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TEASER PUCK’S FILES

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FILE N° 46

adelante petroleros 2013

A PROPOSITO DI RAFAEL CORREA.
Siete mai stati in Ecuador, amici pentastellati? Conoscete nel dettaglio la linea politica di Rafael Correa, il suo presidente? Avete parlato con il popolo ecuadoriano, forse? O con gli indigeni che ancora abitano, nonostante lui (ma guarda che ostinati), la foresta pluviale? No, altrimenti ve ne guardereste bene dallo sbandierare Rafael Correa come esempio per un futuro governo 5 Stelle in Italia.
E’ vero che, nel 2007, Correa ha ereditato un Ecuador allo stremo, ma questo non può giustificare per esempio la spinta neo-estrattivista dell’agosto 2013 che ha messo a sua volta in ginocchio (in netto contrasto con i principi fondativi del suo movimento e della Costituzione) una delle parti più meravigliose dell’intera foresta amazzonica, ricchissima di bio-diversità: il Parco Nazionale dello Yasuni. Con buona pace degli indigeni stessi che lo avevano sostenuto nella campagna elettorale: un conto sono le promesse, un altro i fatti reali, come il segretissimo accordo con i cinesi per estrarre il petrolio infilando le trivelle nei santuari più vergini, e più protetti della natura, infischiandosene dei diritti delle popolazioni indigene. Il petrolio per Correa è necessario per il “benessere del suo popolo”. Peccato però che gli indigeni siano dei testoni poco disposti a dimenticare i tradimenti. Il “grande balzo in avanti” di Rafael Correa si è così infranto in violenti scontri di piazza, durissima repressione del suo popolo e in una pressoché totale censura della stampa d’opposizione (roba da far impallidire Erdogan). Ecco perché, personalmente, non credo che Rafael Correa sia un esempio da seguire. Ho girato questo documentario “Adelante petroleros – l’oro nero dell’Ecuador” proprio nel 2013. Abbiate almeno la pazienza di vederlo, poi giudicherete voi se la “Revolución Ciudadana” di Rafael Correa può essere un modello di riferimento e, soprattutto, di esportazione.
Maurizio Zaccaro

FILE N° 45

Lorenzo Zaccaro 21/03/1923 - 23/01/2017 Irma Loro 19/06/1923 - 4/05/2016

Lorenzo Zaccaro
21/03/1923 – 23/01/2017
Irma Loro
19/06/1923 – 4/05/2016

Pochi mesi dopo te ne sei andato anche tu. Solo l’altra sera quando ti sono venuto a trovare all’ospedale mi hai preso la mano, l’hai stretta forte come non mai e alla fine l’hai portata alle labbra per baciarla. Un gesto che in tutta la mia vita non avevo mai avuto da te. Ecco perché,  in quel preciso istante, avevo capito che era finita.  Mi è rimasta la catenina che avevi al collo. Dietro l’effige di Cristo, c’è scritto: Nei momenti di dolore e difficoltà siamo sempre con te. e sotto due nomi, quello della mamma e il mio. Una frase che arriva da molto lontano, forse quando ero ancora adolescente, chissà. Anche quella non l’avevo mai vista. Quindi, nel chiudersi della tua vita, mi sono arrivate informazioni inaspettate: quel bacio e la didascalia incisa nell’oro. Due cose che mi fanno sentire, anche se ormai sono un uomo adulto, ancora più orfano.

FILE N° 44

Degli sfruttati, dei poveri e soprattutto di chi si è tolto la vita perché incapace di far fronte ai debiti è ammesso parlare, a patto che lo si faccia di rado, giusto per sistemare la coscienza. Eppure sono ben 628 le persone che tra il 2012 e il 2015, in Italia, si sono tolte la vita perché incapaci di far fronte alle cartelle che venivano loro recapitate da parte di Equitalia. La maggior parte erano piccoli imprenditori, commercianti o semplici, onesti lavoratori.

In “Cronaca di una passione”, Fabrizio Cattani racconta la storia di due di loro, due coniugi sessantenni, gestori di una modesta trattoria del grossetano, che, a causa di una cartella esattoriale impossibile da saldare, decidono appunto di farla finita con una vita scandita giorno dopo giorno da un sistema fiscale (vedi Visco) che li sta letteralmente stritolando.

“Cronaca di una passione” è un piccolo film che racconta grandi cose, e lo fa con una grazia e una passione, appunto, ben rare nell’asfittico e ridanciano panorama del cinema italiano. Se fosse infatti un film belga, magari di Jean Pierre e Luc Dardenne sarebbe già nelle sale con una capillare distribuzione; invece è solo un film di Fabrizio Cattani e talmente indipendente da essere distribuito “porta a porta” dallo stesso regista per tutta l’Italia. Se capita quindi dalle vostre parti, ovunque abitiate, cercate di vederlo, magari anche solo per capire quanto “questa economia uccide” (parole nientemeno che di Papa Francesco), e quanto avremmo bisogno di cambiare le cose per tornare ad essere semplicemente uomini e non numeri di cartelle esattoriali. Il fatto che poi un tronfio Renzi si metta a cantare dall’Annunziata “Cucù Equitalia non c’è più” non solo è irrispettoso nei riguardi di quelle 628 persone che, come nel film di Fabrizio Cattani, si sono tolte la vita, ma è addirittura umiliante per tutti noi che le tasse le paghiamo sull’unghia, in silenzio, sapendo che se non c’è Equitalia ci sarà qualcosa di simile con un altro nome, e la storia continuerà come prima, se non peggio.

Lunga vita quindi a “Cronaca di una passione”, un film non solo necessario ma soprattutto sincero, dedicato a chi, in questo preciso momento storico ed economico, non vuole passare (come ha replicato l’Annunziata al Presidente del Consiglio) per imbecille.

Maurizio Zaccaro – 27 ottobre 2016

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FILE N° 43

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– Mi servono un po’ di soldi, me li “presti”?

– Perché?

– Per comprare una macchina da presa usata…

– E cosa te ne fai?

– I film, mamma…

– Ma funziona?

– Dovrebbe…

– Se lo dici tu… però non dirlo al babbo altrimenti ci ammazza tutti e due.

Un giorno di maggio, del 1976

Maurizio Zaccaro, maggio 2016

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FILE N° 42

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In questi primi giorni di marzo abbiamo cominciato la preparazione della seconda edizione del Montefeltro Film School Festival, in Italia l’unico Festival dedicato esclusivamente alle Scuole di Cinema. L’anno scorso, quando ho chiamato sul palco tutti i nostri ospiti, provenienti da una trentina di differenti Paesi, abbiamo vissuto un momento magico, soprattutto importante. Al di là di ogni frontiera e Stato, gli studenti delle più prestigiose scuole del Cinema del mondo si erano ritrovati nel cuore del Montefeltro, a Pennabilli, per conoscersi, scambiarsi opinioni, vedere e discutere insieme ad altri coetanei i propri lavori, magari anche imparare qualcosa dalle belle masterclass che abbiamo organizzato per loro.

Sono stati cinque giorni intensi, che ora stanno per ripetersi dal 19 al 23 luglio 2016. E quest’anno sarà ancora meglio dell’anno scorso: un grande evento internazionale denso d’incontri esclusivi, ottimi film e tanti giovani. Mi sono cari questi ragazzi perché vedo in loro la mia vita, riconosco nei loro sogni i miei sogni di un tempo, rivedo nelle loro Scuole la mia vecchia Scuola di Cinema e rivivo i tre anni che ho trascorso in quel posto fatiscente, ricavato da un fabbricato di ringhiera, in Via Campo Lodigiano, a Milano. In quella Scuola avevo trovato finalmente qualcosa che, giorno dopo giorno, mi motivava come nient’altro al mondo e, al tempo stesso, mi cambiava la vita, al punto che l’orario serale, dalle 19 alle 22, non mi bastava più. Tant’è che andai dal preside per chiedergli di poter frequentare la scuola anche di giorno, anche la mattina, anche senza professori. Mi bastava l’accesso alle moviole, alle macchine da presa, alle luci, ai teatri e a quel po’ di pellicola che si riusciva a raggranellare grazie alle donazioni di qualche casa di produzione. Dopo un’estenuante trattativa il preside accettò la proposta e la Civica divenne per me, e un manipolo di altri allievi, la nostra vera casa, non più una scuola. Il tutto in cambio di una piccola tassa da pagare annualmente, un’inezia davvero. Cosa che aveva permesso a me, e ad altri come me, le cui finanze familiari non erano certo brillanti, di “imparare il Cinema”.

Oggi invece ci sono Scuole di Cinema alle quali si può accedere, più che per proprio merito, solo se si ha la possibilità di pagare dai sei ai dodicimila euro l’anno. Come a dire che il cinema lo può studiare, e poi fare, solo chi se lo può permettere. Ma non è detto che essere ricchi voglia automaticamente dire (a parte rare eccezioni) avere talento anzi, il più delle volte è proprio il contrario. Un Festival di Scuole di Cinema come il Montefeltro Film School Festival serve anche a questo. Ad azzerare tutti gli aspetti economici e a credere unicamente nella qualità del lavoro di questi ragazzi, nella loro intelligenza (che poi è l’unico effetto speciale che possono permettersi), nella loro umiltà di giovani apprendisti. Il resto, l’arroganza tipica dei benestanti, non ci interessa; semplicemente perché da lì non nascerà mai quel cinema autentico, credibile e sincero, in poche parole tutt’altro che “furbo”, che tanto amiamo. Quel cinema, e lo si sa da tempo memorabile, può nascere solo da una scuola pubblica e gratuita, il cui accesso per selezione è garantito a tutti e la cui tassa d’iscrizione è calcolata sulla base della condizione economica del nucleo familiare dello studente. Esattamente com’era alla Civica di Milano, alla quale va tutto il mio affetto e la mia riconoscenza.

Studiare Cinema insomma, vuol dire avviarsi verso una professione che permetterà ai ragazzi di entrare nel mercato del lavoro con dignità. Certo, saranno dei free-lance e nessuno pagherà mai loro alcuna tredicesima, non avranno alcun benefit aziendale, né una liquidazione al termine del loro percorso professionale, e la pensione che alla fine otterranno sarà fra le più basse. Ecco perché dovranno lavorare sodo, senza paura, ovunque ci sia del lavoro. A tutti costoro non ho alcun consiglio pratico da dare se non ricordare una bella dichiarazione che Orson Welles fece a un giornalista del Saturday Evening Post, nel 1962: “Io sono un pendolare. Vado dove c’è del lavoro, come un raccoglitore di frutta. Tutto ciò di cui ho bisogno sono un sorriso d’incoraggiamento e una proposta, e arrivo subito, col primo aereo.” E pensare che all’epoca, Welles aveva già girato film come Quarto Potere, la Signora di Shanghai, Macbeth, Otello e L’Infernale Quinlan.

Maurizio Zaccaro

 

FILE N° 41

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Non mi interessa che, per non offendere Rohani in visita di stato in Italia, le statue dei musei capitolini siano state coperte da ridicoli pannelli di legno. Quello che più fa incazzare è il rimpallo di responsabilità, tipicamente italiano, fra governo e soprintendenza ai beni culturali. Tutti a fare il pesce in barile, tutti pronti a negare, a nascondersi dietro infantili scuse. Viva Rohani quindi, che ha messo ancora una volta in evidenza, a livello mondiale, la nostra cronica inadeguatezza a gestire situazioni che ad altri governi farebbero solo il solletico. Vedi per esempio la controversia fra lo steso Rohani e Hollande quando la delegazione della Repubblica islamica ha chiesto che non fosse presente vino in tavola durante il pasto, come accade ogni volta che Rohani si reca all’estero. Ebbene, i francesi non hanno messo le bottiglie di pregiato Chateau Latour dentro i sacchetti di carta come ai tempi del proibizionismo in America, ma si sono semplicemente limitati a spiegare che il vino in tavola è una tradizione tutta francese e repubblica.

Maurizio Zaccaro

 

FILE N° 40

In questa irrefrenabile, disarmante decadenza delle nostre società occidentali svolgo la mia professione, così come mi è stato insegnato, perché è una delle poche cose che so fare bene, almeno credo. Oggi, semplicemente sostituendo la parola teatro con cinema (o cinema per la tv, come meglio si crede) posso, senza vergogna, usare le stesse parole che Giorgio Strehler (Trieste, 14 agosto 1921 – Lugano, 25 dicembre 1997)  usò un tempo per definire il suo lavoro: “ …. niente di più socialmente inutile che il bruciare le proprie energie (che tanto necessarie forse sarebbero in campi più direttamente vitali – politica, scienza -), in qualcosa che nessuno aiuta, nessuno coinvolge, a nessuno – in fondo – veramente “parla”.

Maurizio Zaccaro

FILE N°39

La peste. Arnold Böcklin

La peste. Arnold Böcklin

“Colpevole di stregoneria ed esercizio di incantesimi”. Non è una sentenza della Santa Inquisizione del frate domenicano Bernardo Guy ma dei membri della Corte Islamica di Abu Bakr al Baghdadi che oggi, 14 dicembre 2015, nei pressi di Sirte in Libia, hanno decapitato  una giovane donna marocchina.*

Seicento anni fa, in nome di Dio la Santa Inquisizione depredava anime, coscienze, proprietà. Giustificava torture, violenze e genocidi.

Oggi, come allora, l’Isis depreda in nome di Allah, tortura i prigionieri per il solo piacere di torturare e decapitare, depreda le terre degli oppositori, confisca le loro proprietà. Questo è il metodo e l’insegnamento che le religioni, tutte, applicano da sempre nel mondo per detenere il potere economico, politico e militare. L’embrione del capitalismo è sempre lì, allora nel fine e nel metodo dell’Inquisizione, oggi nel delirio senza fine del Califfato che, col pretesto di convertire gli infedeli e i crociati è sempre più stolto e, appunto per questo, spietato e indifferente verso qualsiasi altra cultura.

*Fonte: Agenzia Lananews – Tripoli.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 38

Eugène Delacroix - La Liberté guidant le peuple

Eugène Delacroix – La Liberté guidant le peuple

Grande ingorgo nelle fogne francesi questa sera. Topi, ratti, pantegane, sorci muschiati e zoccole varie stanno tornando precipitosamente nel loro habitat naturale, dove oscurità e fetore regnano sovrani. Làggiù, nelle labirintiche condotte sotterrane, gli elementi più grossi vengono sempre a galla per cercare di dominare, non riuscendoci mai con il mondo di sopra, almeno quello di sotto. E’ la legge della natura, quella che ogni ratto ben conosce. Lo sostiene anche Indiana Jones:

Belloq: Che peccato che debba finire così tra noi due dopo tanti incontri stimolanti. In fondo mi dispiace. Dove troverò un nuovo avversario che riesca a stare al mio livello?

Indiana Jones: Perché non prova in qualche fogna?*

*Dal film “I predatori dell’Arca perduta”

Maurizio Zaccaro

 

FILE N°37

 

Penso che Manuel Valls abbia ragione. Se la stirpe dei Le Pen si imporrà, la Francia andrà incontro a un miserabile destino. Forse non sarà proprio una guerra civile come prospetta il primo ministro francese ma qualcosa di simile sicuramente sì. I francesi, quando s’incazzano, sono meno disposti di noi alla mediazione, alle chiacchiere futili, alla sopraffazione. E i Le Pen non vanno certo per il sottile. Nel loro illuminante programma al primo posto c’è la riduzione delle entrate dei musulmani in Francia, da 200.000 all’anno a 10.000. Espulsione immediata di tutti i clandestini.  Blocco del diritto a cure mediche gratuite per i clandestini. Le manifestazioni di supporto agli immigrati o antirazziste saranno proibite etc etc. Il cavallo di battaglia è quindi l’immigrazione. La guerra al diverso che genera populismo e odio: fascismo puro e dilagante. E l’altra parte della Francia dovrebbe stare zitta e buona?

Impossibile. Ecco perché Valls ha ragione da vendere.

Fra poche ore la Francia diventerà la cartina di tornasole dell’Europa dove, secondo l’organizzazione World Without Nazism esisterebbero attualmente già un migliaio di gruppi nazisti attivi e legati fra loro. Basta dare un’occhiata su internet per vedere la proliferazione dei “gruppi dell’odio” legati al nazismo che in certi casi, come in Ungheria con Jobbik, in Grecia con Alba Dorata, in Germania con il Partito Nazionale Democratico, e appunto in Francia con il Front National, assumono perfino la forma di veri partiti politici. Ed è a tutti costoro che ci si deve opporre. Con la consapevolezza che niente nasce dal nulla. Se da una parte c’è il Califfato Nero e dall’altra il Fascismo ancora più nero non può essere una coincidenza. Sarà quindi necessario lottare su due fronti che in questo momento, guarda un po’ il caso, sono palesemente alleati. Del resto non è la prima volta che l’ Islam fondamentalista abbraccia la svastica, né sarà l’ultima. Forse è un’analisi azzardata, di sicuro non è fantapolitica. Ecco perché oggi non è più tempo di brillanti battute tipo:” Io li odio i nazisti dell’Illinois” (The Blues Brothers, 1980). Invece, costi quel che costi, è sempre tempo di Resistenza. Su questo diciamo che ogni sincero antifascista è ben allenato.

Maurizio Zaccaro

FILE N°36

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Da aprile a oggi, dicembre 2015, sono passati nove mesi. Il tempo di gestazione di una nuova vita, identico al tempo necessario per portare alla luce un film. Dopo tanto lavoro, quella che prima era solo un’idea quasi impossibile ora è realtà. Da oggi, la storia di Angelo Vassallo, “Il sindaco pescatore”, esiste e fra non molto sarà vista da milioni di persone. Non mi chiedo cosa ne penserà la gente. So invece quello che ho fatto anzi, che abbiamo fatto, perché un film non è solo del regista ma di tutti quelli che hanno collaborato con lui. Una settantina di persone che hanno lavorato insieme giorno dopo giorno, dalla produzione all’organizzazione, dalla scrittura alle riprese, al montaggio e all’edizione, nel rispetto della storia e della indicibile sofferenza che ha creato la scomparsa di Angelo Vassallo in chi lo ha amato. Lo abbiamo fatto adattando, con quel pizzico di originalità necessaria e un po’ di libera immaginazione, una storia vera alla finzione. Lo abbiamo fatto partendo proprio dagli attori che interpretano personaggi che sono realmente esistiti, evitando di replicarli con dei sosia posticci ma, più semplicemente, di evocarli per quello che sono realmente stati.

Il nostro film, “Il sindaco pescatore”, si colloca esattamente qui, a metà strada, come dice il Manzoni, fra “il vero storico e il vero poetico, cioè di due tipi di vero, di due modi di rappresentare il vero e il verosimile” in modo da rendere una storia, pur complessa che sia, avvincente e comprensibile a tutti, in Italia ma anche nel mondo. Infine lo abbiamo fatto non per commemorare “un eroe” ma perché volevamo che Angelo Vassallo, cinque anni dopo il suo brutale assassinio, tornasse fra noi, così come era abituato a vivere, a muoversi nel suo Cilento. Volevamo ascoltare ancora le sue parole, i suoi racconti di “pescatore”, le sue provocazioni di “sindaco”, i suoi sogni di uomo del sud, le sue sonore risate e perché no, anche le sue incazzature dovute all’intangibile, quanto rara onestà di cittadino e amministratore pubblico. Ad Angelo Vassallo non interessava il potere personale o politico, si batteva invece, quotidianamente, per indicare la strada che ognuno di noi dovrebbe imboccare: quella del rispetto del prossimo, che non si concretizza solo nel non rubare o nel non ammazzare, ma anche nella consapevolezza e nella dignità dell’agire per la propria terra e per chi, dopo di noi, la abiterà.

Questo è quello che, in un tempo drammaticamente malato come il nostro, raccontiamo nel film affinché la speranza abbia ancora voce. E lo raccontiamo non solo per Angelo Vassallo ma per tutti i 143 amministratori pubblici, fra sindaci, assessori e consiglieri che dal 1973 a oggi * sono stati barbaramente uccisi durante i loro mandati perché si opponevano alle infiltrazioni mafiose nei loro Comuni.

* Dati della Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Marzo 2015

Maurizio Zaccaro

FILE N°35

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Tempo fa, mentre preparavo “Mafalda di Savoia”, ho letto un libro singolare, quanto importante non solo per il progetto al quale stavo lavorando. Un saggio storico scritto con grande acume e maestria da uno studioso americano, William Sheridan Allen: “Come si diventa nazisti”.

Racconta la storia di una cittadina di diecimila abitanti, Thalburg, che vive di commercio, ha poche e vecchie industrie e, nel volgere di un breve lustro che va dalla Repubblica di Weimar all’inizio del Terzo Reich (1930-1935), cambia totalmente volto legando così il suo destino a quello dell’intero popolo tedesco. Letto oggi, a poche ore dal clamoroso successo dei Le Pen in Francia, il libro di Allen sembra addirittura profetico. Con la sua trama composta da tante storie personali di quell’epoca che assomigliano drammaticamente alla nostra quotidianità di Europei nel nuovo millennio, “Come si diventa nazisti” non suggerisce il ritorno del nazismo. Esprime invece qualcosa che è perfino più inquietante: la distruzione della società civile e la fine della democrazia sono sempre possibili.

Oggi in Europa, come negli anni che hanno preceduto il nazismo, gli avversari della democrazia circolano indisturbati e numerosi tra noi. Purtroppo nessuno vede che stanno anche dentro di noi, nell’atavico conflitto, sia sociale che psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà.

Cercate questo libro. Al piacere storico della lettura si aggiunge purtroppo una sorta di incongruo fascino quando fra le sue pagine si ritrova, tale e quale, quello che sta vivendo la Francia oggi. I partiti di maggioranza screditati, l’elettorato in fuga da essi. Una crisi politica, economica e sociale che, giorno dopo giorno, tramortisce. L’attacco dei “Bastardi islamici” (Libero, 14/11/2015). Partiti fascisti e xenofobi, portatori di un’ideologia becera e miserabile, che sfruttano abilmente il terrorismo jihadista per catturare l’elettorato, soprattutto giovane e incolto. La lezione che arriva dalle pagine di Allen è fin troppo banale: democrazia e libertà sono beni che vanno coltivati e difesi, quindi se la nostra democrazia ci sembra imperfetta, dobbiamo lottare per migliorarla, non per distruggerla. L’alternativa affiora drammaticamente dal e nel presente: diventare nazisti senza nemmeno accorgersene. Poi tutto sprofonderà velocemente nel nero.

Dal libro di Allen al primo notiziario radiofonico di oggi, otto dicembre duemila e quindici, il nero diventa ancora più nero. Non solo in Francia ma addirittura dall’altra parte dell’oceano lo stravagante ma pericolosissimo Donald Trump dichiara che, se eletto alla Presidenza, vieterà l’ingresso negli Stati Uniti a tutti i musulmani del mondo. Certo è solo propaganda elettorale, né più né meno come quella di Marine Le Pen, ma, appunto per questo non andrebbero dimenticate le parole di Kurt Schumacher, deputato socialdemocratico, nel suo discorso al Reichstag del 23 febbraio 1932: “La propaganda nazista consiste tutta in un appello continuo a quanto vi è di brutale e sporco nell’uomo.“

Maurizio Zaccaro

FILE N°34

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Carlo Simi  (Viareggio, 7 novembre 1924 – Roma, 26 novembre 2000) è stato uno dei miei più importanti collaboratori. L’uomo, l’artista, l’artigiano del cinema che mi ha insegnato ad amare l’arte della scenografia più di chiunque altro. “Ti metto la donna di marmo sotto questa finestra ma ricordati di girare la scena dopo le 5, quando gli ultimi raggi del sole le daranno vita.”  Io, da buon regista esordiente, seguivo orologio alla mano le sue indicazioni: come potevo minimamente contraddire l’uomo che aveva creato i set di tutti i film di Sergio Leone? 

Ricordo il mio primo viaggio con Carlo, sul volo della TWA che ci portava in America per i sopralluoghi di “Dove comincia la notte”. Era il gennaio del 1991. Subito dopo il decollo, fra un gin-tonic e l’altro, Carlo racconta di Leone e di come, insieme, trovavano la soluzione ai problemi  produttivi che immancabilmente si verificavano durante la lavorazione della trilogia del dollaro e di tutti gli altri film: “Devi fare come Sergio, non ti devi mai far prendere dal panico anzi, più difficoltà ci sono e più uno s’allena a trovare la soluzione giusta. Le zampate di regia, le invenzioni più belle, nascono dai problemi…” Carlo era così: una miniera, un filone al quale attingere conoscenza e mestiere. Guardarlo lavorare era un piacere, ascoltare la sua voce che sembrava affiorare da un torrente sotterraneo dava i brividi, i suoi aneddoti spassosissimi donavano una contagiosa, sublime allegria a tutta la troupe.

Molte di queste cose sono raccontate nel bellissimo libro di Christopher Frayling “Danzando con la morte”, accurata biografia di Sergio Leone che consiglio vivamente a chi ama il cinema, quel Cinema.  Ancora oggi non c’è film che io realizzi senza tenere conto dei consigli e delle geniali invenzioni del mio amico architetto, come gli piaceva essere chiamato. Così facendo, quando mi vedo balenare davanti agli occhi il ciak, è come se sentissi ancora le sue parole: “Ogni volta che stai per battere un ciak pensa che quell’inquadratura deve fare spettacolo, non deve rompere li cojoni…”

Maurizio Zaccaro

 

FILE N° 33

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Provate a chiedervi che voce ha il mondo. Pensateci un attimo. Più del settanta per cento del nostro pianeta è ricoperto d’acqua quindi la risposta può essere una sola: la voce del mare. Una voce possente, che chiede non solo rispetto ma anche l’amicizia dell’umanità. Depredato, umiliato, martoriato e assediato, oggi il mare urla ancora più forte.

“Rispettare il mare con tutti i suoi frutti” amava ripetere Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, il Sindaco Pescatore.

Avrei preferito non girarlo questo film. Avrei preferito incontrare Angelo di persona, ascoltarlo e amarlo da vivo, ma sono arrivato tardi purtroppo. Cinque anni fa nove colpi di pistola hanno zittito perfino il mare. Nove colpi per spegnere la vita di un uomo che era riuscito a trasformare non solo il suo paese, Acciaroli, ma tutto il Cilento in un’oasi di bellezza e rispetto, per l’ambiente e per chi ci vive.

Un Sindaco non deve soltanto pensare allo sviluppo del territorio, dare dei buoni depuratori, dare una buona assistenza scolastica, deve anche pensare alla salute dei cittadini. Noi Amministratori siamo come missionari e lo facciamo con amore perché ci crediamo…”

Angelo Vassallo aveva ben chiaro il concetto di comunità, per questo aveva scelto di dedicare tutta l’esistenza alla sua terra e al suo mare. L’ha fatto come andava fatto: con il coraggio tipico degli uomini di mare, spiriti liberi per natura. Così, prima di affrontare questo lavoro, ho pensato proprio a loro, agli spiriti liberi di ogni luogo, tempo, colore, alle loro lotte, ai loro sogni e, come spesso è accaduto, al loro sacrificio. Perché uno spirito libero da fastidio, inquieta e adombra tutti gli altri, quelli che Friedrich Nietzsche definisce acutamente “spiriti vincolati”:

“Lo spirito libero è l’eccezione, gli spiriti vincolati sono la regola; questi ultimi gli rimproverano che i suoi liberi princìpi trovino origine nella sua smania di farsi notare, oppure addirittura che facciano pensare ad azioni libere, cioè ad azioni che sono incompatibili con la morale vincolata. Talvolta si dice anche che questi o quei liberi princìpi sono da attribuire a stramberia o a esaltazione della mente; ma così parla solo una malignità, che non crede a ciò che dice, ma vorrebbe, in tal modo, nuocere.”

“Nuocere” magari fino alle estreme conseguenze, e così è stato. Tant’è che oggi, nonostante le indagini a tutto campo continuino senza sosta da cinque anni, ancora non si conosce né il mandante né il movente dell’omicidio.

Durante la preparazione del film ho visto decine e decine di documenti originali, perfino il video appena girato poche ore dopo l’esecuzione. Perché di questo si tratta, non di un semplice omicidio. Tutti i miei collaboratori sanno quanto io detesti il posticcio delle ricostruzioni scenografiche. Qui, nel rispetto di questo straordinario spirito libero che era Angelo Vassallo, ho voluto fortemente realizzare il film nei luoghi originali, arrivando quasi all’esasperazione della realtà. I set sono quindi autentici, dal peschereccio, il suo, che aveva chiamato ”Internazionale”, alla casa dove viveva con Angelina, Antonio e Giusy e i suoi amati cani. Da lassù, come ben si può vedere nel film, Angelo poteva ammirare tutto il suo paese e soprattutto il mare sconfinato. Quell’ambiente, quella famiglia, i racconti degli amici più cari di Angelo, mi hanno infine suggerito la chiave giusta per raccontare una storia così drammatica: la leggerezza. Perché Angelo Vassallo era così, un uomo pulito e leggero, senza tanti grilli per la testa se non un senso del dovere civico davvero unico, che ha fatto di quel territorio uno straordinario avamposto della legalità.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 32

Giulio Romano. Battaglia con elefanti da guerra.

Giulio Romano. Battaglia con elefanti da guerra.

Scrive Umberto Eco: “Gli uomini si sono sempre massacrati per un libro: la Bibbia contro il Corano, il Vangelo contro la Bibbia eccetera. Le grandi guerre sono state scatenate dalle religioni monoteiste per un libro. Ha mai visto degli animisti che hanno tentato di conquistare il mondo con le armi? Sono le religioni del libro a provocare le guerre per imporre l’idea contenuta nei loro testi. Le guerre pagane, tutto sommato, erano sempre locali. Forse un po’ i Romani… Ma i Cartaginesi hanno combattuto per ragioni commerciali, non per imporre il culto di Astarte…”

Posso solo aggiungere che quando gli uomini  combattono, quando imbracciano armi e lanciano granate, quando uccidono e massacrano altri uomini, lo fanno consapevoli che il nemico è a sua volta armato, determinato a fare altrettanto. Questa è la guerra.

La barbarie, parente stretta del nazismo più feroce, è invece un’altra cosa. Viene compiuta da manipoli di codardi (sedicenti musulmani che con la millenaria e nobile cultura islamica non hanno nulla a che vedere o spartire) che imbracciano armi e lanciano granate non solo contro chi è disarmato, ma addirittura coinvolto in pacifiche attività, come assistere a una partita di calcio, oppure a un concerto.

Ma a che servono queste parole, oggi? A un bel niente. Non hanno alcun significato se non esternare la propria incazzatura contro chi ha ottenebrato le menti dei carnefici (giovani quanto le loro vittime) facendo credere loro che quello che c’è sulla Terra non è niente in confronto alle gioie che si possono trovare in Paradiso dopo il “martirio”, quaranta bellissime e caste vergini comprese.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 31

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Babar Baloch, portavoce dell’Agenzia ONU per i rifugiati che da settimane si trova nei Balcani, ha confermato una teoria che diversi giornalisti che si occupano di migranti hanno avanzato nei giorni scorsi: che cioè il flusso verso l’Europa non sta ancora diminuendo, come invece accade ogni anno con l’arrivo dell’inverno e del cattivo tempo. Baloch ha spiegato che ogni giorno stanno arrivando circa settemila persone nei Balcani dalla Grecia, e che «è difficile prevedere ora se e quando il numero dei rifugiati che stanno arrivando in Europa è destinato a scendere.

Come può un portavoce dell’Unchr pensare davvero che l’ondata migratoria verso l’Europa possa scendere? Le migrazioni nel Mediterraneo e attraverso i Balcani, che per il momento rappresentano soltanto un grave problema umanitario, continueranno a crescere a livelli esponenziali fino a divenire un serio problema economico per tutti gli Stati dell’Unione Europea. Le irrisorie decisioni di affondare i barconi dei trafficanti, o peggio, di erigere come se nulla fosse chilometrici reticolati di filo spinato, non serviranno proprio a niente, anzi. Prepariamoci a vivere quindi disordini fino a ieri inimmaginabili e magari domandiamoci perché succede tutto ciò. Chi sono i grandi burattinai che muovono milioni di persone verso nord? Cerchiamo insomma di comprendere la realtà. L’Europa è un mercato immenso, indispensabile all’economia sempre più feroce delle grandi potenze del mondo. Un continente da tutelare quindi ma anche da confondere imponendo il caos totale. Per loro l’Europa non può e non deve essere competitiva, perciò più i suoi territori saranno sconvolti da ondate migratorie “bibliche” e minore sarà la sua forza. Fanta-politica? Forse. Una cosa però è certa: gli europei dovrebbero quantomeno tentare di trasformare il “caos totale” in un “caos costruttivo”. Cominciando dall’abbattimento di ogni frontiera. A quel punto i burattinai rimarrebbero senza più fili da muovere.

Maurizio Zaccaro

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“Un tale torna a casa dal college e trova la madre a letto con lo zio; c’è pure un fantasma che si aggira nei dintorni. Scrivilo bene ed è Amleto, scrivilo male ed è una soap opera.”

Stampato a caratteri cubitali, incorniciato e strategicamente posizionato su una mensola ad altezza d’occhio, questo aforisma di Lorne Michaels, produttore canadese, fa bella mostra di sé alle spalle di un suo noto collega romano, in modo che gli sceneggiatori da lui convocati per discutere i progetti non possano fare a meno di leggerlo.

Ma cosa vuol dire “scrivere bene” una sceneggiatura? Per i produttori la risposta è elementare: tenere ben presente il gusto del pubblico e quindi del mercato. Secondo gli autori invece è il tentativo d’essere quantomeno originali, innovativi nelle trame. Altre regole non ci sono. Come non esistono scuole che possono insegnare questo mestiere, a meno che nel corpo docenti non ci siano personaggi come David Mamet o Lawrence Kasdan .

Una sceneggiatura non è un romanzo ma non è nemmeno, per il momento, un film. E’ qualcosa che sta esattamente in mezzo, in quella no man’s land che a volte si chiama ”cassetto”. Ci sono sceneggiature che stanno lì per anni, anche decenni, per poi trasformarsi d’improvviso in immagini, magari anche in un’opera d’arte (Il pranzo di Babette di Gabriel Axel e Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick per esempio, realizzate dopo quasi vent’anni di gestazione) e altre che invece muoiono così: semi sterili, idee rimaste in embrione, come ibernate per un viaggio interstellare che non troverà mai alcun approdo.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 29

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“Poteva accadere.
 Doveva accadere.
 E’ accaduto prima. Dopo.
 Più vicino. Più lontano. E’ accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
 Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
 Perché da solo. Perché la gente.
 Perché a sinistra. Perché a destra.…”

“La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo. 
Ascolta 
come mi batte forte il tuo cuore…”

Sono due frammenti di “Ogni caso” di Wislawa Szymborska che oggi, nei giorni in cui in Polonia si urla di gioia per l’affermazione dell’ultra-destra antieuropea, si starà sicuramente rivoltando nella tomba.

Ora, c’è da scommetterci, in occasione della festività nazionale dell’11 novembre, anniversario della nascita, nel 1918, della Prima Repubblica Polacca, spirerà ancora più forte il vento xenofobo che rischia d’infettare il resto d’Europa.

Nelle strade e dai balconi sventoleranno le bandiere dai colori settecenteschi dell’Unione Polacco-Lituana che avevano come simbolo l’aquila d’argento bianca incoronata, chiaro riferimento al medievale Regno di Polonia. Sull’onda dell’intolleranza e del fanatismo nazionalista, altri muri verranno presto eretti a difesa dei “sacri confini”.

D’ora in poi, per chi vorrà viaggiare in sicurezza in Polonia, è consigliabile partecipare attivamente alle feste dei pescatori del Baltico, o a quelle dei minatori in Slesia, fare un grande pellegrinaggio Pasquale al santuario di Częstochowa e, soprattutto, tenere in una mano un’icona della Sacra Famiglia e nell’altra un migrante impalato su un bastone scolpito.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 28

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John Berger, scrittore, pittore e critico d’arte britannico ha ottantotto anni e una mente straordinariamente lucida come raramente capita d’avere a quell’età. Di se stesso dice: “Non chiamatemi romanziere, racconto solo storie…” . Al di là delle storie che racconta, Berger ha recentemente inviato una lettera aperta al mondo spiegando mirabilmente il sottile rapporto fra Beethoven e l’Intifada palestinese:

“Il concerto per pianoforte e orchestra n. 5 di Beethoven evoca una felicità che è quasi senza limiti e che, proprio per questo, né lui né noi possiamo possedere. Il concerto fu detto l’Imperatore. Ci porta a un orizzonte di felicità che non possiamo valicare. Oggi lo mando agli studenti palestinesi che stanno dimostrando al checkpoint di Beit El, all’entrata di Ramallah. Anch’essi sono ispirati da una visione della felicità che nelle loro vite non sono in grado di conoscere. Mando loro il concerto perché lo usino come arma nella lotta contro gli israeliani che occupano e colonizzano la loro terra. Beethoven approva. La politica gli sta molto a cuore. La sua terza sinfonia, l’Eroica, fu ispirata da Napoleone quando ancora era un combattente per la libertà e prima che diventasse un tiranno. Per un giorno cambiamo nome all’Imperatore e chiamiamolo: concerto per pianoforte e orchestra n. 5, l’Intifada”.

Come non dargli ragione dopo aver visto il video dell’aggressione brutale e gratuita da parte dei militari israeliani ad un giovane lavoratore palestinese che, estraneo a quello che succede in strada, continua il suo lavoro trasportando pacchi di carta igienica, non bottiglie molotov, nel suo angusto magazzino. Se questo vuol dire “mantenere l’ordine” allora significa che di Israele mi sfugge ancora qualcosa. A questo punto, non mi resta che mettere su il Cd del concerto di Beethoven, chiudere gli occhi e, fra le note, percepire i sibili secchi delle fionde.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 27

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L’articolo 6 del Trattato dell’Unione Europea in vigore recita: “L’Unione si fonda sui princìpi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e dello stato di diritto, princìpi che sono comuni agli Stati membri”.

Non sono affermazioni vaghe e generiche, ma norme ben definite cui tutti i paesi dell’Unione debbono adeguare le proprie leggi e le proprie politiche. Eppure tutti zitti, magari anche compiacenti di fronte alle ripetute e gravi violazioni compiute in questi anni dal governo Orban, dalle limitazioni del diritto di stampa, alle leggi sulla televisione, passando per le reiterate discriminazioni contro i Rom, fino allo sconcertante quanto incivile muro di filo spinato a difesa degli “inviolabili confini ungheresi”.

L’ultimo film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati” si apre con una devastante influenza che viene dai Balcani: “Tutti i mali vengono dai Balcani” dice un ufficiale mentre fa rapporto al Maggiore. E il male è una febbre feroce che toglie tutte le energie ai soldati e semina, dentro chi ne è colpito, deliri dai quali non sarà più risanato. Nel futuro ungherese difficilmente torneranno i prati. Di verde, da quelle parti, per ora si intravede solo il colore delle camice delle mortifere Croci Frecciate, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy. Il fascismo, si sa, è una brutta bestia, che gira il mondo e non si ferma mai. Come la Guerra del film di Olmi.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 26

Avevo pensato di scrivere un semplice no-comment a questa clip girata con l’i-phone, ma sarebbe stato troppo poco. Non è la scritta su un muro a inquietare bensì tutto l’insieme. Il degrado ambientale che assedia Roma, che la rende sempre più brutta e invivibile, viaggia ormai di pari passo con la crescente intolleranza dei suoi cittadini. Hai voglia a dire ma chi se ne frega di una scritta sul muro, tanto chi la legge.

Non è così che si può salvare, anche se con lentezza e difficoltà, una società sempre più in declino, abbandonata a se stessa. Lo si fa anche curando l’ambiente per renderlo frequentabile e sicuro. Lo si fa soprattutto cancellando le infamie razziste scritte sui muri delle nostre città.

“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli”. Chi l’ha detto? Martin Luther King.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 25

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Ricordo un incontro casuale una mattina di trent’anni fa, al bar Zucca di Via Orefici, a Milano. Enzo Tortora, un pacco di giornali sottobraccio, ordina cappuccino e briosche, io altrettanto. Le nostre mani si sfiorano attorno al cucchiaio della zuccheriera. Un sorriso gentile: “ Prego, prego…”  dice. Gli sguardi s’incrociano. L’uomo famoso, amato dal pubblico televisivo, e lo studente della Scuola di Cinema: lo stesso che circa vent’anni dopo realizzerà un film sulla sua triste vicenda giudiziaria.

Mi piace pensare che quell’ incontro non sia stato poi così casuale. Tortora non poteva immaginare cosa sarebbe successo da lì a poco, eppure il destino aveva già ordito la sua trama alla quale io, come regista, mi sarei sottratto volentieri. Infatti, se non fosse successo nulla, quel film non l’avrei mai fatto e Tortora sarebbe probabilmente ancora tra noi a godersi la vita, le sue figlie, i suoi nipoti. E invece Un uomo perbene esiste. Come tutte le cose umane può essere imperfetto ma racconta con precisione e onestà quello Tortora ha vissuto e sofferto nelle aule dei tribunali, nelle procure, nelle caserme dei carabinieri, nelle carceri.

Scrivere e poi dirigere Un uomo perbene non è stato facile. Ricordo lunghe notti di lavoro passate, con lo sceneggiatore Umberto Contarello, fra libri, atti processuali, documenti, registrazioni audio dei processi. Un giorno, in questo mare sterminato che formava la nostra piattaforma di studio, ecco spuntare la cassetta di una trasmissione fatta ad Antenna Tre Lombardia, in occasione del compleanno di Tortora allora detenuto nel carcere di Bergamo. Parlano i suoi amici più intimi fra i quali si riconoscono Pogliotti, Gigi Marsico e Piero Angela. Guardiamo le immagini, ascoltiamo i racconti: peccato che questa trasmissione non l’abbia vista chi – pensiamo – nell’Italia di allora, nutriva assolute certezze sulla colpevolezza di Enzo Tortora, peccato che non l’abbiano vista i giornalisti, i fotoreporter, i caporedattori che quotidianamente lo sbattevano in prima pagina, peccato infine che non l’abbiano vista gli inquirenti al lavoro alla Procura di Napoli. In quella cassetta, che ancora custodisco come una reliquia, gli amici, con le voci a volte rotte dall’emozione, raccontano di un Tortora sconosciuto, abitudinario, quasi pantofolaio, tutt’altro che inquieto, tutt’altro che quel famigerato Dottor Jeckyll e Mr. Hide presentato, manette ai polsi, ad ogni telegiornale di quella tremenda estate del 1983. Racconto ad Umberto quel mio casuale incontro con Tortora e aggiungo “…alla luce di quello che stiamo leggendo vorrei avere la macchina del tempo e tornare là, in quel bar di Milano, per dirgli – Signor Tortora… facciamo in modo di non fare questo film…- Lui, imperturbabile come sempre, sorseggiando il suo cappuccino e citando il Duca di Gloucester nell’Enrico VI,  avrebbe risposto: “Prima di essere accusato devo essere in colpa, e se i miei nemici fossero venti volte più numerosi, e se ciascuno di essi avesse una potenza venti volte superiore, non potrebbero farmi nulla di male, finché continuerò ad essere sincero, leale, innocente.”

Maurizio Zaccaro

FILE N° 24

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Ho molti cari amici musulmani, fortemente credenti e praticanti, per questo non temo l’Islam. Frequentandoli, lavorandoci insieme, è lampante il fatto che per sua natura, l’Islam non è assolutamente violento o antidemocratico come molti lo dipingono sull’onda dei sanguinosi successi dello Stato Islamico. “Un fondamentalismo che deturpa la vera fede in Allah” mi ha detto un giorno Said, che viene da Tetouan, in Marocco. Un’altra volta mi ha raccontato invece cosa è l’Isis, come riesce a far proseliti fra i giovani, disorientati dalla mancanza di lavoro, dalla miseria morale e materiale che attanaglia da decenni Siria, Iraq, Libia e altri stati della regione.

Ascoltare Said fa riflettere sulle responsabilità del nostro mondo, il più delle volte indifferente alla sofferenza e al disagio degli immigrati che popolano le nostre città. Ascoltare Said, magari mentre mangi uno straordinario couscous alle verdure cucinato da Malika, sua moglie, mette sempre di buon umore nonostante gli argomenti discussi siano sempre bollenti:

“Non ci vuole poi molto a sconfiggere i Daesh” dice Said “Si sono costruiti quest’immagine di invincibili perché hanno azzerato l’esercito iracheno, ma è successo non per la loro abilità strategica, ma perché fra gli iracheni dilagava la corruzione e i generali prendevano soldi per fuggire dal campo di battaglia e lasciare i soldati da soli. Il risultato è che lo Stato Islamico è apparso più forte di quanto sia realmente ma nessuno ci crede…”                                                                                                                           “E allora, cosa bisogna fare?” chiedo perplesso. Said abbozza un’espressione sorniona: “Il genere umano si divide in tre classi: gli inamovibili, quelli che sono mossi, e quelli che si muovono…”  Con questo aveva detto tutto. Era arrivato il momento di un bicchiere di tè alla menta.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 23

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In questi anni, molte persone mi hanno chiesto il Dvd del documentario che ho realizzato nel 2009 sulla storia del Piccolo Teatro di Milano il cui titolo era appunto,  “Il Piccolo”. Prodotto nel 2009 da Rai Cinema e Casanova Entertainment, proiettato un’unica volta al Festival di Venezia dello stesso anno e poi misteriosamente ignorato da tutti, scomparso nel nulla, mai distribuito, mai pubblicato in Dvd, andato in onda una volta sola, credo su Rai Tre in orario improbabile. Peccato che sia costato fatica e denaro. La fatica e’ un fattore personale, passa. Il denaro invece era pubblico.

Credo che il Dvd del film non sia mai stato pubblicato perché, nonostante le belle critiche ricevute e l’apprezzamento del pubblico, alla fine è stato inghiottito dall’oblio creato ad arte da chi non l’ha amato. Ricordo la turbolenta proiezione in moviola a film appena ultimato. A vederlo c’era la dirigenza del Piccolo che, ad ogni inquadratura storceva la bocca perché Paolo Grassi e Giorgio Strehler erano “troppo presenti” mentre la gestione contemporanea lo era molto meno. Anche se non era proprio così, fui perfino invitato a cambiare il titolo del film, da “Il Piccolo” a “Per un teatro umano” (famoso saggio di Strehler sul fare teatro). Poi uno si stupisce perché, nel fornitissimo Book-Shop del Piccolo, in via Rovello a Milano, il Dvd che racconta la storia di quel prestigioso teatro non esiste proprio. In compenso lo potete trovare su You Tube, o su questo sito. Per quanto mi riguarda, di quell’esperienza restano indimenticabili i giorni passati con gli attori storici del Piccolo e con Luca Ronconi, che dopo aver visto il film mi disse semplicemente “… mi ha commosso.”

Maurizio Zaccaro

FILE N° 22

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28 morti. Più di 500 feriti, molti in modo gravissimo. L’attentato più grave e scellerato nella storia della Turchia moderna. Lo Stato dice che i responsabili degli attentati di Ankara sono i miliziani dell’Isis. Secondo i leader curdi i veri assassini appartengono ad un’altra forza ancora: i servizi segreti deviati in collaborazione con gli estremisti di destra vicini al governo islamico e conservatore del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Ma va? Che abbiano ragione loro? L’Isis normalmente rivendica i suoi attacchi quasi in tempo reale. Qui invece, dopo giorni, tace ancora. Sappiamo molto bene in Italia che dietro la strategia del terrore non c’è mai nessuno. Tutti innocenti come sempre. I morti turchi e le loro famiglie aspetteranno invano una giustizia che non arriverà mai, perché il terrore fa leva proprio sulla sofferenza umana.

Il terrore è l’essenza stessa del potere. E il potere va di pari passo con la più grande invenzione di tutti i tempi, grazie alla quale monopolizzare il profitto: la religione. Peccato che sia un’invenzione imperfetta, un po’ sghemba, perché la religione ha tante teste, in lotta eterna fra di loro. Ognuna vuole essere l’unica voce di Dio sulla terra e, per farsi sentire meglio, usa il tritolo.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 21

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Lo so, arrivo in ritardo, ma dopo aver casualmente scoperto lo scambio di battute fra il gruppo musicale dei 99 Posse e Matteo Salvini, il mio umore, grazie alla risata che ho fatto, è subito cambiato in meglio. Ci voleva. Non a caso Malcolm de Chazal, ironico artista mauriziano, ricorda che: “La risata è il miglior disinfettante del fegato”. 

Il 14 agosto, Salvini scrive sulla sua pagina di Facebook, seguita da 1.099.814 simpatizzanti:

“Pagina dei 99 Posse di Facebook, uno spasso. Stiamo preparando qualche querela per insulti e minacce di vario tipo, così riusciremo a dare un po’ di soldi in beneficienza. Grazie ragazzi!”

Risposta dei 99 Posse:

“Salvini, tieni un po’ di soldi da parte per un vocabolario: beneficenza si scrive senza la “i”, con la “i” si scrive DEFICIENTE”

Al di là di questo, Salvini, commentando la recente sospensione del trattato di Dublino da parte dell’Ungheria, ha anche dichiarato: “Il Governo ungherese blocca l’ingresso degli immigrati per difendere i suoi cittadini. La barca è piena. Vorrei essere ungherese”.

L’italiano è una lingua scivolosa, piena zeppa di trappole grammaticali. Forse con l’ungherese, idioma notoriamente semplice, Salvini potrebbe evitare certe “sviste”.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 20

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La vicenda della costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione ha visto, negli ultimi mesi, un’offensiva senza precedenti contro il Movimento No Tav sul piano mediatico e, soprattutto, su quello giudiziario. A cominciare dal farsesco processo allo scrittore Erri De Luca, reo di aver pubblicamente dichiarato che “la Tav va sabotata”.

Per questa frase, intesa come istigazione a delinquere, il Pubblico Ministero Antonio Rinaudo ha chiesto ben otto mesi di reclusione per l’imputato. Senza arrivare alla provocazione di De Luca, perché solo di questo si tratta e non di vera istigazione a delinquere, ricordo, per chi ancora crede nel progetto TAV, un’antica storiella uzbeka:

“Un mattino di molti secoli fa il più valoroso militare del regno, passeggiando per il mercato di Samarra, incontrò lo spettro della Morte che lo guardava in modo strano, minaccioso. A vedere ciò il soldato, colto dallo sgomento nell’aver incrociato tanto presto lo sguardo con la morte si recò dal suo sovrano, chiedendogli aiuto. Il sovrano decise di donargli una cavalla bianca, la sua favorita, “Figlia del lampo”, la cui velocità avrebbe assicurato al soldato una rapida fuga in terre lontane, garantendogli la salvezza dalla morte imminente. Il militare saltò subito in sella e grazie a “Figlia del lampo” poté correre via fino alla città di Samarcanda, luogo che raggiunse in serata, credendosi ormai sicuro, tanto la cavalla lo aveva portato lontano rapidamente. Tempo dopo accadde che il Re in persona incontrò lo spettro della Morte e chiedendogli spiegazioni sul presagio del suo soldato, questa gli rispose che si era semplicemente stupita nell’averlo visto al mattino ancora al marcato di Samarra, poiché lo aspettava più tardi, in serata, nella lontana città di Samarcanda”.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 19

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Quasi ogni sera, mentre al tg passano le immagini del parlamento italiano, mi viene un travaso di bile. Senza fare del populismo fine a se stesso non ho paura a dire che la maggior parte dei 945 parlamentari (di cui 630 deputati e 315 senatori) non è degna di essere chiamata “onorevole”. Un parlamento italiano così becero come raramente si è visto umilia la Nazione, la ridicolizza nel mondo e, soprattutto, mina in modo irreversibile la già scarsa fiducia che il popolo nutre per le Istituzioni. Siamo a ottobre. Un buon mese per cambiare le cose e chiudere i conti con questi ignobili personaggi (di qualsiasi colore politico essi siamo) inadeguati, incapaci di legiferare e governare una Nazione, terribilmente volgari, irrispettosi nei confronti di chi crede ancora nel valore delle urne, ormai sempre più scientemente disertate. ”Lo Stato è come la religione, vale se la gente ci crede” , parole di Errico Malatesta. Oggi, guardando il nostro parlamento, i gesti dei nostri deputati e senatori, ascoltando le loro urla da talk show televisivo, come si fa ancora a credere in questo Stato?

Maurizio Zaccaro

FILE N° 18

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L’invito della Cineteca Nazionale è quello di scrivere qualche riga su Augusto Tretti perché “tu lo conoscevi bene, meglio di chiunque altro”. Come se fosse semplice scrivere di Augusto, ora che non c’è più. Penso alla sua immensa residenza a Conferazene, una frazione di Lazise del Garda. Augusto ha passato lì quasi tutta la sua esistenza, ma non solo. E’ lì, o più o meno i quei dintorni, che ha girato i suoi tre unici ma indimenticabili film, da “La legge della tromba”, a “Il Potere”, fino a “Alcool” e, poco lontano, ma sempre fra Verona e il lago, il tv-movie “Mediatori e Carrozze”.

Camminando per il parco, oppure per le stanze di quella grande, antica casa, meditava i nuovi progetti che voleva realizzare senza perdere tempo a Roma: “…senza elemosinare finanziamenti dai funzionari perché tanto se voglio un altro film lo faccio anche domani, vado da un mercante di maiali e i soldi li trovo…”. Quante volte mi ha raccontato la trama di quello che sarebbe davvero potuto essere il suo capolavoro e invece è rimasto solo un sogno. “Io non sono adatto per raccontare storie d’amore, mi imbarazza. Vado bene invece per un film di guerra, una battaglia navale…” diceva scherzando, ma non troppo. E la battaglia navale era già lì pronta, almeno nei suoi appunti. Voleva fare, a suo modo s’intende, nientemeno che “La battaglia di Lissa”, che avrebbe ambientato nelle acque del suo amato lago di Garda invece che nell’Adriatico dove era realmente avvenuta nel 1866: “Perché sul lago hanno girato anche tanti film di pirati… hai mai sentito parlare della Bertolazzi Film?”

Tretti era così, un visionario totale, naif certo, ma anche un surrealista d’antan.

Ricordo quando abbiamo girato Alcool (1979). Il film aveva per interpreti degli alcolizzati veri che creavano guai di ogni genere perché spesso arrivano sul set completamente brilli, o non arrivavo per niente. Augusto andava comunque avanti inventandosi lì per lì scene esilaranti e grottesche, realizzate in francescana povertà. Le visioni del giovane protagonista in preda al delirium tremens, per esempio, fatte di ragni e scarafaggi finti, acquistati all’ultimo minuto in qualche cartoleria dalle rimanenze di carnevale. Animaletti di plastica che lui stesso muoveva con il filo da pesca o soffiandogli sopra, o spingendoli col dito fuori da un buco nel muro. Quello che contava non era la credibilità della scena ma soprattutto la sua straniante, brechtiana provocazione.

“Brecht mi ha insegnato come dire le cose, come farle, per non far identificare il pubblico nella trama ma piuttosto per indurlo a pensare o a riflettere su quello che vede e che, in quel preciso momento, gli è estraneo.”

Ecco perché è sempre stato impossibile collocare Augusto sotto un colore, una sigla politica. Amava definirsi anarchico, ma di linea veronese. “Cosa intendi per linea veronese?” gli avevo chiesto un giorno. Lui, candidamente, aveva risposto: “Così… un po’ folle, matto.”

Oggi sono passati più di trent’anni da quelle parole e due sono già trascorsi da quel giorno d’inizio giugno in cui i suoi occhi si sono chiusi per sempre, lasciando il nostro cinema orfano di uno dei suoi più grandi, incompresi talenti. Non a caso Federico Fellini disse di lui: “Dò un consiglio a tutti i miei amici produttori: acchiappate Tretti. Fategli firmare subito un contratto e lasciategli girare tutto quello che gli passa per la testa. Soprattutto non tentate di fargli riacquistare la ragione. Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano.”

Maurizio Zaccaro

FILE N° 17

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A volte ci si imbatte in libri sconosciuti, per niente pubblicizzati, quanto straordinari. E’ il caso dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, scrittore americano, nato 45 anni fa a Boston. Il titolo, ispirato da una citazione biblica tratta dal libro del profeta Zaccaria, è lungo, magari poco accattivante, ma sicuramente efficace: “I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?”

Scritto interamente in forma di dialogo fra i protagonisti, meglio delle sceneggiature di tanti film, il libro scandaglia le scottanti tematiche di un mondo sempre più avviato verso un inquietante declino: l’etica personale, il ruolo di chi diventa famoso e il rapporto con il proprio pubblico (Misery non deve morire di Stephen King, pubblicato nel 1987, è stato un ottimo precursore), i followers ossessivi e i fans psicopatici, le conseguenze a volte devastanti delle proprie azioni, le responsabilità sociali e, soprattutto, ora che tutti i sogni riposti in questa società sono svaniti,  il diritto all’oblio.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 16

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“La terra non solo è un bene comune, ma è la nostra natura”. Ha dichiarato tempo fa Carlo Petrini, patron di Slow Food, che in un convegno fiorentino ha ripetutamente citato la Costituzione dell’Ecuador come esempio di progresso e speranza. Ed è vero, in Ecuador, è stato inserito nella Costituzione un articolo specifico dove il nome della Pacha Mama (dalla lingua quechua: Madre Terra) viene posto in riferimento ineludibile alla sovranità territoriale, a difesa della biodiversità e della natura; facendo intendere che con ciò gli ecuadoriani hanno compreso la necessità fondamentale di essere lungimiranti sulle scelte ambientali del proprio territorio.

Purtroppo quello che ho visto, constatato e documentato girando nel cuore della foresta pluviale ecuadoriana fa affiorare uno scenario completamente diverso da quello propagandato dalla Costituzione dell’Ecuador. In questo viaggio, sono stati molti gli incontri con chi si oppone al disastro annunciato dal Presidente Rafael Correa, che, nonostante le belle parole della Costituzione, ha dichiarato concluso il progetto Yasunì ITT, istituito sei anni prima per proteggere uno dei luoghi a più alta biodiversità del pianeta dall’aggressione delle compagnie petrolifere: il parco nazionale dello Yasunì.

Quello che sta accadendo in Ecuador (distruzione dell’ambiente locale e l’estinzione totale delle nazioni indigene che hanno nella foresta pluviale il loro territorio ancestrale) dovrebbe essere preso come monito anche in Italia dove, con lo sconcertante articolo 38 del decreto denominato Sblocca Italia, i “petroleros” nostrani ( e non solo) stanno avviando le trivelle in Basilicata, Sicilia, e lungo tutta la dorsale Adriatica.

Si dice che con tutto il petrolio disponibile nascosto sotto il nostro territorio (stimato per ora in 22 milioni di tonnellate di idrocarburi) si potrà fornire all’Italia la metà della sua domanda energetica. Quello che non si dice è che, così facendo, anche l’Italia distruggerà il suo ambiente e farà ammalare i suoi cittadini, esattamente come sta succedendo in Ecuador.

Maurizio Zaccaro

 

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Il fucile è il bene, il pene è il male. Il pene spara il seme, e procura nuova vita per avvelenare la Terra con la piaga dell’uomo, com’era un tempo, ma il fucile spara morte, e purifica la Terra dalla sozzura dei Bruti. Avanti… uccidete!” 

Arthur Frayn in “Zardoz” di John Boorman

Chi erano i “bruti” a cui l’immortale Arthur Frayn si riferisce?

Nel film Zardoz, ambientato in un futuro non molto lontano, il 2293, una piccola comunità di ricchi immortali vive protetta da una cupola di cristallo infrangibile, il Vortex. Tutti gli altri, quelli che stanno fuori, vengono brutalizzati e schiavizzati per conto degli immortali da orde di famelici Sterminatori. Il mondo è quindi piombato in un’era buia, dove saccheggi, violenza e sopraffazione sono all’ordine del giorno. Ma arriva il momento in cui il capo degli Sterminatori, Zed, decide di ribellarsi a chi detiene l’ordine delle cose, il Dio Zardoz, e penetra nel Vortex sconvolgendo così la pacifica e ieratica vita degli Immortali che coltivano solo odio verso gli “esterni”, dai quali però traggono forza lavoro e soprattutto nutrimento.

Questa in poche parole la trama del film.

Oggi, nel vedere quello che succede in Ungheria, non si può non pensare al Vortex di Zardoz, così preciso nella sua sconvolgente profezia del mondo per come è diventato. Certo, gli ungheresi non sono Immortali, nessuno di noi fortunatamente lo è, ma il Vortex ormai esiste, eccome. E gli Sterminatori pure, anche se non hanno volto, né nazionalità.

Sono tutti coloro che speculano in nome dell’emergenza, che vendono gommoni che poi si ribaltano, che trasportano donne, uomini e bambini in furgoni di salsicce piccanti, sono coloro che affittano stanze di alberghi vuoti, colonie chiuse, agriturismi falliti, sono tutti quei “professionisti della solidarietà” che gestiscono ambigue comunità dedite solo al proprio arricchimento, sono gli Stati che chiudono i propri confini con chilometri di filo spinato, sono i poliziotti che lanciano spray urticanti sui volti di chi cerca salvezza e libertà, sono i Governi che voltano la faccia dall’altra parte, sono i politici fascisti e razzisti che fomentano la segregazione razziale, sono quelli che prendono a calci nel culo i bambini, che sputano addosso ai rifugiati.

Siamo noi insomma: gli immortali del “Vortex” che non vogliono essere disturbati, né costretti a guardare il “mondo esterno” perché brutto e cattivo. Siamo tutti Arthur Frayn.

Dimenticavo: oggi il “Vortex” si chiama (guarda un po’ che strana, inquietante coincidenza) “Frontex”, che sta per “Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea”.

E pensare che Zardoz, magnifico e visionario film di John Boorman, è nientemeno che del 1974.

Maurizio Zaccaro

 

FILE N° 14

INCA

Sotto una pioggia torrenziale, ad Aguas Calientes Macchu Picchu ho incontrato Josefa, una giovane peruviana che per sopravvivere vendeva ninnoli andini ai turisti in transito. Nella lunga attesa del treno che mi avrebbe riportato a Cuzco la vedevo affannarsi dietro ogni comitiva che varcava l’ingresso della stazione ferroviaria. Rincorreva i “gringos” fino al binario nella speranza di rifilargli qualche braccialetto in argento, un paio di orecchini, una collanina, poi tornava indietro e si accucciava accanto ad un bambino di due, forse tre anni. Suo figlio.

Josefa, semianalfabeta come la maggior parte delle ragazze nate da famiglie povere, sapeva però l’inglese, o quantomeno sapeva farsi capire senza averlo mai studiato in vita sua. “Buy” “Very cheap” “True silver” “Five dollars” e poi la più sorprendente delle frasi, irresistibile per i clienti: “Magic on you! Try it”.

Per il resto, più che lo spagnolo, Josefa si esprimeva in Quechua, l’antica lingua dell’Impero Inca. Parlare con lei era quindi un’impresa ma la sua voglia di comunicare, la sua insaziabile curiosità e la sua simpatia valicavano ogni barriera linguistica.

“University?” mi aveva chiesto per sapere se avevo frequentato l’università. No, niente università, avevo risposto. La cosa l’aveva sorpresa. Come era possibile? Puntando l’indice al petto aveva replicato “Voy a ir a la universidad” (io andrò all’università).

Di quel dialogo surreale mi è rimasta la fotografia che le ho scattato quel giorno dal finestrino, mentre tentava ancora di vedere i suoi ninnoli nonostante il treno si fosse già messo in moto. Forse, per lei, era più importante conoscere la gente, parlare con i “gringos”, che vendere le sue cose. Solo così, almeno nella sua fervida immaginazione, Josefa poteva viaggiare e conoscere il mondo, esattamente come desiderava farmi conoscere il suo. A cominciare dai numeri in lingua Quechua che dovevo assolutamente imparare altrimenti non potevamo essere “hermanos”: huk, iskay, kinsa, tawa, pisqa…

Maurizio Zaccaro

FILE N° 13

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”Il cielo crollava ed era striato di sangue. Ti ho sentito che mi chiamavi, poi sei scomparso nella polvere. Ma amore e dovere ti chiamano da qualche parte più in alto, da qualche parte, su per le scale, in mezzo al fuoco.”

Bruce Springsteen, Into the fire

Nella loro storia (1964 -2001) le Twin Towers di New York sono apparse in quasi 800 film e in 28 manifesti cinematografici. Sono state per decenni il simbolo del libero mercato, della potenza dell’economia americana e per questo rase al suolo nell’attacco terroristico dell’11 settembre.

Tempo fa ho visto un documentario straordinario “Gli Eroi di Ground Zero”. La storia dei vigili del fuoco che per primi sono entrati nelle Twin Towers, e ne sono usciti per ultimi. Una storia esemplare di solidarietà e fratellanza tra chi e’ sopravvissuto, tra quelli che sono morti e tra quelli fuori servizio, “fratelli che hanno abbandonato immediatamente quello che stavano facendo per correre sul luogo dell’attentato e contribuire al salvataggio di migliaia di civili”.

Non so se Sky in questi giorni lo rimanderà in onda, nel caso non perdetelo.

Maurizio Zaccaro

FILE N°12

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Non mi ricordo il nome della bambina della foto. Mi ricordo però la sua casa, fatta di compensato, mattoni e lamiera, dentro una bidonville immensa nel sobborgo di Claypole, a Buenos Aires. Mi ricordo anche la sua curiosità per il luogo da cui venivo, l’Italia, paese sconosciuto.

Per lei, che non era mai stata nemmeno in città, il suo universo era lì, in quel formicaio di loculi senza acqua corrente, senza niente, dove però riusciva a sopravvivere e, grazie ai preti di una vicina Missione Orionina, anche a studiare.

Sognava di diventare un medico e di visitare il mondo. Sognava di andare in America o in Europa, perché lì, nelle case, “c’e la luce, l’acqua e il gabinetto”.

Sono passati tanti anni da quello scatto ma oggi, nel vedere il video della scellerata reporter ungherese che prende a calci una piccola siriana, mi sono ricordato della bambina argentina, delle sue parole, dei suoi sorrisi, del suo amatissimo gatto. Non ho mai saputo cosa è stato di lei, se alla fine ce l’ha fatta a volare via dalla sua bidonville oppure no.

So però fin troppo bene il futuro che attende la piccola innocente siriana: disprezzo, umiliazione e soprattutto l’insensata violenza di una civiltà che si crede la migliore del mondo ma non lo è affatto, immersa com’è in fosche brume primordiali dove una scimmia, levando un osso in aria, capisce di avere in mano un’arma letale con la quale difendere il suo piccolo, insignificante territorio.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 11

84

Quando si è in un particolare stato d’animo, magari inclini alla sfiducia in se stessi, cosa che capita spesso nei momenti di maggior stress lavorativo, ci sono alcuni film che cambiano radicalmente l’umore, che fanno stare subito bene. Per quanto mi riguarda, in cima alla lista della mia personalissima “cineterapia”, c’è un delizioso film del 1986: “84, Charing Cross Road”, magistralmente interpretato da Anne Bancroft e Antony Hopkins.

Racconta di due vite, completamente diverse fra loro e distanti migliaia di chilometri una dall’altra: una scrittrice americana e un libraio inglese. Attraverso lo scambio di una fitta corrispondenza che dal 1940 arriva fino ai primi anni sessanta, i due personaggi evocano i piccoli accadimenti privati e grandi avvenimenti pubblici di un’epoca che sta cambiando ma che, grazie a quel particolare rapporto epistolare, resterà per sempre impressa nella memoria di entrambi.

E’ un film sull’amicizia, sulla solidarietà umana, sulla temperanza, sulla bellezza delle piccole cose che quotidianamente scandiscono la nostra esistenza, sulla lettura e sul piacere della ricerca di un libro senza il quale, forse, la vita non sarebbe più la stessa. Per questo “84 Charing Cross Road”, piccolo e misconosciuto capolavoro diretto da David Jones, è meglio di qualsiasi anti-depressivo.

Maurizio Zaccaro

FILE N°10


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Non tutti i libri sono belli, d’accordo, ma per “Il crollo della civiltà occidentale” di Naomi Oreskes e Erik Conway si potrebbe perlomeno richiedere il rimborso dei 12 euro spesi per nulla anzi, per arrabbiarsi e basta.

A metà strada tra fantascienza e saggio storico, il libro racconta di un giovane studioso della Seconda Repubblica Popolare Cinese che nel 2393, trecento anni dopo gli eventi che portarono al collasso delle potenze occidentali del Ventesimo secolo, esamina le cause di quel crollo, addebitandolo per la maggior parte al sistema capitalista che si è in pratica auto-distrutto. In poche parole è un libro che non dà speranza, che indica solo una strada senza via d’uscita lungo la quale l’umanità si sta velocemente incamminando, pur sapendo che andrà alla rovina. Tutti scemi insomma, tutti lobotomizzati, nessuno che mette in guardia sugli effettivi e imminenti pericoli climatici, economici, sociali.

Peccato che i due autori, prima di scrivere il libro, non abbiano incontrato chi invece vede le cose da un’altra angolazione e, pur intuendo i pericoli del nostro sistema industriale ed economico, non perde occasione di portare speranza e soprattutto fiducia all’umanità.

Passare qualche giornata con Vandana Shiva per esempio, è un’esperienza che lascia il segno. Ho avuto il privilegio, grazie al film “I nove semi”, di essere ospite nella sua fattoria, Navdanja, per una decina di giorni. Lì, molto lontano dai riflettori e dai palchi dei suoi interventi pubblici di grande impatto mediatico, ho scoperto una donna forte e tenace, come le sue battaglie a tutela dell’ambiente, ma al tempo stesso straordinariamente gentile e disponibile. Abbiamo parlato a lungo e alla fine sono tornato nella “civiltà occidentale” ancora più convinto che il nostro mondo ha bisogno di persone così: esseri umani che insegnino ad altri esseri umani a non darsi mai per vinti, a lottare con determinazione, a non accettare le situazioni così come sono, a reagire contro le sopraffazioni dei potenti e delle lobby, ad essere “attivisti” e non indolenti o, peggio ancora, sottomessi.

Alcuni pensano che la parola “attivista” sia solo una sbrigativa etichetta con la quale relegare in un ghetto chi si muove al di fuori delle regole costituite. Per Vandana Shiva invece è un complimento che si traduce in una presa di responsabilità totale nei confronti della Terra e dell’Uomo. In poche parole un invito globale ad unirsi per evitare la catastrofe e l’estinzione.  Non è la fantascienza del “Crollo della civiltà occidentale” ma qualcosa che va ben oltre, che semina coscienza e speranza, appunto.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 9

Ollantaytambo

A circa settanta chilometri da Cuzco c’è un piccolo villaggio di contadini, Ollantaytambo, famoso per il suo tempio Inca e per una cruenta battaglia tra l’esercito di Manco Inca, che dopo la caduta di Cuzco aveva organizzato la resistenza contro i conquistadores spagnoli. Arrivarci non è facile ma una volta raggiunto, Ollantaytambo regala emozioni impagabili. Non per il luogo in sé ma per la gente, donne, uomini e bambini, sempre sorridenti anche se la vita, a quelle latitudini, è tutt’altro che facile soprattutto per il lavoro sulle “andenerie”, i terrazzamenti agricoli dove si coltiva di tutto. Eppure c’è sempre qualcuno che ti offre qualcosa, magari una semplice pannocchia abbrustolita in cambio di un racconto. Stare con loro, nella piazzetta del paese, sentire le loro storie e raccontare la propria, dà il vero senso della vita per come la vita dovrebbe essere vissuta. Uno scambio continuo di gioia e semplice convivialità. Di reciproco rispetto e amicizia. Solo in un posto come Ollantaytambo capisci quanto odioso sia il mondo quando si parla di etnie, permessi di soggiorno, nazionalismi, numeri scritti a penna sulle braccia dei migranti, Polizie, Stati e, soprattutto, segregazione.

Da Ollantaytambo, Yela doveva andare a Cuzco con sua sorella, suo marito e suo fratello. Abbiamo offerto loro un passaggio sul nostro pick-up. Ne è uscita una fotografia che ormai avrò stampato mille volte e regalato a tutti i miei amici. I loro volti sorridenti sono la cosa più bella che mi sono portato a casa da quel viaggio in Perù dove ero andato per lo spot di una caramella balsamica. La felicità che traspare da quei sorrisi è immortale perché racconta di un mondo diverso, primordiale, dove l’uomo viveva in pace con la natura, la Pachamama (Terra Madre), e con i suoi fratelli. Almeno fino all’arrivo dei conquistadores spagnoli che, con il sangue, hanno cominciato a tracciare quei maledettissimi confini che chiudono l’umanità in recinti d’ignoranza e sospetto.

Ma Manco Inca non è morto nel 1544 come dice la storia. Manco Inca vive ancora in chi crede che sia possibile cambiare le cose, in chi ha ancora la forza di ribellarsi alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 8

London

Londra. Città meticcia, città viva, tempio di benessere ed efficienza. Città generosa ma confusa. Specialmente in questi tempi dove l’inquietudine l’ha fatta diventare sorda e indifferente al dolore del mondo.

Ho abitato a Londra, a Clapham North, per diverso tempo. Piccole case a schiera, classe operaia e tanti pakistani. Un mondo a parte. Lo vedevi dalla linea della metropolitana. Fra la fermata di Elephant and Castle e Stockwell scendevano gli ultimi “british”, poi il treno varcava l’immaginario confine fra benestanti e la povera gente: Clapham North, Clapham Common, Clapham South e via, fino al capolinea di Morden. Ma erano gli anni ’70 e l’Inghilterra non era più “un’insignificante isola sperduta in mezzo al mare” come amava dire Charles De Gaulle, bensì l’ombelico del mondo. Tanti giovani di nazionalità diverse ci arrivavano con ogni mezzo, io compreso, spinti dalla sete d’esperienza, d’incontri, di nuove amicizie, di reciproco arricchimento culturale, in poche parole spinti verso il loro futuro. Posso dire che Londra mi ha accolto, dato da lavorare, da vivere, da amare. Come si dice, mi ha formato al ritmo di Honky Tonk Woman e Paint it black. Il lavoro in un ristorante di Soho (senza permesso di soggiorno) e quella piccola stanza che avevo affittato presso una famiglia di maltesi erano tutto il mio mondo. Da una parte prendevo sette sterline alla settimana, dall’altra ne spendevo quattro o cinque per l’affitto. Restava ben poco ma bastava per vivere, soprattutto quando non hai nemmeno vent’anni.

Perché tutto questo adesso non è possibile per i giovani che cercano le stesse cose, le stesse opportunità? Perché la nuova Iron Lady, Therese May, chiude le porte in faccia non solo ai migranti ma perfino ai giovani disoccupati della Comunità Europea, primi fra tutti gli italiani?

Quando il principio di libera circolazione è stato inizialmente sancito – ha dichiarato la May – libera circolazione significava libertà di spostarsi per lavorare, non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire delle politiche previdenziali”.

Ecco, c’è da augurarsi che la May non arrivi a Downing Street perché, a confronto, la vera Iron Lady, Miss Margaret Thatcher, sarà ricordata come una timida educanda d’altri tempi.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 7

Mauritania

A Tangeri, al numero 1 di Rue Sommel Perys, c’era (spero ci sia ancora) un cinema, il Mauritania. Lì, più di vent’anni fa, venne proiettato “L’articolo 2”. Quella sera la temperatura della sala, ovviamente senza aria condizionata, era bollente ma c’era qualcosa che ben disponeva alla proiezione di un film. Era la magia delle prime sale cinematografiche del ‘900 con le sedie di legno, del primo pubblico che andava al “cine” senza sapere che storia avrebbe visto. Nei posti riservati c’erano le persone più in vista della città, e una delegazione della piccola comunità italiana a Tangeri: il console, qualche imprenditore, commercianti, tutti felici di passare una serata con un buon film italiano.

– E’ una commedia? Si ride?

Aveva chiesto una donna italiana che, per l’occasione, doveva essere andata dal coiffeur per sistemare la vaporosa “permanente” anni ’70.

E un altro, inquartato in un blazer inguardabile:

– Complimenti, ho sentito parlare molto bene di questo film…

– Ha vinto molti premi…

aveva aggiunto un terzo.

I più silenziosi erano i marocchini che, nelle loro immacolate djellabe e ciabattine, attendevano pazienti l’inizio della proiezione. L’organizzatrice della serata, una donna minuta, gentile, di “Casa d’Italia” a Tangeri, pensò bene di introdurre il film con queste parole:

– La surreale storia di un immigrato algerino in Italia che, avendo due mogli, viene accusato di bigamia…

Surreale storia? Ma cosa stava dicendo? Di surreale nel film c’era ben poco, di comico nemmeno, non era una commedia all’italiana, non era niente di niente. Solo un film che, pur nelle sue ingenuità ed errori, parlava di un fenomeno ancora lontano anni luce da quello che sta succedendo oggi in tutta Europa. Gli extracomunitari (così si chiamavano allora) erano pochissimi e quei pochi non facevano fatica ad integrarsi nella società, come Said Kateb, protagonista dell’Articolo 2. Alla fine della proiezione applaudirono solo i marocchini. Gli italiani uscirono dal Mauritania sconcertati. Per loro vedere il film era stata un’inutile perdita di tempo perché raccontava una storia immaginaria, in poche parole di fantascienza. E infatti eccoci qui oggi a fare i conti con quella fantascienza. Con un camion di salsicce piccanti che potrebbe tranquillamente chiamarsi “La morte nera”.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 6

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Urliamo.

Urliamo contro le retoriche dell’odio.

Spalanchiamo tutte le frontiere.

Diamo libertà a tutti i migranti.

Offriamo speranza a tutti,

in egual misura.

Al di là del luogo in cui si è nati,

dal colore della pelle.

Che il colore della pelle poi cos’è?

Mica esiste, è solo una questione di melanina.

Chi ne ha di più, chi meno.

Però, adesso che ci penso, tanto meglio avere

a pelle scura, che protegge dai melanomi

dieci volte di più di quella chiara.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 5

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Oltre al canale di Sicilia è sempre più battuta la rotta orientale. Attraverso la Bulgaria, la Serbia e l’Ungheria cercano di passare intere famiglie di profughi, costretti a partire dal proprio paese per guerre e conflitti interni. Ora, fra tutti questi muri e reticolati di filo spinato quello bulgaro, innalzato per fortificare i confini con la Turchia e la Grecia, con l’avallo delle autorità europee ed il beneplacito di Frontex, è davvero il più assurdo, se non il più vigliacco. Cosa avrà mai da difendere la Bulgaria di così vitale, al punto di usare la violenza verso chi cerca di entrare clandestinamente nel suo territorio? Niente. La Bulgaria non ha davvero niente da difendere. E’ solo il braccio armato di un’Europa con non riesce più ad arginare la sua decadenza se non alzando muri a destra e a manca nell’illusione, questa si davvero diabolica, di fermare la Storia. Ma la Storia è fatta di Epoche. E ogni nuova Epoca è diversa dalla vecchia. Il mondo si purifica così, lasciando andare alla deriva le Civiltà ormai esauste, corrotte, prive di valori, tese solo alla soddisfazione dei beni materiali, per ristabilire l’ordine delle cose ripartendo da zero. Tutto il resto sono chiacchiere e ipocrisia occidentale.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 4

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Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me,
perché non dovresti parlarmi? E perché io non dovrei parlare con te?

Walt Whitman

La civiltà non riesce a fare il passo decisivo, quel salto di qualità auspicabile in cui uno straniero non sarà più tale, da nessuna parte del mondo. Di dove sei? Ci si sente chiedere quando si viaggia. Da sempre, senza alcun problema d’identità, mi piace rispondere che vengo dall’Italia, certo, ma intesa come una delle tante regioni del mondo, non come uno stato sovrano, con i suoi confini e le sue leggi. La Comunità Europea, abbattendo le sue frontiere e introducendo la moneta unica, è andata in questa direzione. Oggi invece ecco i muri che vogliono ancora dividere, che ci riportano indietro non di una cinquantina d’anni ma di più, diciamo a cinquantamila anni fa, quando sulla Terra esistevano quattro specie diverse di uomini in lotta fra loro. Insieme all’Homo Sapiens, infatti vivevano i Neanderthal, i Denisoviani, i Pigmei dell’Isola di Flores, in Indonesia. Quattro specie intelligenti a condividere risorse scarse. Esattamente come oggi, se non peggio. Benvenuti nel Nuovo Paleolitico.

Maurizio Zaccaro

FILE N°  3

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Pioveva a dirotto quel giorno di settembre del 1994 a Vancouver. La città era come piegata in due da una burrasca che veniva da lontano, qualcuno diceva dall’Alaska. Venti tesi e gelidi portavano con sé le prime avvisaglie di un inverno che non si sarebbe fatto attendere ancora a lungo. Il MOA, Museum of Anthropology, era quasi deserto. Pochi turisti. Una scolaresca in attesa della schiarita del tempo. Una giovane guida che, non sapendo come vincere la noia, si era offerta di raccontarmi la storia di quel monumento in cedro giallo che tanto mi affascinava.

– Si chiama “The raven and the first men”… il corvo e i primi uomini… Nasce da una leggenda Haida… Una nazione indiana che vive ancora oggi nell’arcipelago delle Isole Charlotte…

Ecco, adesso mi attacca un bottone che te lo raccomando avevo pensato e invece Diane, così si chiamava la guida del Moa, complice il suo sorriso e la voce che aveva un’irresistibile tendenza alla malinconia, mi regalò una storia straordinaria che altrimenti non avrei mai conosciuto, a cominciare da chi aveva scolpito quell’opera immensa. Si chiamava Bill Raid e, anche se a me totalmente sconosciuto, era un grande artista, incisore, scultore e pittore, figlio di un immigrato scozzese e di una donna della nazione Haida.

Il Raven, creatura soprannaturale, incontra i primi uomini intrappolati in una conchiglia. Li libera, li accudisce ma poi, considerato che sono inutili al mondo, annoiato dai loro lamenti e dalla loro litigiosità, decide di rimetterli nella conchiglia da dove li aveva salvati. Ragionando, capisce però che gli uomini hanno bisogno del loro corrispettivo femminile. Dopo una lunga ricerca il corvo trova le donne e, vivendo con loro per un po’ di tempo, capisce che esse sono la vera bellezza della razza umana. Le femmine sono divertenti, sagge, meno litigiose e soprattutto utili al mondo, perché con il loro inesauribile lavoro non solo lo onorano ma lo rendono fertile. E così il corvo, dopo aver portato le femmine dagli uomini, diventa il creatore dell’umanità.

Terminato il racconto Diane aveva pescato dalle tasche una banconota da venti dollari sulla quale era disegnato “The raven and the first men”.

– E’ anche qui, vedi?

Intanto, fuori dalle vetrate del museo, un raggio di sole aveva reso incandescenti i totem delle nazioni indiane esposti all’ingresso. La burrasca era finita. Ora potevo tornare in città. E ci tornavo portando con me, per sempre, la bella storia di “The Raven and the first men”.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 2

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“Il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile: dalle situazioni che ci spaventerebbero, ci paralizzerebbero e ci renderebbero incapaci di agire. Più i confini sono visibili e i segni di demarcazione sono chiari, più sono «ordinati» lo spazio e il tempo all’interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia. Per avere questo ruolo, per imporre ordine al caos, rendere il mondo comprensibile e vivibile, i confini devono essere concretamente tracciati” 

Chi scrive e diffonde con le sue Lectio Magistralis queste idee non è un politico oscurantista, ma un professore emerito e sociologo polacco, Zygmunt Bauman, oggi quasi novantenne. A questo illustre signore vorrei semplicemente ricordare che sono proprio i Confini a provocare guerre, invasioni, conquiste. Se non esistessero i Confini non esisterebbero nemmeno le razze e di conseguenza il razzismo sarebbe qualcosa di sconosciuto. Se non esistessero i Confini e quindi gli Stati, ognuno sarebbe libero di andare dove vuole e così costruire il proprio futuro come meglio crede, secondo le opportunità che, così stando le cose, sarebbero distribuite per ognuno di noi in eguale misura. Se non esistessero le bandiere non ci sarebbero identità, patriottismi, nazionalismi. Saremmo invece tutti, indipendentemente dal luogo in cui siamo nati e dal colore della nostra pelle, figli della stessa madre. La terra.

Maurizio Zaccaro

FILE N° 1

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Ho ricevuto un messaggio da parte di una signora di nome Letizia, di Colle Val d’Elsa. Letizia mi chiede del nuovo film, Il sindaco pescatore, con Sergio Castellitto. Vuole sapere dove e quando andrà in onda e conclude dicendo: ”Ho visto quasi tutti i suoi film al cinema ma dopo Un uomo perbene, che è addirittura del 1999, non ne ha più fatti e ha lavorato solo per la tv, peccato.”

*

Gentile Letizia, se vuole, ai sei peccati contro lo Spirito Santo, ne possiamo aggiungere un settimo: impenitenza del fare tv. Dal 1999 ad oggi ho proposto tanti altri film per il grande schermo, non creda. Purtroppo c’è sempre stato qualcosa che non è andato per il verso giusto, vuoi per le trame, o per i costi, per la loro commerciabilità. Insomma, o fai delle commedie che incassano o stai a casa. Commedie non ne avevo, storie per sbancare il botteghino nemmeno. Morale: mi hanno offerto la tv e l’ho fatta. Non avrei dovuto? Ha ragione, forse non avrei dovuto. Come dicono ancora certi radical chic del cinema romano, non avrei dovuto “sporcarmi le mani” lavorando per il piccolo schermo. Sta di fatto che oggi, dopo quasi sedici anni dal mio ultimo film per le sale (quello che lei cita), la maggior parte dei produttori cinematografici, per non fallire, si rivolge proprio alla tv per produrre telefilm, mini serie o lunga serialità. Dobbiamo dire “peccato” anche per loro? Produrre film è il loro mestiere, così come dirigerli è il mio, indipendentemente che siano destinati al grande o piccolo schermo.

Personalmente non ho mai fatto distinzione fra le due cose. Ho sempre affrontato il lavoro con la stessa, identica passione, determinazione, concentrazione. Se poi qualcuno storce il naso perché al posto di una sala cinematografica sono film che vengono proiettati nelle case degli italiani (ma non solo, visto che sono prodotti venduti in tutto il mondo), ebbene questo non sposta di un millimetro la qualità che cerco di dare al mio lavoro, sempre. Solo in Italia si gioca su questa sciocca differenza, classificando il Cinema di serie A e la Tv di serie B, senza accorgersi che, negli ultimi anni, la A sta diventando B, e viceversa.

Ps:

Il sindaco pescatore, attualmente in post-produzione, andrà in onda su RaiUno a febbraio.

Maurizio Zaccaro