A TESTA ALTA

 

OCEAN PRODUCTIONS
A TESTA ALTA Nota di regia – 8 luglio 2013
Da un’idea di Leone Pompucci e Sergio Giussani, ”A TESTA ALTA – I MARTIRI DI FIESOLE”, racconta la storia di un eroico sacrificio, ormai dimenticato.
La storia di tre carabinieri della stazione di Fiesole: Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti che nella torrida estate del 1944 sacrificarono le loro vite consegnandosi ai tedeschi per salvare dieci ostaggi.
Personalmente era una vicenda che non conoscevo ma man mano, durante le varie stesure della sceneggiatura scritta da Paolo Logli e Alessandro Pondi, e documentandomi a mia volta sui fatti, mi sono appassionato al progetto al punto di riviverlo in prima persona, dall’angolazione non solo “privata” dei tre carabinieri ma anche, e soprattutto, nel contesto storico nel quale si stava compiendo il loro destino.
Ho letto nella vicenda di questi tre giovanissimi eroi qualcosa di archetipico dove pensieri, sentimenti, sensazioni e intuizioni, variamente dominanti da individuo a individuo, si fondono in un’unica parola quanto mai decisiva per futuro delle nuove generazioni: la dignità. Avevano poco più di vent’anni questi tre ragazzi italiani quando il mondo crollò loro addosso, erano figli di un’altra epoca certo, di altri valori, ed è appunto per questo che oggi il loro esempio e soprattutto la loro dignità assumono un carattere universale, perché riguardano tutti, soprattutto i giovani di oggi che, prima o poi, saranno chiamati a governare questo paese. E’ sulla base di questo pensiero, che mi sono appassionato a questi tre carabinieri cercando di dare loro la massima autenticità, strettamente legata all’epoca in cui vivevano, dove gesti e parole erano profondamente diversi dai nostri. In questo ho avuto complici splendidi, di rara professionalità e bravura fra i quali Giorgio Pasotti, Ettore Bassi, Marco Cocci, Andrea Bosca, Giovanni Scifoni e il giovanissimo Alessandro Sperduti che avevo già avuto, ancora bambino, sull’innevato e gelido set di “Cristallo di rocca”. Durante le riprese ho cercato di dare loro il massimo spazio possibile, cercando di capire insieme le varie possibilità che offre una scena per renderla credibile agli occhi dello spettatore, non “finta” o , peggio ancora, “inutile”.
Questo è uno dei principali motivi per i quali preferisco girare personalmente con la macchina a mano: per sentirmi libero, ma anche per dare ai miei attori la stessa libertà d’espressione e di movimento. Senza questa libertà e autenticità tutto resta superficiale, poco credibile e l’attore stesso rischia di diventare solo un’ombra o il “riflesso” di quello che dovrebbe essere.

Maurizio Zaccaro

 

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Regia

Maurizio Zaccaro

Soggetto

Leone PompucciGiovanna Mori

Sceneggiatura

Paolo LogliAlessandro Pondi, Leone Pompucci, Giovanna Mori

Interpreti e personaggi

  • Marco CocciAlberto La Rocca
  • Alessandro SperdutiVittorio Marandola
  • Giovanni ScifoniFulvio Sbarretti
  • Giorgio Pasotti: Giuseppe D’Amico
  • Johannes Brandrup: Tenente Hans Hiesserich
  • Ettore Bassi: Sebastiano Pandolfo
  • Andrea Bosca: Pasquale Ciofini
  • Nicole Grimaudo: Rosa Taranto
  • David Coco: Nino Ricci
  • Raffaella Rea: Bea

LA STAMPA – SIMONETTA ROBIONY

Maurizio Zaccaro, regista di cinema e di tv, autore di film come Il carniere e fiction come O’ professore, prova sempre a restituire autenticità ad una scena: «Giro con la macchina a mano, personalmente, perché tento di rendere credibile la ripresa agli occhi dello spettatore: non vorrei mai apparisse finta o peggio inutile».

Voce bassissima come a sminuire ogni frase, portato più a smorzare i toni che a elevarli, attento ai particolari più minuti, anche questa volta, nonostante l’ufficialità del compito che gli è stato affidato, Zaccaro racconta una piccola storia nella Storia. A testa alta , fiction in onda su Raiuno il 2 giugno, festa della Repubblica, per celebrare i 200 anni dell’Arma dei Carabinieri, nonché i 50 dal tremendo 1944 con i tedeschi che occupavano l’Italia sfasciata dopo l’Armistizio, parla di un piccolo episodio di eroismo: tre giovanissimi carabinieri della stazione di Fiesole, per non far fucilare dieci civili innocenti, si consegnarono ai tedeschi perdendo la vita a vent’anni. La loro colpa era aver collaborato con i partigiani uccidendo in un attentato un soldato tedesco. Si chiamavano Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti, Vittorio Marandola. «Non conoscevo questo episodio – dice Zaccaro, ma ho capito che poteva diventare un archetipo, il simbolo di cosa significa la parola dignità».

Tra gli interpreti Giorgio Pasotti, Ettore Bassi, Andrea Bosca, Giovanni Scifoni, David Coco e le bravissime Nicole Grimaudo e Raffaella Rea a costruire quel minimo di vita privata obbligatorio in ogni fiction. Scritta da Giovanna Mori e Leone Pompucci, prodotta da Sergio Giussani per Raifiction, fotografata da Fabio Olmi, il figlio del grande regista, A testa alta è stata presentata l’altra sera, alla presenza del comandante generale Leonardo Gallitelli, dei vertici Rai, la presidente Tarantola e il direttore generale Gubitosi, del capo della fiction Tinny Andreatta e perfino della ministra Roberta Pinotti, primo ministro donna della Difesa.

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INTERVISTE AGLI ATTORI, A CURA DI FABRIZIO CORALLO

Intervista a Giorgio Pasotti (Giuseppe Amico)

“A testa alta” rappresenta per te la prima occasione di indossare in scena la divisa da carabiniere: come sei stato coinvolto in questo film?”
“Quando mi è stato proposto ho capito subito che avrei assolutamente voluto recitarvi, c’era una storia bellissima che aveva bisogno di essere raccontata con una certa urgenza. Sono stato subito consapevole dell’importanza della materia affrontata e rassicurato della passione e della competenza di Maurizio Zaccaro: lavorare insieme a lui ha rappresentato per me una piacevole sorpresa perché è un regista dotato e attento in grado di contare sempre su una visione cinematografica ben precisa anche quando dirige un film per la tv. Maurizio ha realizzato un’opera nettamente al di sopra degli schemi e degli standard grazie all’argomento scelto e al modo in cui lo ha portato in scena, dimostrandosi pienamente all’altezza di una vicenda impegnativa e di un progetto ambizioso da un punto di vista produttivo”.
“Che rapporto si è creato con lui sul set?”
“E’ un regista atipico che non segue mai le riprese attraverso un monitor come oggi avviene quasi sempre ma ha l’abitudine di essere sempre “sul campo” accanto ai suoi attori, filmando direttamente lui ogni scena come operatore alla macchina: è una forza della natura, prende in mano il suo set lo guida con entusiasmo e veemenza contando su una capacità di coinvolgimento molto rara e su un’energia contagiosa in grado di avvolgere sia il cast che l’intera troupe.. Abbiamo girato “A testa alta” potendo contare su tempi di ripresa molto ristretti e lavorando tutti con ritmi particolarmente serrati ma queste circostanze non sono mai andate a discapito della qualità del prodotto: Maurizio è stato fantastico mettendo in luce una forza di volontà e un entusiasmo da ragazzo contando anche sull’esperienza, la sicurezza e la maturità del regista “navigato” che è, di uomo di cinema “totale” in grado di diventare per tutti un riferimento fondamentale da un punto di vista pratico ed emotivo. Il compito era enorme: raccontare un episodio tragico, un evento realmente accaduto che ha dato vita ad una pagina nera della nostra Storia ma anche alla vicenda esemplare e gloriosa di tre ragazzi che si sono trovati davanti ad una responsabilità più grande di loro e hanno saputo gestirla al meglio riuscendo ad essere all’altezza della situazione e ad uscirne “a testa alta” immolandosi per salvare dieci civili innocenti. Zaccaro ha il grande merito di avere affrontato una storia di grande eroismo senza essere mai ridondante e retorico, lo ha fatto invece secondo me in maniera efficace, cruda, vera e commovente: il suo sguardo è quasi documentaristico, in bilico tra realismo e western..”.
“In che senso?”
“Aleggia lungo la storia una tensione e una fantastica sospensione di tempi che secondo me ricorda i tipici western alla Sergio Leone, dando vita ad una sorta di thriller.La vicenda si svolge nel 1944 nella collina di Fiesole dove sono dislocate una di fronte all’altra due caserme, una che ospita il locale comando nazista e l’altra quello dei Carabinieri. Ufficialmente le due postazioni si trovavano unite nella lotta contro gli angloamericani ma in realtà i Carabinieri agivano sottotraccia a favore della Resistenza appoggiando e favorendo piccole e grandi iniziative contro nazisti e fascisti. Il mio personaggio, il brigadiere Giuseppe Amico, nonostante fosse quasi coetaneo degli altri militi aveva un grado leggermente superiore e si assunse così l’onere, l’enorme responsabilità di guidare i suoi uomini coprendo le varie azioni in appoggio ai partigiani agli occhi del capitano nazista che non era affatto uno sprovveduto..”
“Che cosa ti ha interessato del tuo personaggio?”
“Soprattutto il fatto che Giuseppe nonostante le difficoltà obiettive della situazione in cui viene a trovarsi sia in grado fin quando può di tenere in mano le redini della vicenda facendo il “doppio gioco” con i nazisti e coprendo i suoi uomini che aiutavano la Resistenza. E’poco più di un ragazzo ma si ritrova a desiderare fortemente di fare qualcosa al di sopra delle proprie possibilità: sia lui che gli altri carabinieri sono ragazzi di vent’anni che portano avanti valori e ideali altissimi, il che rappresenta un esempio che i ragazzi di oggi non hanno a portata di mano”.
“Pensi che questo film possa rappresentare un esempio adeguato di servizio pubblico?”
“Certamente, è importante che racconti simili in grado di educare, divulgare e far conoscere episodi misconosciuti della nostra Storia vengano visti e discussi il più possibile da ogni tipo di pubblico (a partire da quello giovane) ma va sottolineato anche che abbiamo sentito tutti una forte responsabilità nei confronti di una vicenda così ricca di passione civile e sociale, professionalità, intelligenza e buon gusto rispettandone il disegno generale e sposandone in modo adeguato la causa”.
“Che tipo di coesione è nata con gli altri interpreti sul set e fuori?”
“Non ricordo un film o una miniserie recenti che abbiano potuto contare su un cast così ricco di giovani interpreti di valore, tutti alle prese con personaggi ben delineati che li hanno messi in condizione di rivelare una personalità ricca e sfaccettata”.

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Intervista a Giovanni Scifoni (Fulvio Sbaretti)

“Come è nato questo tuo nuovo impegno?”
“Per quanto io col tempo riesca a guadagnare sempre maggiore credibilità nella mia professione ogni volta che mi succede di superare un provino per un ruolo mi capita di pensare di averlo “espugnato”: un’impresa simile è come espugnare una città fortificata, devi convincere tutti.. In questa occasione ho contattato il produttore Sergio Giussani, (per cui avevo già lavorato accanto a Lando Buzzanca nelle fiction “Io e mio figlio” e “Il commissario Vivaldi”) e quando mi sono ritrovato a sostenere un provino con Maurizio Zaccaro abbiamo familiarizzato così tanto fino al punto che lui ha voluto che rimanessi lì per tutto il giorno a dare le battute fuori campo agli altri candidati: non voleva più mandarmi a casa, insomma..“
“Chi è il Fulvio Sbaretti che interpreti, che approccio hai avuto verso il ruolo ?”
“Mi sono documentato molto prima delle riprese, quando crei un personaggio e devi confrontarti con la vita reale delle persone non puoi agire come ti pare, è un limite in più che ti metti addosso: l’eccessiva libertà spesso è “castrante”, un attore ha bisogno di limiti, è come un bambino che se viene messo in uno spazio vuoto libero di agire rimane fermo, ma se gli viene detto che non può fare né questo né quest’altro allora si organizzerà e inventerà un gioco fantasioso e meraviglioso. Allo stesso modo se un interprete si ritrova davanti ad una vita vera da rappresentare non può prendersi troppe libertà altrimenti i familiari, i custodi della sua memoria, potrebbero rimanere delusi e feriti. Prima di recitare in questo film avevo sempre pensato che durante la Resistenza i partigiani fossero stati tutti civili, studenti, operai o contadini e invece ho appreso che tra loro ci furono anche diversi militari, molti dei quali Carabinieri, ci sono state tante storie di eroismo che nel tempo sono state rimosse rimanendo sconosciute ai più. La scoperta mi ha colpito e stimolato molto e ha fatto crescere in me il desiderio di raccontare nel miglior modo possibile questa nuova storia. Ho saputo ad esempio che i militari che favorivano la Resistenza quando scrivevano ai familiari negavano tutto, dovevano mantenere con le istituzioni del regime nazifascista una certo atteggiamento di facciata per poi agire sotto traccia collaborando con i partigiani nottetempo: era tutta una doppia vita e un doppio gioco per tenere nascosto alle persone vicine questa realtà. Nel corso della vicenda che raccontiamo, ambientata nel 1944 nella caserma di Fiesole, il mio personaggio, Fulvio, il carabiniere su cui si appoggia gran parte dell’emotività della storia spedisce allo stesso modo diverse lettere alla sua fidanzata. Il brigadiere Giuseppe Amico a un certo punto esorta i suoi uomini a fuggire e a unirsi alla Resistenza ma questo evento, una volta scoperto, minaccia di provocare una rappresaglia dei nazisti tra i civili: il dilemma dei carabinieri che ne conseguirà sarà incentrato sulla scelta di seguire il loro capo comunque per uno scopo nobile e alto – la liberazione dell’Italia- o assecondare invece una coscienza che avverte che dall’altra parte ci sono persone innocenti che stanno per morire e che vanno salvate. La coscienza è la legge universale iscritta nel nostro cuore, il nostro imperativo categorico, il dramma profondo non è tanto quando si deve fare una scelta tra bene e male ma quella che deve compiersi tra due tipi di bene: sono poche le persone che scelgono il male deliberatamente.. In questa occasione il mio personaggio è combattuto, sente che le cose non andranno come lui immagina, ma alla fine decide e sceglie quello che gli costerà personalmente di più, obbedire alla propria coscienza, alla legge universale e decide di consegnarsi. Fulvio Sbaretti non vuole diventare un eroe, fino a quando il fucile non spara contro il suo petto il suo vero unico desiderio è essere un giorno un padre di famiglia e in questo senso l’evento finale della sua vita finisce col realizzare la sua vocazione più profonda perché con la sua decisone matura e autorevole si comporta come un padre nei confronti del prossimo, di chi gli sta accanto”.
“Come mai hai sentito così vicino questo ruolo?”
“Mi interessano sempre molto i personaggi che hanno in testa qualcosa che li distrae fortemente dalla linea narrativa principale e in questo caso Fulvio ha in testa un unico pensiero, la sua ragazza e il matrimonio che li aspetta, porta avanti una “linea sentimentale” molto forte che lo conduce continuamente lontano da quello che succede nella vicenda. Questa sua forza lo rende eroe in maniera più drammatica, non intraprende una scelta così coraggiosa perché è quella la sua indole ma a un certo punto realizza che non può farne a meno, ha un imperativo morale dentro di sé che gli dice che è la cosa giusta da fare: ogni volta che prendiamo certe decisioni gravi sono quelle che ci portano lontano da quello che abbiamo sempre fatto e pensato fino ad allora”.
“Come ti sei trovato con Maurizio Zaccaro?”
“Se tu sei sul set per i fatti tuoi in una pausa fuori campo lui con la macchina a spalla si gira e ti inquadra all’improvviso perché magari si accorge al momento di avere davanti a sé l’urgenza di un materiale vivo da filmare Se un attore viene convocato sul set in un certo giorno deve essere sempre pronto in ogni momento, anche se sta pulendo le unghie, perché Zaccaro può “piombarti” da un momento all’altro sotto le narici con la sua cinepresa accesa..Se poi non ti fai trovare pronto e ricettivo e giri male la scena peggio per te.. lui corre come Mennea.. la devi fare bene subito, poi magari la taglia, la aggiusta e la risolve in modo diverso ma tu in quei momenti non puoi distrarti mai. Mi fa molto simpatia, è un regista di grande esperienza, gira con il suo film completamente in testa e questo rende tranquilli i suoi attori, che si troverebbero molto peggio su un set con un regista che “cerca il suo film”, raccoglie tutto il materiale possibile e poi non si sa mai che cosa userà.. Maurizio sa sempre perfettamente quello che vuole, ti dice esattamente cosa fare anche se in un certo momento devi grattarti un orecchio e tu lo assecondi sempre e comunque perché sai di essere in ottime mani”.
“Come ti sei trovato con gli altri interpreti?”
“Prima delle riprese li conoscevo tutti professionalmente ma nessuno da vicino, poi quando si ritrovano tutti insieme una decina di giovani attori ogni giorno nasce fatalmente un bel cameratismo, si fa squadra ci si diverte, dirlo sembra un luogo comune ma in fondo siamo tutti bambini che giocano con il pongo..Ma se di attori simpatici è pieno il mondo è meno semplice trovare gente preparata, in questa occasione per fortuna abbiamo potuto contare su persone di grande esperienza mentre spesso ci si ritrova a faticare tanto con altre senza basi professionali. La verità è che il nostro mestiere piace a tutti, è come la ragazza più bella della scuola che tutti vogliono, si fanno avanti tanti pretendenti e purtroppo molti lo fanno senza nessuna passione. Non è accaduto ovviamente su questo set, sono onorato di avere recitato con tanti colleghi di grande valore, preparati e giusti per i vari personaggi tutti accomunati da una certa incoscienza: quando ti ritrovi in guerra se non ce l’hai non riesci a reggere alle difficoltà e all’orrore”.
“Ricordi qualche momento particolare della lavorazione
“Soprattutto la sequenza della fucilazione, potente e commovente: in questa occasione ho ricevuto una solenne “strigliata” da parte di Zaccaro che inorridiva all’idea che il mio personaggio davanti al plotone di esecuzione morisse in scena in modo ridondante ed enfatico come un cowboy dei film degli anni 60.. In genere quando devi fingere di esser colpito cadi giù come una pera lessa ma appena è stato dato il ciak c’è stato qualcosa che non ha funzionato: il colpo in arrivo verso di me non è esploso e mentre gli altri due carabinieri accanto a me sono cascati giù subito invece io ho iniziato a contorcermi e a cadere lentamente come John Wayne in “Ombre rosse” fino quando non è arrivato l’urlo di Maurizio che per fermarmi mi ha lanciato contro un calendario oltre a un rovescio di improperi..dovrò pregare molto per far perdonare la sua anima. Quel giorno era tutto molto commovente, Alessandro Sperduti, ad esempio, ha un’emotività molto forte e quando stava per morire in scena è “esploso” in singhiozzi potenti e irrefrenabili mentre Zaccaro lo riprendeva con la sua cinepresa e lo rimproverava fuori campo dicendogli: “Ma che fai? Sei un carabiniere, non puoi!Vergognati!”. Lui però piangeva ancora di più..”.

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Intervista ad Alessandro Sperduti (Vittorio Marandola)

“Come sei entrato a fare parte del cast di questo film?”
“Sono stato chiamato a sostenere un provino con Maurizio Zaccaro, con cui avevo già recitato da bambino nella fiction “Il cristallo di rocca”, la mia seconda esperienza su un set dopo l’esordio con “Il tesoro di Damasco”: non mi aveva riconosciuto perché da quel nostro incontro erano trascorsi ben sedici anni ma a un certo gli ho ricordato la circostanza e lui è stato felice di avermi ritrovato. Per me è stata molto bella la sensazione di tornare a lavorare con Maurizio non più da bambino ma da adulto e dando vita ad un rapporto diverso, interessante e costruttivo e anche lui si è rapportato con me giocando alla pari, mettendosi allo stesso mio livello e dandomi diversi consigli utili che mi hanno aiutato tanto a costruire il mio personaggio in modo adeguato. E’ un regista abituato a seguire sempre da vicino i suoi attori dall’inizio alla fine, a mettersi in spalla la macchina da presa e a riprendere direttamente le varie scene e questo per chi recita rappresenta un forte sostegno. Abbiamo discusso sempre a lungo con lui fin dai giorni che hanno preceduto le riprese e lui ha sempre rassicurato e incitato tutti, la nostra è stata un’esperienza davvero molto intensa e gratificante”.
“Chi è il Vittorio Marandola che interpreti e che cosa gli succede in scena?”
“E’un giovane carabiniere destinato ad essere ucciso a soli 22 anni, che nel corso della vicenda rivela una tenacia e una forza incredibili, è stato molto emozionante per me parlare come lui e incarnare i suoi pensieri. A un certo punto Vittorio viene incaricato di scortare un bambino, un piccolo ladruncolo di paese con cui nasce una sorta di amicizia dopo un periodo iniziale in cui non sa bene come affrontarlo. Per quanto riguarda poi i suoi colleghi il rapporto che si consolida con loro non è soltanto professionale ma anche e soprattutto umano: sia lui che altri due Carabinieri della stazione di Fiesole vengono chiamati a far parte della Resistenza fiorentina collaborando con un gruppo di partigiani locali ma vengono bloccati dai nazisti : se loro non torneranno a consegnarsi dieci civili innocenti del paese prese in ostaggio verranno fucilate al loro posto: i tre sceglieranno allora di rientrare immolandosi per una causa giusta e nobile. Sul set era nato un clima generale di forte e ammirato rispetto nei confronti dei fatti e delle persone che stavamo raccontando e la consapevolezza di dar vita ad una storia di eroismo comunque a noi vicina nel tempo. Per me è stato molto gratificante interpretare un personaggio così significativo ma anche essere parte integrante di un progetto di impegno civile teso a salvaguardare la memoria: attraverso il racconto delle vicende di un ragazzo che sceglie di morire per salvare altre persone e il suo Paese ho imparato quanto sia fondamentale coltivare il ricordo di quello che è avvenuto nel passato. In genere quando si studiano a scuola la seconda guerra mondiale e la Resistenza si è “condannati” a una certa sbrigatività frettolosa ma in questa occasione penso che sia stata molto utile l’opportunità di approfondire quel periodo storico attraverso una vicenda commoventeche mi auguro riesca il più possibile ad emozionare gli spettatori.
“Come ti sei trovato con glialtri compagni di lavoro?”
“Ho legato un po’ con tutti, ad esempio si è creata una bella complicità grazie Marco Cocci che era sempre pronto a demistificare un po’ tutto (salvo poi commuoversi fino alle lacrime come tutti gli altri nel momento clou..) ma anche, a livelli diversi, con ogni altroattore in scena. Purtroppo l’ esperienza è stata piuttosto breve, abbiamo girato tutto il film in circa cinque settimane, ma siamo riusciti a creare tra noi una bella atmosfera e una forte amicizia che si è protratta nel tempo anche dopo la fine delle riprese.. Eravamo tutti consapevoli della serietà e della drammaticità di una storia che portava con sé una tensione e un’ emozione molto forte perché era davvero avvenuta 60 anni fa ed era fondamentale per tutti noi poter dare il massimo per essere credibili, in segno di rispetto per le vere vittime ed i loro familiari. Il film è in generale fedele ai fatti (anche se con qualche licenza “poetica”), ci sarà molto spazio per la commozione sia nel finale che nel corso di una vicenda incredibile e ricca di emozioni diverse in cui sono molto importanti anche le storie d’amore e i personaggi femminili (interpretati da Nicole Grimaudo, Raffaella Rea, Lavinia Guglielman) che alimentano le aspirazioni, i progetti e i desideri di quei giovani, destinati a essere cancellati quando viene troncata loro la vita”.
“Ricordi qualche episodio particolare della lavorazione?”
“La prima cosa che mi viene in mente è ovviamente il momento della fucilazione, molto forte e toccante a livello emotivo. Abbiamo ripetuto la sequenza diverse volte per arrivare a dare l’emozione giusta e per me è stato impressionante rendermi conto di quanto fosse giovane il mio personaggio quando andava incontro alla morte, questa circostanza mi ha sconvolto, non è stato affatto semplice ritrovarmi davanti a dieci persone col fucile puntato contro di me.. Abbiamo dato vita ad un forte processo di identificazione con quei ragazzi, è stata una sensazione che abbiamo condiviso tutti e Maurizio Zaccaro è stato molto bravo ad intervenire adeguatamente trovando sempre i toni giusti da indicare ad ognuno di noi e filmando le nostre emozioni del momento”.

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Intervista a Marco Cocci (Alberto La Rocca)

“Come sei entrato in questo cast?”
“In maniera tradizionale: ho sostenuto un provino con Maurizio Zaccaro recitando alcune sequenze che prevedevano in scena il personaggio che avrei poi interpretato, Alberto La Rocca, uno dei tre carabinieri destinati ad immolarsi per salvare le vite innocenti dei civili catturati dai nazisti e condannati a morte. In questo progetto mi ha interessato soprattutto il fatto che ci fosse l’opportunità di raccontare una storia realmente accaduta 60 anni fa, ho capito subito che si trattava di un’occasione importante per portare in scena l’eroismo di alcuni uomini dando vita ad una intensa testimonianza di impegno civile e sociale. Il vero Alberto era originario di Nocera Umbra mentre io sono di Prato, ma preparandomi ad interpretarlo non ho trovato particolari difficoltà, mi sono adoperato soltanto per delle lievi modifiche e cambiamenti per arrivare a parlare con l’accento giusto: raccontiamo le vite di alcuni carabinieri originari di diverse zone italiane che all’epoca, nel 1944, parlavano con una cadenza dialettale della propria regione piuttosto marcata, ma con Maurizio Zaccaro abbiamo deciso che trattandosi di un prodotto Rai destinato alla comprensione diretta e immediata era meglio non insistere più di tanto con gli accenti, abbiamo lasciato solo un accenno..”.
“Che cosa accade in scena al tuo personaggio?”
“Alberto è orfano ma è molto legato ad un’altra famiglia che lo ha allevato insieme a due fratelli divisi su fronti opposti (uno fa parte delle ronde italiane affiliate ai nazisti e l’altro è un partigiano), lui vuol bene ugualmente ad entrambi e cerca con fatica di pacificarli. E’ una persona sola che compensa la sua solitudine trovando all’interno della caserma una famiglia parallela nei giovani colleghi con cui fuggirà per poi decidere di far ritorno in paese con la consapevolezza di essere fucilato dai nazisti. Alberto temeva che gli eventi precipitassero già durante il suo precedente lavoro sottotraccia in aiuto dei partigiani ma nel momento della verità si rivelerà sorprendentemente eroico nell’affrontare con fierezza, dignità e coraggio il suo compito di servitore della Patria. Si tratta di un sentimento nobile che nel corso del tempo è andato piuttosto perduto ma questo non dipende né dell’Arma dei Carabinieri né dai civili in genere ma verificando da vicino la nobiltà di alcuni gesti resta viva una piccola disillusione nei confronti della realtà di oggi in cui certi valori sono diventati più inconsueti. Secondo me questo senso superiore del dovere andrebbe in qualche modo ritrovato: in passato se qualcuno prestava giuramento per la Patria doveva mettere in conto la possibilità di essere esposto ai pericoli dello stare a contatto con le armi e anche quella di morire..”
“Ti sei sentito vicino al tuo personaggio da un punto di vista emotivo?”
“La cosa meravigliosa del nostro mestiere è che quando devi affrontare certi fatti realmente accaduti hai la possibilità di documentarti da vicino e di collocare storicamente in maniera dettagliata la ricostruzione nel cui ambito dovrai muoverti, puoi accorgerti del coraggio che i veri protagonisti della nostra storia avevano dimostrato quando erano ancora tutti molto giovani: all’epoca i ragazzi di vent’anni o poco più erano già uomini ma quell’età portava naturalmente con sé anche forti dosi di emotività, ingenuità e vulnerabilità. Ho avuto la fortuna di lavorare accanto ad una serie di persone meravigliose, si era diffuso in tutti un sentore di fraternità, uno spirito comunitario da caserma, qualcosa di molto importante che spero si riesca a leggere nel nostro film che resta un bell’esempio di quello che dovrebbe essere servizio pubblico. Il racconto prevedeva momenti seri e drammatici ma anche altri in cui i giovani protagonisti vengono colti in attimi di intensa familiarità e di sana complicità, resi sempre molto bene grazie a Maurizio Zaccaro che è riuscito a mettere insieme le persone giuste per creare sul set l’armonia necessaria: Maurizio è meraviglioso perché è davvero dentro al suo film, “imbraccia” sempre la macchina da presa per filmare direttamente le varie scene, vive il set accanto ai suoi attori per i quali è sempre importante sentirlo così vicino. Lui vede la sequenza che ha in mente concretizzarsi al momento attimo per attimo, lo senti bisbigliare mentre ti dà le sue direttive nello stesso momento in cui stai recitando, è un regista che ti destabilizza ma nel destabilizzarti riesce a renderti sempre più che naturale..Può contare su una lunga e profonda esperienza sia come tecnica sia come capacità di dirigere i suoi interpreti ed estrae il meglio da ognuno di loro: certi attimi di sorpresa ti spiazzano ma sono stimolanti, l’importante è che tu anziché lasciarti distrarre riesca a cogliere e a sfruttare immediatamente quell’energia che lui ti sta mandando..”
“Ricordi qualche momento particolare della lavorazione?”
“Certo, senza dubbio quello della scena della fucilazione: eravamo tutti consapevoli di stare vivendo un momento decisivo, c’era un grande rispetto da parte di tutta la troupe commosse fino alle lacrime.. Ricordo in particolare l’emozione di Alessandro Sperduti che con una semplice stretta di mano mi ha tramsesso una vibrazione intensissima, era coinvolto in un modo incredibile dalla situazione e spero tanto che quella profonda immedesimazione venga colta al meglio: sposando totalmente l’emotività del suo personaggio Alessandro mi ha trasportato in quel mondo che stavamo rappresentando e questo rendeva perfettamente l’idea della sana solidarietà tra quei ragazzetti che andavano a morire e si confortavano l’un l’altro esortandosi ad andare dritti per la propria strada, a testa alta..“

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Intervista ad Andrea Bosca (Pasquale Ciofini)

“Che tipo di approccio hai avuto verso questo film?”
“Avevo già lavorato in passato con Sergio Giussani, un produttore costantemente attento alla qualità dei suoi progetti e sempre in grado di creare attorno a sé una bella “famiglia” professionale. Fin da quando ho sostenuto il primo provino con Maurizio Zaccaro grazie al suo carattere, al suo modo di essere di persona pacata che non alza mai la voce.. mi sono sentito a casa e mi sono ripromesso di dare il massimo per essere scelto, ho insistito per restare ancora nel suo ufficio, chiedendo con grande schiettezza che il nostro incontro potesse durare più a lungo.. Di Maurizio mi hanno colpito l’estrema professionalità e la franchezza che rappresentano la sua cifra peculiare, è un regista sempre attento alle sfumature, una persona seria capace di creare sempre un bellissimo clima sul suo set ma anche un tipo goliardico e giocoso: fin dalla fase iniziale del provino ha sentito l’impulso di filmare direttamente lui, “gettando l’occhio”dietro la cinepresa , la scena che recitavo “sotto esame” e allo stesso modo in seguito, durante le riprese vere e proprie sul set, ha filmato lui ogni sequenza con la cinepresa in spalla. Si faceva portare un bastone su cui c’era una pallina dove appoggiava la cinepresa e girava “rubando” la verità da tutte le parti, attento a ogni dettaglio e continuava a darti indicazioni di regia e a spiegarti i pensieri del tuo personaggio, come se fosse all’interno di un bel gioco, senza essere mai serioso. La parola risolutiva per rendere al meglio il personaggio è stata “temperanza”: Maurizio l’ha pronunciata nel momento clou di una scena importante mentre lo guardavo negli occhi riuscendo a chiarirmi icasticamente l’intero arco narrativo di Pasquale che in certe occasioni poteva sembrare invece intemperante perché reagiva d’istinto. E’ stato il momento in cui l’ho sentito più vicino, era come se mi stesse svelando la chiave che avrebbe voluto vedere rappresentata, quella che per lui era la più profonda”.
..”.
“Chi è Pasquale Ciofini?”
“Apparentemente è un tipo semplice, un contadino e per renderlo al meglio mi sono ispirato alla figura di mio nonno che era stato un carabiniere. Il sogno di Pasquale è quello di poter tornare a casa, comprare un pezzo di terra e vivere in pace, è un’aspirazione comune a tante persone, che ho potuto sperimentare da vicino nel mio paese (Canelli, in provincia di Asti), una tipologia piuttosto diffusa per gli italiani di quel periodo, che conoscevo bene attraverso i racconti dei miei familiari. E’ un personaggio che mi ha colpito molto perché è un uomo semplice che quasi non conosce la Storia e non sa bene cosa deve fare, ma porta con sè uno spiccato senso del dovere, della lealtà, dell’agire in nome di tutti: in fondo incarna pienamente le motivazioni profonde per cui tutti noi abbiamo voluto girare questo film così appassionato e necessario. Ciofini è il più umano e il meno “eroico” del suo gruppo ma si ritrova a fare suo malgrado qualcosa che non voleva affatto: mentre è in fuga per ripararsi da un imboscata dei nazisti fa partire accidentalmente un colpo e uccide un tedesco: questo evento genera una rappresaglia dei nazisti che diventano sempre più intrnsigenti proprio mentre i carabinieri stavano aiutando Alleati e partigiani a costruire un ponte decisivo..Pasquale diventa importante nel momento in cui compie una scelta da uomo mite che crede in certi valori e la sottopone al suo capo, il brigadiere Amato, che “rilancia” in maniera inaspettata.. Nell’ambito del racconto è il testimone di quello che quei tre grandi uomini hanno fatto, il narratore degli eventi, il personaggio che resta in scena sino alla fine: a partire dal suo gesto imprevedibile tutto precipita e lui si sente molto in colpa ma saprà assumersi le sue responsabilità”.
“A parte la comune estrazione per cui ti sei rifatto ai tuoi antenati che cosa ti ha emozionato?”
“La storia in sé, i valori che proponeva che sono quelli in cui credo e che rappresentano l’orgoglio degli italiani, mi ha colpito molto il coraggio di queste persone che è rimasto ancora vivo all’interno del nostro spirito nazionale, mi ha emozionato molto l’opportunità di toccare queste corde e anche quella di lavorare con una serie di attori eccellenti che sono riusciti tutti a rendere il clima giusto, a dare un’umanità a chi lavora per la nostra sicurezza, a chi è disposto a dare la vita. Nel finale della storia mi sono molto commosso, è una bella differenza girare un film su qualcuno che è esistito davvero, un attore va comunque verso una direzione di verità ma sapere che un certo episodio che stai rappresentando è avvenuto davvero ti colpisce, ti emoziona. Fin dalla fase che ha preceduto le riprese abbiamo tenuto ben presente che stavamo raccontando i nonni di qualcuno, i nostri nonni, e quindi tutti gli italiani, certe costanti di sempre, la storia di chi ha fatto qualcosa di importante per salvare il proprio Paese e la propria gente. “A testa alta” mette in evidenza che se si riesce a salvare la pelle ma poi vengono distrutte le cose importanti intorno a noi non rimane niente: i martiri di Fiesole sapevano che questo era il conflitto decisivo: salvare la propria vita o salvare qualcosa di bello dei valori condivisi, delle tue persone di riferimento”.
“Ricordi un giorno più speciale di altri?”
“La scena che apre il film, l’abbiamo girata verso aprile, faceva ancora freddo e Ettore Bassi doveva gettarsi in un lago ghiacciato e nuotare.. è stato bravo a sopportare le avversità del freddo ma l’abbiamo preso in giro tutti in maniera atroce.. ferma restando la consapevolezza di tutti di stare facendo qualcosa di importante e utile il clima di cameratismo goliardico del gruppo faceva sì che alla fine si smitizzasse tutto, la storia è anche attraversato da momenti di lieve commedia che rappresentano la sua grande forza: nessuno di noi può vivere solo di estremo dolore e di senso di perdita Zaccaro in certi momenti si comportava un po’come un caporale al servizio militare richiamando all’ordine per cognome i suoi “sottoposti” e alimentando una sorta di scherzoso rapporto gerarchico, ma in realtà abbiamo dato vita tutti ad un bel gioco, facevamo gruppo anche nella vita, mangiavamo insieme, è nata un’amicizia profonda che ci ha portato a continuare a sentirci e vederci anche nei mesi successivi alle riprese”.

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Intervista ad Ettore Bassi (Sebastiano Pandolfo)

“Come sei stato coinvolto nel progetto?”
“Sono stato chiamato dal produttore Sergio Giussani con cui mi ero già trovato molto bene sia in “ Giuseppe Moscati –L’amore che guarisce” che ne “Il sorteggio”, due film tv da lui prodotti entrambi diretti da Giacomo Campiotti- verificando come si potesse lavorare bene insieme e cosa potessimo scambiarci. Mi sono sentito garantito dalla sua propensione per la qualità, è un produttore che si prende cura del set e delle sue “creature” e ho accolto subito volentieri il suo invito, sapevo che sceglie soltanto storie che portano con sé un contenuto importante e “A testa alta” mi è sembrata entusiasmante, ho sentito subito che valeva la pena di esservi coinvolto. Si tratti di storie che è necessario raccontare: la memoria va tenuta sempre viva, non ci si deve stancare di diffondere e di ricordare, anche i più giovani devono avere modo di capire e sapere cosa hanno vissuto i loro padri, i loro antenati per portare a casa quel senso della Patria che oggi viene calpestato troppo spesso in modo ignobile. Sarebbe bene ricordarlo sempre..Il mio personaggio, Sebastiano Pandolfo, è quello che muove i meccanismi della vicenda e accende senza volerlo la.. miccia perché è coinvolto in una sparatoria con alcuni nazisti provocandone la reazione per la morte di uno di loro e venendo fucilato. Nell’arco della vicenda poteva trattarsi quasi di un ruolo “di servizio” ma in realtà è un personaggio “rotondo”, ha una sua consistenza importante, un suo spessore, è lui che sceglie di farsi carico della missione di accompagnare con i suoi compagni un giovane partigiano aiutandolo ad attraversare una boscaglia per fargli raggiungere con un messaggio importante altri esponenti della Resistenza. Cronologicamente esce di scena prima degli altri carabinieri che continuano nelle loro missioni ma sino al momento finale della fucilazione è impegnato in diverse scene corali in cui a mio parere viene fuori molto bene l’umanità di queste persone”.
“Che tipo di intesa si è creata con Maurizio Zaccaro?”
“Ho visto all’opera un regista appassionato e desideroso di dar vita ad un lavoro di qualità che ti lasciava anche libero di esprimerti, di agire secondo la tua sensibilità: per me come attore questo rappresenta un ottimo modo di costruire il personaggio, una maniera di approcciare il lavoro molto interessante che aiuta a far venire fuori al meglio le proprie caratteristiche e qualità”.
“Che rapporto ha avuto invece con gli altri attori?”
“Molto amichevole, c’è sempre stata una sana complicità e il desiderio comune di portare avanti insieme nel miglior modo possibile un progetto che parlava di temi importanti, sapevamo di avere a disposizione un’ottima occasione e ci sentivamo tutti un po’caricati di una certa responsabilità. Il nostro gruppo di attori era impegnato a dar vita in scena alle dinamiche di un altro gruppo e questo ha portato logicamente a creare fra noi una forte coesione, tutto è filato via in modo piuttosto agevole e piacevole”.
“Ricordi qualche momento della lavorazione che ti ha colpito in modo particolare?”
“Sì, al’inizio del film si vedrà una sequenza all’insegna di un allegro cameratismo goliardico da parte del gruppo dei giovani carabinieri: ho dovuto immergermi per esigenze sceniche nell’acqua gelata che arrivava dai monti ed è stata una sensazione ahimè piuttosto indimenticabile perché eravamo a maggio ma non faceva affatto caldo.. Un’emozione particolare l’ho provata poi quando abbiamo filmato la sparatoria con i tedeschi in cui io e i miei compagni veniamo catturati: è stato molto stimolante ricreare quelle situazioni e sapere che quelle vicende erano accadute davvero, non ci era consentito di riviverle a cuor leggero e non ci siamo affatto risparmiati..”.

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"A testa alta", fiction Rai sui martiri di Fiesole
Il cast al completo

A testa alta- DVD

www.mondadoristore

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