ancora un piccolo brivido.”

Fare un film sulle Lescano, le ragazze dello swing italiano degli anni 30/40, è stata una scommessa non facile, soprattutto per la carenza d’informazioni reperibili sul loro conto nonostante storici e musicologi si prodighino tuttora nelle ricerche. Fra questi, colui che mi ha dato l’idea per proporre e realizzare questo progetto, Gabriele Eschenazi, che (per mestiere e per passione) ha cercato di colmare la lacuna raccogliendo tutto il materiale possibile per ricostruire, in un libro per Einaudi, la loro storia a partire dal ramo materno della famiglia, quello ebraico, sterminato quasi interamente ad Auschwitz.

Infatti in Italia ben pochi sanno che le Lescano, pur facendo parte della memoria nazional popolare della canzone, erano figlie di madre ebrea e che non erano nemmeno italiane bensì olandesi: Alexandra, Judith e Kitty Leschan. Ma per fare due serate di televisione non bastano poche informazioni, il più delle volte contraddittorie fra loro: occorre invece adattare la storia con  un pizzico di “libera immaginazione” a partire proprio da loro, le sorelle Lescano, nella realtà molto più modeste delle tre splendide ragazze, Andrea Osvart, Lotte Verbeek ed Elise Schaap, che le interpretano nel film, e danno vita alla leggenda.

E infatti il passaggio dalla realtà alla leggenda è breve: non a caso il grande regista americano John Ford  fa pronunciare una delle più famose battute mai scritte per il cinema al giornalista di “L’uomo che uccise Liberty Valance”: “Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda”.

Con “Le ragazze dello swing” raccontiamo una leggenda, la “stampiamo“ sulla pellicola, la sveliamo e al tempo stesso mostriamo la realtà dell’epoca in cui il Trio Vocale Sorelle Lescano, consumò la sua veloce traiettoria artistica e personale. In poche parole, se le loro indimenticabili canzoni hanno dato, nel tempo, corpo a questa leggenda, in egual misura la drammatica epoca in cui sono vissute precede e da corpo alla realtà degli avvenimenti che scandiscono le loro esistenze. Le Lescano erano portatrici dei valori di quel mondo, erano le “mascotte” del regime, “le tre grazie del microfono” ma erano anche tre fanciulle come tante, con i loro turbamenti, gli amori e tutte le paure e le insicurezze che, nonostante fama e agi, si accompagnano a quell’età. Tutto il resto è lontano, quasi cancellato dal tempo…

Maurizio Zaccaro, settembre 2010  – copyright © Casanova Multimedia – riproduzione riservata.

A fil di rete

Giornata di sole con il trio Lescano

Di fronte alla pochezza della fiction italiana, le due puntate di «Le regine dello swing» sembrano una ventata di giovinezza narrativa, una giornata di sole nel clima plumbeo dell’agiografia, uno squarcio di luce gettato su una pila di vecchi giornali. Accontentiamoci: sulle canzoni degli Abba ci costruiscono un musical e un film; alla nostra tradizione canterina basta una miniserie. Protagoniste sono le tre sorelle olandesi, ex danzatrici acrobatiche, Alexandra, Judith e Kitty Leschan, costrette sotto il fascismo a italianizzare il cognome in Lescano (interpretate da Andrea Osvart, Lotte Verbeek e Elise Schaap).

Il trio diventerà una componente inconfondibile della colonna sonora degli anni Trenta e Quaranta con canzoni di successo come «Tuli-tuli-pan», «Maramao perché sei morto», «Ma le gambe», «Tornerai» e tanti altri. Dal libro che Gabriele Eschenazi ha dedicato alle vicende del trio, edito da Einaudi nel 2001, Maurizio Zaccaro (con lo stesso Eschenazi e Laura Ippoliti) ha tratto «Le ragazze dello swing», prodotto dalla Casanova Multimedia di Luca Barbareschi (Raiuno, lunedì e martedì, ore 21.10).

Le Lescano, che in origine si ispiravano alle Andrew Sisters, si dovettero misurare con eventi storici più grandi di loro. La loro madre era ebrea e questo le fece diventare oggetto di attenzioni poco benevole da parte del regime, che pure in un primo momento aveva cercato di associarle alla propria causa. Non si dichiararono mai fasciste e questo le mise in ulteriori difficoltà, tanto che furono accusate di trasmettere messaggi in codice al nemico con le loro canzoni. A parte certi toni fin troppo caricaturali o refrain narrativi abortiti sul nascere, «Le regine dello swing» si segnala per la sua suggestione evocativa, per il suo ritmo swingato, per la convincente interpretazione di Gianni Ferreri (il capo-comico Gennaro Fiore) e di Giuseppe Battiston (l’impresario torinese che le introduce all’Eiar).Aldo Grasso – Corriere della Sera
“La fiction ha ricostruito minuziosamente la vita delle Lescano”
Maria Bria

Maurizio Zaccaro (R) receives the jury prize as best director for “The Queens of Swing” (RaiFiction, Italy)  from Barry Hanson after the closing ceremony of the 2011 Monte Carlo Television Festival held at the Grimaldi Forum on June 10, 2011 in Monaco, Monaco.

IN LOVING MEMORY OF SYLVIA KRISTEL – ADIEU SYLVIA, MERCI’
Utrecht, 28 settembre 1952 – Amsterdam, 17 ottobre 2012

Sylvia Kristel, morta a 60 anni la scorsa notte ad Amsterdam, è stata al cinema Emmanuelle, ma Emmanuelle non era la Kristel, rimasta imprigionata dal successo del mito sessual-consumistico. Un film (10 anni di programmazione ininterrotta a Parigi, 16.000 biglietti staccati il primo giorno, totale 3.268.874 fan) e un romanzo (20 milioni di copie vendute) uscito con lo pseudonimo di Emmanuelle Arsan, come poi il sequel L’antivergine: era in realtà la consorte thailandese di un diplomatico. L’uscita nel ’74 del primo film (il totale per la Kristel, fu di 4 film e 8 fiction Emmanuelle) di quello che sarà un serial erotico-esotico oggi spesso ridicolo, contribuì ai salti in alto del comune senso del pudore. Emmanuelle, programmata fuori dal circuito a luci rosse, permetteva al pubblico borghese di godere della rivincita del sesso. Diciamo della Kristel, colpita da un cancro: nata olandese a Utrecht, nel 1952, bellissima, insinuante, gambe lunghe come le Kessler, eroticamente algida, fu la prima star per adulti senza riserve, immagine di un sogno sensuale glamour e patinato. Aveva provato, lo racconta nella sua autobiografia «Svestendo Emmanuelle», in prima persona a soli 9 anni il trauma di una violenza sessuale e a 14 vide il padre abbandonare la famiglia per un’altra donna. E dopo Emmanuelle, quando lo scandalo si placò e il convivente la abbandonò, la Kristel si diede all’alcol e alla droga, passando da un divo all’altro (Depardieu, Beatty, Ian McShane) finché nell’82 tornò in Olanda col fegato spappolato. Ma Emmanuelle aveva fatto la sua immagine e tutta la serie di quei film, anche quelli per la tv, fu obbligata per contratto e non per libera scelta a girarli. Addio marchese de Sade, siamo nell’industria del sogno levigato e Sylvia rappresentava l’eleganza di una donna abituata a muoversi in ambienti eleganti, mentre nel primo film ebbe come Pigmalione il grande attore spiritualista Alain Cuny (lo Steiner della Dolce vita) con cui ebbe pessimi rapporti. Mai dire mai: la Kristel era stata educata in un convento e forse per ripicca cercò il successo «proibito». Prima modella, vinse il concorso di Miss Europa, infine ecco il primo amore e un figlio, papà lo sceneggiatore Hugo Claus. Il raffinato fotografo parigino Just Jaeckin, al debutto in un genere che non tradirà con Histoire d’O, la scelse, dopo un provino in cui doveva solo dire «Je t’aime, je t’aime». Furono i primi sospiri di Emmanuelle, cui ne seguirono in 10 anni molti altri con la stessa eroina. Che le vampirizzò la carriera, spingendola a respingere d’ora in poi i ruoli da ninfomane, mentre l’indonesiana ma casareccia Laura Gemser le soffiava il copyright della sfacciata con la doppia emme. La nostra faceva sesso con misura e un certo disinteresse: il manifesto la vede seduta su una poltrona di vimini, tra pizzi, merletti e collane di perle, niente a che vedere con le ruspanti Mirande di Brass. Le sue avventure amorose avvengono in viaggio, spesso in aereo, le cui toilette vengono usate in modo improprio (la famosa scena di sesso fu vista da 60 milioni di persone e talvolta anche imitata), meta di luoghi esotici. La Kristel pensava però che fosse un erotismo apprezzato anche dalle donne. Esausta, tentò altre strade, si fa per dire, con L’amante di Lady Chatterley, sempre di Jaeckin, ma non riuscì mai a costruire una nuova verginità artistica. La si ricorda poi come oggetto delle fantasie di Montesano in Un amore in prima classe di Samperi e maestra di sesso in American college. Ma l’unico regista che di recente le ha offerto un’ottima possibilità, ripagata con talento, è stato Maurizio Zaccaro che l’ha voluta come madre del Trio Lescano in una bella fiction Rai, «Le ragazze dello swing», sua ultima apparizione, lontana dalla ginnastica soft core: ora era un’attrice.

Corriere della Sera – Maurizio Porro 19 ottobre 2012

LE RAGAZZE DELLO SWING – PRIMA PARTE – STREAMING RAI

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2c1e7aae-1e5d-4d8e-a2ac-8c80616940e3.html

LE RAGAZZE DELLO SWING – SECONDA PARTE  – STREAMING RAI

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aeebed81-b015-42eb-9e97-3e668ecced4a.html

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 RADIO MONTECARLO:

http://www.radiomontecarlo.net/audio/24803/MAURIZIO-ZACCARO-Regista-della-miniserie-TV.html

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Un libro e una fiction ripercorrono l’epopea del celebre trio che creò la colonna sonora degli Anni 40. Erano sorelle olandesi di origine ebraica

 La vita è come un film, a volte. Prima scena: tre giovani donne consumano pasticcini e sorbiscono spumante insieme a un uomo che si chiama Umberto, è il Principe di Piemonte, adora ballare e lo fa con tutte e tre a turno, suggellando ogni volta il momento con un baciamano. Seconda scena: tre giovanissime acrobate si esibiscono nel loro numero. Sono esili, non belle e per nulla esuberanti: nulla a che vedere con l’ideale di donna sancito dal settimanale «Signorine grandi firme». Terza scena: buio. Nulla, se non un silenzio pesante. Dove sono sparite le tre sorelle?

Alexandra, Judith e Kitty Leschan nascono in Olanda fra il 1910 e il 1919. Non si sa esattamente dove, visto che vengono al mondo in un nomade circo. Il padre Alexander è un contorsionista ungherese costretto a riconvertirsi in clown da un incidente di percorso. È anche acrobata e saltatore: soprattutto nei letti, a giudicare dalle figlie che dissemina in giro. Poi un giorno sposa la diciottenne Eva De Leeuwe, circense cantante d’operetta: olandese ed ebrea, viene da una dinastia di umoristi, maghi, musicisti. Le loro tre figlie, avviate quasi in fasce a una carriera sotto il tendone, prenderanno la strada di artiste indipendenti. La madre è l’«eterno carabiniere» che le seguirà quasi ovunque e morirà a novantaquattro anni, mentre del padre si perdono le tracce.

È nel 1935 che le prime due sorelle Lescano sbarcano in Italia come «Sunday Sister», una coppia di acrobate che ha già girato tutta l’Europa. Poco dopo, fiutando una luminosa carriera che arriverà senza neanche dar loro il tempo di rendersene conto, mamma Eva richiama dall’Olanda anche la piccola Caterina, chiusa in collegio.

L’Italia fascista ha bisogno di musica. La radio sta entrando nelle case degli italiani. L’autarchia arresta ai confini del paese tutto quel che è straniero, compreso il jazz e tanti altri generi. «Non si può importare, ma si può imitare», spiega Gabriele Eschenazi autore del libro  Le regine dello swing. Il trio Lescano: una storia fra cronaca e costume in uscita per Einaudi (nonchè sceneggiatore della fiction televisiva dedicata al Trio di imminente programmazione). Il collettivismo spinto del regime, che esige massa d’urto e ha diffidenza d’ogni protagonismo che non sia quello del duce, non vuole voci soliste.

Così, il trio Lescano – che abita in una bella casa di via Artisti, a Torino, e si può persino permettere un automobile con tanto di autista – conquista il Paese: con quelle facce un poco stordite, gli occhi acquosi e i rotoli di capelli sulla fronte come dettava la moda (anzi, come dettavano loro tre). Le voci limpide, il ritmo swing che entra in testa e non esce più, le rime baciate infuse, forse, di una garbatissima ironia.  Maramao perché sei morto, Ciribiribin, Pippo non lo sa (che non piacque al regime, perché quel «quando passa ride tutta la città» sembrava scritto apposta per il gerarca Achille Starace), Tulipan (omaggio alla loro terra natìa) hanno varcato gli anni, la guerra, le generazioni. Ce le abbiamo ancora nelle orecchie, insomma.

La parabola di Alessandra, Giuditta e Caterina Lescano – così italianizzano i loro nomi, in nome dell’autarchia – è vertiginosa. Ma ben presto arrivano le leggi razziali. Le sorelle sono straniere, di padre non ebreo e troppo famose per essere stroncate brutalmente dalle obbrobriose disposizioni: ottengono uno status speciale che consente loro di continuare a cantare. Ma non senza preoccupazioni, soprattutto per mamma Eva (in Olanda la sua famiglia sarà sterminata). Nel novembre del 1943, dopo un’esibizione al Teatro Grattacielo di Genova, le sorelle Lescano vengono arrestate. Difficile dire quanto rimasero a Marassi e come ne uscirono per raggiungere fortunosamente la madre, in clandestinità a Valperga Caluso nel Canavese.

Finita la guerra nulla sarà più come prima: Caterinetta, la piccola, scalpita. Vuole metter su famiglia, condurre una vita «normale». Il trio si spacca. Quel che ne resta parte per il Sudamerica insieme a un surrogato della sorella mancante, una giovanissima Maria Bria che nei quattro anni di tournées sotto l’equatore sarà costretta a fingere di essere una Lescano. In quelle terre remote esce di scena anche Giuditta. Sandra tornerà invece in Italia al seguito di un marito, per non cantare mai più.

È una storia bellissima, avvincente e anche crudele, quella del trio Lescano. Una storia paradigmatica eppure ambigua. Rappresenta il nostro il paese e i suoi travagli, ma è misteriosa come gli sguardi persi delle sorelle, le loro peregrinazioni, la loro noncuranza delle radici. Le partenze che si susseguono senza ritorno, le bisticciate epocali. Gli impresari che le sfruttano, i mariti che le conquistano. Nessuna di loro ha avuto figli, e alla fine si sono perse anche fra loro, come i mulini a vento che tanti anni prima avevano «lasciati per questo cielo blu».

fonte : la stampa – ELENA LOEWENTHAL
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LE RAGAZZE DELLO SWING – THE QUEENS OF SWING

Regia

Maurizio Zaccaro

Soggetto

Maurizio Zaccaro, Laura Ippoliti, Gabriele Eschenazi

Sceneggiatura

Maurizio Zaccaro, Laura Ippoliti

Fotografia

Fabio Olmi. Bepi Caroli (fotografo di scena).

Montaggio

Babak Karimi

Scenografia

Marco Dentici

Costumi

Simonetta Leoncini

Musica originale

Fabrizio Palma, Teho Teardo

Suono

Marco Di Biase (fonico) e Adriano di Lorenzo (microfonista)

Operatore

Fabio Lanciotti (I assistente operatore), Davide Borsa (aiuto assistente operatore).

Trucco

Stefania Santinelli (Capo trucco). Paola Fracchia e Aurora Allegra (Truccatrici); Serena Gioia (Aiuto trucco); Francesca Buffarello (Seconda assistente); Gloria Cortigiani (Truccatrice aggiunta).

Aiuto regista

Lorenzo Molossi

Casting

Loredana Scaramella e Stefano Oddi. Sara Patti, Marcello Sesto e Luana Velliscig (Assistente casting).

Segretario di edizione

Katia Tanzilli

Altri credits

Franco Giannì (amministratore); Gianandrea Pacchieri (cassiere); Tommaso Giannì (aiuto cassiere). Stefano Masera (location manager); Arianna Trono (coordinatrice); Gianni Pace (segretario di produzione); Daniele Manca, Alberto Martin, Manuel Peluso e Simone Poletto (aiuto segretario di produzione). Livia Siciliano (Dialogue coach). Valerio Sacchetto (assistente video). Vladimiro Cecconi (attrezzista di scena); Claudio Villa e Riccardo Fassola (attrezzisti di preparazione); Paola Sforzini (pittrice); Veronica Gambacurta (assistente pittrice); Andrea Ullo (pittore di scena). Emanuela Naccarati (assistente costumista); Olivia Cutore (II assistente costumista); Sara Pantusa, Leonie Heys Cerchio, e Cristiana Fabris (sarte). Rosabella Russo (truccatore); Samuele Miccoli (capo parrucchiere); Elene De Nigris e Chantal Cecchini (assistenti capo parrucchiere). Sergio Dori (capo elettricista); Gino Stocchiero, Marco Pirino e Andrea Rostellato (elettricista). Giuseppe Petrignani (capo macchinista); Andrea Bertola (aiuto attrezzista); Andrea Trisolino e Andrea Italia (macchinisti). Gianfranco Martinoli (gruppista); Francesco Masello (autista macchinisti); Paolo Petino (autista camion Sartoria); Alfredo Cena (autista camper trucco); Diego Sestero (autista bicamper); Pasquale Baldassare e Alberto Acquarelli (autisti tricamper).

Interpreti

Andrea Osvart (Alexandra Leschan), Lotte Verbeek (Judith Leschan), Elise Schaap (Kitty Leschan), Giuseppe Battiston (Pier Maria Canapa Canapone), Sylvia Kristel (Eva de Leeuw), Federico Tolardo (Piero Rovelli), Gianni Ferreri (Gennaro Fiore), Sergio Assisi (Ernesto Parisi), Marco Imparato (Carlo), Maurizio Marchetti (Mario Ferrante), Alessandro Bertolucci (Giuseppe Funaro), Marina Massironi (Aldina), Beppe Rosso (Venezia), Alfonso Postiglione (CommissarioD’Elia), Giulio Cantello (Alvise), Giorgio Bongiovanni (Pippo Barzizza), Pierluigi Corallo (Mario Panzeri), Gualtiero Burzi (Gorni Kramer), Roberto Mantovani (Aharon De Leeuw), Tatiana Lepore (Adele De Leeuw), Kai Portman (Alexander Leschan), Harry Prinz (Ufficiale S.S.), Alessandro D’acrissa (Emilio Livi), Mario Brusa (Funzionario banca), Adolfo Fenoglio (Avvocato), Andrea Barattin (Albino Ballabio-Partigiano), Marco Viecca (Comandante partigiano), Piercarlo Gozzellino (Coreografo Teatro Regio), Franco Barbero (Parroco Mondovì), Enzo Giraldo (Funzionario Fascista), Lucia Gravante (Marisa Calenda giornalista), Daniela De Pellegrin (Signora-acquirente casa), Josè Luis Puertas (Presentatore argentino), Alessandro Lombardo (Trombettista), Gian Luca Gambino (Rabagliati).

Direttore di produzione

Mauro Maggioni

Ispettore di produzione

Francesco Pappalardo, Stefano Carbutti e Stefano Masera

Organizzatore generale

Antonio Stefanucci

Produttore

Luca Barbareschi. Mirco Da Lio e Paola Foffo (Produttori Rai)

Coproduttore

Rai Fiction

Produzione

Casanova Entertainment (Roma)

con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte

Distribuzione/Diffusione

Rai Fiction

Arredamento

Massimo Pauletto. Gretel Fatibene (assistente all’arredamento)

Assistente scenografo

Briseide Siciliano

Assistente alla regia

Paolo Bartoli. Elide Albertinotti (Secondo assistente alla regia).

On Air

Prima Tv: Rai 1, 27 e 28 settembre 2010 alle 21,10

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LES DEMOISEELLE DU SWING – le RAGAZZE DELLO SWING IL – TRIO LESCANO de Maurizio ZACCARO (Italie, 2010, 106’ / 104’)  Scenario: Maurizio ZACCARO, Laura IPPOLITI, Gabriele ESCHENAZI Production : CASANOVA MULTIMEDIA, RAI FICTION Distributeur : RAI

Avec : Lotte VERBEEK, Sylvia KRISTEL, Andrea OSVART, Elise SCHAAP, Giuseppe BATTISTON, Gianni FERRERI

Au milieu des années 30, l’Europe s’étourdit, le «swing» est à la mode et les groupes vocaux féminins fleurissent aux USA. C’est sur ce modèle qu’en pleine montée du fascisme un impresario italien a l’idée de former le trio vocal « Lescano », trois ravissantes sœurs qui deviennent très vite la coqueluche de tout un pays. Diffusion en octobre 2012 – HD

Nymphes d’Or au Festival de Télévision de Monte Carlo 2011 (Meilleure MiniSérie et Meilleures actrices pour Andrea Osvart, Elise Schaap et Lotte Verbeek)

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La maggior parte delle fotografie pubblicate in questo file sono di Bepi Caroli © Copyright Casanova Multimedia – Photo by Bepi Caroli. E’ vietato l’utilizzo, la riproduzione e la diffusione senza il permesso dell’autore. Le fotografie di Bepi Caroli sono tutelate dalla legge internazionale sul diritto d’autore Dlgs 154/97 e dalla legge 248/2000. All rights reserved.
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2009 – 66.MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA – IL PICCOLO (the little theatre) film-documentario


SYNOPSIS
“What can we do us as theatre people? To the mortification of not being able to oppose any kind of futile gesture in such moments, faced with such painful impotence in the theatre, or in art in general faced with such violence and madness, the artist can only force himself to continue doing his work as best he can.” Those thoughts, written by Strehler on the occasion of the slaughter of Piazza Fontana, are the main idea behind this film on the Piccolo Teatro in Milan, whose story is integrated with the events of the city itself. Everything began with the renovation of the theatre in Via Rovello. A multi-ethnical building site. A Tarkovsky-style setting. In the old auditorium ghosts were flying. And what if it were a Gothic tale? A breath of wind shakes the cellophane on the stage, a beam of sunlight seems to set it afire. Strange shadows move about on that sheet. The magic of the theatre has come to life.

Note di regia del documentario “Il Piccolo”

“IL PICCOLO“ non è stato realizzato per raccontare solo la storia (pur importante e unica nel suo genere) del Piccolo Teatro di Milano, ma anche il dualismo tra lo spettacolo e la realtà, la vita e il suo doppio e quindi, in parallelo, la città che da sempre lo ospita, con tutte le sue contraddizioni e le sue aspettative, spesso frustrate, di essere una vera capitale culturale d’Europa.

Significativo, nel sottotesto di questo lavoro, è il discorso sulla qualità della cultura come ineludibile fonte di conoscenza e di reciproca tolleranza. Con i problemi che tutti conosciamo legati ai drammatici tagli del FUS ( Fondo unico per lo spettacolo), nulla credo sia più attuale di questo film dove, grazie alle riflessioni di Giorgio Strehler e Paolo Grassi (non teatri od ospedali, ma teatri ed ospedali), di Sergio Escobar e di Luca Ronconi, da oltre dieci anni alla guida del primo stabile italiano, e di tutti altri artisti che sono intervenuti portando la loro storia, la loro professionalità e la loro umanità, si avverte il come e il perché uno svelarsi sincero del mistero teatrale. Domande non molto retoriche in fondo: perché si fa teatro, perché è necessario investire denaro, fatica e a volte la vita stessa in due, tre ore di spettacolo dove gli uomini ascoltano altri uomini facendoci uscire ogni sera meno soli da una sala. Questa, come sosteneva Nina Vinchi, scomparsa poco tempo fa, è la vera solidarietà.
Eppure non c’è giorno che un teatro, in questo nostro provato paese, non chiuda i battenti (ormai sono già 430), che un cinema non venga trasformato in un outlet, che i concerti si facciano sempre più sporadici… e non sembra ci siano molte speranze per il futuro.
In questo scenario “IL PICCOLO” è, in poche parole, nient’altro che uno dei tanti palloncini neri che si sono alzati nella Piazza di Montecitorio, un grido di aiuto che, unito a tanti altri, forse riuscirà ad arginare l’avanzare del deserto che alla fine non è utile a nessuno.
Come si racconta nel film nella sua scena d’apertura “…La differenza tra l’oasi e il deserto, dice un antico proverbio arabo, non sta nell’acqua ma nell’uomo…”
Ma per sfidare questo imminente quanto arido futuro le idee e le risorse umane pregiate possono non bastare. Va allora creato e velocemente alimentato un circolo virtuoso che scardini i corporativismi, i clientelismi che da sempre operano ricattando la cultura. Va cercata e trovata una nuova modalità produttiva, da noi come nel resto d’Europa. E per ogni forma di spettacolo.
Non a caso Luc Besson, che da molti anni gestisce fuori dei meccanismi assistenzialistici una propria casa di produzione, ritiene che, affinché il cinema francese possa continuare a crescere, è necessario che almeno ogni mese un film francese riesca a interessare il pubblico.
Più o meno quello che avviene a Milano dove, grazie a un continuo scambio fra le realtà più significative del teatro europeo e quelle nazionali, il pubblico può costantemente trovare motivo d’interesse in quello che propone il suo “PICCOLO” storico teatro, a dispetto del misero investimento pubblico complessivo dell’Italia sulla cultura (0.3 del Pil !) da sempre il più basso fra quelli dei paesi sviluppati.
Non si sa se vera o di fantasia, gira una battuta a Montecitorio attribuita a un influente ministro: “Meglio un piatto di polenta che la cultura”.
Eppure “IL PICCOLO” è un teatro che si mantiene solido, che presenta ogni stagione il meglio di quanto avviene nel teatro mondiale, che cerca e trova un suo pubblico giovane.
Ai volti e alle voci di tanti artisti che hanno legato la loro storia a quella del teatro di via Rovello, il compito di tenerci informati sul presente e sul passato, accendendo le emozioni della memoria con i racconti delle sue storiche attrici (da Andrea Jonasson alla Melato, alla Lazzarini), dei molti compagni di viaggio tra cui l’eccezionale Arlecchino Guinness dei primati di Soleri, oltre a Graziosi e ai testimoni come Servillo, Gullotta, Battiston e Branciaroli.
Così facendo, questo film sul PICCOLO TEATRO DELLA CITTA’ DI MILANO, TEATRO D’EUROPA può, forse, rispedire all’influente ministro la sua infelice battuta.Maurizio Zaccaro


Il Piccolo

Piccolo solo di nome

Di Pietro Liberati

Un omaggio al celebre teatro milanese attraverso le voci e i volti di coloro che lo hanno popolato.

Quanto potrebbe dare ancora al cinema un nome come Maurizio Zaccaro? Tanto, verrebbe da dire, guardando questo documentario sul Piccolo Teatro di Milano, presentato all’interno del programma della 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Controcampo Italiano.
Zaccaro, tra i più dotati e “fedeli” allievi di Ermanno Olmi e Pupi Avati (ma collaboratore anche di Mario Brenta, altro “erede” di Olmi), gira per la televisione ormai da una decina di anni, dividendosi tra miniserie-fiume (Cuore, da Edmondo De Amicis) e TV movies di una certa qualità. Ma per chi vuole rintracciare ciò che c’è di buono nel cinema italiano degli anni Novanta, il suo nome dovrebbe essere imprescindibile. Sin dall’esordio Dove comincia la notte (1990), scritto e patrocinato proprio dai fratelli Avati, quello di Zaccaro è sempre stato un cinema capace di scavare in personaggi poco comuni, come dimostra la toccante e complessa amicizia al centro dell’ottimoLa valle di pietra-Kalkstein (1992), sicuramente una perla nascosta in quegli anni confusi dipendenti dai Salvatores e dai Barzini, quando il cinema italiano era brutto sul serio. Molto poco in sintonia con i gusti del pubblico, che ha quasi sempre scansato i suoi film (una grossa colpa, quando si trattava ad esempio del pregevole Il carniere, 1997, uno dei ritratti più lucidi e meno
moralisti della guerra nei Balcani), Zaccaro, dopo l’ennesimo flop di Un uomo perbene (1999, sul caso giudiziario che investì Enzo Tortora) è migrato, come si diceva, sul piccolo schermo. Eppure, la magia che permea da questo Il Piccolo ci farebbe desiderare di tornare a vedere qualcosa di suo di fictional. L’idea di Zaccaro è quella di raccontare, più che la genesi, l’anima del Piccolo Teatro di Milano attraverso le testimonianze, le voci e anche i volti di coloro che lo hanno animato. Un vero omaggio a un pezzo di cultura del Paese che è anche un motore essenziale di una città, Milano, dei suoi spazi intellettuali e di libera espressione. Ma, per metonimia, il Piccolo Teatro di Milano diventa anche il centro di un’Italia che proprio per queste cose combatte appassionatamente, ignorando le difficoltà economiche, il livellamento (verso il basso) del gusto, l’indifferenza verso il lavoro intellettuale che incontrastati stanno dominando dalle nostre parti. Tullio Kezich, Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Sergio Escobar, Luca Ronconi, Paolo Rossi, sono alcune delle voci che ascoltiamo nel film: e sull’onda di esse, Il Piccolo sembra costituirsi in un sogno trascinante in cui al pensiero viene restituita quella ariosa e inamovibile centralità alla quale quell’imperante corporativismo burocratico e corrotto in cui è immersa la quotidianità italiana (almeno, in questo pessimo momento storico) ci ha scandalosamente disabituato. Per l’ora e un quarto – e poco più – della durata del film, anche il profano che non conosce il Piccolo Teatro di Milano impara a discernere l’importanza nel panorama europeo, oltre che nazionale, che questo straordinario centro culturale riveste. E sì che il linguaggio cinematografico, quasi da “documentario militante”, di Zaccaro non si avventura in chissà quali fronzoli espressivi, ma sceglie la forma più esplicita e diretta delle interviste e delle immagini d’archivio per trasmettere l’importanza di un centro nevralgico che è anche cuore pulsante della città che lo ospita, in una sorta di interscambio e di embricazione reciproci e costanti. Finendo conquistati da questo “piccolo” documentario, ci si torna a domandare perché il cinema italiano debba continuare, purtroppo, a fare a meno di una voce così contagiosa nel suo vitalismo come quella di Zaccaro: fuori dalle mode qui in Italia, eppure all’Italia (e alla sua cultura) così necessaria.

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The story of Milan’s “Piccolo” Theatre is inextricably linked to the city’s history. 

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Venezia 66. Controcampo Italiano

“IL PICCOLO” DI MAURIZIO ZACCARO

di Giovanna Barreca
Pubblicato sabato 12 settembre 2009 – NSC anno V n. 24

Sono tanti i lavori visti a Venezia 2009, dove i registi usano il mezzo filmico e soprattutto il documentario per opporsi, per riuscire con un gesto a manifestare il dolore per l’impotenza nel vedere violentata la cultura in Italia.

Nella sezione Controcampo italiano, Il Piccolo di Maurizio Zaccaro attraverso la storia di questo luogo d’arte e soprattutto le riflessioni di Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Sergio Escobar, Luca Ronconi che il Piccolo Teatro di Milano lo hanno creato (i primi) e guidato per tanti anni, prova a sviluppare un importante discorso sulla qualità della cultura, sull’importanza delle risorse umane, pregiate e prestigiose, che però devono essere sostenute, perché, come recita un proverbio arabo citato nel film “la differenza tra l’oasi e il deserto non sta nell’acqua ma nell’uomo”, dove il deserto, nel nostro caso è rappresentato dalla chiusura ogni giorno di un cinema o di un teatro; nella sola Milano 53 in pochi anni come ricorda la struggente immagine di una vita del centro storico dove riappaiono le vecchie insegne che ormai non esistono più sostituite da outlet o banche.

Due oggetti di identificazione: il teatro e Milano. Il Piccolo, teatro d’Europa sempre vitale anche oggi, grazie soprattutto al continuo scambio fra le realtà più significative del teatro europeo e quelle nazionali, è i suoi spettacoli e le sue pareti, i suoi costumi, è la sua storia e quindi, non a caso, nella passeggiata tra i suoi anfratti, Gullotta su un telo di nylon, sulla porta di un sottoscala, rivede Marcello Moretti nell’Arlecchino, Strehler e Franciaroli, rivede immagini delle decine di spettacoli che vivono ancora tra le mura che li hanno messi in scena “perché il cibo per la mente vive nei teatri e ovunque si capisca l’importanza della cultura tanto bistrattata oggi” precisa il regista che ricorda come l’investimento pubblico complessivo dell’Italia sia da sempre ridicolo (0,3% del fus!) e come sia vergognoso che un ministro della Repubblica abbia affermato “meglio un piatto di polenta che la cultura”.

Zaccaro, regista e sceneggiatore che già lavorando a Terra madre di Ermanno Olmi, era tornato a raccontare il presente (piccolo omaggio al suo maestro con una scena di Milano ‘83), ripercorrendo la storia del Piccolo di Milano, combatte la sua personale battaglia d’arte “perché come diceva Nina Vinchi il teatro è la vera solidarietà: gli uomini e le donne di questo paese possano, per tre ore di spettacolo, ascoltare altri uomini riuscendo ogni sera, a sentirsi meno soli”. Solidarietà e sogni di una cività migliore “perché nella tolleranza, nell’indulgenza, nell’umanità, nel saper discutere di cultura si riescono a valutare i veri valori della vita”.

Nessuna sbavatura, una narrazione onesta e mai banale sull’oggi attraverso la tradizione e l’avanguardia del teatro.

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VENEZIA 66 – “Il piccolo”, di Maurizio Zaccaro (Controcampo italiano)

Il piccolo non è stato realizzato per raccontare solo la storia del Piccolo Teatro di Milano, ma anche il dualismo tra lo spettacolo e la realtà, la vita e il suo doppio” commenta così il suo documentario Maurizio Zaccaro. A fare da sfondo Milano, una città piena di contraddizioni e con l’ambizione di diventare una vera capitale culturale d’Europa.
Il documentario di Zaccaro, prodotto da Casanova Entertainment in collaborazione con Rai Cinema, è stato dedicato a Tullio Kezich – morto lo scorso agosto – critico, produttore e sceneggiatore. Il Piccolo, fondato nel 1947 da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, è stato il primo esempio di organizzazione stabile della scena in Italia; è stato fin da subito un teatro aperto a tutti e caratterizzato da un’altissima qualità estetica non che da un’organizzazione rivoluzionaria per i tempi.
L’idea di questo film nasce da una riflessione di Giorgio Stehler scritta in occasione della strage di Piazza Fontana: “alla mortificazione di non poter opporre, in momenti simili, un qualsiasi gesto utile, di fronte alla violenza e alla follia, l’artista può solo sforzarsi di continuare a far bene il proprio lavoro”. Il film inizia con la ristrutturazione del teatro e l’atmosfera è da subito misteriosa: si ha l’impressione che nelle sale e sul palcoscenico aleggino dei fantasmi, si intravedono delle ombre e per qualche minuto si rivivono momenti passati di spettacoli teatrali; una sorta di magia che ci riporta indietro nel tempo.
La voce narrante di Adriano Giannini ci accompagna per tutto il documentario in cui si alternano spezzoni di spettacoli ai racconti di grandi artisti che meritano di essere citati; hanno partecipato Toni Servillo, Leo Gullotta, Giuseppe Battiston, Franco Branciaroli, Franco Graziosi, Giulia Lazzarini, Mariangela Melato, Paolo Rossi, Dario FO, Andrea Jonasson, Serena Senigallia, Paolo Rossi, Ferruccio Soleri e naturalmente Tullio Kezich. La storia e la professionalità del Piccolo vengono raccontate da Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Sergio Escobar e Luca Ronconi i quali da oltre dieci anni sono alla guida del famoso teatro di Milano. Un documentario che emoziona e che commuove nel riportare la testimonianza di persone che nutrono per l’arte teatrale una forte passione. Durante tutto il film si percepisce un’atmosfera melanconica e nostalgica in grado di appassionare al teatro qualunque spettatore.
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«Il Piccolo», dedicato a Tullio Kezich

Il documentario ricostruisce le vicende, le personalità e le passioni che hanno popolato il teatro di Strehler e Grassi

VENEZIA – «A Tullio…». È stata dedicata a Kezich, grande critico del Corriere della Sera scomparso ad agosto, la presentazione ufficiale, all’interno della sezione Controcampo italiano, del film-documentario «Il Piccolo» di Maurizio Zaccaro, che ricostruisce le vicende, le personalità e le passioni che hanno popolato il palcoscenico del teatro di Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Alla proiezione, molto applaudita, hanno partecipato Toni Servillo, Andrea Jonasson, Valentina Cortese, Paolo Rossi, Giuseppe Battiston, Ferruccio Soleri, oltre che il regista e Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano-teatro d’Europa, la moglie Alessandra Levantesi e il direttore della Biennale Teatro Maurizio Scaparro. Un film partito da una riflessione di Giorgio Strehler all’indomani della strage di Piazza Fontana: «Che cosa possiamo fare noi gente di teatro? Alla mortificazione di non poter opporre, in momenti simili, un qualsiasi gesto utile, di fronte alla dolorosa impotenza del teatro, o più ampiamente dell’arte, di fronte alla violenza e alla follia, l’artista può solo sforzarsi di continuare a fare bene il proprio lavoro». Riflessione che, hanno ricordato gli artisti presenti, a quarant’anni di distanza risulta quanto mai attuale.

Stefania Ulivi