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2011 – 68.MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA: UN FOGLIO BIANCO

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UN FOGLIO BIANCO 

ERMANNO  OLMI, uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ha  appena compiuto 80 anni. “Un Foglio Bianco” non è solo un documentario o un omaggio alla sua inimitabile arte ma soprattutto il mio piccolo regalo di compleanno all’uomo che ha dato a tanti giovani aspiranti registi l’opportunità e il privilegio di “rubargli” il mestiere stando alla sua ”bottega”.

Raramente Olmi si è prestato, anzi sarebbe meglio dire “offerto”, all’obiettivo di una telecamera come in questo caso dove, per 90 minuti (ma ne avrei potuti montare anche il doppio per l’enorme quantità di materiale girato), si mette con affabilità e partecipazione “in scena”.  Per convincerlo però è stato necessario un patto: non una troupe al seguito che avrebbe in qualche modo intralciato il percorso creativo durante le varie fasi della realizzazione de “IL VILLAGGIO DI CARTONE”  bensì un solo uomo, una piccola telecamera hd, un microfono e niente più.

Un gioco a due quindi, di grande intimità e reciproca complicità. Di questo percorso compiuto insieme, dalla preparazione alle riprese, durato ben quattro mesi, ho cercato di cogliere gli aspetti più misteriosi e intimi del lavoro di un regista ma non solo. Quello che mi interessava veramente non era documentare la “macchina cinema” bensì tutto quello che la nutre, a cominciare dagli incontri con i personaggi che Olmi andava infaticabilmente cercando per comporre il cast che ora dona volti e voci alla sua opera. Donne, uomini e bambini provenienti da paesi lontani, approdati in Italia dopo viaggi a dir poco epici e pericolosi al tempo stesso. Per tutti costoro Olmi non era un regista ma più semplicemente un amico col quale dialogare (a volte grazie ad un interprete) alla pari, senza pregiudizi, senza soggezione, in totale libertà e serenità.

“E come si chiama?”  

“Olmi, come gli alberi…”  

“Uhmm, e di cosa si occupa?” 

“Di fare questo film…” 

Uno scambio di battute memorabile e unico. E così di seguito con tanti altri, sempre con un sorriso sulle labbra e una parola gentile per tutti. Ne è nato un film-documentario credo molto particolare, denso di sentimenti, umanità e reciproco rispetto, dedicato a chi ama il cinema e a chi il cinema lo vorrebbe fare.

 Maurizio Zaccaro

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“Maurizio Zaccaro ha girato sul set un bellissimo special, Un foglio bianco , che rimanda lo spirito dell’ opera e l’ atmosfera di un luogo speciale nel segno di un Vangelo vissuto, quotidiano.

Maurizio Porro – Corriere della Sera

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UN FOGLIO BIANCO – note tecniche 

soggetto, sceneggiatura, fotografia e regia  

MAURIZIO ZACCARO 

organizzazione 

ELISABETTA OLMI  

musiche 

TEHO TEARDO  

montaggio e motion graphic 

DARIO INDELICATO  

aiuto regista e seconda unità 

ALESSANDRA GORI  

fotografo di scena 

KASH GABRIELE TORSELLO  

prodotto da

LUIGI MUSINI  

una produzione

CINEMAUNDICI 

FREESOLO PRODUZIONI 

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nazionalità ITALIANA 

anno di produzione 2011 

ambientazione 

Bari . Palazzetto dello Sport Palaflorio 

aspect ratio:  16:9 full hd 1080  

durata film  91’ 43″

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ufficio stampa

VIVIANA RONZITTI . KINORAMA sas

Via Domenichino 4 . 00184 ROMA . ITALY

06 4819524 . +39 333 2393414

ronzitti@fastwebnet.it   www.kinoweb.it

materiale stampa su: www.kinoweb.it 

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 si ringrazia 

Maurizio Millenotti 

Giuseppe Pirrotta 

Irima Pino Viney 

Elhadji Ibrahima Faye 

Fatima Alì 

Samuels Leon Delroy 

Rashidi Osaro Wamah 

Fernando Chironda 

Souleymane Sow 

Heven Tewelde 

Prosper Elijah Keny 

Linda Keny 

Blaise Aurelien Ngoungou Essoua 

e  tutto il cast tecnico e artistico che ha contribuito alla realizzazione del film  “Il villaggio di cartone”

 e in particolare  

Michael Lonsdale 

 e Rutger Hauer

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Un foglio bianco – 

di Maurizio Zaccaro

La libertà scritta sullo schermo

Fonte: Cineclandestino -Maria Lucia Tangorra 

«Il nostro futuro è nella ricerca delle origini e io

penso che in questa ricerca l’Africa salverà noi e

non viceversa, perché ci farà conoscere e ci

riporterà al punto delle origini. Se abbiamo

bisogno di aiuto chiediamolo a loro»

– Ermanno Olmi –

Ermanno Olmi, uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ha appena compiuto 80 anni. Il film, realizzato a Bari, sul set de Il villaggio di cartone segue giorno dopo giorno la lunga preparazione avvenuta interamente dentro il Palazzetto dello Sport PalaFlorio, dove è stata ricostruita la chiesa in cui si svolge buona parte del film. In questa fase della lavorazione, mentre tecnici, falegnami e pittori davano lentamente vita a una spettacolare e originale location, intere giornate venivano spese per il casting. Decine di incontri al giorno, lunghe sedute e amichevoli interviste con i personaggi che man mano si presentavano per farsi conoscere da Olmi e che a volte davano vita a scambi di battute memorabili e unici [sinossi]

Capita spesso che l’allievo arrivato ad un determinato punto del proprio percorso professionale ed umano, scelga di omaggiare il maestro, colui che alimenta con la linfa vitale quell’humus acerbo che ci spinge verso una passione. E’ toccante quando questo omaggio si realizza mettendo in campo proprio quegli strumenti e quegli sguardi acquisiti dal maestro. Come regalo per i suoi 80 anni – e forse anche per il bentornato al cinema (Ermanno Olmi aveva affermato che Centochiodi (2007) sarebbe stato il suo ultimo film) – Maurizio Zaccaro sceglie di girare un film-documentario, Un foglio bianco, seguendo passo passo la lavorazione del nuovo lavoro Il villaggio di cartone di Olmi. Il film di Zaccaro riesce ad essere un preambolo (o prosecuzione a seconda dell’ottica) dell’apologo di Olmi, ma allo stesso tempo si rivela come un lungometraggio a sé. Potremmo letteralmente dire che in campo c’è una macchina da presa, “invisibile”, guidata acutamente da una persona familiare, tanto da essere accettata nonostante la riservatezza del maestro.

La prima inquadratura quasi si fonde simbolicamente con l’ultima de Il villaggio di cartone, un ingresso in scena evocativo per far posto agli “appunti” sul film di Olmi. Disegni, piante delle location, campi-controcampo che coesistono in un incontro.

Un foglio bianco palesa ad ogni fotogramma che si sussegue un montaggio attento (Dario Indelicato) guidato da un’idea registica ben precisa: mettere nero su bianco il farsi della poetica di Olmi nella sua artigianalità, tecnica e umana. Il film di Zaccaro sembra rispondere alla legge: dal particolare all’universale perché anche se è stato girato in occasione delle riprese de Il villaggio di cartone la mano del regista-maestro è inconfondibile. Colpisce vedere come uno dei maestri della cinematografia italiana rifinisca col pennello il Cristo senza demandare esclusivamente alle maestranze, avendo coscienza dell’importanza del suo occhio anche nel lavoro tecnico. E’ nella parte dei casting che i segreti del mestiere emergono con maggiore potenza perché la chiave non è essere meccanici, ma sapere di essere delle persone, gli uni di fronte all’altro. Qui capita un episodio simpatico, emblematico della semplicità con cui un maestro si pone, il dialogo tra l’attore (coloro che interpretano gli immigranti sono al loro debutto) e il regista. “E come si chiama?” “Olmi, come gli alberi…” “Uhmm, e di cosa si occupa?” “Di fare questo film…”.

Un foglio bianco si fa scrivere  dall’impronta di un artista che segue i suoi attori giorno dopo giorno, capendo ogni giorno qualcosa in più con loro; basta un pensiero, un’intenzione che corre lungo quei silenzi e quelle parole per dar corpo ai personaggi di un film non realista ed iperconcreto. Sembra un lusso per noi spettatori viaggiare nel lavoro che sottende un film presi per mano da allievo e maestro, Un foglio bianco ci regala questa possibilità, soprattutto, andando oltre lo specifico film(ico), si addentra in quello che è il cammino simbolico intrapreso da Olmi. Un maestro che preserva la semplicità per approdare al simbolico che si – e ci – libera delle sovrastrutture socio-culturali. Con vigore, Ermanno Olmi rivendica la sua libertà e questo forse è il monito più importante che può lasciare al suo allievo, Maurizio Zaccaro (formatosi a Ipotesi cinema, ideato da Olmi e Paolo Valmarana), e a noi tutti. «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento».

UN FOGLIO BIANCO  – Ecologia dell’immagine

Di Sergio Di Lino

Maurizio Zaccaro rende omaggio al suo maestro Ermanno Olmi accompagnandolo nell’avventura sul set di Il villaggio di cartone.

Descrivere per sole immagini cosa sia la pura creazione cinematografica non è esattamente come dare forma e corpo a una creazione letteraria. Posto che il concepimento della parte letteraria di un prodotto cinematografico è sì, a sua volta, un processo creativo, ma che serve a definire e scontornare uno strumento – la sceneggiatura -, per così dire, “di servizio” rispetto all’atto creativo propriamente detto del film (ovvero la “fabbricazione” di immagini tramite le riprese e il loro assemblaggio per mezzo del montaggio), le differenze, anche sul piano simbolico, sono immediatamente riconoscibili. Nel cinema il classico “incubo della pagina bianca” tipico del lavoro di scrittore, non appartiene ai registi (semmai, talvolta, ai critici, ma questa è un’altra storia…), che hanno il privilegio di avere avuto qualcuno – magari loro stessi – che ha esperito tale disagio al posto loro, lo ha superato, lo ha trasformato in un profluvio di parole, azioni, reazioni, eventi, svolte drammaturgiche, dialoghi. Il lavoro del regista comincia dunque sempre con un “pieno”, quantomeno relativo. Egli si ritrova su un set da popolare, ma il popolarsi del set è una questione ontologica, dato che questo è stato individuato/fabbricato apposta; il difficile sta nell’assemblare, organizzare e manipolare tutti quei materiali, umani e non, che costituiscono la “vita” dello stesso o, per dirla in termini “cinecritici”, il profilmico. Ma allora, date queste premesse facilmente condivisibili, come mai un cineasta con oltre cinquanta anni di carriera alle spalle come Ermanno Olmi utilizza proprio la metafora del foglio bianco per definire l’abbrivio del lavori del suo ultimo lavoro, Il villaggio di cartone? Ipotizziamo per due motivi principali. Il primo è persino ovvio: Olmi comprende nel processo creativo anche la scrittura, essendo lui stesso autore della sceneggiatura del suo film. Il secondo attiene invece al metodo: Olmi costruisce letteralmente il suo film in fieri; ha un setting definito, il più spoglio e anonimo possibile, che deve riempire di volti, corpi, eventi, e proiettare simbolicamente su di essi la propria storia. Il villaggio di cartone nasce proprio così: un luogo – una chiesa sconsacrata, a dispetto dell’ostinazione del vecchio parroco che continua a recarvisi per pregare – e un gruppo di persone – immigrati in cerca di un rifugio – che vi fanno irruzione, popolandone gli angoli ancora malamente rischiarati dalla luce, cercandovi un riparo, facendone, seppur transitoriamente, una casa, potandovi dentro – ecco lo scatto decisivo – le loro storie, e  “constringendo” di fatto il narratore a tramutarle in “discorso”. È la prassi che definisce la terminologia, ed è per questo motivo che Un foglio bianco, a dispetto della leggera “impertinenza” – intesa come “non pertinenza” – di cui sopra, può diventare benissimo il titolo del documentario che racconta dell’avventura di Ermanno Olmi sul set di Il villaggio di cartone.
Ad assemblare questa meta-narrazione provvede Maurizio Zaccaro, storico studente e collaboratore dello stessoOlmi, autore di cinema e, negli ultimi anni, di molta fiction TV, che spesso nelle sue “vacanze” documentarie rivela ancora il “graffio” degli esordi, inevitabilmente attenuato dalle strettoie contrattuali del piccolo schermo: si veda a tal proposito l’ancora recente Il Piccolo, dedicato al Piccolo Teatro di Milano, alla sua storia, ai volti che lo hanno animato. A dispetto dell’ormai consolidata frequentazione televisiva, Zaccaro è ancora oggi un cineasta sensibile e ricettivo, e questo Un foglio bianco lo dimostra pienamente. Dimostra soprattutto come si possa fare un backstage che vada al di là del semplice collage di “momenti di vita vissuta” sul set, ma riesca a offrire uno spaccato persino filosofico, uno sguardo obliquo, un punto di vista insolito, sulle stesse tematiche del film sul quale si sta “speculando”. Un foglio bianco è, in definitiva, essenzialmente questo: l’approdo, per altre vie, dopo aver attraversato lo stesso territorio fisico – il set – ma un ambito simbolico completamente diverso, alle medesime conclusioni di Il villaggio di cartone.
Ben lungi dal darsi come opera meramente “parassitaria”, dunque, Un foglio bianco entra direttamente nello specifico, scandagliando e portando alla luce le ragioni intime di questa “urgenza fabulatoria” che ha investito Olmiall’indomani della sua annunciata abiura dal cinema “a soggetto”. In nome di cosa Il villaggio di cartone vale una parola rimangiata? Di un’urgenza morale innanzitutto, simile ma non identica a quella che animava Centochiodi. Qui, infatti, il discorso sulla “fine della cultura” appare decisamente marginalizzato: al centro vi sono degli uomini colti nella loro “nudità”, privati di qualsiasi cosa, costretti a ricominciare daccapo. Anche il prete rimasto senza chiesa è tale. Sono loro i veri “fogli bianchi”, e sono un’enormità: c’è una chiara messa in abisso, dal set ai singoli individui che lo animano, del processo di scrittura, che quindi rischia di frantumarsi, di dissolversi in tanti rivoli la cui portata è ai limiti dell’inconsistenza. Cosa può tenerli uniti, raggrupparli, trasformarli nuovamente in un flusso unitario? Proprio l’urgenza morale di cui sopra. Concepito durante un periodo di convalescenza a causa di un infortunio, Il villaggio di cartone è la risposta del cattolico Olmi alle politiche di immigrazione attuate dall’Italia nell’ultimo anno solare. Una risposta – ovviamente – allegorica, priva di dettami politici, ma animata da un forte e fiero umanesimo, da sempre cardine della poetica olmiana: “E vennero degli uomini”, avrebbe potuto essere il titolo del suo nuovo film, se non si fosse temuta la “lesa maestà” nei confronti di Papa Giovanni XXIII… D’altronde, il mondo cattolico, solitamente così prudente e ritroso nel “compromettersi” nei confronti della politica dei governi ufficiali (altra cosa è l’influenza effettiva che esso esercita su di essi…), si era già espresso con una certa chiarezza in merito alla questione degli immigrati. E Olmi, in definitiva, non fa che tradurre in immagini una posizione morale che appare immutabile: l’accoglienza, l’aiuto, la solidarietà, la pietas innanzitutto. Sembra una traduzione in termini eminentemente spirituali di quella “legge del mare” evocata dal vecchio pescatore Mimmo Cuticchio in Terraferma di Emanuele Crialese.
Nato, si dice, come regalo per l’ottantesimo compleanno del vecchio maestro da parte dell’allievo più devoto (assieme a Mario Brenta), Un foglio bianco è dunque un film estremamente confidenziale: un sussurro, un alito di voce che si sprigiona a latere del set del film principale (lo stesso Olmi ha preteso una crew ridotta all’osso, regista-operatore e microfonista, per non intralciare le riprese di Il villaggio di cartone). Provini degli attori – in rigoroso bianco e nero -, la ricerca del volto giusto, la riscrittura in itinere del film, la transeunte essenzialità del set. E poi le riflessioni di Olmi, pacate ma pungenti, che scivolano dal filosofico-esistenziale al sociale con una grazia e una leggiadria che da sole provocano una sorta di vertigine, uno stato di contemplazione che prescinde dalla “bellezza” delle immagini (evidentemente “povere”, data la dimensione estremamente pauperistica delle riprese). Senza speculare, senza sforzarsi di interpretare, Zaccaro si abbevera alla fonte del (suo) maestro, ne estoce confidenze segrete e riflessioni estemporanee, ne mette persino in luce l’intima contraddittorietà di uomo, proprio nel momento in cui, per l’ennesima volta, egli tenta di accostarsi al sacro per indagarlo. Un foglio bianco non è, cinematograficamente parlando, un gran film, eppure al tempo stesso, per paradosso, lo è, proprio nel suo darsi come scarnificazione del linguaggio cinematografico in ossequio alla potenza della parola e del pensiero. Un’opera, a suo, modo “ecologica”, che lascia solo un dubbio: che sia persino migliore del film da cui è scaturita?

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ORGANIZZA UNA PROIEZIONE:

“UN FOGLIO BIANCO” è disponibile per proiezioni e presentazioni. Per organizzare una presentazione questa è la procedura:

1. Tecnicamente bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche DigiBeta.

2. Appena avete individuato un luogo e un periodo contattateci a questo indirizzo: freesoloproduzioni@gmail.com  Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità per la spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.

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photo- gallery

worldwide copyright © Gabriele Kash Torsello

 


L’OMAGGIO

Zaccaro: «Porto a Venezia il segreto di Olmi»

Alla Mostra di Venezia sarà svelato «il segreto» di Olmi. Di un maestro del cinema sempre riservato, nascosto nel suo “bosco vecchio” di Asiago o “dietro i paraventi” di un’esistenza contadina. Ad alzare il velo sarà Maurizio Zaccaro, suo storico collaboratore fin dai tempi di Cammina cammina, che è stato autorizzato dal suo maestro a seguirlo, prima e durante le riprese, con una piccola telecamera hd e un microfono. Così, inControcampo italiano, arriva il suo sincero omaggio: Un foglio bianco.Appunti sul film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone. Ma che cos’è il foglio bianco? Il titolo si aggancia a una battuta molto bella che fa Olmi sul set: «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, un attimo prima di battere il ciak, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento». Ecco: il foglio bianco è Olmi.

Come nasce il suo lavoro?
È frutto di una lunga amicizia e collaborazione, il privilegio raro e unico di poterlo riprendere mentre prepara il film, in tutti quei tasselli del suo lavoro assai poco conosciuti. Sono questi i suoi «segreti». Oggi c’è l’imbarbarimento del lavoro del regista, che arriva sul set e dice: azione. Olmi invece, non banalizza il lavoro di nessuno. Per questo dedico il mio film a chi vuole fare il cinema e al cinema come andrebbe fatto.

Come ha seguito Olmi al lavoro?
Non c’è un’intervista vera e propria, ma il racconto della sua “filosofia del lavoro”, del suo modo di lavorare, che vediamo per la prima volta.

Qual è la «filosofia del lavoro» di Olmi?
Massima onestà nei confronti dell’idea perseguita, che può variare a seconda degli umori e degli incontri, ma che lui non tradisce mai.

Ci dobbiamo attendere un ritratto inaspettato di Olmi?
Quello che ne esce, secondo me, è soltanto il ritratto di un uomo che ama forsennatamente il proprio lavoro e l’onestà integerrima con la quale viene proposto e offerto al pubblico. Un foglio bianco fa capire anche la densità professionale di Olmi. Come, ad esempio, quando prende in mano un pennello per ritoccare un pezzo di scenografia: è il piacere di fare il regista, che gli scorre nelle vene fino a quel livello.

In questo mestiere, quali sono le virtù che più gli riconosce?
L’umiltà, la disponibilità a parlare con tutti, con un operaio che sta piantando un chiodo, un attore che sta provando la parte. Scatta un meccanismo di complicità totale tra le persone che aiutano Olmi e Olmi che aiuta le persone.

Tutte coinvolte ora nel «Villaggio di cartone». Quale film vedremo?
Veramente non è un film di finzione, sarà una grande sorpresa, molto particolare. Tanto è vero che non è «un film di» ma, come ha voluto lui, «un apologo di». Ermanno dimostra questa volta di volersi esprimere su altre tematiche e con altre forme. Si toccherà con mano ciò che succede a questi poveri personaggi, approdati non solo in Italia, ma sul set del più grande regista italiano vivente.

In questo ritratto scopriremo realizzato quanto il Cardinale Ravasi, suo caro amico, gli riconosce: «una straordinaria bontà quasi strutturale, illuminata da uno sguardo chiaro e luminoso».
Ermanno ha fatto la storia del cinema e della cultura con uno sguardo completo sulla nostra società. Questa volta i suoi occhi buoni si sono fermati sugli extra-comunitari, che ha incontrato a uno a uno durante il casting: con tutti, dal primo all’ultimo, è nata una spontanea, istintiva, reciproca amicizia. È la sua straordinaria bontà, appunto.

Avvenire –  Luca Pellegrini – 6 agosto 2011

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