prima del ciak new 2

 

Prima del Ciak

1978 – 2015 

fotografie – grafica – diari – riflessioni 

 edizione 2016 – Euro 25

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ESTRATTI

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“Nello scrivere, preparare e girare un film ho un’unica certezza: ogni decisione presa non potrà mai piacere a tutti. Ed è una certezza che mi rende leggero e libero come la piuma di Forrest Gump. Quello che conta, a quel punto, è solo la qualità del mio lavoro”  Conf. Stampa al 66º Festival di Venezia. (2009)

“In writing, preparing, and shooting a film, I’m certain of one thing: I can’t please everyone with each decision I make. This certainty makes me feel free and easy, like the floating feather in Forrest Gump. So, what counts, is only the quality of my work.” Press conference, 66th Venice Film Festival (2009)

*

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– Mi servono un po’ di soldi, me li “presti”?

– Perché?

– Per comprare una macchina da presa usata…

– E cosa te ne fai?

– I film, mamma…

– Ma funziona?

– Dovrebbe…

– Se lo dici tu… però non dirlo al babbo altrimenti ci ammazza tutti e due.

Un giorno di maggio, del 1976

***

Prologo

1963

1.

Che me ne faccio del latino no no no no

è un osso duro per me

sapete perché lo devo studiar

ma non lo posso parlar

non sono un cretino

ma sempre in latino prendo tre.

Cantava così Gianni Morandi nel 1963, quando, undicenne, sono entrato alla Scuola Media Statale Gaetano Negri di Piazza Selinunte, a Milano. E lì sono rimasto per quattro anni al posto dei tre previsti grazie alla bocciatura in terza. Giulia Lisignoli, la Preside, esausta per le mie scorribande alla fine firmò la mia ultima pagella sulla quale c’era scritta, perfino sottolineata in rosso, la fatidica parola “Licenziato” aggiungendo però di suo pugno una frase più velenosa del morso di un crotalo:         “Si consiglia istituto professionale di Stato”, cioè un bel tornio attorno al quale imparare un mestiere per poi andare in fabbrica per il resto della vita. Erano anni quelli in cui, dalle scuole dei quartieri della grande periferia milanese con i fabbricati dello IACP (Istituto Autonomo Case Popolari), non uscivano grandi geni. Le belle e prestigiose scuole erano lontane, come l’Accademia di Brera, che poi mi sarebbe piaciuto frequentare. Insomma, per me non c’era verso di cambiare la storia, di sovvertire quell’odioso giudizio della Lisignoli. “Non ha voglia di studiare, che lavori!” aveva rincarato mio padre, fra una cinghiata e l’altra per punirmi. Mia madre non aveva aggiunto niente. Non aggiungeva mai niente. Piangeva sempre e basta.

Sta di fatto che, in quegli anni, la mia vita non si stava incanalando bene, tutt’altro. Una rabbia irrefrenabile si stava impadronendo delle mie giornate. Non è vero che non avevo voglia di studiare, diciamo ironicamente che ho avuto un bel po’ di problemi ad accettare la confusa didattica di quei tempi. Da pochi anni infatti, un paio se ricordo bene, il latino era stato inglobato nell’italiano che, in seconda, se lo portava a strascico per cui la materia era diventata “Italiano ed elementari conoscenze di latino”, per poi abbandonarlo al suo destino in terza, dove era addirittura facoltativo, ma necessario se si voleva continuare gli studi al liceo classico. E così, con pochissima lungimiranza, ero felice di averlo scansato. Cosa che avrei fatto volentieri anche con Matematica, Algebra e Scienze. In pagella, l’unico otto che spiccava fra nugoli di raccapriccianti tre e quattro era quello in educazione artistica. Un vero disastro. Cosa c’era che non andava in me fra il 1963 e il 1967? Ero forse scemo? Non capivo quello che i professori insegnavano? Oppure c’era dell’altro, magari qualcosa d’insondabile ma indubbiamente devastante per la mia adolescenza? In un’altra nota dell’implacabile Lisignoli venivo descritto come: “Poco riflessivo, non sa accettare i rimproveri. Non sa controllarsi. Si applica saltuariamente ma non manca di capacità, soprattutto nelle materie artistiche.” Perché ero così? Ho un vaghissimo ricordo di quegli anni, come se tutto fosse stato cancellato in fretta e furia da una mano di pudore. Non ricordo i nomi, i volti dei miei compagni di classe, non ricordo i professori eccetto la Lisignoli, non ricordo nemmeno come era fatta quella scuola se non che stava al centro di una piazza ovale: una sorta di fortino circondato da un anello d’asfalto dove scorreva un traffico pressoché inesistente. C’erano dei tigli imponenti e profumati dentro il muro perimetrale tutto sbilenco e sbrecciato, che una sera avevo agilmente saltato assieme ad altri due o tre compagni altrettanto “poco riflessivi” e questo, per quanto possa sembrare paradossale, è davvero l’unico ricordo che ho di quei tempi.

Così, per gioco, eravamo penetrati nella scuola deserta, avvolta ormai dalla penombra serale. Vedere corridoi e aule in quell’oscurità polverosa aveva un suo fascino particolare, un po’ horror, mettiamola così. Insieme eravamo infine entrati nell’ufficio della Lisignoli e lì, dopo aver sbirciato le carte rimaste sulla scrivania, mi ero seduto al suo posto: “Ti boccio! Vi boccio tutti quanti così imparate! Cretini! Mammalucchi!”  avevo scandito imitando voce e parole della Preside; chi erano poi i “Mammalucchi” lo sapeva solo lei. Intanto gli altri avevano cominciato a buttare all’aria tutto, faldoni, cartelline, documenti. Prendevano i cassetti e li svuotavano per terra. In un baleno l’ufficio fu sottosopra. Il motivo di quella scellerata incursione? Anche questo non lo so, posso solo supporre che per noi era solo un gesto compiuto senza alcuna intenzione di dimostrare chissà cosa se non il fatto che la scuola, quella scuola, non ci piaceva affatto. Così come non ci piaceva il posto in cui stava, lontano dal cuore di una città che non amava chi, facendo economia sui già magri bilanci familiari, non riusciva a stare al passo con il Boom. Milano in quegli anni era una città da rotocalco, tutta “sacrifici” come diceva mio padre, cambiali e pie illusioni, ma lanciata verso il futuro con la nuova Autostrada del Sole, le sue 600 e 1100 e le sue due squadre di calcio che proprio in quegli anni cominciavano ad affacciarsi in Europa vincendo coppe fino ad allora impossibili da agguantare.

E io intanto non avevo passato nemmeno gli esami di riparazione. Quel giorno, la pagella con scritto NON LICENZIATO infilata nelle braghe, avevo preso la mia Doniselli e pedalato per chilometri, fino a raggiungere il naviglio, che stava da tutt’altra parte. Non volevo più tornare a casa a beccarmi altre rasoiate sulla schiena, volevo solo sparire dalla faccia della terra per la vergogna. Buttarmi nell’acqua. Affogare gridando al cielo tutta la mia rabbia. Perché quei voti? Perché quel Sei in condotta così lancinante? Cosa era successo di così irreparabile? Alla fine, con il calare della sera, mi ero rifugiato dentro il cinema Alpi dove, per poche lire, si potevano vedere due film. Uno era “I giorni dell’ira” con Giuliano Gemma e Lee Van Cleef.

Giuliano! Se in quel momento così cupo della mia vita mi avessero detto, tranquillo, tutto passa, un giorno sarai tu a dirigere Giuliano Gemma, mi sarei messo a ridere. E invece è andata proprio così.

***

1978 – La Civica di Milano

Non ho mai amato le scuole, i docenti, gli orari, gli esami. Tutte cose che ho sempre vissuto in modo passivo nei confronti di quello che ero, un ragazzo che ambiva solo alla sua libertà, uno come tanti in quell’epoca spensierata e “on the road” degli anni ’70. Finché un giorno un manifesto incollato a un muro non ha cambiato per sempre la mia vita. Era la pubblicità di una Scuola di Cinema. All’epoca m’interessava la scenografia. La scuola era serale, dalle 19 alle 22. La “Civica di Milano per la formazione professionale”. Purtroppo ero incappato in quel manifesto troppo tardi e i corsi di scenografia erano già al completo di iscrizioni, restavano giusto due posti per la selezione al corso triennale di regia.
Ricordo che quella sera uscii da quella scuola rabbioso con me stesso: se solo avessi visto prima quel manifesto! Cento, duecento metri in silenzio, solo con i miei pensieri. Poi chissà cosa mi fece tornare sui miei passi e così, anche se con molto scetticismo, mi iscrissi al corso di regia. Tanto chi l’avrebbe mai passata quella selezione? Andò al contrario e cominciarono i tre anni più incredibili della mia vita. In quel posto fatiscente, ricavato da un fabbricato di ringhiera, in Via Campo Lodigiano, avevo trovato finalmente qualcosa che, giorno dopo giorno, mi stava cambiando al punto che quattro ore ogni sera non mi bastavano più. Andai dal preside, un uomo dall’aria mansueta come il suo nome: Filippo. Gli chiesi di poter frequentare la scuola anche di giorno, anche la mattina, anche senza professori. Mi bastava l’accesso alle moviole, alle macchine da presa, alle luci, ai teatri e a quel po’ di pellicola che si riusciva a raggranellare grazie alle donazioni di qualche casa di produzione milanese. Dopo una estenuante trattativa, densa di mugugni, il preside accettò la proposta e la Civica divenne per me, e un manipolo di altri allievi, la vera casa. Lavoravamo di giorno e la sera ci confrontavamo con i docenti, seguendo assiduamente ogni lezione.

Fra i docenti di quella scuola c’era un ometto che si occupava di produzione, si chiamava Attilio. Una sera arrivò alla Civica con una grande espressione di felicità stampata in volto. Il film al quale aveva lavorato come Direttore di Produzione aveva vinto la Palma d’Oro a Cannes: “L’albero degli zoccoli”. Scoprii così, quasi per caso, che l’ometto lavorava da decenni con Ermanno Olmi, uno dei pochi registi lombardi in attività. Olmi in quel momento era in preparazione con un nuovo film che avrebbe girato a Volterra. Chiesi ad Attilio di portarmi con lui a lavorare. C’erano casse da portare? Le avrei portate. C’era da faticare? Avrei faticato in silenzio. Lui mi squadrò dall’alto in basso e non disse nulla. Nemmeno una parola.  Amen, pensai. Ci ho provato.
Intanto, accampato nelle moviole della scuola, montavo dei piccoli lavori dagli scarti dei film girati da altri allievi. Mi piaceva trovare il bandolo della matassa dalle scene più disparate, più brutte, a volte davvero orrende, e ricreare da quei materiali qualcosa che si potesse vedere e soprattutto capire. Ne uscirono un paio di cortometraggi a loro volta terribili, ma comunque miei. Per la prima volta c’era il mio nome stampato sulla pellicola anche se tutto sbilanciato da una parte e traballante. Poi presi coraggio e finalmente ne girai uno tutto mio. Grazie ad Attilio il filmino arrivò sotto gli occhi di Olmi. Quindici minuti girati a mano con una piccola Bolex 16mm, una sorta di cinegiornale ispirato al “MALE”, che all’epoca era un giornalino di satira politica. Olmi lo vide, lo apprezzò e disse ad Attilio di caricarmi sul furgone delle macchine da presa e di portarmi a Volterra dove però non mi sarei occupato di regia, ma di fotografia. Olmi a quel tempo era anche un grande operatore. E’ andata così insomma, esattamente come aveva detto Frank Capra.

Ho conosciuto Frank Capra una sera di novembre del 1977, mentre era ospite d’onore dell’Usis (United States Information Service) a Milano. Ero nell’archivio di anglistica quando, improvviso, un applauso era echeggiato dalla biblioteca. Affacciandomi, avevo chiesto chi era quell’uomo, anziano e minuto, che parlava al microfono intercalando maldestre parole in italiano al suo discorso in inglese. Frank Capra, il regista, aveva risposto un tipo con aria di sufficienza. Dopo aver atteso la fine della conferenza mi ero avvicinato al regista. Il suo entourage mi aveva allontanato subito ma in quei pochi istanti avevo fatto in tempo a chiedergli se voleva venire alla “mia” Scuola di Cinema, per un incontro con noi studenti. Frank Capra non aveva battuto ciglio e, sorprendentemente, aveva mormorato a uno dei suoi collaboratori che era “okay”. Il giorno dopo, l’uomo che aveva vinto ben tre Oscar, era lì con noi. Due ore magnifiche, una memorabile Lectio Magistralis. Alla fine, durante le foto ricordo, avevo trovato il coraggio per dirgli che, d’accordo, noi studiavamo cinema ma diventare registi era un’altra cosa. Appoggiando una mano sulla mia spalla, Capra aveva smorzato un sorriso affettuoso: “Se le porte si sono aperte per me prima o poi si apriranno anche per te. La regia è fatta per i giovani. “

***

I never really liked schools, professors, timetables, exams: things I’ve experienced passively with regards to who I was, a young man who wanted to be independent, one of the many in those lighthearted “on the road” years of the 1970s. Until one day, I saw a poster on a wall that changed my life. It was an ad for a state Film School. At that time I was interested in set design. It was night school, from 7 pm to 10 pm. The “Civica di Milano per la formazione professionale.” Unfortunately, I came across that poster too late and set design classes were all full. Only two spots remained for the three-year course in directing. I remember leaving the school that evening, angry with myself: if I had only seen it earlier! Step after step, I walked along, alone with my thoughts. Then, who knows why I went back, I enrolled in directing, though full of skepticism. Plus, who knew I’d pass the selection? So I went against the tide and the most incredible three years of my life began. In that run-down building, in a former tenement, on Via Campo Lodigiano, I finally found something that, day after day, was changing inside of me. Four hours of classes a day weren’t enough. So I went to the Dean, who had a gentle air about him, just like his name: Filippo. I asked if I could attend the school by day, too, even without any professors. All I needed was to be in the cutting room, with the cameras, lights, theatres, and bits of film we could scrap together thanks to the kindness of some production companies in Milan. After much negotiation, the Dean accepted my offer and the Civica became for me, and for many others, my real home. We worked by day and in the evenings we’d meet up with professors, and carefully followed all classes.

Among the teachers at the school there was this small guy who was in charge of production: Attilio. One evening, he arrived at the Civica with a great look of happiness on his face. The film he was working on as production manager had just won the Palme d’Or at Cannes: “Tree of Wooden Clogs.” So, by chance, I found out he had collaborated for decades with Ermanno Olmi, one of Lombardy’s few working directors. At that time, Olmi was preparing for a new movie he was supposed to shoot in Volterra. So I asked Attilio if I could go with him and help out. Was there any equipment to bring? I volunteered. Work to be done? I would have done anything, without complaints. He looked me up and down, but said nothing. Not even a word. It’s over, I thought. But at least I tried. In the meantime, in the cutting room at the school, I was editing some small works on snippets of films shot by other students. I liked getting to the heart of the matter with all those scenes: some were really bad, ugly, and I would try to create something that could be viewed and, above all, understood. So I made some shorts that were also terrible, but they were mine, nonetheless. For the first time, I found my name printed on the film, even though all to one side. So I mustered up some courage and finally shot one on my own. Thanks to Attilio the short reached Olmi. Fifteen minutes filmed by hand with a small Bolex 16mm, a sort of newsreel inspired by “MALE,” which at the time was a satirical political newspaper. Olmi saw it, like it, and told Attilio that I could come along with him to Volterra where I’d work on cinematography, not as assistant director. Olmi, at the time, was also a great cinematographer, too. So that’s how it went. Exactly as Frank Capra said.

I met Frank Capra one evening back in November 1977, when he was a USIS (United States Information Service) guest of honor in Milan. I was in the English Studies Archive when, all of a sudden, a heard applause coming from the library. Peering in, I asked who the elderly, small man at the microphone was, as he spoke in English with clunky Italian scattered here and there. ‘Frank Capra, the director,’ some guy conceitedly replied. I waited for the conference to finish, and then I approached the director. His entourage immediately pushed me away, but in those few seconds I was able to ask him if he wanted to come to ‘my’ film school, to meet the students. Frank Capra didn’t think twice and, surprisingly, he whispered to one of his assistants in agreement. The following day, the man who had won three Oscars was there, with us, the students. Two wonderful hours, an unforgettable Master Class. At the end, as we were all taking pictures, I mustered the courage to tell him that we indeed were studying film, but becoming a director was a whole different matter. Capra, resting his hand on my shoulder, puckered an affectionate smile: “If doors opened for me, sooner or later they’ll open for you. Directing is for young people.”

Capra and me_Fotor

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Negli anni “ruggenti” in cui frequentavo la Scuola del Cinema di Milano vivevo in due piccoli locali (il cesso fuori, sul ballatoio) di una vecchia casa di ringhiera che si affacciava sul Naviglio Pavese, all’altezza della Conca Fallata. In quei due minuscoli locali, arredati alla buona grazie alla generosità degli amici c’erano però due cose particolari: una camera oscura con un ingranditore Diamond e una pesantissima Prevost a tre piatti per montare i film in 16 mm.

Oggi, in un mondo dove l’analogico fa ormai parte del nostro remotissimo passato, quell’ingranditore e quella moviola mi mancano enormemente. Non è una banale questione di nostalgia per “i bei tempi della gioventù”, non è nemmeno una tardiva rivolta contro i pixel ma, più semplicemente, la crescente necessità di tornare a una dimensione più umana del lavoro. Sia in camera oscura che in moviola mi piaceva stare con gli amici, quasi mai da solo. Si scoprivano così, insieme, tante cose, si ragionava, si discuteva, ci si confrontava. Questo era importante,  soprattutto straordinariamente creativo. Certo, c’era l’ingombro dei materiali che si usavano. Solo la moviola per esempio occupava l’intera metà di una delle due stanze, la camera oscura, separata dal resto della casa con dei pannelli di cartongesso, altrettanto. Restava giusto lo spazio per un letto singolo, un tavolo per quattro, un frigorifero e nient’altro. Eppure era tutto quello che serviva per vivere e lavorare. L’Era Meccanica, insomma, era decisamente più sociale dell’Era Elettronica, tutto qui. Quindi nessuna nostalgia, solo una grande solitudine. Oggi per montare un film basta un Pc, nemmeno tanto grande, un programma di montaggio, un capiente hard disk e basta. Si può fare tutto il lavoro anche da soli. Ma poi che film esce, parlando unicamente con pixel e gigabite? Invece accendere quella Prevost 16 mm, sentire il rumore dei rocchetti che trascinavano la pellicola, vedere l’immagine traballante sul piccolo visore, tagliare e incollare la pellicola con la “Pressa Catozzo” non era un lavoro ma un “Rito” che pochi, allora, praticavano. Eravamo come i sacerdoti di un tempio segreto, dove solo ed esclusivamente agli amici più intimi era permesso l’ingresso. Si montava quasi al buio e questo rendeva l’atmosfera ancora più sacrale.  Oggi invece si monta con la luce, davanti a un monitor,  fra cellulari che squillano, mail in arrivo e in uscita, sempre connessi, gente che entra ed esce dalla “moviola” (perché ci ostiniamo ancora a chiamarla così è un mistero insondabile) come se nulla fosse. Una barbarie senza fine che nuoce alla qualità stessa del lavoro, che destabilizza la concentrazione necessaria alla selezione dei materiali, al loro amalgamarsi con grazia e bellezza.

Il montaggio è l’essenza di tutto il lavoro cinematografico. Per praticarlo con eccellenza non ci vuole solo padronanza tecnica (quella la si acquisisce in un lampo), occorre invece imporre a se stessi una ferrea disciplina di vita. Ecco perché ancora oggi, almeno per quello che mi riguarda,  entrare in moviola vuol dire entrare in una chiesa dove nient’altro esiste tranne la fede nell’opera alla quale stiamo dedicando un frammento unico e irripetibile della nostra vita. Montare un film è un modo di vivere, non un modo di lavorare. Per questo il montatore cinematografico dovrebbe essere innanzitutto onesto con se stesso e chiedersi, ogni volta che da un ammasso caotico di materiale girato deve scegliere una scena al posto di un’altra, se la sua scelta è dettata dall’esperienza o, soprattutto, da una visione del mondo che lo rende, in quel preciso momento, più vicino a un vero artista che a un tecnico. Ho letto una volta una bella frase di San Francesco d’Assisi: – Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile. – A volte, a un montatore ogni regista chiede esattamente questo: l’impossibile. E l’impossibile è raggiungibile solo con la disciplina interiore, non con una vita dissoluta. Solo così si mette in evidenza il talento perché il vero artista non è, come spesso si dice -maledetto – ma, più semplicemente consapevole del proprio ruolo, e quindi delle sue capacità e dei suoi limiti.”

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