Skip to content

CORTOMETRAGGI – SHORTS

raf_Fotor

R.A.F. Reperto Archeologico Filmico (1976)

Raf – Reperto Archeologico Filmico è uno dei primi cortometraggi realizzati dal regista Maurizio Zaccaro, all’epoca fondatore e ispiratore del “Collettivo Nuovo Cinema Milanese”. Ispirato alla rivista di satira politica “Il Male”si presentava come un cinegiornale d’epoca e infatti venne proiettato per una settimana dall’Obraz Cinestudio di Milano (dal 15 al 18 febbraio 1979) prima del film in programma, che era Standard (Ita., 1976, col., 90′) di Stefano Petruzzellis, riscuotendo notevole successo per la sua graffiante verve surreale e goliardica. In un trafiletto ad opera del collettivo Obraz Cinestudio vi si può leggere: “Il Male, inteso come giornale satirico, evidentemente ha fatto scuola: questi giovani del Collettivo Nuovo Cinema Milanese, ci propongono l’immagine della testata senza badare all’economia. Con stile svelto e con un montaggio pulito questo breve cortometraggio tenta, senza mezze misure, la strada dell’ironia e del grottesco, con esiti non sempre controllati , ma tuttavia dignitosi”

fonte: Wikipedia

_________

logo-tff

Nel 1985, Maurizio Zaccaro incontra Augusto Tretti, maestro misconosciuto del cinema italiano, nella sua villa nei pressi del Lago di Garda. Con loro una studentessa universitaria che sta scrivendo la tesi proprio su Tretti e che accompagna il regista ormai non più giovanissimo in lunghe passeggiate nella campagna e in visite ai luoghi in cui sono conservati i cimeli dei suoi film. Tretti parla in modo schietto, spesso tagliente e spassoso, dei suoi film, di come sia arrivato per caso al cinema e delle innumerevoli traversie produttive che ha dovuto affrontare per portare a compimento La legge della tromba e Il potere, le sue opere più famose.

Tretti

AUGUSTO TRETTI – UN RITRATTO (1985)

L’invito della Cineteca Nazionale è quello di scrivere qualche riga su Augusto Tretti perché “tu lo conoscevi bene, meglio di chiunque altro”. Come se fosse semplice scrivere di Augusto, ora che non c’è più. Penso alla sua immensa residenza a Conferazene, una frazione di Lazise del Garda. Augusto ha passato lì quasi tutta la sua esistenza, ma non solo. E’ lì, o più o meno i quei dintorni, che ha girato i suoi tre unici ma indimenticabili film, da “La legge della tromba”, a “Il Potere”, fino a “Alcool” e, poco lontano, ma sempre fra Verona e il lago, il tv-movie “Mediatori e Carrozze”.

Camminando per il parco, oppure per le stanze di quella grande, antica casa, meditava i nuovi progetti che voleva realizzare senza perdere tempo a Roma: “…senza elemosinare finanziamenti dai funzionari perché tanto se voglio un altro film lo faccio anche domani, vado da un mercante di maiali e i soldi li trovo…”. Quante volte mi ha raccontato la trama di quello che sarebbe davvero potuto essere il suo capolavoro e invece è rimasto solo un sogno. “Io non sono adatto per raccontare storie d’amore, mi imbarazza. Vado bene invece per un film di guerra, una battaglia navale…” diceva scherzando, ma non troppo. E la battaglia navale era già lì pronta, almeno nei suoi appunti. Voleva fare, a suo modo s’intende, nientemeno che “La battaglia di Lissa”, che avrebbe ambientato nelle acque del suo amato lago di Garda invece che nell’Adriatico dove era realmente avvenuta nel 1866: “Perché sul lago hanno girato anche tanti film di pirati… hai mai sentito parlare della Bertolazzi Film?”

Tretti era così, un visionario totale, naif certo, ma anche un surrealista d’antan.

Ricordo quando abbiamo girato Alcool (1979). Il film aveva per interpreti degli alcolizzati veri che creavano guai di ogni genere perché spesso arrivano sul set completamente brilli, o non arrivavo per niente. Augusto andava comunque avanti inventandosi lì per lì scene esilaranti e grottesche, realizzate in francescana povertà. Le visioni del giovane protagonista in preda al delirium tremens, per esempio, fatte di ragni e scarafaggi finti, acquistati all’ultimo minuto in qualche cartoleria dalle rimanenze di carnevale. Animaletti di plastica che lui stesso muoveva con il filo da pesca o soffiandogli sopra, o spingendoli col dito fuori da un buco nel muro. Quello che contava non era la credibilità della scena ma soprattutto la sua straniante, brechtiana provocazione.

“Brecht mi ha insegnato come dire le cose, come farle, per non far identificare il pubblico nella trama ma piuttosto per indurlo a pensare o a riflettere su quello che vede e che, in quel preciso momento, gli è estraneo.”

Ecco perché è sempre stato impossibile collocare Augusto sotto un colore, una sigla politica. Amava definirsi anarchico, ma di linea veronese. “Cosa intendi per linea veronese?” gli avevo chiesto un giorno. Lui, candidamente, aveva risposto: “Così… un po’ folle, matto.”

Oggi sono passati più di trent’anni da quelle parole e due sono già trascorsi da quel giorno d’inizio giugno in cui i suoi occhi si sono chiusi per sempre, lasciando il nostro cinema orfano di uno dei suoi più grandi, incompresi talenti. Non a caso Federico Fellini disse di lui: “Dò un consiglio a tutti i miei amici produttori: acchiappate Tretti. Fategli firmare subito un contratto e lasciategli girare tutto quello che gli passa per la testa. Soprattutto non tentate di fargli riacquistare la ragione. Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano.”

Maurizio Zaccaro

 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: