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AMERICAN FILM INSTITUTE REVIEWS:

24 October 1997 | The Hollywood Reporter

THE GAME BAG (IL CARNIERE)

Three Italian tourists on a hunting trip to the Balkan peninsula run into more trouble than they ever imagined when they get caught up in the Serbo-Croatian war.

Travelers Renzo (Massimo Ghini), Paolo (Antonio Catania) and Roberto Roberto Zibetti) press on toward a game reserve despite rumors of unrest in Yugoslavia. When their guide misses a rendezvous, they enlist the aid of the hunter’s daughter, Rada (Paraskeva Djukelova), to guide them.

Following a hunting accident, they seek medical aid in the city, are rousted by local police officials and forced to flee to a once-luxury hotel with dozens of other refugees. Sniper fire blasts the hotel constantly. The irony of hunters becoming prey is not lost on the party.

“The Game Bag”, directed by Maurizio Zaccaro, effectively paints the picture of war-torn city streets, hopeless refugees and grim civil war with the pathos of relatives torn apart by conflict.

Vivid photography, believable characterizations and a claustrophobic tale make this a worthwhile feature. The Italian film, subtitled, is likely to get good play in foreign-language venues.

Michael Farkash

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***

Tre amici, Tommy, Paolo e Roberto, stanno correndo in macchina verso la Jugoslavia, per raggiungere una riserva di caccia. All’appuntamento prefissato, i tre non trovano il capocaccia, Boris, e proseguono verso la riserva. Lì incontrano Rada, la figlia di Boris, che acconsente a sostituire il padre. Inizia così la battuta vera e propria, che ben presto si trasforma in un incubo. Paolo è ferito da una misteriosa fucilata proveniente da una macchia. I quattro corrono verso la città vicina per portare in ospedale il ferito, che sanguina abbondantemente. In città si cominciano a sentire rumori di guerra, sirene che ululano. Nella notte divampano i primi incendi; è una piccola strana guerra fra le varie etnie. La mattina dopo la città è in stato di assedio. Ombre di carri armati sono visibili in più punti. Comincia un bagno di sangue tremendo, e i tre italiani sono bloccati in un albergo.

Carniere

il carniere

Regia
MAURIZIO ZACCARO
Aiuto regista
PIERGIORGIO GAY
Soggetto
MARCO BECHIS
GIGI RIVA
Sceneggiatura
MARCO BECHIS
MAURIZIO ZACCARO
GIGI RIVA
UMBERTO CONTARELLO
LARA FREMDER
Fotografia
BLASCO GIURATO
Musica
PINO DONAGGIO
Interpreti
MASSIMO GHINI
ANTONIO CATANIA
ROBERTO ZIBETTI
PARASKEVA DJUKELOVA
LEO GULLOTTA
JAVOR MILUSHEV
SAVERIO LAGANA
FABIO SARTOR
GIORGIO TIRABASSI
SAVERIO LAGANA
PEPA NIKOLOVA
HRISTO SHOPOV

Costumi
LAURA COSTANTINI
Scene
PAOLA COMENCINI
Montaggio
AMEDEO SALFA
Durata
94 minuti
Lunghezza
2570 metri
Produzione
GIOVANNI DI CLEMENTE

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Cinque nominations David di Donatello, quattro per il Globo d’Oro, una per il Nastro D’argento. David di Donatello miglior attore non protagonista a L. Gullotta. Festival Internazionale di Karlovy Vary. Premio S. Leone al Festival di Annecy. Premio S. Amidei miglior sceneggiatura. Premio del pubblico Festival Storie di Cinema, Grosseto. Premio del Pubblico Festival di Freistadt. Menzione speciale Festival Int. di Kiev. Premio Nazionale Film di Qualità.

The sniper -

The game bag (The sniper)

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Una delle guerre contemporanee limitate, feroci, caotiche, incomprensibili, capaci di riportare l’uomo a una condizione arcaica, è raccontata molto bene da Maurizio Zaccaro ne Il carniere, attraverso la storia di tre cacciatori italiani riferita dal giornalista sportivo Leo Gullotta casualmente presente. Nell’autunno 1991 gli amici Massimo Ghini, Antonio Catania, Roberto Zibetti (fratello di Ghini) vanno come altre volte in Bosnia a sparare ai cervi, e si ritrovano nella guerra. Chi era andato per uccidere rischia d’essere ucciso, chi voleva cacciare animali vede la caccia all’uomo, chi portava il carniere conosce il carnaio, chi era arrivato da turista benestante sperimenta il destino dei profughi senza casa, senza cibo, senza illuminazione né riscaldamento, senza notizie, senza possibilità di capire cosa accada né come finirà.

Lietta Tornabuoni – La Stampa

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l cinema italiano e la guerra nella ex Iugoslavia. È il primo caso: lo affronta Maurizio Zaccaro, allievo di Olmi, collaboratore di Pupi Avati, sostenuto da un testo cui, insieme con lui, hanno posto mano Marco Bechis, Gigi Riva, Umberto Contarello e Laura Fremdor. Un testo che all’inizio, con abile senso dello spettacolo, sembra proporre solo una partita di caccia organizzata da un gruppo di italiani in una zona boscosa che potrebbe essere la Bosnia. Presto, però, con dei contrattempi: la guida che doveva attenderli non si fa trovare, una sua figlia che si è incaricata di sostituirla è ansiosa e piena di paure; fino a dei colpi di fucile che feriscono uno del gruppo, con una rapida corsa alla volta della città più vicina dove, di colpo, le atmosfere cambiano: folla negli ospedali, si spara dai tetti, carri armati nelle strade, militari di cui non si capiscono le intenzioni, in un disordine, anzi, in un caos sempre crescente.

Gian Luigi Rondi – Il tempo

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Verso la fine dell’estate 1991, tre italiani raggiungono una riserva in Croazia per cacciare cervi, ma, ignari di quel che da mesi bolle in pentola, non sanno decifrare i segnali che li circondano. La vacanza si trasforma in un incubo di paura, sangue e morte. Errori di sceneggiatura e un finale troppo didattico fiaccano, ma non sminuiscono forza e sincerità di un film limpido che coniuga efficacia e pudore, energia e delicatezza nel raccontare obliquamente la guerra come confusione, cecità, assurdo caos, scienza dell’infelicità umana. Premio S. Fedele 1997.

Morando Morandini

maurizio zaccaro

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EX JUGOSLAVIA, IN GUERRA PER CASO

Le città devastate, i cecchini, le popolazioni in fuga, le distruzioni incomprensibili. Sono le immagini che, attraverso la televisione, ci hanno accompagnato nella prima metà di questo decennio. E dopodomani esce nelle sale il primo film italiano ambientato nella ex Jugoslavia, Il carniere, che prodotto da Giovanni Di Clemente, è diretto da Maurizio Zaccaro. Il film nasce da un fatto di cronaca, l’ episodio di tre cacciatori italiani sorpresi dalla guerra all’ inizio del conflitto. Da un soggetto di Gigi Riva e Marco Bechis si sviluppa la sceneggiatura alla quale partecipano Umberto Contarello e Maurizio Zaccaro. “Italiani e europei non avevano capito il senso della tragedia che stava per sconvolgere intere popolazioni” spiega il regista “ma la cosa tremenda di questa guerra è che le stesse vittime non riuscivano a trovarne le ragioni, a definirne i contorni. All’ inizio c’ erano spari ma non c’ erano eserciti”. I tre cacciatori italiani sono presto coinvolti nel dramma che ha sconvolto i Balcani. Cercano l’ uomo che aveva l’ incarico di far loro da guida nella partita di caccia ma non riescono a trovarlo. Sarà la figlia della guida a accompagnarli in un viaggio che della vacanza perde presto tutte le attrattive. Allegri, un po’ cialtroni, non si accorgono subito della reticenza che li circonda né dell’ aria di minaccia che si fa sempre più pesante. Quando uno di loro viene ferito a una gamba vengono scaraventati in una realtà impensabile: una città martoriata dove per loro l’ unico rifugio è un albergo affollato di profughi e bersagliato dai cecchini. Massimo Ghini, Antonio Catania e Roberto Zibetti sono gli interpreti insieme all’ attrice bulgara Paraskeva Djukelova (gran parte delle riprese sono state realizzate in Bulgaria). Leo Gullotta ha il ruolo di un giornalista sportivo intrappolato dagli avvenimenti nella città dove aveva seguito una squadra di atleti. E’ lui a ricordare la vicenda.
Una voce fuori campo tiene le fila del succedersi dei fatti che avvengono intorno agli italiani. “Ho scelto volutamente di allontanarmi da un punto di vista oggettivo, diverso dalla cronaca televisiva o dalla ricostruzione storica” dice Maurizio Zaccaro “Era necessario per rendere il senso di indefinibilità, di mancanza di comprensione riguardo a quello che stava succedendo. La voce fuori campo è una specie di filtro, serve a prendere le distanze dagli eventi sia in senso temporale che come punto di vista”. Il personaggio interpretato da Leo Gullotta, il giornalista, “è capitato lì per caso come i tre cacciatori, ma rispetto a loro ha più coscienza dei fatti. Tutto si svolge però in un arco temporale molto stretto, quasi in tempo reale. La cosa difficile da immaginarsi è la velocità e la facilità con cui il dramma precipitava. Un incalzare di situazioni terribili che non dà il tempo ai protagonisti di ragionare, di tentare un’ analisi”. Intrecciarsi di etnie, antichi rancori mai dimenticati, contrasti culturali e religiosi accumulati nei secoli. “Soprattutto all’ inizio il senso della guerra nella ex Jugoslavia non lo si è mai capito fino in fondo”. E per questo Zaccaro situa la vicenda di Il carniere in un anno indefinito, forse il 1991, in una zona non specificata, contesa da serbi e croati, e la osserva con gli occhi di chi ci è capitato per caso.

Roberto Rombi – La Repubblica

IL CARNIERE X 1996

LA GUERRA VICINA

ALLO SPUNTO di partenza di Il carniere, il film di Maurizio Zaccaro ambientato nella Jugoslavia del 1991, si sposerebbe perfettamente il titolo – appena modificato – di un fortunato recente successo, Bella vita e guerre altrui (quelle del libro di Alessandro Barbero erano le guerre di Mr Pyle, gentiluomo). Bella la vita dei tre amici che nell’ autunno del 1991 corrono su una station wagon nel paesaggio di quella che allora si chiamava la Jugoslavia per andare a fare una partita di caccia in una grande riserva. E peccato che il desiderio di divertimento dei tre (Massimo Ghini sempre più calato nel suo ruolo di Alberto Sordi anni ’90, Antonio Catania e Roberto Zibetti) ignori le voci di guerra -le guerre altrui appunto – che già arrivano dal sud del paese. Neanche li inquietano, nella cecità della loro allegria, quelle frecce stradali cancellate – metafora potente e semplicissima di un paese che si sta disgregando e reciprocamente negando. Succede dunque che i tre, un po’ per allegria un po’ per italica cialtroneria, ignorino il senso di minaccia nell’ aria. Non trovano il guardiacaccia all’ appuntamento previsto. Ma insistono perché sua figlia li porti nella riserva. E così nelle brume serali, in un paesaggio all’ apparenza incantato (che risulta esser la Bulgaria), comincia una partita di caccia in cui anziché i cervi dai boschi sbucano degli umani armati di fucili. Ferito a una gamba, Catania deve essere trasportato al più vicino ospedale: che si trova però in una città dove la piccola sporca misteriosa guerra altrui sta infuriando. E i tre figli del benessere e dell’ ordine, che si facevano un vanto della perfetta organizzazione del loro viaggio, si trovano persi nel girone infernale di un albergo senza luce, senza cibo, senza regole e senza apparenti o comprensibili ragioni, in un paese dove avere un nome bosniaco o croato può segnare la differenza tra la vita e la morte, e dove improvvisamente la vita di un uomo (anzi, la morte) vale cinquecento dollari (settecento se è una donna, mille se è un bambino). A raccontare la storia dei tre amici è Leo Gullotta – un giornalista sportivo arrivato in Jugoslavia al seguito di un gruppo di atleti e rimasto bloccato in una città che sembra la sinopia di ciò che sarà poi Sarajevo. Zaccaro, grazie anche alla bella livida fotografia di Blasco Giurato, ricostruisce in maniera molto credibile l’ atmosfera di incomprensibile incubo di questa guerra altrui. Emerge invece più scolorito e meno interessante il ritratto dei tre amici, che soffre anche di un problema di casting: quando si immette in un gruppo un attore con la faccia singolare e inquietante di Roberto Zibetti non gli si può far fare solo il bravo ragazzo taciturno.

Irene Bignardi – La Repubblica

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NOI E QUELLA GUERRA

19 marzo 1997 — La Repubblica

LA guerra di Bosnia è finita già da qualche tempo. E’ ampiamente possibile che ricominci, ma sarà un’ altra storia, una nuova storia, peggiore della precedente. Così l’ ex Jugoslavia è uscita dalle conversazioni. Le rare volte che capita di riparlarne, si ascolta sempre l’ antico ritornello. “Una guerra rimasta indecifrabile”. “Una guerra che i media hanno distorto, semplificato, occultando una realtà ben più complessa”. “Una guerra di cui mi sono disinteressato, perche non ci ho capito nulla e di certo i giornali non mi hanno aiutato a vederci chiaro”. “Un susseguirsi di cartine pasticciate, divise in due o tre diverse tonalità di grigio, ma quella certo non era una spiegazione”. In queste frasi-tipo e nelle loro infinite variazioni si riassume il senso comune sul conflitto che per quattro anni, dall’ estate 1991 all’ estate 1995, ha insanguinato l’ ex Jugoslavia. Sono frasi che ci accomunano tutti: o le abbiamo pronunciate, o le abbiamo ascoltate, o le abbiamo subite. Il carniere, il bel film di Maurizio Zaccaro recensito ieri da Irene Bignardi, parla di questo. Non tanto della guerra, quanto di noi di fronte a quella guerra. Noi consumatori d’ informazione, noi europei, ma soprattutto noi italiani, che dell’ ex Jugoslavia siamo i distratti vicini, gli ignoranti dirimpettai, i visitatori in barca a vela o vestiti da caccia. I protagonisti del film sono appunto gli ultimi vacanzieri, fuori tempo massimo. Quando scoprono che la vacanza è finita il riflesso è scappare, molto prima, molto più di capire che diavolo stia accadendo. Il tentativo di comprensione arriva dopo, troppo tardi, nel mezzo della battaglia, quando l’ unica cosa che conta ormai è salvarsi. Si salveranno, anzi saranno salvati, senza capirci niente. Nel linguaggio basico della sopravvivenza balcanica – “problema”, “nema problema” – loro diventeranno un problema aggiuntivo. “Ho un problema”, dice Rada quando si rivolge ai suoi consanguinei in cerca di una via d’ uscita dalla città per i tre italiani. Anche questo è allegorico di una verità più vasta: avremmo potuto forse essere d’ aiuto, in qualche modo, e invece siamo stati solo una complicazione in più. Buoni, per carità, come il personaggio di Renzo, che respinge la tentazione di rispondere al fuoco. Forse così buoni da risultare inutili, anzi d’ impiccio. In apparenza Il carniere si compiace nella tesi dell’ incomprensibilità della guerra ex jugoslava. Il film finisce e non sappiamo nemmeno in che città s’ è svolta la vicenda. Potrebbe essere Sarajevo, Vukovar, Osjek. Non sappiamo chi spara e chi risponde al fuoco. Non sappiamo a quale nazionalità appartengano i personaggi slavi che ci sfilano davanti, se siano serbi, croati, musulmani. Ci aggrappiamo alla domanda del protagonista a Rada: “Ma tu, da che parte stai?”. Però non c’ è risposta. Ma questa è solo apparenza. In realtà, Il carniere è chiarissimo e dice quanto basta per capire. C’ è chi spara e chi soccombe. Chi inquadra nel mirino e chi fugge. Il cecchino e il profugo. Il miliziano e il civile. Questo è tutto quel che occorre sapere. La guerra della ex Jugoslavia è stata tra chi l’ ha voluta e chi non l’ ha voluta. Tra gli “idioti” appostati sulle colline – così li chiamava nelle sue cronache da Sarajevo assediata Zlatko Dizdarevic – e le persone normali come lui, come voi, come me. Questo era tutto. Non era difficile capire. Bastava volerlo. Bastava saper guardare. Come impara a fare il personaggio interpretato da Leo Gullotta, unico eroe positivo in questo film sull’ amarezza di un’ occasione perduta. -Pietro Veronese

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Clicca il titolo se vuoi leggere la sceneggiatura integrale del film

IL CARNIERE – THE GAME BAG

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IL CARNIERE

di Maurizio Zaccaro

Per Mustang Entertainment e CG Home Video esce in dvd Il carniere di Maurizio Zaccaro. Dramma bellico sulla guerra in Jugoslavia, film altamente ambizioso ma altrettanto caotico e sfilacciato, in una selva di pretestuosi riferimenti al cinema hollywoodiano.

Dopo una serie di avvisaglie inquietanti, tre amici italiani in breve vacanza in Jugoslavia per andare a caccia sono sorpresi dallo scoppio della guerra. Uno di loro viene ferito, e una misteriosa ragazza del posto li aiuta rifugiandoli in un hotel preso di mira dal fuoco dei cecchini. Tornare a casa non sarà facile. [sinossi]

Le false coscienze abbondano, il senso d’impotenza altrettanto. È la guerra in Jugoslavia, che dalla metà degli anni Novanta in poi trovò una sua rievocazione e riflessione anche nel nostro cinema, oltre a dominare scenari bellici e postbellici di tanta produzione d’arte balcanica degli ultimi vent’anni. Nel nostro cinema il tema assunse per qualche anno un peso rilevante, probabilmente per la vicinanza geografica agli eventi e per le ricadute sociali da ciò determinate entro il nostro territorio. L’Italia, insomma, si trovava in qualche modo costretta a riflettere su quanto accaduto, richiamata a doveri umanitari e alle sue relative mancanze.

Rivedere oggi Il carniere (1997) di Maurizio Zaccaro fa davvero uno strano effetto. Sembra raccontare una vicenda più lontana di quanto lo sia, e testimonia uno stato d’animo presto dimenticato, grazie alle consuete rimozioni storiche e anche all’imperante globalizzazione a cui faticosamente pure i giovani paesi balcanici sembrano volersi adeguare a tutti i costi.

Il carniere non è un film eccelso, diciamolo subito. Dopo qualche prova per il cinema accolta da lusinghieri apprezzamenti, Zaccaro si è rapidamente dedicato alla fiction-tv (ma anche al documentario), forma estetico-narrativa che già fa capolino in questo film sotto varie forme. In qualche modo nel cinema di Zaccaro è sempre presente una vocazione internazionale, con ampi debiti a estetiche americaneggianti nel solco del cinema di genere, come del resto già faceva presagire il suo esordio Dove comincia la notte (1991), thriller-horror all’italiana girato in America su sceneggiatura di Pupi Avati, appartenente in tutto alla filmografia avatiana di genere realizzata negli Stati Uniti. Una vocazione alla grammatica filmica americana, quella di Zaccaro, che non necessariamente si tramuta in merito, soprattutto se, come nel caso de Il carniere, non è sorretta da una solida e coerente riflessione autoriale su un tema così enorme come la guerra jugoslava, e la guerra in assoluto. Alla resa dei conti, dopo una prima parte molto efficace di sospensione e attesa, il film si affida poi a un’infinita peripezia di guerriglia urbana, sostenuta dall’invadente commento musicale di Pino Donaggio, non a caso autore con trascorsi hollywoodiani.

Lo spunto viene dalla vicenda reale del giornalista Gigi Riva (anche tra gli sceneggiatori), in trasferta in Jugoslavia per seguire un incontro di basket e rimasto bloccato dall’insorgere della guerra. Nel film Riva è rievocato da un personaggio-cornice, il cronista sportivo impersonato da Leo Gullotta, che a distanza di anni ricorda quei tragici giorni e l’incontro con tre italiani in vacanza per andare a caccia, i veri protagonisti del film. È nel personaggio del cronista che si possono ravvisare gli spunti più interessanti, le tracce di uno spaesamento non soltanto contingente, ma vicino a un’ontologica impotenza alla comprensione. Una reazione emotiva di fronte all’improvviso scoppio bellico jugoslavo che raramente ha trovato espressione al cinema. Non tanto un generico pietismo (che nel film affiora comunque ad ampie dosi) né vero impegno civile, bensì il conflitto tra la spinta all’intervento umanitario e la resa incondizionata davanti a una realtà che si stenta a capire, per giungere agli accenti tragici di alcuni frammenti in una sorta di universale distanza tra esseri umani. Si tratta di una riflessione che purtroppo resta marginale, per lo più confinata al personaggio-cornice di Gullotta, ma che, sia pure faticosamente, si fa largo in tutte le reazioni di sconcerto dei tre protagonisti (soprattutto in Massimo Ghini).

Purtroppo, a soffocare tale originale punto di vista narrativo intervengono i numerosi e confusi omaggi al cinema americano. Zaccaro getta nella mischia reminiscenze di grande cinema, senza conquistarne mai il vero ampio respiro. Dai facili e incompiuti parallelismi tra caccia e guerra, con tanto di citazioni del “colpo solo” venuto dritto da Il cacciatore di Michael Cimino, allo scontro con una realtà-natura ostile e violenta (Un tranquillo week-end di paura di John Boorman), fino al prevedibile cecchino-ragazzina di kubrickiana memoria (Full Metal Jacket). Modelli enormi che vengono più o meno scientemente evocati, ma senza mai comporsi in una nuova ed effettiva riflessione, né poter aspirare tutt’al più a ricalcarne l’immensità. Tanto che, ciò che costituiva la grandezza di tali modelli, una volta ricollocato in un contesto così epidermico assume tratti non solo meno efficaci, ma anche paradossali.

Più volte nello scontro tra i turisti italiani e le varie figure locali emergono luoghi comuni e accenti vagamente razzisti. Il night-club jugoslavo è abitato necessariamente da rozzi caciaroni semi-ubriachi che sfottono gli italiani; l’accompagnatrice di caccia è necessariamente misteriosa e diffidente, e meritevole di altrettanta diffidenza; la polizia locale è necessariamente autoritaria e sospettosa. E, in mancanza degli antidolorifici, la sofferenza per le ferite fisiche può essere alleviata solo e ovviamente con una bella bottiglia di slivovica, da scolarsi tutta in un sorso.

A Zaccaro e ai suoi sceneggiatori, tra i quali troviamo Marco Bechis e Umberto Contarello, riesce bene la costruzione di un’atmosfera d’indistinta minaccia, che si manifesta per segnali progressivi e perturbanti. Una lavatrice abbandonata in mezzo alla via, cartelli stradali cancellati, una fucilata anonima che colpisce uno dei tre amici, la luce elettrica che va e viene, fastosi lampadari tremolanti (sono arrivati i carri armati), e un cecchino senza volto che spara dal palazzo di fronte. L’atmosfera di stallo e prigionia, gravata da un senso di minaccia di cui sfugge la comprensione, resta uno dei punti di forza del film, animato dal desiderio di radicarsi nella cronaca e al contempo trascendere il dato contingente verso riflessioni universali.

Ma nel suo insieme Il carniere appare purtroppo il trionfo del “vorrei-ma-non-posso”, come del resto molto cinema italiano di quegli anni. Modelli alti e grammatica hollywoodiana, cinema di genere e testimonianza storico-culturale, flebili atti d’accusa all’indifferenza italiana e al nostro spirito coloniale per le culture “altre” e colpi bassi da puro cinema d’azione, umanitarismo e pessimismo, Stanley Kubrick e Dario Argento. Un frullato superficiale da sontuosa fiction-tv, che in ultima analisi non abbandona mai la sensazione del gratuito.

Ciò detto, restano comunque da conservare certe brevi sottolineature emotive, che meritavano un’occasione meno caotica e sfilacciata. L’apparizione dei profughi nell’ospedale, certe soggettive del personaggio di Ghini, desideroso di capire una sfuggente realtà circostante in rapidissimo mutamento, il ben costruito clima di progressiva angoscia. E quello scoramento impotente che riverbera dallo sguardo profondamente umano di Leo Gullotta. Ottime idee e buoni momenti, a cui tuttavia manca fatalmente un vero punto di vista autoriale, solido e unificante.

Info:

Il dvd non contiene extra

La scheda di Il carniere sul sito di CG Home Video

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Ho sempre rispettato i critici, fra i quali ho tanti carissimi amici, o meglio avevo perché purtroppo molti se ne sono ormai andati: Tullio, Lietta, Leonardo, Alberto, Morando…  Il critico svolge il suo lavoro, osserva, giudica, scrive nella massima libertà d’espressione ed è giusto che sia così. A volte però è impossibile non leggere fra le righe quel pizzico di cattiveria gratuita, di malafede, di pregiudizio fine a se stesso. Nel mio caso, oltre alle bizzarre etichette che nel tempo mi sono state affibbiate, come “talento sprecato del cinema italiano”,  quello che spesso mi si rinfaccia è che faccio televisione. Recentemente ho ricevuto un messaggio da parte di una signora di nome Letizia, di Colle Val d’Elsa, che conclude dicendo: ”Ho visto quasi tutti i suoi film al cinema ma dopo Un uomo perbene, che è addirittura del 1999, non ne ha più fatti e ha lavorato solo per la tv, peccato.” Ecco, oltre ai sei peccati contro lo Spirito Santo, ne possiamo aggiungere un settimo: impenitenza del fare tv. Dal 1999 ad oggi ho proposto tanti altri film per il grande schermo. Purtroppo c’è sempre stato qualcosa che non è andato per il verso giusto, vuoi per le trame, o per i costi, per la loro commerciabilità. Insomma, o fai delle commedie che incassano o stai a casa. Commedie non ne avevo, storie per sbancare il botteghino nemmeno. Morale: mi hanno offerto la tv e l’ho fatta. Non avrei dovuto? Cari amici, forse avete ragione, forse non avrei dovuto. Come dicono certi radical chic del cinema romano, non avrei dovuto “sporcarmi le mani” lavorando per il piccolo schermo. Sta di fatto che oggi, dopo quasi sedici anni dal mio ultimo film per le sale la maggior parte dei produttori cinematografici, per non fallire, si rivolge proprio alla tv per produrre telefilm, mini serie o lunga serialità. Dobbiamo dire “peccato” anche per loro? Produrre film è il loro mestiere, così come dirigerli è il mio, indipendentemente che siano destinati al grande o piccolo schermo. Personalmente non ho mai fatto distinzione fra le due cose. Ho sempre affrontato il lavoro con la stessa, identica passione, determinazione, concentrazione. Se poi qualcuno storce il naso perché al posto di una sala cinematografica sono film che vengono proiettati nelle case degli italiani (ma non solo, visto che sono prodotti venduti in tutto il mondo), ebbene questo non sposta di un millimetro la qualità che cerco di dare al mio lavoro, sempre. Solo in Italia si gioca su questa sciocca differenza, classificando il Cinema di serie A e la Tv di serie B, senza accorgersi che, negli ultimi anni, la A sta diventando B, e viceversa. Un’ultima cosa: all’epoca “Il Carniere” venne realizzato con un miliardo e mezzo di lire, vale a dire settecentomila euro di oggi. Per quei tempi più che un low budget. Uno stanziamento quasi impossibile per un film del genere. Nonostante ciò posso dire di non aver mai inseguito un fine insensato, “voglio ma non posso”, ma ho solo cercato di fare un film dignitoso. Le “sontuose fiction” sono un’altra cosa.

Maurizio Zaccaro

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IL CARNIERE
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