“LA FELICITA’ UMANA” HA TROVATO CASA.
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“LA FELICITA’ UMANA”

UN FILM CHE RENDE FELICI (MA NON SOLO)

di Lucia Tilde Ingrosso, scrittrice e giornalista presso Virgilio Degiovanni Editore – 6 aprile 2017

La vita regala privilegi preziosi. Come quello di vedere, martedì, allo Spazio Oberdan, il docufilm di Maurizio Zaccaro “La felicità umana”. Una riflessione filosofica – profonda, originale, colta, disruptive – sul concetto di felicità. Una felicità più sociale, che personale. Più matura, che giovanile. Più cerebrale, che istintiva. Una riflessione a più voci. Da quella dell’economista e filosofo Serge Latouche (lo senti parlare e ti innamori) a quella del vecchio leone Ermanno Olmi. Senza dimenticare il Papa e un immigrato, un agricoltore biologico e una suora. E tanti, tanti altri ancora, ai quattro angoli del mondo.
Ricco come un documentario, ma piacevole come un film, “La felicità umana” ti riempie e ti soddisfa. Poi, quando si accendono le luci, ti senti piena di mille domande.
Zaccaro non ha certezze né preconcetti incrollabili. Ma qualche idea te la butta là. In ordine sparso… A dare la felicità non è tanto la quantità dei soldi, ma la loro equa distribuzione nella società. Il progresso ha allontanato l’uomo da alcune pratiche che lo renderebbero più felice; tipo: rispettare il Pianeta. Le verità assolute avvicinano più all’estremismo che non alla felicità. Apprezzare ciò che si ha e non volere sempre di più è un ottimo punto di partenza.
Il regista sta portando “La felicità umana” in giro per l’Italia, specie nelle scuole. Ad apprezzarlo, soprattutto i ragazzi. Uno di loro, a Ragusa, a fine proiezione, gli ha chiesto: «Vorrei il dvd, per rivederlo con la mia ragazza». Tradotto: desidero condividere ciò che ho amato con chi amo. Bello, no?

 

CREA ANCHE TU UN EVENTO COSI’ NELLA TUA CITTA’,

SCEGLI IL LUOGO E IL GIORNO.

“LA FELICITA’ UMANA”

78′  – COLORE  – FULL HD 1080 

DISPONIBILE IN DCP – BLU RAY – DVD – FILE

scrivi a: lafelicitaumanafilm@gmail.com

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13 GENNAIO 2017, GRANDISSIMA SERATA FIORENTINA PER IL FILM “LA FELICITA’ UMANA” AL CINEMA ODEON: 600 SPETTATORI.

SOLD OUT!

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PARIGI, 9 GENNAIO 2017
Caro Maurizio,
Con questo elefante, ti mando di nuovo i miei auguri per 2017 : conservare la testa fuori dell’acqua ma anche un po’ nelle nuvole !
Ho visto ieri il DVD del tuo film alla fine… Bellissimo ! Bravo ! E’ venuto bene.
Un caro saluto,
Serge Latouche

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Serge Latouche (12 gennaio 1940, Vannes) è un economista e filosofo francese; è professore emerito in Scienze economiche all’Università di Paris-Sud (Orsay) e all’Institut d’études du devoloppement économique et social (IEDES) di Parigi. È tra gli animatori de “La Revue du Mauss”. Tra i suoi libri sono tradotti in italiano per Bollati Boringhieri: L’occidentalizzazione del mondo (1992), Il pianeta dei naufraghi (1993), La megamacchina (1995), L’altra Africa. Tra dono e mercato (1997), La sfida di Minerva (2000) Giustizia senza limiti (2003) Il ritorno dell’etnocentrismo (2003), Come sopravvivere allo sviluppo (2005), Breve trattato sulla decrescita serena (2008), L’invenzione dell’economia (2010), Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita (2011), Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (2012). Per Feltrinelli: La scommessa della decrescita (2007).

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(ANSA) – TORINO, 23 NOV – Rinnovando un vecchio adagio popolare, “i soldi non danno la felicità”, il filosofo Serge Latouche parla di “impostura della modernità”. Vale a dire, quella di aver promesso, non mantenendo, che questa “avrebbe dato felicità e benessere materiale a tutti”. E conclude lo studioso: “Tutto ciò è sbagliato. Non c’è nessun rapporto tra felicità e Pil di un Paese. Anzi, le società più felici non sono le più ricche”. Questo uno dei momenti chiave del documentario ‘La felicità umana’ di Maurizio Zaccaro, passato al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile, una raccolta di testimonianze di artisti, filosofi, economisti e gente comune su questo sentimento tanto desiderato. Tante le testimonianze in cui si colgono, oltre alle aspirazioni a stare bene, anche le paure di ciò che può compromettere questa condizione. Ad esempio, molti gli interventi sul tema immigrazione e inquinamento. Soluzioni? Il filosofo francese André Comte-Sponville ribadisce più volte: “Solo la politica può dare risposte”

 

LA FELICITA’ UMANA

 

“UN FILM CHE  PUO’ RENDERE MIGLIORE LA VITA”

 

“UN FILM SINCERO E ONESTO”

 

“UN FILM NECESSARIO, MAI FURBO”

 

“UN FILM CHE CREA GRANDE EMPATIA CON IL PUBBLICO”

 

“UN DOCUMENTARIO IMPORTANTE E ORIGINALE CHE FA USCIRE DALLA SALA DIVERSI DA COME SI E’ ENTRATI”

 

“UN SAGGIO CINEMATOGRAFICO COSTRUITO CON DEDIZIONE”

 

“SIMILI FILM ANDREBBERO RESI OBBLIGATORI NELLE SCUOLE”

 

“IL MIGLIOR FILM ITALIANO VISTO IN QUESTI GIORNI AL TFF”

 

“ZACCARO HA FATTO DEL SUO MEGLIO DOVE ALTRI HANNO ALZATO BANDIERA BIANCA” 

 

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RECENSIONI

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RASSEGNA

 

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Zaccaro: “La felicità è riuscire a cambiare la nostra vita”

QUESTO POMERIGGIO AL REPOSI IL NUOVO DOCUMENTARIO DEL REGISTA

LA REPUBBLICA – MARIO SERENELLINI

IL VENTAGLIO di “La felicità umana” è aperto da Bruno Bozzetto, massimo dispensatore d’allegria di cartoon e, insieme, super- scettico sulle possibilità d’un futuro (ma anche d’un presente) gioioso sulla terra, come ben esemplifica, tra gli altri, il suo corto “Cavallette”. Primo spicchio d’una cine- inchiesta sulla felicità, condotta da Maurizio Zaccaro in vari angoli del pianeta, Italia, Francia, Danimarca, Germania, Uzbekistan, India, Cuba, Nicaragua, Bozzetto lascia la parola a altri vip della cultura e dello spettacolo, da Serge Latouche a Sergio Castellitto, da Ariane Mnouchkine a Ermanno Olmi, a Aleida Guevara, tutti idealmente radunati al Tff, dove il film è in anteprima mondiale (alle 17 al Reposi 1, domani alle 11.30 e sabato alle 19.15 al Reposi 5), attorno al grande malato: la felicità. Zaccaro, di sana formazione olmiana e con alle spalle una solida filmografia sociale, da “L’articolo 2” a “Un uomo perbene”, direttore d’un bel festival a Pennabilli (già covo di Tonino Guerra) grazie al mecenate Roberto Valducci che produce anche il film, non esita a ripartire da Seneca: «Povero non è chi possiede poco, ma chi desidera di più».

Un pensiero già “scandalosamente” francescano.

«C’è felicità e felicità: quella materiale e quella intesa come bene interiore, spirituale, che non può dipendere dall’economia d’un Paese. Sa che l’Italia risulta solo 50esima nel rapporto mondiale della felicità del 2016 redatto dall’Onu? Dove ci sono Paesi molto “felici” (Danimarca, Australia, ma pure il Bhutan) e altri da cui si fugge per cercare altrove la felicità negata».

Com’è nata l’idea del film?

«Quand’ero studente pendolare dall’hinterland al centro di Milano, ho comprato in un’edicola della Stazione Nord uno dei super-pocket della Longanesi, che all’epoca costavano 350 lire.?Dell’autore, Bertrand Russell, sapevo poco, ma mi piaceva quel titolo: “La conquista della felicità”. Russell è scomparso nel 1970, solo un anno prima che lo scoprissi leggendo quel super- pocket da 350 lire. Oggi, nel film appena terminato, un altro filosofo, Andrè Comte Sponville, continua il suo discorso citando il grande Michel Serres: “Nel 1968, per far ridere i miei studenti, parlavo loro della religione e, per appassionarli, di politica. Oggi per farli ridere parlo loro di politica e, per appassionarli, di religione”. Un capovolgimento che inquieta e che sposta lontano, e di molto, la conquista della felicità».

La sua ricetta di felicità ?

«Non basta lo sdegno per come siamo governati o sfruttati da un’economia sempre più feroce: dobbiamo trovare il coraggio per avviare il cambiamento, a patto che prima, come suggeriva Camus, cambiamo noi stessi, se non vogliamo che “il passato divori il futuro”».

RASSEGNA

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TFF34 – La felicità umana. Un quadro appassionato, ma non certo roseo, dell’attuale stato emotivo della popolazione mondiale

Di Marco Paiano – Cineatographe . 24 novembre 2016

 

La felicità umana è un documentario di Maurizio Zaccaro, presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 34. Attraverso interviste a studiosi, artisti, religiosi e persone comuni, il film si prefigge l’obiettivo di riflettere sull’essenza più pura e vera della felicità, proponendo serie e profonde riflessioni sul modo di vivere e sulle scelte politiche ed economiche della società contemporanea.

Fra gli altri, sono presenti ne La felicità umana in varie forme il regista e attore Sergio Castellitto, il regista e disegnatore Bruno Bozzetto, il regista Ermanno Olmi e il filosofo André Comte-Sponville.

Che cos’è la felicità? Cosa possiamo fare per raggiungerla? Gli abitanti del mondo odierno stanno davvero facendo il meglio possibile per rendere e rendersi felici? A queste e altre domande cerca di rispondere La felicità umana, dando parola a un coro di voci variegate ed eterogenee, ognuna con proprie idee e la propria ricetta per vivere meglio. Assistiamo così a un continuo passaggio del testimone fra filosofi, artisti, economisti e persone della porta accanto, che come tante tessere di un puzzle apportano i loro contributi, spesso in antitesi fra loro, nel dipingere un quadro appassionato, ma non certo roseo, dell’attuale stato emotivo della popolazione mondiale.

Maurizio Zaccaro è abile nel gestire con i giusti tempi e modi le diverse personalità a sua disposizione, senza lasciare che nessuna di esse diventi preponderante all’interno della narrazione. Inevitabile che con così tanta carne al fuoco qualche passaggio e alcune delle tante storie umane risultino meno centrate e azzeccate, soprattutto nella parte finale, ma il risultato è comunque un prodotto di grande sensibilità e profondità, che in poco più di un’ora ci mostra vizi e miserie della nostra società, con il discreto ma deciso accompagnamento delle musiche originali di Yo Yo Mundi e Andrea Alessi e di brani di Beethoven.

Fra i passaggi più intensi e toccanti ci sono sicuramente le tristi e dolorose immagini degli atroci attentati perpetrati dall’Isis in Francia, che portano a una lucida e severa riflessione da parte di André Comte-Sponville sui danni che il fanatismo religioso ha fatto e continua tuttora a fare nella mente e nelle vite delle persone. Su schermo scorrono poi le immagini e le parole del celebre discorso di Robert Kennedy sul PIL, unità di misura economica che indica la ricchezza di un popolo, ma che non comprende aspetti e attività fondamentali nel determinare la salute e la felicità delle persone. Argomentazioni simili arrivano anche dal discorso dell’ex presidente uruguaiano José Mujica, che invoca più tempo libero per le persone e meno energie spese nel lavoro.

Tessendo la sua trama, che con il passare dei minuti prende sempre più forma, Maurizio Zaccaro continua la sua ricerca della ricetta perfetta per la felicità dando voce ai singoli: una coppia italo-danese che spiega perché la Danimarca è considerata la nazione più felice del mondo, una suora che ha trovato il senso della propria esistenza in una vita umile e interamente dedicata alla fede. Esperienze di vita diverse, ma accomunate dalla capacità di trovare gioia e soddisfazione in una vita semplice e modesta. Il fine ultimo de La felicità umana è infatti proprio quello di mostrare il fallimento di un intero sistema, che con la sua corsa sfrenata verso la ricchezza e il superfluo ci sta inesorabilmente rendendo tutti più tristi e soli, facendoci perdere di vista la gioia delle piccole cose e dei rapporti affettivi.

La felicità umana è un film onesto e sincero, che cerca nel particolare la chiave di volta per comprendere l’universale, fornendo utili spunti di riflessione per la ricerca della tanto agognata felicità. Un piccolo grande film, certamente non adatto a tutti i palati, ma che saprà stimolare e soddisfare chi sarà disposto a coglierne la più intima essenza.

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Un “saggio cinematografico” a tema costruito con dedizione, logica, ricca documentazione e buona capacità di empatizzare con gli spettatori

Anna Maria Pasetti      MyMovies

Vasto come l’oceano e mutevole come il cielo stellato, il concetto di “felicità umana” è diventato l’oggetto di indagine di Maurizio Zaccaro nel corso di una vita, da quando, da studente pendolare milanese, ricorda di aver divorato “il superpocket da 350 lire de La conquista della felicità di Bertrand Russell”. Per raccontare la quest verso la comprensione attuale di uno stato emozionale così indefinibile, il cineasta si è avvalso delle suggestioni e delle opinioni più disparate provenienti dall’attraversamento geografico, politico e culturale del pianeta: questo a implicita dimostrazione che il desiderio di felicità è forse uno dei rari aspetti che accomuna e ha accomunato chiunque nella corso della Storia.
Una barca a vela spezzata s’impone sulla locandina de La felicità umana, altrimenti tradotto in sottotitolo come Le Bonheur Humain – Human Happiness. Non è spiegato il motivo della scelta di un’immagine così apparentemente lontana dall’idea di “felicità” come da contemporaneo immaginario collettivo, eppure essa naviga in un senso di pertinenza giacché intimamente connessa con quanto lo stesso Zaccaro ha scelto quale logline del suo film. Si tratta di un intrinseco legame fra l’idea stessa di desiderio e quella di felicità che Seneca mirabilmente teorizzò sentenziando “Povero non è colui che possiede molto, ma colui che desidera di più”. Oggi la frase senechiana appare di un’attualità feroce e stringente, di portata rivoluzionaria quanto la necessità che lo stile di vita consumistico predominante capovolga i propri connotati affinché non solo si possa “immaginare la felicità”, ma addirittura la sopravvivenza del genere umano.
Il documentario di Zaccaro si appropria strutturalmente di questo paradigma e in virtù di esso inanella una serie di opinionisti interrogati sul tema, includendo esimi filosofi, economisti, attivisti, registi, attori, scrittori, sperimentatori, politici, suore e – sul finire – una semplice vecchietta. L’indagine trasporta il regista inizialmente nella Francia di due teorici “illuminati” come Serge Latouche e André Comte-Sponville, ai quali è affidata la spiegazione dell’imprescindibile connotazione tra economia e la percezione attuale di felicità umana, ormai non solo sradicata dall’astrattismo sacrale del Medio Evo ma anche mutata da collettiva a individuale. In altre parole, l’essere umano contemporaneo ha l’impressione di essere felice se vive nel benessere materiale e nella sicurezza dal pericolo: tutto il resto porta inesorabilmente all’infelicità. Tale lapalissiana premessa, ben strutturata nel pensiero dei due filosofi, apre il campo alle riflessioni successive su cui – in definitiva – poggia il capovolgimento di cui sopra già profetizzato da Seneca. Sono infatti le voci raccolte in vari Stati del mondo da Zaccaro a (di)mostrare quanto in realtà quell’idea di felicità non sia appunto altro che un’impressione e che, peggio ancora, può portare solo all’annientamento dell’umanità perché si nutre di sentimenti contrari all’umanesimo più profondo. Soprusi, guerre e violenze di ogni forma e natura orientate al “possedere sempre di più” hanno di fatto condotto a una gerarchia di poteri ben lontani se non opposti alla felicità.
La proposta di cui si fa carico il documentario attraverso le voci degli intervistati è dunque quella di interrompere tale circolo vizioso e indirizzarsi verso una sobrietà nei consumi che possa finalmente scollegare l’economia finanziaria e mercantile dal desiderio di felicità. Non è un caso che la Danimarca, ovvero il Paese “più felice del mondo” secondo il Rapporto Mondiale della Felicità 2016, sia abitato da cittadini che “sanno accontentarsi”. Non per ultimo, il film amplifica il discorso, testimoniando al suo pubblico che senza una vita di relazioni è impensabile essere felici: parola di diversi funzionari e manager di successo che hanno scelto di liberarsi dalla schiavitù di un lavoro che impediva loro di vivere le gioie famigliari. Rigoroso e ambizioso, La felicità umana manifesta la struttura e l’estetica di un “saggio cinematografico” a tema costruito con dedizione, logica, ricca documentazione ma anche con un buona capacità di empatizzare con gli spettatori.

RASSEGNA

ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ UMANA, IL VIAGGIO DI MAURIZIO ZACCARO AL FESTIVAL DI TORINO

26.11.2016 –  FILM.IT Autore: Mattia Pasquini (Nexta)
Un obiettivo, che ogni consesso civile dovrebbe condividere con i propri componenti, i singoli uomini e donne che ogni giorno si battono per inseguire sogni e traguardi spesso solo apparentemente reali, o quanto meno illusori. Almeno quando a capacità di realizzare o rendere raggiungibile quella che il regista milanese Maurizio Zaccaro è andato indagando nel suo nuovo documentario, La felicità umana, presentato al Festival di Torino 2016 nella sezione Festa Mobile.
“Non c’è posto per chi si lascia vincere dallo stato delle cose, per chi si lascia sottomettere da un’economia sempre più selvaggia” nel mondo di oggi, ammonisce Zaccaro nella presentazione del suo film, una riflessione sull’essenza più pura e vera della felicità e del nostro vivere moderno attraverso – e con l’aiuto di – una serie di interviste a studiosi, artisti, religiosi e persone comuni (“non ci sono i potenti”, sottolinea): dai registi Sergio Castellitto, Ermanno Olmi, Markus Imhoof e Bruno Bozzetto ai filosofi André Comte-Sponville, Serge Latouche, Carsten Seyer-Hansen, fino all’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica e altri.
“Quando compro qualcosa, non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli” dice proprio il politico latinoamericano. È il ‘tempo della vita’ contro la ‘schiavitù del lavoro’, dei consumi: questa la dicotomia, la contrapposizione che emerge a più riprese nella ricerca che per sua stessa ammissione “ha portato lontano” Zaccaro nella sua ricerca di risposte, di leggerezza, di felicità dalla quale però emerge forte una vera e propria “provocazione”.
E una domanda: “è vera felicità?”. Forse no. “Sembra che abbiamo rinunciato all’eccellenza personale e ai valori della comunità in favore della mera accumulazione dei beni materiali” ci ricorda il filmato, evidenziando il modello di felicità che quotidianamente il mercato ci impone attraverso i media, la pubblicità. La commercializzazione di ogni sentimento, immagine, pensiero che attraverso i social e nuovi canali di comunicazione ci siamo ormai abituati a considerare ‘strumento. Secondo la stessa logica per cui ogni avvenimento che viviamo deve essere eccezionale, un evento, unico e irripetibile, anche se standardizzato e seriale… È un caso che tanto i miliziani dell’Isis quanto una suora interpellata concordino sul fatto che la felicità sia tutt’altro, soprattutto in rapporto con la divinità, e che “questa economia uccide”?
Forse no. Ma allora: che cosa è e come si raggiunge la felicità? Una domanda tanto semplice, eppure alla quale sembra impossibile rispondere. E che da sempre ispira reazioni non necessariamente banali. E che in questo film – sociale più che filosofico – acquista una valenza quasi rivoluzionaria, anche nel suo contrastare in qualche maniera la globalizzazione cercando di spingere a rivedere le proprie resistenze più o meno consapevoli al concetto di ‘inclusione’. Forse anche per il periodo e le contingenze storiche nelle quali ci troviamo, e che riemergono in molte delle ‘confessioni’ degli intellettuali mostrati, come nelle tante risposte di tante persone comuni che – come dice il regista – “quando parli di felicità sentono di avere una bacchetta magica o di essere in grado di dirti come raggiungerla”.
Per Zaccaro, “la felicità è stata un viaggio, una occasione per vedere persone che non vedevo da tempo”; un viaggio che lo ha portato in giro per il mondo da solo per tre anni e mezzo – durante la realizzazione di altri progetti – per costruire il suo film, completamente indipendente e mosso dalla frase Seneca da cui tutto parte, in un certo senso: “povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”.

#TFF34 – La felicità umana, di Maurizio Zaccaro

Maurizio Zaccaro, presenza nota al TFF nonché al Lido, dove nell’edizione 66 presentò il suo documentario il Piccolo, ritorna nel capoluogo piemontese con La felicità umana. Dopo ben tre anni di ricerca e lavorazione, il regista si va ad aggiungere al segmento di autori dedicatisi alle tematiche più scottanti dell’era contemporanea. Infatti, proprio di recente, abbiamo visto documentari come Domani di Cyril Dion e Mélanie Laurent oppure Before The Flood, diretto dal divo Di Caprio e Naomi Klein, entrambi impegnati a sensibilizzare le masse sui pericoli di un sistema apparentemente saldo e premuroso.

Zaccaro si dedica ad intervistare diversi intellettuali e qualche persona comune circa l’esistenza della felicità e il suo compimento. Moltissimi nomi: Serge Latouche, Castellittoche legge passi della Mazzantini, Aleida Guevara, figlia del Che, e l’immortale Ermanno Olmi, il quale segna una svolta nella progressione narrativa ponendo l’allerta sull’alimentazione. Sebbene l’intento sia straordinariamente nobile, c’è qualcosa di assolutamente incomprensibile nel lavoro di Zaccaro. Tutte le immagini da repertorio telegiornalistico, nello specifico raffiguranti povertà o immigrazione, non fortificano il focus, ma lo spostano lontano da un incipit interessante. Proprio perché l’autore
prende le distanze dall’idea di felicità in quanto schiava di fattori eterogenei, come l’accumulo materiale, non si spiega l’incursione di trovate ammiccanti e obsolete. Di certo, come lui stesso sottolinea, la minore disparità economica e l’abolizione della schiavitù dal mercato capitalista gioverebbero ad un walfare in caduta libera. Tuttavia, piuttosto che rincorrere soluzioni semplicistiche e che rischiano di appiattire il prodotto, si sarebbe potuto scavare più a fondo nelle opinioni o quantomeno liberare dalla patina pietosa i “poveri immigrati” per farli esprimere sulla loro idea di felicità.

Alcuni interventi sono memorabili, soprattutto quelli più piccoli e in apparenza insignifcanti. Basti pensare alla famiglia italiana in Danimarca o all’anziana signora francese venditrice di crepes. Probabilmente, anche se non esplicitato, quanto resta di più è la teoria leopardiana dell’attesa: il desiderio della felicità in vista del sabato del villaggio. Oppure la convinzione, espressa magistralmente anche da Rainer Maria Rilke, sull’impossibilità di trovarla attraverso l’ascesa. Zaccaro ha senza dubbio opzionato un tema gigantesco e gli va comunque dato il merito non solo di aver speso tanto tempo nella realizzazione, ma di aver fatto del suo meglio dove altri hanno alzato bandiera bianca.

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LA  FELICITA’ UMANA A “HOLLYWOOD PARTY” 

RADIO TRE  – 23 NOVEMBRE 2016

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e32f9f23-66c6-4662-92e8-7fb2c77ec29f.html

LA FELICITA’ UMANA A “FRED RADIO -THE FESTIVAL INSIDER”

http://www.fred.fm/it/maurizio-zaccaro-la-felicita-umana-tff34/

 

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LA FELICITÀ UMANA  CONFERENZA STAMPA

“Che cos’è la felicità?” è una domanda che tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita: diverse le risposte, ma forse tutte limitate ad un’interpretazione individualista della felicità. Esattamente quello che Maurizio Zaccaro ha voluto evitare quando ha deciso di partire da quest’interrogativo per realizzare La felicità umana.

“Forse il pubblico dal titolo del film si aspettava una serie di interviste alla gente comune per strada, ma per me la felicità è un termine prettamente economico” spiega il regista nella conferenza stampa. Il discorso di Zaccaro si pone subito in termini sociali e politici: è impossibile parlare di felicità senza essere consapevoli di cosa sta accadendo nel mondo, bisogna assumere un punto di vista che vada oltre la nostra personale interpretazione e che possa abbracciare una visione più ampia possibile, che tenga conto in primis della felicità come benessere sociale. La citazione di Seneca in apertura è, in questo senso, decisamente emblematica e necessaria per comprendere l’approccio scelto da Zaccaro e da chi lo ha coadiuvato nella realizzazione del film (tra i tanti, Ermanno Olmi e Bruno Bozzetto): “Povero non è colui che possiede poco, ma colui che desidera di più”. È questo il punto di partenza per una riflessione che mira a dimostrare come il concetto di felicità debba essere collettivo e non individuale: un divario esagerato e insanabile tra ricchi e poveri rende inevitabilmente infelici entrambi, i primi perché il denaro non basta a rendere un ambiente sociale felice e sereno e a compensare il malessere del resto della popolazione; i secondi perché vittime indifese di una condizione di indigenza che arriva a privarli della loro dignità di esseri umani. Profughi abbandonati al loro destino, frontiere che diventano simboli di una separazione irrisolvibile tra mondi che dovrebbero saper dialogare tra loro, storie di viaggi in condizioni disumane per fuggire da territori che non possono offrire nulla, azioni violente in nome di un cieco estremismo religioso: sono solo alcune delle immagini scelte dal regista per invitare lo spettatore a riflettere.

Le voci che intervengono nel corso del film sono moltissime: Sergio Castellitto che legge alcuni passi del Mare al mattino di Margaret Mazzantini, Ermanno Olmi, Serge Latouche,  André Comte-Sponville, Bruno Bozzetto, Jose Pepe Mujica (che con vigore ricorda che “siamo venuti al mondo per essere felici”), Stefano Bartolini, Aleida Guevara e tanti altri.

Per quanto riguarda l’ispirazione, Zaccaro racconta che arriva da un libro scoperto quasi per caso quando era ancora adolescente, La conquista della felicità di Bertrand Russell, che rappresenta il germe della riflessione sul tema in questione. Si tratta di un film “necessario”, insomma, che il regista sentiva di dover realizzare. Ci sono voluti tre anni e mezzo per ultimare questo documentario che, ci tiene a precisare il regista, “non è fatto di interviste, ma di incontri e di riflessioni che dovrebbero portare a interpretare questo interrogativo come una provocazione: per questo ho intrapreso questo viaggio in giro per il mondo. Perché la gente parla così facilmente di felicità senza riflettere minimamente sul valore economico di questo concetto?”

Un film toccante, attuale, che fa riflettere e che tutti dovrebbero vedere. L’augurio del regista è quello di poter diffondere il film nelle scuole, con l’intento di esortare i giovani a confrontarsi con la realtà problematica che li circonda.

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APPUNTI PER IL 34° TORINO FILM FESTIVAL

LA FELICITA’ UMANA – LE BONHEUR HUMAIN – HUMAN HAPPINESS

“Povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”

Ho preso in prestito da Seneca questa frase come Logline del film perché “La felicità umana” nasce da una suggestione ben precisa: provocare una riflessione, magari scomoda, su uno degli aspetti più sfuggevoli dell’esistenza. Cerchiamo la felicità personale, la perseguiamo fino all’ossessione senza pensare che non potremo mai conquistarla perché non ci appartiene, almeno come singoli individui. La felicità intesa come bene interiore ma anche spirituale non appartiene a nessuno, e non potrebbe essere altrimenti vincolata com’è all’economia dei Paesi nei quali viviamo, a loro volta legati indissolubilmente all’economia mondiale.  Che fare quindi per godere almeno una parvenza di felicità durante il nostro fulmineo passaggio su questo pianeta? Secondo il Rapporto Mondiale della Felicità del 2016, redatto dall’Onu, ci sono Paesi molto “felici” (Danimarca e Australia per esempio, ma anche il Bhutan. L’Italia è solo 50esima) e altri dai quali si fugge per cercare appunto la felicità negata da guerre, tirannie, sopraffazioni e carestie. Ci sono esseri umani che s’illudono di vivere nella felicità, anche se sintetica, perché ricchi e soddisfatti come in uno spot dei biscotti, e altri che non riescono nemmeno a immaginarla, la felicità. Per questi ultimi essa è un aspetto della vita talmente vago da essere come il bagliore del sole allo zenit, così intenso e accecante da cancellare qualsiasi altra cosa visibile nei paraggi: un incubo. Non a caso Oscar Wilde, con la sua consueta quanto tagliente ironia, definì questa paradossale condizione umana così: “Ci sono due tragedie nella vita, due drammi che noi viviamo: uno, quello di non avere ciò che desideriamo; l’altro, di aver soddisfatto il nostro desiderio!”

Viviamo in un circolo vizioso (vivi, produci, consuma, muori), ci disperiamo, lottiamo, sudiamo per poi spegnerci nel silenzio, rimbambiti e soli, magari dentro case di riposo dal nome involontariamente beffardo, come “Villa Felice”.

L’alternativa a tutto ciò non è vivere di ghiande in un’austerità esasperata ma, più semplicemente, cercare di liberarci dall’accumulo, saperci accontentare e così rivoluzionare il concetto stesso di Economia. A quel punto la vera felicità arriverà da sé, grazie alle nostre relazioni sociali, alla vita serena con gli amici, con la propria famiglia, con i figli, decolonizzando così la nostra mente dai bisogni effimeri indotti da un mercato sempre più feroce e cinico, dominato dal “libero scambio” che, come suggerisce il filosofo francese Serge Latouche, è come dire: “libera volpe nel libero pollaio”.

 Maurizio Zaccaro

3 novembre 2016

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ORGANIZZA UNA PROIEZIONE NELLA TUA SALA, O PRESSO LA TUA ASSOCIAZIONE, O LA TUA SCUOLA, NEL TUO COMUNE.

 

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 Dal 25 novembre 2016

 “LA FELICITA’ UMANA”  (78′)

è disponibile per proiezioni e presentazioni.

Per organizzare una proiezione seguite queste semplici indicazioni:

 Tecnicamente bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd o blu ray e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche in formato DCP.  Appena avete individuato un luogo e un periodo, contattateci scrivendo una mail a:

 lafelicitaumanafilm@gmail.com

oppure potete contattare

 Piero Clemente

Raggio Verde srl

 Via Santa Croce in Gerusalemme, 97 00185 Roma – Italia Tel.: +390670399241 Mob.; +393392362418 e-mail: info@raggioverde.org 

Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità e costi di noleggio e spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.

 

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NOTA DI REGIA

“Lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. 

Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità! Quando lottiamo per l’ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento dell’ambiente si chiama felicità umana”. 

Dobbiamo vivere nell’austerità per far fronte ai nostri livelli di vita, che non vogliamo far decrescere oppure, come sostiene da tempo l’ormai ex Presidente dell’Uruguay José Mujica, vivere nella sobrietà? In poche parole meglio tagliare tutto e lasciare milioni di persone senza lavoro e futuro, come accade nel mondo occidentale, oppure consumare solo il necessario senza sprecare alcuna risorsa?

“Perché quando compro qualcosa – continua Mujica – non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere.

Oggi il mondo vive un cambiamento epocale, non c’è posto per chi si lascia vincere dallo stato delle cose, per chi si lascia sottomettere da un’economia sempre più selvaggia e feroce, per chi infine non ha ambizioni di riscatto.

Non basta lo sdegno per come siamo governati, o sfruttati e schiavizzati da un’economia sempre più feroce, dobbiamo trovare invece il coraggio per avviare il cambiamento a patto che prima, come suggerisce Camus, cambiamo noi stessi, e velocemente se non vogliamo che “il passato divori il futuro”.

Un futuro dove le disuguaglianze crescenti diventeranno insostenibili per le democrazie occidentali. Senza interventi della politica e di una nuova economia il futuro prossimo potrebbe somigliare al passato degli anni della Belle epoque, quando a dominare la scena sociale c’erano solo ricchi possidenti con i loro patrimoni milionari. E il dominio dei nuovi ricchi di oggi potrebbe finire per soffocare, domani, le società, il loro stesso benessere e soprattutto “La felicità umana”.

Maurizio Zaccaro

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NOTE DU RÉALISATEUR

« Le développement ne peut pas s’opposer au bonheur. Il doit au contraire favoriser le bonheur humain, l’amour sur cette Terre, les relations humaines, l’attention aux enfants, la présence d’amis, et favoriser ce qui est juste et élémentaire. Parce que c’est précisement le bonheur qui est le trésor le plus important que nous avons ! Quand nous luttons en faveur de l’environnement, nous devons nous rappeler que le premier élément de celui-ci s’appelle bonheur humain ! »

Nous devons vivre dans l’austérité pour faire face à nos niveaux de vie auxquels nous ne voulons pas renoncer ou, comme l’affirme depuis longtemps l’ex-président de l’Uruguay José Mujica nous devons vivre sobrement. En bref, est-il mieux de tout couper et laisser des millions de personnes sans travail et sans avenir, ou consommer seulement ce qui est nécessaire, sans gâcher aucune ressource ?

« Quand j’achète quelque chose – ajoute Mujica – je ne l’achète pas avec de l’argent, mais avec le temps de ma vie qui m’a servi à le gagner. Et le temps de la vie est un bien envers lequel il faut être avare. Il faut le garder pour les choses qui nous plaisent, et qui nous motivent. Ce temps pour nous-mêmes, je l’appelle liberté. Et si nous voulons être libres, nous devons être sobres pour notre consommation et nos achats. L’alternative est celle qui nous rend esclaves du travail qui nous permet de consommer sur une grande échelle mais qui nous enlève du temps pour vivre.»

Aujourd’hui le monde est en train de vivre un véritable tournant historique: il n’y a plus de place pour ceux qui se laissent vaincre par l’état des choses, pour ceux qui se soumettent à une économie toujours plus sauvage et féroce, pour ceux qui n’ont pas l’ambition de se racheter. Le dédain envers la façon dont nous sommes gouvernés, ou exploités et traités comme des esclaves, ne suffit plus ; nous devons trouver par contre le courage pour opérer un changement à condition que, comme le suggère Camus, nous changions nous-mêmes, et que nous le fassions rapidement, si nous ne voulons pas que « le passé dévore l’avenir.

Un avenir où les inégalités croissantes deviendront insoutenables pour les démocraties occidentales . Sans l’intervention du monde poitique et sans une nouvelle économie, l’avenir proche pourrait ressembler à la période de la Belle Epoque, quand les riches disposant d’un immense patrimoine dominaient la société. Aujourd’hui, la domination des nouveaux riches pourrait conduire, demain, à l’axphysie des sociétés, de leur bien-être et surtout du bonheur de l’homme.

Maurizio Zaccaro

 

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DIRECTOR’S NOTE

“Development can’t fly in the face of happiness. It should promote human happiness, love, human relationships, relationships between parents and children, with friends, and basic goods. Precisely. Because this is the most important treasure we have: happiness! When we fight for the environment, we must remember that the first element of the environment is called human happiness!”

Live in austerity to satisfy our standards of living, which we refuse to lower, or, as the former Uruguay President Mujica has claimed for some time now, live in moderation?

In short, is it better to just make cuts everywhere and leave millions of people jobless and without a future, as is the case for the Western world, or consume only what we really need without wasting any resources?

“Because when I buy something,” continues Mujica, “I don’t buy it with money, but with the time of my life it took me to earn that money. And the time of life is precious and must be jealously guarded. We need to keep it for the things we like and motivate us. Having time for yourself is what I call freedom. And if you want to be free, you have to use moderation. The alternative is becoming a slave to work so you can consume ruthlessly, but this takes time away from living your life.”

Today, the world is undergoing change of epoch proportions. There’s no place for those who give in to the current state of things, who allow themselves to be subjugated by an increasingly dog-eat-dog and viscous economy, who don’t want to be free.

Disdain for the way we are governed or exploited or enslaved isn’t enough. We need to find the courage to change things. But, as Camus suggests, first we need to change ourselves, and we need to do it fast, otherwise “our past will devour our future.”

A future where inequalities become impossible to sustain for Western democracies. Without political and economic intervention the near future will seem like the Belle Epoque, when society was dominated by wealthy families and their seven-digit bank accounts. The domination of today’s “nouveau riche” could end up suffocating tomorrow’s societies, their wellbeing, and, above all, “Human Happiness.”

Maurizio Zaccaro

 

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LA FELICITA’ UMANA – GENESI DI UN FILM

Avevo diciannove anni. Ero uno studente pendolare che si spostava quotidianamente dall’hinterland al centro di Milano, e viceversa. Un giorno, all’edicola della Stazione Nord, ho comprato un super-pocket della Longanesi, di quelli che all’epoca costavano 350 lire.

Anche se dello scrittore, Bertrand Russell, sapevo poco, mi piaceva quel titolo: “La conquista della felicità”. E quello che c’era scritto dietro, in quarta di copertina:

– Bisogna uscire da questo maledetto guscio dell’IO, che ci soffoca e ci immiserisce, bisogna educarsi a rapporti più simpatici e più magnanimi con gli uomini, e con le cose, e spalancare la nostra mente a tutti i venti dell’universo, bisogna appassionarsi al maggior numero di ricerche e di problemi, bisogna adattare il ritmo della nostra vita individuale e quella universale. 

Dal 1971 a oggi sono passati ben quarantacinque anni. In tutto questo tempo, sopravvivendo a traslochi a volte burrascosi, quel piccolo libro è sempre stato con me. Letto e riletto, sottolineato, consumato. Ai molti che oggi chiedono come mi è venuta l’idea di fare un film così impossibile come LA FELICITA’ UMANA, non posso certo rispondere che la devo a quel libro. Non sarei sincero. Devo invece l’idea a quello che ho visto dopo averlo letto, nei posti più disparati, afflitti e complicati del mondo.

Bertrand Russell vedeva la cosa a suo modo e cercava di risolverla insegnando ai lettori “un piano” adeguato allo scopo. Poteva farlo perché viveva, almeno credo, in un epoca molto più felice della nostra.

Certo, erano anni densi di conflitti sociali ma nulla, a quel tempo, poteva lasciar presagire quello che sta succedendo oggi, dove tutto sembra essere quotidianamente fagocitato dal “grande disordine mondiale” e dal ”caos religioso”. Ed è proprio in questo “disordine” e in questo “caos” che è nata l’idea del film. Non poteva essere altrimenti. Russell racconta in base alla sua esperienza. E’ saggio e volutamente semplice perché vuole farsi comprendere da tutti “Questo libro non si rivolge alla classe colta…” scrive nell’introduzione di “La conquista della felicità”.

Da lì in poi, opera dopo opera, accompagna i suoi lettori verso elementari, quanto attualissime verità: “…per essere felici bisogna difendersi dagli dei…” oppure “…una grandissima parte dei mali dei quali soffre il mondo sono dovuti al fanatismo religioso…“  Bertrand Russell è scomparso nel 1970. Solo un anno prima che lo scoprissi leggendo quel super-pocket da 350 lire. Oggi, nel film che ho appena concluso, un altro filosofo, il francese Andrè Comte Sponville, continua quel discorso citando Michel Serres, uno dei più importanti intellettuali francesi: Nel 1968, per far ridere i miei studenti, parlavo loro della religione e, per appassionarli, di politica. Oggi per farli ridere parlo loro di politica e, per appassionarli, di religione”. 

Un paradosso a dir poco inquietante che sposta lontano, e di molto, la conquista della felicita’.

Maurizio Zaccaro

Ottobre 2016

 

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HUMAN HAPPINESS – THE GENESIS OF A FILM

 I was a student living on the outskirts of Milan. Everyday, I’d commute back and forth to the city center. One day, at the north train station newsstand, I bought a “super-pocket” paperback published by Longanesi. The ones that used to cost 350 Lire.

Even though I knew little about the author, Bertrand Russell, I liked the title, The Conquest of Happiness, and the blurb:

“Break down the hard shell of the Ego that suffocates and impoverishes us, nurture the most pleasant and open-hearted relationships with others, and with things . . . man must enlarge his mind to the universe, and be impassioned by the greatest number of studies and problems, adapting the pace of individual life to the universe’s.”

Forty-five years have passed since that day back in 1971. All these years, that small book has survived moves, at times even turbulent. But it’s always stayed with me. Read countless times, underlined, devoured. Today, many people ask me how I came up with the idea of making such an impossible film like HUMAN HAPPINESS. I really can’t say it was because of that book. It wouldn’t be right. The idea came to me thanks to what I’ve seen after reading it, in the most diverse, afflicted, and complicated places across the world.

Bertrand Russell saw it his own way, and he tried to solve the problem by suggesting “a cure” for the ordinary day-to-day unhappiness. He was able to do so because he lived at a time that was much happier than ours. Well, at least I think so.

Those were years riddled by social conflict. Of course. But nothing, back then, hinted at what is happening today, where everything, everyday, seems swallowed up by the “great world disorder” and by ”religious chaos.”

The film was born precisely from this “disorder” and this “chaos.” And it couldn’t be any other way.

Russell wrote the book based on his experiences. It’s both erudite and intentionally simple because he wanted everyone to understand: “This book is not addressed to the learned . . . ,” he writes in the foreword to The Conquest of Happiness.

From then on, work after work, he accompanies his readers towards elementary and quite pertinent truths: “. . . to be happy you must defend yourself from the gods . . . ”or “a very large part of the evil afflicting the world is due to religious fanaticism . .  ”

Bertrand Russell passed away in 1970. Just one year before I discovered him after reading that 350-Lire paperback. Today, in the film I recently finished, another (French) philosopher, Andrè Comte Sponville, picks up the topic by quoting Michel Serres, one of France’s most important intellectuals: In order to make my students laugh, I spoke to them about religion and, to get them excited, about politics. That was in 1968. Today, to get them to laugh, I discuss politics and, to excite them, about religion.” 

What a disturbing paradox that distances, a great deal, the conquest of happiness.

Maurizio Zaccaro

October, 2016

 

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CREDITS

Titolo

La felicita’ umana

Titoli fr/eng 

Le bonheur humain – Human happiness

Paese, Anno

Italia, 2016

Regia e Fotografia  

Maurizio Zaccaro

Con i contributi di

Serge Latouche, André Comte-Sponville, Ariane Mnouchkine, Sergio Castellitto, Ermanno Olmi, Vandana Shiva, Bruno Bozzetto, Aleida Guevara e altri.

Ambientazione

Italia, Francia, Danimarca, Germania, Uzbekistan, India, Cuba, Nicaragua

Musica originale 

Yo Yo Mundi e Andrea Alessi

Musica di repertorio

Ludwig Van Beethoven

Concerto per Pianoforte e Orchestra

N°5 – L’Imperatore

Produzione

FreeSolo Produzioni srl, 2016

Data di fine lavorazione

10 agosto 2016

Dati tecnici

85 min. colore – aspect ratio 16:9 – Full HD – Dolby Digital 5.1

Lingua audio

Italiano, Francese, Inglese, Tedesco, Spagnolo

Lingua sottotitoli

Italiano, Francese, Inglese

 

TITOLI DI TESTA

ROBERTO VALDUCCI

presenta

 

LA FELICITA’ UMANA

LE BONHEUR HUMAIN

HUMAN HAPPINESS

 

un film di

MAURIZIO ZACCARO

 

TITOLI DI CODA

 

LA FELICITA’ UMANA

LE BONHEUR HUMAIN

HUMAN HAPPINESS

un film scritto, prodotto e diretto

da

MAURIZIO ZACCARO

 

realizzato da

FreeSolo Produzioni srl

 

montaggio

MASSIMO SALVUCCI

 

supervisione al montaggio

PAOLA FREDDI

 

assistente al montaggio

GERARDO LAMBERTI

 

fotografia

MAURIZIO ZACCARO

 

musica

YO YO MUNDI

e

ANDREA ALESSI

 

musica di repertorio

Ludwig Van Beethoven

Concerto per Pianoforte e Orchestra

N°5 – L’Imperatore

 

ringraziamo per la gentile collaborazione (In ordine di apparizione) 

BRUNO BOZZETTO

ANDRE’ COMTE – SPONVILLE

ARIANE MNOUCHKINE

SERGIO CASTELLITTO

SERGE LATOUCHE

MICHAEL ORUOHWO AKPEVWE

CARSTEN SEYER-HANSEN

MEIG VIKING

CLAUDIO PELLEGATTA

SIGRID RASMUSSEN

MARKUS IMHOOF

MARIA VERA

ERMANNO OLMI

STEFANO BARTOLINI

JOSE’ PEPE MUJICA

SERENA ALUNNI

GÜNTER WALLNÖFER

URBAN GLUDERER

ANNEMARIE GLUDERER

VANDANA SHIVA

ALEIDA GUEVARA

 

si ringrazia inoltre

 RAUL ZECCA CASTEL e ADRIANO ZECCA

per

“Aleida Guevara”

e

“I recuperanti del Nicaragua”

 

sostenitori via crowfunding

Indiegogo

GRAZIANO ALBERIGO, ORNELLA BERNABEI, SUSANNA BOLCHI, ILARIA BORELLI, FABRIZIO BOZZETTI, GIANFRANCO COLAMARTINO, PIERGIORGIO GAY, SERGIO GRAMMATICO, ROBERTA GUAZZINI, LAURA IPPOLITI, ADRIANO DI LORENZO, FEDERICO MOSCONI, PAOLA MUSA, EGIDIO PARRI, MICHELE SALATI, DANILA SCOTTON, FRANCESCO TOCCAFONDI, SONIA TODESCHINI, GLORIA TURCHETTI, WILMA VERONESI, CHERRY N’DIAYE VINCENTI, FERDINANDO ZANINI, GIOVANNA ZIGHETTI, FRANCESCO GIOVANNI ZINGRILLO.

consulenza testi e traduzioni

EMILY LIGNITI

sottotitoli

RAGGIO VERDE SRL

post produzione video e mastering

FRAME BY FRAME

Roma

colorist

CHRISTIAN GAZZI

responsabile post-produzioni

PRIMO DE SANTIS

sonorizzazione

SOUND ART 23 SRL

Roma

Fonico di Mixer

VALERIO BRINI

consulenza amministrativa per

FREESOLO PRODUZIONI SRL

MANUELA GUAITOLI

Studio Guaitoli – Corpolo’ (Rn)

consulenza legale per

FREESOLO PRODUZIONI SRL

AVV. ANDREA EMILIO FALCETTA

Studio Legale Falcetta – Roma

Materiali di repertorio

AGENZIA ANSA

Roma – Italia

SKY NEWS 24

POND5 INC. – STOCK VIDEO

New York – Usa

la produzione si dichiara disponibile a regolare eventuali 

diritti d’autore per i materiali di repertorio, di cui non e’ 

stato possibile reperire la fonte

*

Brani musicali

“Lo spettro della fame”

(P.E. Archetti Maestri; A. Cavalieri; F. Martino; E. Merico)

musica eseguita da Yo Yo Mundi:

Paolo Enrico Archetti Maestri: chitarra elettrica

Andrea Cavalieri: basso elettrico

Fabrizio Barale : chitarra elettrica

Eugenio Merico: batteria

“A terra compagni”

(P.E. Archetti Maestri; A. Cavalieri; F. Martino; E. Merico)

musica eseguita da Yo Yo Mundi:

Paolo Enrico Archetti Maestri: chitarra elettrica

Andrea Cavalieri: basso elettrico

Fabio Martino: fisarmonica

Fabrizio Barale : chitarra elettrica

Eugenio Merico: batteria

“Teppaglia”

(P.E. Archetti Maestri)

musica eseguita da Yo Yo Mundi:

Paolo Enrico Archetti Maestri: chitarra elettrica

Andrea Cavalieri: basso elettrico

Eugenio Merico: batteria

Luca Olivieri: hammond

Edizioni Musicali: La Contorsionista s.n.c./Essequattro Music Italia s.r.l

mezzi tecnici di ripresa e montaggio

FREESOLO PRODUZIONI S.R.L.

masterizzazione digitale

DOLBY  5.1

D.C.P. supporto HDD

© 2016 – Worldwide copyright

FreeSolo Produzioni srl

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SERGE LATOUCHE 

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“Happiness definitely does depend on a certain level of material wellbeing, but even more on the level of relational wellbeing. Relational wellbeing is not obtained through economic growth…”

Serge Latouche is a French emeritus professor of economics at theUniversity of Paris-Sud. He is a specialist in North-South economic and cultural relations, and in social sciences epistemology. He has developed a critical theory towards economic orthodoxy. He denounces economism, utilitarianism in social sciences, consumer society and the notion of sustainable development. He particularly criticizes the notions of economic efficiency and economic rationalism. He is one of the thinkers and most renowned partisans of the degrowth theory.

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Serge Latouche, per La Repubblica. 2015

Considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti. Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: per definizione, una crescita infinita è assurda, in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto.

Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali. E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che si anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dallo Stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

Dalla concorrenza, i consumatori possono trarre benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

PHOTO GALLERY

Paris – Musee d’OrsayParis - Musee d'Orsay

 

Nicaragua © Photo by Magda Castel

Nicaragua © Photo by Magda Castel

Paris - Serge Latouche

Paris – Serge Latouche

Puglia © Photo by Maurizio Zaccaro

Puglia © Photo by Maurizio Zaccaro

 

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Still © La felicità umana

 

Paris - Pantheon

Paris – Pantheon

 

Paris - Pantheon

Paris – Pantheon

 

Perù © Photo by Maurizio Zaccaro
Perù © Photo by Maurizio Zaccaro

 

Copenaghen ©
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