MAURIZIO ZACCARO

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MAURIZIO ZACCARO

Puoi scorrere lo scaffale utilizzando i tasti e

ADELANTE PETROLEROS! L’oro nero dell’Ecuador

11/06/2013

PROSSIMA PROIEZIONE : MARTEDI’ 1° APRILE 2014 – ORE 21 – SUPERCINEMA – SANTARCANGELO DI ROMAGNA

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***ADELANTE POSTER

Noleggia per 48 ore il film Adelante Petroleros! su Mymovies. Disponibile in streaming on demand, accedi al film in pochi click. Lo streaming è disponibile sul territorio italiano per PC e Mac. Sono esclusi i dispositivi mobile (iPhone, iPad, Android). Il film sarà disponibile solo sul dispositivo utilizzato per fare l’acquisto dello streaming.

http://www.mymovies.it/film/2013/adelantepetroleros/streaming/

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PROIEZIONI IN TUTTA ITALIA DISPONIBILI DA DICEMBRE 2013

PRENOTA

”ADELANTE PETROLEROS –L’ORO NERO DELL’ECUADOR” è disponibile per proiezioni e presentazioni pubbliche contattando FreeSolo Produzioni srl alla mail

freesoloproduzioni@gmail.com

Per organizzare una presentazione questa è la procedura:

1. Tecnicamente bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche in formato DCP.

2. Appena avete individuato un luogo e un periodo contattateci. Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità di noleggio e spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.
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Ecco le date di proiezione ufficiali di ADELANTE PETROLEROS – L’oro nero dell’Ecuador (Anteprima assoluta in Italia) al TFF:
Cinema Massimo – Sala 3, 27 Novembre, ore 17.30 proiezione ufficiale (in DCP)
Cinema Reposi – Sala 5, 28 Novembre, ore 14.00 replica (in Blu-Ray)
Cinema Reposi – Sala 5, 29 Novembre, ore 09.30 replica (in Blu-Ray)

BANNER

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PROIEZIONE UFFICIALE 2 SAN MARINO FILM FESTIVAL – DOMENICA 17 NOVEMBRE 2013 -PALAZZO DEL CINEMA -SERRAVALLE – REPUBBLICA DI SAN MARINO

ADELANTE PETROLEROS – SINOSSI

Quito, 15 agosto 2013. In uno dei suoi discorsi settimanali “a reti unificate” Rafael Correa Delgado, presidente dell’Ecuador, annuncia la decisione di avviare lo sfruttamento petrolifero nel Parco Nazionale dello Yasuní, situato nel cuore della foresta pluviale ecuadoriana e ritenuto uno dei punti del pianeta a più alto indice di biodiversità.
Correa, per giustificare la scelta del suo governo, individua un responsabile ben preciso: “El Mundo nos ha fallado”, il mondo – ed in particolare la parte ricca del mondo – ci ha traditi.
Sette anni fa l‘Ecuador, forte di una nuova Costituzione che – in uno dei suoi più importanti articoli – riconosce i diritti fondamentali della Natura, aveva deciso di rinunciare allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio che si trovano nel sottosuolo dello Yasuní e in particolare del blocco ITT (Ishpingo-Tambococha-Tiputini). L’umanità intera avrebbe beneficiato d’una tale rinuncia (lasciare l’oro nero là dove si trova significa risparmiare al pianeta l’assorbimento di almeno 400 milioni di tonnellate di CO2) e per questo motivo l’Ecuador aveva contemporaneamente avanzato, con le Nazioni Unite come interlocutore, un progetto di “compensazione”. Più esattamente: si era creato un fondo fiduciario aperto alla contribuzione di privati e soprattutto di governi, il cui obiettivo era la raccolta in 12 anni della metà dei 7 miliardi e 200 mila dollari che l’Ecuador avrebbe ricavato dallo sfruttamento dei giacimenti dello Yasuní ITT.
Lo scorso agosto Rafael Correa ha, per così dire, presentato il conto. E i numeri sono davvero desolanti. Dei 3 miliardi e 600 milioni previsti, sono al momento disponibili poco più di 13 milioni (pari allo 0,37 per cento del totale), più altri 300 milioni o giù di lì di “impegni” sottoscritti ma non versati da varie nazioni. Un ”fracaso”, un fallimento totale all’origine del quale, ha sottolineato con ostentata indignazione Correa, “es que el mundo es una gran hipocresía”. E ancora: “Il mio primo impegno” – dice Correa – “resta quello di combattere la povertà. E per combattere la povertà l’Ecuador ha bisogno, in assenza di appoggi internazionali, di mettere a frutto il suo petrolio”. Senza timore Alberto Acosta, ex ministro dell’energia e dell’industria mineraria del primo governo Correa, ammonisce: “…pensare di sfruttare lo Yasunì ITT, o meglio lo Yasunì in generale, senza provocare inquinamento, distruzione dell’ambiente e devastazione sociale, è come credere che Dracula è diventato vegetariano e che possiamo affidargli la direzione della banca del sangue”.
Ha ragione Correa? O hanno ragione le organizzazioni ambientaliste, le ong e i movimenti indigeni? Adelante Petroleros cerca di andare oltre gli slogan, svelare gli enormi interessi in gioco e dare voce ai senza voce della “selva”.

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“L’area amazzonica ecuadoriana è stata divisa in blocchi immaginari per permettere ai Governi di rilasciare le concessioni di sfruttamento petrolifero delimitandone l’estensione territoriale. A cavallo tra le province di Orellana e Pastaza si trova il Parco Nazionale dello Yasunì, che rappresenta una vasta area dell’Amazzonia ecuadoriana dichiarata Riserva Mondiale della Biosfera dall’UNESCO e considerata come uno dei posti a più alta biodiversità del pianeta. Nella stessa area si trova il territorio ancestrale degli indigeni Huaorani, che è in parte incluso nel perimetro del Parco. La superficie del Parco è divisa tra diversi lotti – i blocchi 14,15,16,17,31 e il blocco ITT – e ben 8 concessioni petrolifere. I blocchi 14,15,16 e 17 subiscono da molti anni le attività di sfruttamento petrolifero ad opera delle imprese petrolifere Repsol, OXY- Occidental Petroleum ed Encana, nonostante l’opposizione delle comunità indigene.
A seguito della proposta del governo ecuadoriano di lasciare il greggio del blocco ITT nel sottosuolo, coprendo la metà di tale greggio non estratto con la vendita ai paesi del Nord del Mondo di bond emessi dallo Stato, nel 2008 viene istituito il Fondo per la Transizione Energetica, denominato “FIDEICOMISO Yasunì-ITT” (Fondo fiduciario Yasunì ITT), destinato a raccogliere i contributi a sostegno del progetto Yasunì-ITT, che è stato firmato nel 2010 dalle Nazioni Unite col governo ecuadoriano.

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“Nei prossimi trenta anni ci sarà una grande disponibilità di petrolio e nessun compratore. Il petrolio sarà lasciato sotto terra. L’età della pietra non finì perchè ci fu una mancanza di pietre, così l’età del petrolio non finirà perchè mancherà il petrolio…”
Sua Eccellenza Sceicco Ahmed Zaki Yamani, ministro del petrolio in Arabia Saudita dal 1962 al 1986. Oggi presidente del Centre for Global Energy Studies, di Londra.

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Interesse verso il progetto è stato mostrato anche da alcuni paesi europei, quali Norvegia, Spagna, Germania, Francia e Portogallo, dove i movimenti sociali si sono mobilitati affinché i rispettivi governi vi aderiscano. Si parla di “Yasunizzazzione”, un modello estendibile al resto dell’America Latina, come evidenzia l’attenzione dimostrata da paesi come il Perù,la Bolivia e il Guatemala.
Si stima che grazie all’iniziativa Yasunì ITT, verranno lasciati nel sottosuolo 846 milioni di barili di petrolio, equivalenti a circa 10 giorni di consumo di petrolio nel mondo, e corrispondendo a 407 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 risparmiato.

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L’avvocato di origini Cofan Pablo Fajardo con alle spalle la possente documentazione della causa alla Texaco-Chevron

DOCUMENTI

Cadena Nacional Ecuador – Discorso di Correa
18 Agosto 2013
Cari ecuadoriani ed ecuadoriane e soprattutto i giovani della mia patria, della grande patria, sei anni fa con allegria, entusiasmo e forse anche con un po’ di ingenuità, abbiamo presentato al mondo l’iniziativa Yasunì ITT, proponendo al pianeta di non sfruttare, a tempo indeterminato, le riserve petrolifere del blocco Ijpingo, Tiputini, Tambococha, più noto come ITT. Una riserva stimata in 900 milioni di barili, che corrispondono al 20% delle riserve conosciute del paese. Così facendo si eviterebbe di disperdere nell’atmosfera più di 400 tonnellate di Co2, collaborando, in questo modo, alla lotta contro il riscaldamento globale. A questo scopo la comunità internazionale avrebbe dovuto contribuire con almeno 3.600 milioni di Dollari, che, allora, rappresentavano circa il 50% di quanto lo Stato avrebbe percepito se avesse sfruttato l’ITT. Non era carità quello che chiedevamo, era corresponsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico. Il Popolo ecuadoriano era il maggior contribuente, visto che l’Ecuador inquina in modo marginale, ciò nonostante con questa proposta sacrificava 3.600 milioni di Dollari di reddito petrolifero. La compensazione che si esigeva aveva una perfetta logica ambientale ed economica. Costituiva un giusto pagamento per la generazione di beni ambientali. Senza la foresta amazzonica, principale polmone del mondo, probabilmente la vita sul pianeta sparirebbe, nonostante questo i Paesi amazzonici non ricevevano nulla in cambio di questo bene fondamentale per la vita. La proposta sperava di svegliare la coscienza del mondo e generare una nuova realtà: passare dalla retorica ai fatti, esigendo la corresponsabilità della Comunità Internazionale, nella lotta contro il riscaldamento globale. Senza cercare nessun tipo di merito, io credo che il Paese mi conosca, ma solo come precisazione per la storia, chi ideò e propose l’iniziativa nella riunione della Direzione di Petro Ecuador nel Giugno del 2007, fu proprio il Presidente della Repubblica. Purtroppo dobbiamo dire che il mondo ci ha abbandonato. Attualmente vi sono solo 13.3 milioni di fondi disponibili, depositati nel conto fideiussorio Yasunì ITT. Questo è appena lo 0,37% di quanto ci si aspettava. Vi sono compromessi, non direttamente vincolati all’iniziativa, per altri 116 milioni di Dollari. Perché questo insuccesso? Sicuramente abbiamo commesso degli errori con questa proposta estremamente innovativa, però vi assicuro che in nessun modo quegli errori sono stati pregiudiziali. Credo che l’iniziativa precorse i tempi, e non poté o non volle essere compresa dai responsabili del cambiamento climatico. Abbiamo avuto anche sfortuna, in quanto l’iniziativa venne lanciata durante la peggior crisi economica globale degli ultimi 80 anni. Però che nessuno si Inganni, il fattore fondamentale dell’insuccesso è stato che il mondo è una enorme ipocrisia e la logica che prevale non è quella della giustizia, ma la logica del potere. E’ molto semplice, cari giovani, i paesi che inquinano sono anche i più ricchi e i più forti, e se i beni ambientali, generati da altri, sono di libero accesso, perché dovrebbero pagare qualche cosa? Immaginatevi per un attimo se la situazione fosse il contrario, se fossimo noi, paesi poveri, ad essere quelli che inquinano, e i paesi ricchi quelli che possiedono la foresta amazzonica che genera aria pulita. Ci avrebbero assillati per obbligarci a pagarli per tali beni. Questa è la grande lotta, cari giovani, un mondo dove regni la giustizia e non solo la convenienza dei più forti. Nel frattempo dobbiamo vincere la povertà, dobbiamo costruire ospedali, scuole adeguate, alloggi, energia, fare in modo che ogni territorio abbia i servizi pubblici indispensabili. A questo fine l’Ecuador ha approvato il piano nazionale per il benessere, che contiene un programma di investimento di tutto lo stato, inclusi i governi autonomi decentralizzati, un piano di circa 70 mila milioni di dollari, per poter fare in modo che ogni angolo del Paese abbia le sue UPC, centri, scuole, tutto il necessario che deve garantire lo Stato. Vivendo ci siamo abituati, non ci sorprende, ci siamo abituati a vivere con malattie come dengue (che malattia è?), colera, gastroenteriti, che sono patologie della miseria, non dovrebbero esiste, e non esistono nei paesi con adeguati servizi sanitari, acqua potabile, fognature, cose delle quali, in pieno ventunesimo secolo, può beneficiare solo la metà della popolazione ecuadoriana, ascoltatemi giovani della Patria, solo la metà degli ecuadoriani dispongono di adeguati servizi sanitari, acqua potabile, fognature. Molto difficilmente riusciremo a raggiungere nel 2015 l’obiettivo del millennio in merito alla denutrizione, questo proprio a causa della mancanza di questi servizi sanitari. La nostra acqua dolce si sta distruggendo, non a causa delle miniere, come dicono alcuni bugiardi, ma per la mancanza di condutture dell’acqua nelle nostre città. Anche la foresta si sta distruggendo, ma a causa dell’espansione della frontiera agricola e pecuaria (credo voglia dire allevamento, ma devo controllare), specialmente in Amazzonia. Per evitare tutto questo c’è bisogno di fonti alternative di impego e di guadagni. Le nostre popolazioni ancestrali ed etnie minori, vivono nella povertà, e alcuni pretendono di mantenerli in quelle condizioni, in nome della “preservazione delle loro culture”. Come se la miseria, il maggior insulto per la dignità umana, facesse parte del folklore. Per tutto quanto detto, concittadine e concittadini, giovani della grande Patria, con profonda tristezza, ma anche con assoluta responsabilità nei confronti del nostro popolo e della storia, ho dovuto prendere una delle decisioni più difficili di tutta la mia carriera governativa. Oggi ho firmato il decreto esecutivo per la liquidazione dei fondi fideiussori dello Yasunì ITT e con questo porre fine a questa iniziativa. Nello stesso tempo, in questo decreto, ordino l’elaborazione di relazioni tecniche, economiche e giuridiche, per sollecitare l’Assemblea Nazionale, in accordo con l’articolo 407 della Costituzione, a dichiarare di interesse nazionale lo sfruttamento del petrolio nello Yasunì. Sfruttamento che coinvolgerà, ascoltate bene popolo ecuadoriano, e specialmente cari giovani, ascoltatemi bene, uno sfruttamento che coinvolgerà meno dell’1% del Parco Yasunì. Potete vedere nei vostri monitor il parco che comprende più di un milione di ettari. L’estrazione petrolifera, con tecniche adeguate, coinvolgerà meno dell’1% del parco. Questa promessa la sto includendo nel progetto stesso e la supervisionerò personalmente. Il popolo ecuadoriano mi conosce, se dico personalmente io ci sarò. Cito: decreto numero 74 del 15 Agosto 2013, Articolo 5: nel caso l’Assemblea Nazionale autorizzi l’estrazione, questa non potrà svolgersi in un area superiore all’uno per cento (1%) del Parco Nazionale Yasunì. Potremmo per questo creare una supervisione di cittadini, però di persone oneste, non di fondamentalisti con insensate agende contro tutto, che raggiunsero a malapena il 3% dell’adesione popolare nelle ultime elezioni. E’ una menzogna rozza e irresponsabile quello che hanno sollevato i soliti gruppi. Un inganno nel quale cadono molti giovani di buon cuore: Yasunì o petrolio? Questo non è vero, cari giovani, non permetterei mai che lo Yasunì sparisse. Ci hanno ingannato con un falso dilemma: tutto o niente? Sfruttare l’ITT o far sopravvivere lo Yasunì? E’ un falso dilemma, che fa parte di un falso ancora maggiore: natura o estrazione? La Norvegia è un paese petrolifero, ed è uno dei paesi che cura maggiormente la sua natura, oltre a essere uno dei campioni in sviluppo umano. Il Canada è un paese minerario, e ha le maggiori riserve di acqua dolce del pianeta. Quanto hanno detto quelle persone è falso, cari giovani. Attualmente, in funzione della tecnologia disponibile per il recupero del petrolio e sulla base del prezzo del petrolio, lo sfruttamento delle risorse dell’ITT raggiungerebbe un introito netto di 18.292 milioni di Dollari, 18.292 milioni di Dollari, più di 11.000 milioni di Dollari addizionali rispetto a quanto originariamente si era stimato. Quindi il vero dilemma è: 100% dello Yasunì e nessuna risorsa per soddisfare le necessità urgenti della nostra gente? O il 99% dello Yasunì intatto e circa 18.000 milioni per vincere la miseria? Soprattutto in Amazzonia, che è la regione con la massima incidenza di povertà. Insisto, nel suo vero contesto e senza inganni, senza falsi dilemmi, senza menzogne, la scelta è: 100% dello Yasunì e nessuna risorsa per combattere la miseria? O il 99% dello Yasunì, almeno il 99% dello Yasunì intatto e circa 18.000 milioni di Dollari per combattere la miseria, per dare alle nostre popolazioni i servizi che meritano e che per tanto tempo gli sono stati negati? Credo che la scelta sia scontata. Di queste risorse i Governi Autonomi decentralizzati dell’Amazzonia, per la Legge 010, riceverebbero circa 258 milioni di Dollari, e per la ripartizione del 12% dell’eccedenza petrolifera, circa 1.882 milioni di Dollari, con questi l’Amazzonia potrà con facilità uscire dalla sua arretratezza storica. Tutto questo oltre a circa 1.568 milioni di Dollari che riceverebbero tutti i Governi Autonomi decentralizzati del Paese, per la loro partecipazione di legge ai redditi petroliferi. Arriveranno i soliti ciarlatani a dire che questa decisione è frutto delle eccessive spese pubbliche, come se fosse un delitto investire in salute, educazione, benessere del nostro popolo. La verità è che queste risorse non sono neanche per il nostro governo, bensì per il futuro. Ecuadoriani guardate il grafico, lì vengono indicate le curve di produzione stimate, dei campi Tiputini e Tambococha, solo una piccolissima parte verrebbe ricevuta dal nostro Governo, cioè fino all’anno 2017. La maggior parte della produzione e dei redditi petroliferi, arriverà dopo il nostro Governo. Non agiamo per le prossime elezioni, agiamo per le prossime generazioni, per il futuro della nostra Patria.
Applauso
Chiedo ai nostri compagni e all’opposizione responsabile, che c’è all’interno dell’Assemblea Nazionale, appoggio in questa dura, ma necessaria decisione. Lo Yasunì continuerà a vivere, ma la povertà diminuirà, e, con un po’ di fortuna e adeguate decisioni, la sconfiggeremo definitivamente. I lavori nel campo Tiputini inizieranno nelle prossime settimane, una volta terminata la consultazione previa e ottenuti i rispettivi permessi ambientali, visto che l’80% di questo campo è fuori dal parco. Faceva parte dell’iniziativa, perché, come sempre si è detto, il problema non è l’estrazione del petrolio, che realizzata tecnicamente ha un impatto minimo, bensì l’emissione di Co2 quando verrà utilizzato, bruciato, questo greggio. I lavori saranno a carico dell’impresa statale Petro Amazonas. Un esempio il campo Pañacocha di Petro Amazonas, sviluppato interamente dal nostro Governo, è stato premiato a livello internazionale per aver seguito, e superato, i parametri per la preservazione ambientale, e ha fatto uscire dalla miseria le comunità amazzoniche di Playa de Cuyaveno e Pañacocha. Presto inaugureremo le comunità del millennio di Pañacocha e Cuyaveno. Qualcosa di straordinario, fuori dagli schemi. Probabilmente il Paese non lo sa, ma, attualmente, ci sono quattro punti di estrazione di petrolio nel Parco Yasunì, esempio di sfruttamento rispettoso dell’ambiente. Nei prossimi giorni, ecuadoriane ed ecuadoriani, ci sarà una campagna di comunicazione per spiegare dettagliatamente a tutto il Paese le tecniche di estrazione, di ultima generazione, che verranno utilizzate. Cari giovani, che non ci ingannino con semplicistici: tutto o nulla e buoni contro cattivi. Il mondo non funziona così. Qui ci sono persone di buon cuore, come voi, noi vogliamo preservare la natura, ma vogliamo anche porre fine alla miseria. A nome della Patria ringrazio caldamente Ibombaki (controllare nome) che si dedicò interamente e come responsabile diretta, all’iniziativa Yasunì ITT. Lo ha fatto con grande affetto, con patriottismo, con dedizione, sacrificio e passione, nonostante tutto questo e le sue grandi capacità, non si sono raggiunti gli obiettivi prefissati, a causa dei motivi esposti prima. Voglio anche ringraziare tutte le persone che hanno messo il cuore, durante questi anni, per il successo dell’iniziativa, in particolar modo Lenì Moreno (controllare nome), ex Vicepresidente della Repubblica, figlio dello Yasunì, nato a Neorocafuerte (controllare nome città) che ha messo tutta l’anima in questa utopia. La nostra eterna gratitudine va all’appoggio e ai contributi di tutti i cittadini, con una coscienza, del mondo. Dalle istituzioni dei governi di paesi amici, fino alle semplici scuole rurali. In particolare vogliamo ringraziare i nostri concittadini che, in maggioranza, hanno sempre appoggiato questa iniziativa rivoluzionaria. Abbiamo sempre potuto contare sull’inestimabile appoggio della comunità scientifica e accademica, che riconobbero immediatamente il carattere rivoluzionario dell’iniziativa Yasunì ITT. Cari giovani, per sei anni abbiamo fatto tutto quello che abbiamo potuto, non abbiate il minimo dubbio. Spero che comprendiate che tutto questo ritardo ha significato che milioni di ecuadoriano sono rimasti senza acqua potabile, bambini sono morti o cresciuti male per cause assolutamente evitabili. Centinai di migliaia di giovani senza infrastrutture educative adeguate. Persone senza possibilità di accesso ai servizi sanitari. In questi giorni ho ricevuto migliaia di Twitters, messaggi, plotoni di giovani difendevano lo Yasunì. Sono molto orgoglioso di voi. Nuove generazioni che crescono con una grande coscienza ecologica, in gran parte grazie agli sforzi della rivoluzione dei cittadini. Voi amate la vita, anch’io amo la vita, l’Ecuador ama la vita, ma vi sono delle morti che sono un vero crimine nel ventunesimo secolo, a causa di dengue, amebiasi, denutrizione, ripeto, patologie della povertà. A voi non piace il petrolio? Vi assicuro che anche a me non piace, però a tutti dovrebbe disgustare ancora di più la miseria. Non ingannatevi, abbiamo bisogno delle nostre risorse naturali per superare quanto prima la povertà e per uno sviluppo superbo. Chi vi dice il contrario vi sta mentendo. Il più grave attentato ai diritti umani è la miseria, e l’errore maggiore è subordinare tali diritti umani a supposti diritti della natura. Non importa che vi sia fame, mancanza di servizi, l’importante è il conservazionismo ad oltranza. Anche questo è un falso dilemma, visto che l’essere umano fa parte della natura, e anche la povertà è un attentato contro la pachamama (non ho idea di cosa voglia dire), con lo sfruttamento eccessivo della terra, il disboscamento indiscriminato, l’inquinamento dei nostri fiumi, tutto per mancanza di servizi adeguati. Care ecuadoriane, cari ecuadoriani, cari giovani della patria, possiamo avere la coscienza tranquilla, la proposta Yasunì ITT è stata la proposta più seria e concreta nella lotta contro il cambiamento climatico, in tutta la storia dell’umanità. Non lo diciamo noi lo dice Miguel Escoto (Controllare il cognome), ex Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Però dobbiamo vegliare sul nostro popolo, sulla la nostra gente, soprattutto sui più poveri. Questa decisione è una disillusione per tutti, però è necessaria. Non possiamo fare più nulla senza pregiudicare il benessere della nostra gente. La storia ci giudicherà. I soliti ciarlatani possono dire ciò che vogliono. Voi, cari giovani, abbiate la certezza che nessuno difende di più lo Yasunì, e a nessuno fa più male questa decisione, che al compagno Presidente. Tra poco i soliti opportunisti, cercheranno di politicizzare tutto questo, di destabilizzarci, confidate nel vostro governo e non cadete in questi giochi e, cosa ancora peggiore, nella violenza che certi gruppi cercheranno di generare sulla base di una “vuota resistenza”. Io sarò sempre a disposizione di voi giovani e del popolo ecuadoriano. Vi faccio un appello alla fiducia, potremo sbagliarci, però mai in mala fede. Non cadete nelle falsità dei soliti opportunisti. Ricordatevi quando si inventarono un olocausto degli squali, dissero che scambiavamo voti per pinne. Tutte menzogne. Oggi ci fanno i complimenti e ci imitano, perché abbiamo il miglior sistema di controllo di pesca degli squali di tutta la regione. Non rinunceremo mai all’utopia. In questi anni abbiamo dimostrato il nostro amore per lo Yasunì e reiteriamo la nostra promessa di vegliare perché la sua integrità e le sue meraviglie durino per sempre, però sfruttando le risorse del suo sottosuolo, in modo responsabile, a favore delle ecuadoriane e degli ecuadoriani, con estrema attenzione e con grande amore. Niente per noi, tutto per la patria. Hasta la victoria siempre.

INTERVISTA AD ESPERANZA MARTINEZ

http://www.accionecologica.org/

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Sfortunatamente Yasuni è la nuova frontiera petrolifera… disgraziatamente è la zona dove vi sono le riserve più consistenti di petrolio dell’Ecuador. E’ un petrolio che ha un grande peso, un petrolio difficile da estrarre, estrarlo vuol dire inquinare di più, ha effetti molto diversi rispetto a quelli che siamo abituati a conoscere. Dico sfortunatamente, perché dopo che da tanti anni conosciamo le conseguenze dell’estrazione del petrolio. Questa è una zona meravigliosa, lo potete vedere…è una zona biodinamica, dove vivono popolazioni che hanno saputo conservare l’eco sistema, dove i bambini vivono nell’acqua e purtroppo è proprio l’acqua che trasporta l’inquinamento. Stiamo vivendo in un’epoca e in un posto dove, la frontiera petrolifera, invade uno dei paradisi più importanti, non solo dell’Ecuador, ma probabilmente azzarderei a dire, del mondo.

Io credo che quando la Texaco arrivò in Ecuador, noi ecuadoriani, non avevamo la più pallida idea di quali sarebbero state le implicazioni di una operazione petrolifera… abbiamo creduto alle storie raccontate dalle compagnie petrolifere, cioè che ci saremmo convertiti in un nuovo Quwait, che saremmo diventati tutti milionari…per cui il modello petrolifero, con auto, case, città, si impose nella mente degli ecuadoriani, soprattutto quelli che vivevano nelle città. Tuttavia dopo che la Texaco ha lavorato qui tanti anni e dopo che ha lasciato una devastazione totale nella zona, con popolazioni sterminate, con casi di cancro impressionanti…questa è una zona con il maggior numero di casi di cancro in Ecuador…e con un impoverimento enorme…in Ecuador si vive un paradosso, che non è un paradosso in fondo, è logico, e cioè: dove c’è petrolio, c’è maggior povertà. Le zone dove si estrae il petrolio, sono zone dove si perdono le condizioni di vita, cosa che lo Stato non riesce a risolvere…zone dove viene più gente a vivere, persone che si adattano a misere condizioni di vita, dove si perde la qualità dell’acqua, per cui la gente si ammala… dove il modello di vita autosufficiente che c’era prima, e che ci permetteva di parlare di comunità che non erano povere, che vivevano in un eco-sistema ricco e che sapevano gestire, iniziano a vivere in condizioni di povertà e di totale marginalità: impoverimento per la distruzione arrecata e marginalità perché lo Stato non investe in queste zone quanto ottenuto dal petrolio…perché il modello petrolifero non è fatto per essere investito nelle zone povere, il modello petrolifero è fatto per essere investito verso l’alto e verso l’esterno: verso l’alto per i gruppi d’élite e verso l’esterno per i paesi industrializzati.

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Courtesy of David Gilbert © Photographer

La Chevron-Texaco ha una sentenza definita, questo significa che ormai sono state superate tutte le tappe di appello possibile…la Chevron-Texaco dovrebbe risarcire l’Ecuador, per le multe che le sono state comminate per non aver chiesto scusa, infatti è stata emessa una sentenza per danni morali, dovrebbe pagare 19 milioni di dollari…questo coprirebbe quasi, anzi più del debito pubblico dell’Ecuador, quasi il doppio del debito pubblico dell’Ecuador…e comporterebbe tutta una serie di misure di riparazione che la Texaco non è disposta ad attuare…io direi che non è per non avere abbastanza soldi, ma per il fatto che sarebbe un precedente pazzesco per loro, perché la Texaco opera, così come ha fatto in Ecuador, in altre parti del mondo. Adesso, dopo questa sentenza, si sa esattamente quali possono essere i danni e quali possono essere i costi nel ripulire tutto quello che è stato contaminato, la Texaco dovrebbe pagare quei soldi, invece ha preferito pagare milioni di dollari in avvocati e in una difesa assurda, che è stata definita dai giudici una difesa abusiva e ingiusta. Una difesa che ha fatto perdere tempo ai querelanti, molti dei quali stanno morendo di cancro, che ha fatto perdere tempo ai giudici, che si sono dovuti leggere dopo ogni ispezione tonnellate di carte… insomma un modo per cercare di eludere la giustizia, cosa che continuano a fare chiedendo nuovi appelli contro gli avvocati e contro i querelanti. Questo è un abuso dell’uso del diritto, perché invece di investire nel recupero del territorio e del danno arrecato, loro investono nel cercare l’impunità.

Si, in effetti c’è un caso simile a quello della Texaco, contro la compagnia nazionale, che ha appena ottenuto una sentenza favorevole nella zona di Pacayacu (controllare come è scritto), una zona dove da tempo opera Petro Ecuador. E’ un caso molto interessante, perché la Texaco ha sempre sostenuto che non c’è giustizia in Ecuador, perché viene sempre sanzionata la Texaco e mai la compagnia nazionale, invece ora è appena stata data una sanzione alla compagnia nazionale, con una situazione simile a quella della Texaco, anche questa con un piano di recupero simile. Una delle cose che abbiamo appreso, sfortunatamente e con dolore qui in Ecuador, è quello che si deve chiedere alle imprese, cioè a dire: cosa si deve chiedere alle imprese? Prima si diceva: che smetta di contaminare, oppure che ripulisca, ora invece si ha una percezione più precisa su ciò che vuol dire riparare i danni. Ora si sta parlando di recupero totale, e il recupero totale non implica solo il ripulire, non è solo compensare quanto si è perso, non solo recuperare i tuoi diritti, il recupero della salute, il recupero dell’ecosistema, ma è anche sanzionare i responsabili, solo in questo caso ci si sente veramente ripagati, è una cosa fondamentale, e diventa una garanzia che questo non accada nuovamente. Seguendo quanto dice la nostra costituzione, questi sono i cinque concetti fondamentali, importantissimi. Quello che si sta chiedendo alla Chevron-Texaco è che rimedino integralmente quanto hanno fatto. Quello che si sta chiedendo a Petro Ecuador, il caso che si è appena vinto, è che rimedino integralmente. Quello che alcune comunità locali vogliono chiedere, e per questo vi sono già state delle manifestazioni, ad esempio nel caso dell’ultima perdita dell’oleodotto avvenuta un mese fa, è anche in questo caso che si rimedi integralmente. Che cosa vuol dire riparazione totale, come nel caso di quest’ultima perdita di petrolio? Significa che a causa di queste perdite la gente ha perso l’acqua, non ha più acqua pulita, per cui deve essere risarcita con una nuova sorgente di acqua pulita. Significa che bisognerebbe investigare sul danno che è stato provocato in termini di salute. Voi siete stati qui, avete sentito che clima c’è, dovete aver capito che la gente qui vive nel fiume. I bambini sono come pesciolini, passano gran parte del tempo nell’acqua. In un posto come questa comunità, dove non ci sono tante altre possibilità d’intrattenimento, dove non c’è la possibilità di portare avanti un lavoro creativo con i bambini, bisogna vedere quale è stato, per i bambini, l’impatto di tutto questo in materia di salute, e bisognerebbe avere delle garanzie che non vi siano più perdite di petrolio in futuro e, ovviamente, applicare la sanzione corrispondente. Quello che la gente chiede, nel caso di quest’ultima perdita, è proprio una riparazione integrale, con l’aggravante, che questa non è stata la prima perdita, non è la prima volta che si è rotto un tubo. Qui si rompono dei tubi tutti gli anni e a volte tutti i mesi. Queste perdite producono un effetto di accumulazione, l’inquinamento ha un effetto di accumulazione. Non è detto che un barile più un barile, facciano due barili, l’effetto è sinergico, è un effetto a cascata. L’effetto, l’impatto dell’inquinamento viene aumentato, ingigantito.

Io credo di si, credo che il Governo abbia scelto già tempo fa di voler sfruttare il petrolio. Voler sfruttare il petrolio, non è la stessa cosa di sfruttare il petrolio, per questo è importante dire che in questo paese si è deciso di sfruttare il petrolio in molte zone. A Zarayacu sono già 15 anni che è stato deciso di sfruttare il petrolio, ma non è ancora stato fatto. Nel sud dell’Amazzonia, è da più di 10 anni che si parla di sfruttare il petrolio, ma questo non avviene. Il Governo vuole sfruttare il petrolio. Ha sostenuto un piano di infrastrutture che gli permetta di sfruttare il petrolio. Però qui c’è una società, la Società Ecuadoriana, che ha detto di no allo sfruttamento del petrolio, e si è attivata per fare in modo che sia così. Noi abbiamo strumenti legali, istituzionali, per fare in modo di evitare che quella operazione inizi. Io credo che, anche se il Governo vuole sfruttare il petrolio, se le comunità locali, la società, la comunità internazionale non vogliono, abbiamo ancora speranze perché questo non accada. Che si riesca ad ottenere che Yasunì sia ciò che volevamo che fosse quando è stata lanciata questa iniziativa: un paradiso che bisogna proteggere.

Io credo che Correa non fosse preparato al significato e alle dimensioni di tutta questa iniziativa. Un’iniziativa che viene alimentata e costruita dalla società. Una società che si rende conto che le comunità qui sono sedute non solo su un sacco pieno di oro, ma su una ricchezza impressionante, questa è una zona che possiede un’enorme ricchezza, con acqua, con biodiversità, con possibilità e potenziali di ogni genere, con una bellezza paesaggistica incredibile. Correa sta pensando solo alla possibilità di estrarre petrolio e di fare in modo che le ricchezze che abbiamo diventino funzionali a livello internazionale, ma Correa si sbaglia, non è il mondo che gli sta chiedendo che non venga sfruttato il petrolio, sono le comunità locali, siamo noi ecuadoriani che non vogliamo che venga sfruttato. Siamo noi ecuadoriani che abbiamo creato un modello per cui la cittadinanza mondiale possa partecipare a creare un diverso modello di civilizzazione. Noi invitiamo la comunità internazionale non a dare un contributo, ma a impegnarsi ad usare meno petrolio. Come? Che comprino un barile di petrolio, ma che non lo estraggano. E’ un impegno… il nostro invito non è che ci diano denaro, non è vendere dei diritti, no, il nostro invito è di diventare parte di un cambiamento nel modello di civilizzazione, che non sia basato solo sullo sfruttamento delle materie prime, come il petrolio. Ora non si può più scegliere, ora bisogna cambiare e pensare ad una civilizzazione post-petrolio.

E’ così. Stiamo parlando di termini, il nostro è un orizzonte a lungo termine, eterno potremmo dire. Noi stiamo pensando alla vita di questo ecosistema, alla natura, che in Ecuador ha dei diritti, alle comunità, che in Ecuador e nel mondo, hanno dei diritti, e la loro possibilità di proiettarsi nel futuro. Il nostro non è un progetto per 25 anni di estrazione di petrolio, il nostro è un progetto di vita. Come ho detto, io credo che ci siano ancora possibilità per portarlo avanti.

Questo è vero. E’ proprio un cambiamento nel modello di civilizzazione. Quello che dico infatti è che non è solo una questione di estrazione di petrolio, è una questione di cambiamento di mentalità, dove si devono prendere in considerazione varie premesse. Una premessa è che si possono estrarre dalla natura ricchezze, ma limitatamente, senza che questo comprometta la natura. Su questa cosa ci sono già in atto dei dibattiti. Dibattiti, che nel caso dell’Ecuador, hanno portato a riflettere sul fatto che la natura è un “essere” e come essere ha diritto ad esistere e riprodursi. Questo deve portare anche a riflettere sui sistemi di vita: la vita urbana ad esempio, il mangiare mele cilene in inverno e ovunque…no dobbiamo sapere che dobbiamo adattarci ad un sistema di vita che non sia così carico di petrolio. Noi parliamo di de-petrolizzare l’economia, l’energia, e anche di modelli per decentralizzare la vita e alla fin fine di fermare lo sviluppo. Dobbiamo pensare che il paradigma dello sviluppo non è quello che porterà felicità all’umanità, né alla sopravvivenza, né alla possibilità di un futuro.

Un benessere che si nota ad esempio se paragoniamo l’aspetto esterno, del corpo degli indigeni, prima dell’inizio dell’attività petrolifera. Prima erano grandi, forti, le gambe erano potenti, un fisico adatto a muoversi, e bello oltre tutto. Ora invece abbiamo una pancetta creata proprio dal welfare della Repsol e anche dalla birra che fa parte anch’essa del welfare delle imprese petrolifere. Effettivamente le imprese petrolifere investono molto in infrastrutture, non tanto perché sia una necessità o quello che chiede la gente, anche se a volte può esserlo, ma è l’investimento più semplice e soprattutto perché diventa uno strumento di pressione e di ricatto nei confronti delle comunità. E’ facile neutralizzare le comunità con alcuni tipi di investimento. Che tipo di investimento si può fare arrivando per esempio in questa comunità? E’ molto complicato, le case? La cosa più semplice è costruire una casa comunale, a volte un centro per la salute, in alcuni casi arrivano a costruire ospedali, ma questi si possono contare sulle dita di una mano. La maggior parte delle volte investono in centri per la salute, che dopo 2 anni già non hanno più un medico, oppure in una scuola, che dopo 2 anni diventa un negozio. Oppure in una casa comunale che alla fine rimane inutilizzata, perché la gente non vive in questo tipo di struttura, se la guardate vi renderete conto. La gente vive dentro la comunità. La gente non vive nelle strutture che si stanno inventando adesso a Panacocha, che sono più…voi siete andati a Panacocha? Dovreste andarci perché è una situazione molto strana…è il modello petrolifero, comprese tutte le paure che ci sono state nel passato. Io ricordo che in passato si diceva che quello che si odiava del comunismo era che tutto sarebbe stato uguale e non ci sarebbe stata libertà, ecco lì tutto è uguale, tutto brutto e non c’è libertà. Non c’è segnale per i telefoni e neanche cose basilari perché la gente possa comunicare. E’ una specie di prigione con pareti bianche.

INTERVISTA AD ALBERTO ACOSTA

Alberto Acosta

In primo luogo bisogna ricordare che il progetto Yasunì I.T.T, l’iniziativa Yasunì I.T.T., nasce dalla società civile, dopo un lungo periodo di sfruttamento petrolifero in Amazzonia, iniziano a vedersi gli aspetti nocivi in questa regione. Inquinamento provocato dall’erosione, provocata dalla distruzione dell’aria, dalla distruzione del terreno, dalla distruzione dell’acqua e questo provoca reazioni in vari settori dell’Amazzonia ecuadoriana, che iniziano a considerare inaccettabile questa attività petrolifera. Nell’anno 2000 nasce, attraverso uno studio accademico, l’idea di un Ecuador post petrolifero, dove si stabilisce con chiarezza la proposta di non ampliare la frontiera petrolifera in Ecuador. Ricordiamo che lo sfruttamento petrolifero in Ecuador era nella parte nord-orientale dell’Ecuador e ora vuole ampliarsi verso il centro e il sud. Nell’anno 2000, in questo documento, in questo libro, parliamo di un Ecuador post petrolio. Un paio d’anni dopo siamo arrivati a proporre, con diverse persone, un accordo storico, sospendere il pagamento del debito estero per in cambio, proteggere l’Amazzonia. Non parlavamo solo dell’Ecuador, ma di tutta l’Amazzonia. Un accordo storico con i creditori del debito. Nel 2005/2006 dopo che venne presentata la possibilità di sfruttare la zona petrolifera, nota con la sigla ITT, Ichpingo, Tambococha, Tiputini (sono da controllare i nomi, non conosco questi posti e li ho scritti seguendo come erano pronunciati) , sorge dalla società civile un’idea, un’idea che si inserisce in questa proposta globale: una moratoria petrolifera, un grande accordo storico per sospendere la distruzione dell’Amazzonia, che dice “lasciamo il grezzo dell’ITT nel sottosuolo in cambio di un contributo, scusate, una compensazione internazionale”. E’ nata così questa iniziativa. Un’iniziativa che, ripeto, arriva dalla società civile, che è stata ripresa nel 2006, quando abbiamo presentato la candidatura dell’attuale Presidente della Repubblica, e poi quando io sono stato nominato Ministro dell’Energia e delle Risorse Minerarie, l’ho presentata al governo, e abbiamo convinto il Presidente della Repubblica ad assumere questa iniziativa e a portarla avanti.

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Correa dice che questo è un suo progetto, questo è uno dei problemi, non solo per questo progetto, ma del governo di Correa. Il Presidente Correa è convinto che il paese sia iniziato nel momento in cui lui è stato eletto. Lui si presenta come un lampo a ciel sereno e vuole negare che quanto si sta facendo adesso sia stato costruito precedentemente. Lui non è un lampo a ciel sereno, le nubi erano già cariche delle lotte della società civile, movimenti sociali, movimenti indigeni, maestre, maestri, lavoratori, ecologisti e altri gruppi ancora. Questo è il caso dell’iniziativa Yasunì ITT, nasce dalla società civile, viene assunta dal governo attuale, dal Presidente attuale, che ha come merito quello di averla accettata e presentata, ma non è un’idea sua.

Io non direi che questa è la ragione che ci divide, purtroppo il Presidente della Repubblica e il suo governo si sono allontanati dalla Costituzione, non stanno seguendo la Costituzione, che loro stessi hanno aiutato ad approvare. Quindi qui c’è una posizione diversa, non è che ci siamo separati, è stato lui che si è allontanato dai principi di base e il punto centrale della rottura è l’imposizione di una legge sulle miniere che è contro quanto dispone la Costituzione. Il progetto Yasunì ITT ha ancora molta vita, ci sono molte cose da proporre, ci sono molte cose da dire e da fare, io credo che la questione non sia ancora risolta. Ci sono problemi, ci sono difficoltà, bisogna tenere in considerazione anche che, sebbene il Presidente della Repubblica ha il merito di averlo accettato e proposto alla collettività, non solo dentro, ma anche fuori dal Paese, lui è la persona che minaccia di più questo progetto. Un giorno dice che è a favore, un giorno dice che è contro, e questo non ha permesso di ottenere sufficiente fiducia a livello internazionale. Quello che io qui voglio riscattare, come cosa interessante, è che questo progetto a parte il risultato che otterrà, è già un successo storico. A livello mondiale si sta discutendo sulla necessità di lasciare gran parte delle risorse energetiche fossili nel sottosuolo. Vi sono proposte simili a quelle di Yasunì ITT in varie parti del pianeta. Si sta discutendo su questa questione in Nigeria e in altre parti del mondo. Io credo che, in questo senso, questo progetto è già una cosa storica. Facciamo tutti gli sforzi possibili perché si realizzi.
Questo è, purtroppo, un messaggio negativo, che debilita sempre più questa iniziativa, ma non scordiamoci di una cosa, che il Presidente della Repubblica è obbligato dall’Articolo 407 della Costituzione, a chiedere autorizzazione all’Assemblea Nazionale per sfruttare il petrolio dell’I.T.T. Se l’Assemblea Nazionale lo ritiene opportuno, si dovrà passare a una consultazione popolare e sarà il popolo ecuadoriano a decidere se estrarre o meno il petrolio. Quindi non è ancora stata detta l’ultima parola, c’è ancora la possibilità di poter presentare non solo un’opzione A, cioè lasciare il greggio nel sottosuolo e ottenere un contributo internazionale, ma addirittura un’opzione C: il greggio resta nel sottosuolo anche se dall’estero non ci daranno soldi.

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Ma ci vorranno tre o quattro anni prima che esca il petrolio, per quell’epoca si sarà concluso il governo dell’attuale Presidente. Io non credo che il denaro affluirà così rapidamente. Questo, in tutti i modi, lo valuterà lui, non solo perché non otterrà il denaro velocemente, ma anche perché la sua immagine ne verrebbe sminuita parecchio. Bisogna che sia chiaro che la responsabilità maggiore nell’insuccesso di questo progetto è del Presidente Rafaél Correa, principale responsabile del fatto che questo progetto non si attui, così come avevamo proposto dalla società civile.
Dalle informazioni in nostro possesso, a seguito di inchieste che non sono attuali, ma dello scorso anno, sappiamo che nella città di Quito e nella città di Guayaquil, più dell’80% della popolazione è a favore di lasciare il greggio sotto terra, di rendere reale questa iniziativa. Bisognerà vedere se questo si potrà fare o meno a seconda di quello che deciderà il popolo ecuadoriano. Questo è quello che dicono tutti quelli che governano, che agiscono per beneficio del popolo, lo hanno detto più volte. Anche questa decisione può essere messa in dubbio e se lui è realmente preoccupato del beneficio da dare al popolo ecuadoriano, perché non lo chiede al popolo ecuadoriano? Perché non mette in pratica la Costituzione? Accetti una sfida così, una sfida storica, chiediamo al popolo ecuadoriano se sfruttare o meno il greggio dell’I.T.T. La domanda sarebbe molto semplice: siete a favore della vita o a favore del petrolio? Perché di questo tratta il progetto Yasunì I.T.T. Però insisto su una cosa, a parte il risultato, questo progetto è già un successo storico. A livello mondiale si parla di progetti simili, inoltre si sta proponendo, come elemento fondamentale per la configurazione, di un codice, no di un codice, di una giustizia ecologica globale, il principio della responsabilità condivisa, ma differenziata. Tutti dobbiamo fare qualche cosa per proteggere la vita del pianeta, tutti gli abitanti del pianeta. Però ci sono alcuni, soprattutto quelli che vivono in paesi industrializzati, che sono i maggiori responsabili dei problemi ambientali globali, essi sono quelli che devono contribuire maggiormente per risolvere questi problemi. Quindi stiamo parlando di altre cose in questo momento. Per spiegarlo con un aneddoto, alla Real Academia de la Lengua in Spagna, si sta già valutando di inserire un nuovo termine, un nuovo concetto, un nuovo verbo: yasunizar (yasunizzare). Intendendo un sinonimo per ritornare a qualcosa di sacro, di intoccabile. Io credo che questo sia un passo importante. Continueremo la lotta per lo Yasunì e faremo quanto possibile per moltiplicare gli yasunì, in lungo e in largo sul pianeta.

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Io credo che questo sia indispensabile, fondamentale, non possiamo continuare carbonizzando l’atmosfera, si renderebbe impossibile la vita degli esseri umani sulla terra, credo che ora non ci sia ancora sufficiente coscienza di questo nella società universale, nella società a livello globale. Noi crediamo… io personalmente credo che ci sia molta preoccupazione e molta paura per quanto può succedere, ma non coscienza di questo per cambiare, c’è ancora del lavoro da fare in quel senso. Quando noi abbiamo proposto la rivoluzione della cittadinanza, avevamo in mente un’altra forma di governo, che non fosse intorno a una persona, non intorno ad uno schema autoritario e rigido, purtroppo non siamo riusciti ad ottenere quello che avevamo proposto inizialmente, un governo molto più democratico, più presente, molto più rispettoso, un governo realmente rivoluzionario. Quello che abbiamo è il primo Cudillo del ventunesimo secolo, speriamo che sia anche l’ultimo. Senza dubbio c’è una certa somiglianza con il governo di Chavéz, però sono cose diverse. In Venezuela, con tutti i problemi che vi sono, hanno tentato di fare un profondo cambiamento strutturale, sia sul possesso della terra, sia sul possesso dei beni di produzione e anche sulla distribuzione dell’acqua. Qui in Ecuador no. E’ più una questione di forma di rivoluzione, ma in fondo di concreto non c’è nulla. Non c’è rivoluzione, né cambiamenti strutturali, né ridistribuzione della ricchezza. C’è un documento interno del Governo che dice più o meno quanto segue: mai prima i gruppi più potenti dell’Ecuador sono stati meglio di adesso e mai prima i settori poveri sono stati meno peggio di adesso. Questa è la realtà. Ci sono stati molti soldi, questo Governo ha avuto gli introiti maggiori nella storia della repubblica…grazie al petrolio, specialmente…non solo per quello, ma fondamentalmente grazie al petrolio. Se sommiamo i budget generali dello stato, dal 2007 al 2013, in termini nominali, stiamo parlando di più di 150.000 milioni di Dollari. Nessun Governo nella storia dell’Ecuador ha mai avuto tanto denaro. Che cosa ha fatto questo Governo? Ridistribuire in modo migliore questi introiti derivanti dal petrolio, però senza ridistribuire la ricchezza e gli altri introiti del Paese. Per questo i ricchi sono sempre più ricchi e ai poveri le cose vanno un po’ meno male di prima. Guardi i disastri ecologici capitano tutte le settimane, quasi giornalmente, nell’Amazzonia ecuadoriana, abbiamo problemi gravi. Il petrolio genera sempre molto inquinamento. Pensare che l’attività petrolifera non crei inquinamento è un’ingenuità enorme. Potrei fare un paragone: pensare di sfruttare lo Yasunì I.T.T., o meglio lo Yasunì in generale, senza provocare inquinamento, distruzione dell’ambiente e devastazione sociale, è come credere che Dracula è diventato vegetariano e che possiamo affidargli la direzione della banca del sangue.
Il fratello di Correa è una persona che non ha fatto un bel servizio al Presidente, né al suo governo e purtroppo non siamo riusciti a sapere che cosa ha ottenuto dalla sua relazione con il Presidente della Repubblica. Noi vediamo con molto rincrescimento il fatto che non ci sia stata trasparenza per chiarire tutte le attività dove è stato coinvolto il fratello del Presidente della Repubblica.

Noi iniziamo a riconoscere qualche cosa, l‘Ecuador ha bisogno di una legge sui media, una legge sulla comunicazione, perché questo è un punto della Costituzione, questa è anche una disposizione ottenuta tramite un referendum nel 2011 ed inoltre dobbiamo superare la legge sui media preesistente, la legge sulla comunicazione che esisteva, che venne generata da una dittatura militare. Il grave problema di questa legge sui media, che io considero indispensabile, è che non ha come obiettivo ampliare la libertà di espressione, ma invece controllare i mezzi di comunicazione. Alcuni mezzi di comunicazione, non tutti. Non servirà a controllare i mezzi di comunicazione del Governo e in Ecuador non ci sono mezzi di comunicazione pubblici…no neanche uno, sono tutti del go-ver-no, cosa non contemplata nella Costituzione. La Costituzione parla di mezzi di comunicazione privati, comunitari e pubblici, qui non c’è un solo mezzo di comunicazione del governo (mi pare che sia contraddittorio con quanto detto prima. Forse voleva dire pubblico?) . Poi ci sono una serie di misure che restringono la libertà di espressione e diversi modi per introdurre, attraverso varie possibilità, una sorta di censura alla comunicazione. Come ad esempio come potrebbe essere questo: tutte le interviste per poter essere pubblicate devono essere confrontate, cioè bisogna ascoltare anche opinioni diverse. Se viene fuori una denuncia su un malfunzionamento all’interno di un Ministero e il Ministro o i funzionari non rispondono, l’intervista non può essere confrontata e quindi non può essere pubblicata. Mi chiedo, anche questa non sarebbe una sorta di censura? Per certi versi si. Nel caso del petrolio, io direi che hanno avuto una certa importanza gli indigeni e i coloni colpiti da quanto fatto dalla Chevron Texaco. Dovettero organizzarsi, crearono un fronte di difesa dell’Amazzonia, cosa che è servita da base per costruire la proposta Yasunì I.T.T. L’iniziativa Yasunì I.T.T. nasce dalla regione dove è stata distrutta l’Amazzonia, non nasce da Yasunì, per una ragione molto semplice: gli indigeni che vivono nella zona di Yasunì sono popolazioni che non sono state contattate. Non gli si può chiedere qual è la loro opinione, perché non sanno neanche di far parte dello Stato ecuadoriano, non hanno relazioni. Questo è un fatto molto importante. Nasce quindi dalla lotta di chi ha sofferto l’impatto dell’attività petrolifera. Questa cosa è stata ripresa anche in altri posti, però senza dubbio il movimento degli indigeni è fondamentale, perché stanno difendendo i loro fratelli ai Tagaeri Taromenani e anche ai Soniamenani (sono da controllare i nomi di queste popolazioni), che sono le popolazione emarginate, ed inoltre stanno difendendo la vita, la terra e l’acqua in altre parti del Paese, stanno combattendo perché non si ampli la frontiera petrolifera nel centro-sud dell’Amazzonia, cosa che il governo sta presentando tramite l’undicesima Ronda petrolifero, stanno lottando perché non vengano compromesse le sorgenti d’acqua e soprattutto stanno combattendo contro il grande sfruttamento delle miniere, una delle grandi proposte del Presidente Rafàel Correa.

Di fatto ci stiamo preparando, forse non completamente consci, a uno stadio post-petrolifero. Il petrolio finirà in Ecuador, le riserve petrolifere si consumeranno, abbiamo consumato circa la metà di quello che c’era, ci restano poco più di 4000 milioni di barili, e 4000 milioni di barili sono molto pochi, l’Ecuador non sarà più un paese che esporta greggio, esporta petrolio, tra circa 10-15 anni, quindi bisogna prepararci. Quello che sta accadendo è che l’Ecuador è un paese “sui generis”. In Amazzonia si estrae petrolio con un costo sociale ad ambientale molto alto; si esporta il petrolio, ma poi dobbiamo importare derivati del petrolio, cosa che ci costa molto, e perché? Perché non abbiamo sufficienti capacità di raffinazione. Gran parte dei derivati del petrolio che importiamo, come il gasolio, li bruciamo per generare elettricità, in un paese che ha un enorme potenziale idro-energetico. In un paese dove c’è un molto sole, l’energia solare, la vediamo tutti i giorni. Energia eolica, energia del mare. In un paese dove vi sono ancora vulcani attivi, l’energia geotermica potrebbe essere una stupenda fonte alternativa. Inoltre in Ecuador, come succede nella maggior parte del pianeta, continuiamo a sperperare le risorse energetiche. Non abbiamo capito che l’utilizzo efficiente dell’energia, sarebbe una nuova fonte di energia, molto meno cara e più facile da avere sottomano. Sarebbe importante utilizzare in modo adeguato l’energia. Esistono alternative all’utilizzo energetico. Purtroppo quello che non c’è sono le alternative alla logica che spinge all’estrazione. In Ecuador si continua a pensare che dobbiamo vivere della rendita della natura. L’Ecuador è stato uno dei principali produttori ed esportatori di cacao nel mondo, non ci siamo sviluppati. E’ stato il principale produttore ed esportatore di banane del mondo, non ci siamo sviluppati. Esportiamo petrolio, fiori, broccoli, pesce e tante altre cose e non ci sviluppiamo. Quale è l’alternativa che propone il Governo del Presidente Rafaél Correa? Le miniere. Io credo, e a volte ne sono certo, che nella società ecuadoriana, soprattutto tra chi governa, ci sia una sorta di DNA dell’estrazione. La gente vede che il petrolio sta per finire e crede che le miniere possano risolvere i problemi. Questa è una delle nostre maggiori sfide, quando finiremo di essere un paese di prodotti: paese bananiero, paese del cacao, paese petrolifero, paese minerario, per diventare paese dell’intelligenza?

Ma certo che ci sono molte alternative. Noi abbiamo anche messo in piedi una candidatura alla presidenza, assunsi io l’incarico, con proposte concrete per far diventare realtà molte cose che avevamo proposto quando io facevo parte del governo del Presidente Correa. Nel 2006, abbiamo proposto un piano di governo che ora viene disatteso. Successivamente abbiamo recuperato quelle proposte per la nostra candidatura alla presidenza. Esistono le alternative, quello che non è mancato è stata la capacità di convincere la gente che queste sono le alternative adeguate per una ristrutturazione del Paese.

Manifestazione

Con Patricia Gualinga
con Patricia Gualinga

INTERVISTA A PATRICIA GUALINGA

Effettivamente noi stiamo vedendo quello che succede e nel contempo, con la questione dell’undicesima Ronda dello sfruttamento del petrolio che coinvolge Pastasa, vediamo come lo Yasunì I.T.T. possa non andare più avanti perché è stato annunciato un piano B. C’è sempre stato questo piano B, è stato annunciato più volte fin dall’inizio, e credo, come tu dici, che ci dovrebbe sempre essere un piano B. Per fare le cose bene si sarebbe dovuto approntare tutto per la conservazione dello Yasunì…
Il Blocco 23, quello denominato Blocco 23, coinvolgeva il territorio Quichua e diverse comunità, tra queste, il 60% del territorio di Zarayacu, del quale attualmente io sono dirigente delle donne. Si fermarono sino al 2002, dal ’96 al 2002, cercando di portare avanti quello che loro definiscono “relazioni con le comunità”, è un sistema per dividere le comunità: comprando i dirigenti, portando avanti una strategia di debilitazione dei principi di base delle comunità indigene. Questo sistema fu utilizzato dalla Compania General de Combustible, ed è utilizzato da tutte le compagnie petrolifere, inclusa l’AGIP, che ha un suo reparto per le pubbliche relazioni all’interno del Blocco 10. Zarayacu è nota nella storia per la fiera resistenza che oppose all’interno del Blocco 10. Zarayacu non permise che venisse sfruttato quello che si chiama il pozzo Landayacu, e per questo è conosciuta. Sapevano che ci sarebbe stata grande opposizione ed è per questo che hanno aizzato le popolazioni indigene locali contro la popolazione di Zarayacu, cercando di far vedere che Zarayacu era contro lo sviluppo che loro avrebbero meritato, attraverso l’estrazione petrolifera. Che per colpa nostra non avrebbero avuto scuole elementari, scuole superiori, che non avrebbero avuto le cose basilari che ogni ecuadoriano dovrebbe avere. Nonostante questo Zarayacu difese il suo territorio. Ci organizzammo internamente, lottammo e sopportammo tutte le conseguenze della nostra resistenza per il mantenimento dei nostri diritti. Avevano già ratificato il Convegno 169, sapevamo che dovevamo essere consultati e abbiamo lottato in diversi processi, sia nella comunità, cercando di intravedere delle luci su quello che avrebbe potuto essere, sia a livello di media, denunciando davanti all’opinione pubblica, inviando lettere al governo, e anche con una strategia a livello internazionale informando che si stavano violando i diritti umani delle popolazioni indigene. Questa lotta è servita e abbiamo dimostrato che lottare si può, che si può vivere con dignità all’interno del nostro territorio. Abbiamo portato avanti un processo di 10 anni all’interno del sistema Interamericano per i diritti umani, ottenendo un anno fa la sentenza storica della Corte Interamericana per i diritti umani, a favore del popolo di Zarayacu. Fino ad ora il territorio di Zarayacu non è stato sfruttato e non crediamo neanche che proveranno a sfruttarlo, però adesso si apre l’undicesima Ronda verso altre popolazioni, si sta usando la stessa strategia si potrebbe ripetersi quanto accaduto a Zarayacu. Vi sono moltissimi momenti importanti e trascendentali…la militarizzazione fu una fase molto importante e critica, dove avremmo potuto cedere per la paura o decidere di continuare. Poi l’aggressione che subì Zarayacu durante una marcia di 200 persone, dove riempimmo dieci aeroplani di feriti, ecco fu uno dei momenti più tesi che abbiamo vissuto, perché molte persone erano scomparse, tra queste l’attuale Presidente del gruppo, Franco, non riuscivamo a trovarlo, intere famiglie erano scomparse. Arrivarono alle nostre famiglie messaggi di condoglianze tramite una radio molto popolare qui, che non è questa, dicendo che eravamo tutti morti in un incidente, questo causò momenti di grande caos e tristezza a Zarayacu e nelle nostre famiglie. La persecuzione, le cause in tribunale, le udienze, qui a Puyu, sono stati momenti di grande tensione. I nostri dirigenti sono stati inquisiti perché accusati di terrorismo, sabotaggio, di aver rubato e di un sacco di altre cose. Ci sono stati anche momenti positivi, come per esempio poter dire raccontare a una corte internazionale tutti i maltrattamenti che abbiamo subito, condividere il nostro dolore per aiutare altre popolazioni a diventare più forti. La lotta di Zarayacu, il video sulla difesa della foresta, sono stati premiati più volte, come un riconoscimento per non aver permesso che venissero calpestati i nostri diritti. La visita della corte Interamericana, per la prima volta nella storia, nel territorio di Zarayacu, la visita del relatore delle Nazioni Unite, ci sono molte cose…la sentenza, non avevamo idea di come avremmo reagito…praticamente non abbiamo avuto nessuna reazione quando è giunta la sentenza. Siamo rimasti immobili, cercando di assimilare tutto quello che era successo. Quindi Zarayacu ha avuto momenti tristi, momenti di dignità, momenti storici, momenti felici e continua ad averli ancora adesso, però quello che manca ancora è che venga attuato tutto quanto deciso nella sentenza. Abbiamo un governo che non sappiamo come andrà avanti.Zarayacu rimase bloccata, chiusero le vie di accesso, non potevamo transitare lungo quel fiume che per millenni era stato usato dai nostri nonni, dai nostri bisnonni e da tutte le generazioni passate. Quella fratellanza che c’era tra popolazioni e comunità si spezzò e ancora oggi non si è completamente ristabilita. Chi ha provocato tutto questo? L’impresa al fine di entrare, con lo scopo di lasciare sole le popolazioni indigene. Questo è uno dei punti della sentenza della Corte, il fiume deve essere lasciato aperto, ora possiamo transitare da lì, però è stato un processo di anni.
Da quando c’è stato il processo a seguito della lotta di Zarayacu, c’è molta gente che ha una concezione più precisa di che cosa vuole per il futuro e quello che non vuole. Ci sono molti che sono confusi. Molti che sono disgustati da tutta la campagna che parla dei benefici derivanti dallo sfruttamento del petrolio. Noi, per la nostra esperienza, per tutto quello che abbiamo fatto, che abbiamo visto, nel Blocco 10, sappiamo che lo sfruttamento petrolifero non beneficia le popolazioni indigene e neanche Pastasa. E’ da più di vent’anni che a Pastasa viene estratto petrolio e non abbiamo ancora capito che benefici ci sono stati per i cittadini di Pastasa. Se si apre la 11^ Ronda per lo sfruttamento del petrolio, se si apre l’estrazione del petrolio nel Blocco 28, proprio nel cuore di Puyu, sarebbe un disastro. Puyu è situato alle sorgenti dei fiumi che passano per le comunità, sono proprio nel centro dell’acqua, creerebbe problemi a tutte le popolazioni indigene che utilizzano questi fiumi, creerebbe problemi a Puyu, ai cittadini di Puyu. Conosciamo tutti i conflitti sociali che crea l’attività petrolifera, la dipendenza che genera all’interno delle comunità, il cambiamento di cultura che porta a una totale dipendenza. Ci sono moltissime questioni coinvolte per le quali non vale la pena di pagare un prezzo tanto alto, giustificandolo con il fatto che verrà costruito un ospedale, che vi saranno altri benefici per la cittadinanza di Pastasa. In questo senso io credo che Salomon può esporre una sua opinione, in quanto cittadino di Pastasa, perché noi come popolazioni di Zarayacu siamo già noti come popolazioni che non credono nello sfruttamento del petrolio e non permetteremo lo sfruttamento del petrolio nel nostro territorio.
Pochi giorni fa si sono riunite 80 donne indigene e anche alcune donne della città di Puyu, per analizzare il tema del petrolio, del’11^ Ronda, che problemi crea…e le donne, proprio perché sono donne, sono molto preoccupate e vogliono assumere il loro ruolo nelle decisioni.
Hanno inviato un mandato, hanno fatto una dichiarazione…sono arrivate donne anche dalla frontiera…questo è un riscontro importante, perché quando le donne decidono e danno il loro impulso, questo è molto importante…sono le mamme dei loro figli e sono quelle che sono più a contatto con Madre Natura e la terra.
Qui ci sono sette diverse popolazioni indigene, è una provincia ricca di biodiversità, ed è qualcosa che non si sta tenendo in considerazione, il Governo sta solamente scommettendo sullo sfruttamento petrolifero, ma non tiene in considerazione la diversità che si rischia di perdere, che il mondo rischia di perdere, perché non è una diversità comune è una diversità unica. Non abbiamo perso la speranza. Le popolazioni indigene stanno resistendo da molti anni. Ci sono nazionalità come Achuar, Shuar (controllare come si scrivono i nomi di queste popolazioni), Quichua, parte dei Quichua, Shiver, che stanno resistendo strenuamente. Per le compagnie petrolifere che decidono di comprare blocchi petroliferi qui a Pastasa, sarà un cattivo affare. Non vi sarà garanzia di poter estrarre. Le imprese che vogliono venire qui in Ecuador ed entrare nei territori indigeni non fanno un affare. Succederà quanto già accaduto a Zarayacu e non potranno estrarre il petrolio.

Yasuni - Mindu

INTERVISTA A DONALD MUNCAYO

Il mio nome è Donald Muncayo. Sono figlio di coloni che emigrarono qui. Sono nato il 20 Novembre del 1973. La nostra proprietà va da qui in là, si praticamente questo terreno è all’interno della nostra proprietà. Da questa parte invece la proprietà è di un nostro vicino. Per cui io ho visto quasi tutta l’operazione per la preparazione di questo pozzo. Per perforare questo pozzo avevano preparato una piscina. La casa che è lì (indica con la mano) è sopra ad una piscina. Praticamente un buco nella terra per mettere tutto il fango della perforazione, tutto il fango che usciva dalla perforazione, così come l’acqua che veniva usata per la perforazione e il petrolio di prova, venivano depositati in quella piscina. Però non c’era solo quella piscina…qui ci sono quattro piscine. (indica con lamano) qui ce n’è una, lì un’altra, poi quella dove c’è la casa e qui un’altra. Per questo pozzo ci sono quattro piscine. Tutto quanto generato dalla perforazione, inclusa l’immondizia che veniva generata dalla perforazione, veniva accumulata nelle piscine. Non avevano neanche un raccoglitore sanitario per i rifiuti, quello che si chiama filtro, cisterne, ferro, insomma tutto quello che non gli serviva più, veniva depositato nelle piscine.
Sono arrivati nel 1964, dicendo che questa era una zona selvaggia, dove non viveva nessuno. Erano veramente razzisti, perché in una delle ispezioni che fecero, l’avvocato Adolfo Callejas, che era il procuratore di questo processo, e che difendeva la Chevron, disse che questa era una zona industriale dove non poteva vivere nessuno. Disconoscendo le popolazioni ancestrali che i hanno vissuto in questa zone, come ad esempio i Cojanes, i Sionas i Secoyas e due popolazioni che sono ora estinte, come i Tetetes e i Salsaguari, che si estinsero per colpa di questa operazione insensata…un genocidio totale. Partendo dal presupposto che loro dicono che questa è una zona industriale, che non doveva viverci nessuno…in pratica gli Indieos per loro non sono esseri umani…esattamente, non sono nulla per il mondo. Questo è esattamente quello che volevano dire. Questo è quello che è successo qui, per cui io ti invito a vedere una delle piscine…loro vennero nel 1995 in Ecuador, per fare un ripristino ambientale, a seguito di un accordo con lo Stato. Però prima di firmare questo accordo, nell’anno 1980, lo stato dell’Ecuador chiede alla Chevron, che vengano eliminate queste piscine o per lo meno, che le protegga, le ricopra di membrane geologiche o di calcestruzzo, o come ultima risorsa di plastica. Quello che loro hanno fatto è presentare allo Governo una circolare, che diceva che per loro questo era un costo, che era un investimento di parecchi milioni…di quasi 400 milioni di dollari, per cui questo investimento per mitigare l’impatto ambientale era costoso e non attuabile dall’impresa….ora andiamo alla piscina.
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con Donald Muncayo (a sx)
Questa è una delle 156 piscine che loro crearono dal 1995 al 98, quando ottennero una liberatoria da parte dello Stato. Nello stesso giorno in cui veniva firmata una lettera che chiedeva la riparazione di tutto questo, delle piscine…veniva firmata una lettera liberatoria, sotto il governo di Sisto Duràn Vallen…non sapevano nulla, non avevano ancora ripulito neanche una piscina… già avevano una liberatoria, che fu ratificata nel 2000, scusate nel 1998 nel secondo mandato di Sisto Duràn Vallen, oggi protetto dalla giustizia nord americana negli Stati Uniti. Lui fu quello che iniziò tutto questo sfruttamento, eccetera qui in Ecuador. Questa era il governo che avevamo e dal quale loro hanno tratto vantaggio in questo caso. Ecco adesso siamo sopra una delle piscine, dove vuoi che faccia il buco, per farti vedere cosa c’è sotto?
Si ora siamo sopra una piscina. Si con questo aggeggio posso fare un buco…si faccio un buco…
Questa terra è una terra che hanno portato qui da un altro posto, non è una terra locale, di qui. Con questa hanno coperto queste piscine. …. Si hanno buttato terra nelle piscine….le hanno ricoperte di terra…
Siamo a circa 1 metro e 20 di profondità, e qui già c’è del petrolio…
Questo è quello che chiamano “rimedio” e che difendono a livello mondiale, dicendo che qui le cose sono state fatte bene. Questo è costato 40 milioni di dollari, questo è quello che hanno investito, però l’unica cosa che hanno fatto è stato coprire il petrolio con della terra. Hanno speso 40 milioni di dollari solo per questo, ma non c’è mai stato un vero recupero del territorio.
La cosa ironica è che per cercare di riparare al danno hanno investito 40 milioni di dollari, però per difendersi nel processo hanno già speso 2000 milioni di dollari…si questa è la parte più ironica di tutto questo
La piscina ha circa 3 metri di profondità…si…è stata creata 3 metri sotto…
La grandezza è di circa 30 o 40 x 20 o x 25 circa…questa è la grandezza di questa piscina…
Questa parte nera è petrolio, mescolato con spazzatura, il petrolio è mescolato con la terra. Questa terra non è di qui, è stata portata qui da altre parti…questi sono pezzi di roccia…portati qui
Nel lago uno potremo vedere più chiaramente. Anche quella è una piscina come questa, chiusa sopra…visto che stanno facendo un museo del petrolio, hanno scavato circa 2…scusate 10 metri vicino alla piscina, hanno creato una parete e tutta la parete è macchiata di petrolio e sotto la piscina c’è una falda acquifera e in quell’acqua si vede chiaramente che continuano a cadere pezzi e pezzi e pezzi di olio
Le 30.000 persone coinvolte…abbiamo fatto un censimento ecco perché sappiamo che ci sono circa 30.000 persone coinvolte…questo censimento è stato fatto nel 1998. Tutte le persone che vivono vicino ai pozzi petroliferi, proprietari eccetera…sono stati censiti, ecco perché sappiamo che ci sono 30.000 persone coinvolte in tutto questo. La Texaco ha aperto 336 pozzi qui …336 pozzi…
Adesso sono arrivato più in fondo…quella che era il fondo della piscina…adesso ti metto…mi serve un po’ d’acqua…
Pensare che quando ero bambino passavo di qui, proprio in mezzo a queste due piscine…tra una e l’altra c’era un viottolo e camminavamo lì. Noi siamo cinque fratelli, mia madre ha avuto due aborti, per cui abbiamo due fratelli che sono morti piccoli. Ho una sorella che anche lei è stata operata al cervello nel 2007, per un tumore al cervello. Le popolazioni ancestrali che hanno vissuto qui dicono che lo sciamano curava tutto…quando sono arrivati loro lo sciamano non ha più potuto curare……..Vuoi annusare? Il genocidio della Chevron..ci sarebbe stato il modo di fare tutto questo bene… ma loro dopo aver ricoperto queste piscine di terra, sono venuti a riforestare… sono venuti e hanno piantato degli alberelli …ecco lì ce n’è uno, ma è fuori dalla piscina, e lì dove c’è quel legname appoggiato all’albero… ecco questi sono i due unici alberi rimasti di tutti quelli che loro hanno piantato, per il resto sono morti tutti… però come ho detto quei due alberi sono fuori dal perimetro delle piscine…per cui non si può parlare di riforestazione, come dicono loro, non c’è stata nessuna riforestazione. Le piante che vedete sono cresciute naturalmente, sono piante del luogo che stanno a poco a poco crescendo naturalmente, a mano a mano che si forma l’humus della terra.
In queste piscine c’era anche un tubo chiamato collo d’oca…lo si vedrà meglio nel pozzo Aguarico 4 perché lì c’è una piscina aperta, intatta, che non è mai stata richiusa, l’andremo a vedere e lì si vedrà questo collo d’oca…era un tubo con un gomito che serviva per evacuare l’acqua che cadeva con la pioggia in queste piscine, e che faceva in modo che il petrolio non si riversasse fuori, tutto intorno…però continuavano a riempire le piscine di petrolio per fare delle prove, per vedere controllare il livello del petrolio, per vedere se il livello era sceso, per cui quando queste piscine si riempivano, si saturavano di petrolio, il petrolio usciva attraverso il collo d’oca e si riversava tutto intorno. Adesso andremo a vedere questo collo d’oca e dove si scaricava tutto questo…
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Una piscina. Come questa sono state costruite 888 piscine qui, per poter gettare fango, acqua, petrolio di prova, che è la parte nera che vedi qui, e tutto il “work over”, cioè quando il pozzo si tappa, si riempie di acido solforico e il petrolio non scorre più, allora è necessario lavarlo. In questo caso utilizzano una gran quantità di sale e agenti chimici e tutto questo veniva gettato qui. Ti spiegavo anche del collo d’oca, che abbiamo visto nel pozzo Lago 2 e che adesso vedremo anche qui. Questa piscina funziona, ma adesso non si butta più petrolio, né acqua del work over, perché ora tutta l’acqua viene riciclata. Questo è uno dei miglioramenti portati da Petro Ecuador, suddiviso in quattro punti. Ora non si costruiscono più piscine così, ora si costruiscono delle sorte di celle e quello che vi si butta dentro è fango trattato, le acque vengono riciclate, il petrolio di prova viene recuperato e reimmesso sul mercato. Ora non vengono più fatte cose come queste. Un altro miglioramento apportato da Petro Ecuador è che non si innaffiano più le strade con petrolio, cosa che faceva la Texaco, anche questo è un miglioramento. Tutta l’acqua cosiddetta di formazione, che la Texaco, fino al 1995, disperdeva, ora viene riciclata, ecco anche in questo le cose sono cambiate. Altra cosa fondamentale, quando queste piscine si riempivano troppo di petrolio, loro avevano due opzioni per disfarsi di questo petrolio: la prima era incendiarlo, dar fuoco a queste piscine, si vedevano delle colonne di fumo che sembrava arrivassero fino al cielo, bruciavano anche per quattro giorni consecutivi, con un fumo nero, le fiamme raggiungevano circa 15 metri di altezza. Era una cosa spaventosa a vedersi, però noi eravamo abituati a vedere queste cose, per cui non era più tanto strano vedere queste enormi nubi di fumo. Questa era una delle opzioni, l’altra era mandare una cisterna a risucchiare questo petrolio e a disperderlo sulle strade…si lo gettavano sulle strade, questo è stato fatto sino al 1997, anche Petro Ecuador faceva la stessa cosa. I loro tecnici erano stati formati dalla Texaco, per cui agivano nello stesso modo, loro gli avevano insegnato a fare così. Ti faccio vedere la profondità di queste piscine. Queste non sono superficiali, queste hanno una profondità di circa 3 metri. Si trasformavano anche in trappole, sia per gli animali domestici che per quelli selvatici. Qui sono morti moltissimi animali. Ci sono 24.000 teste di bestiame. Anche queste denunce fanno parte dei processi in corso. Per loro era molto facile rispondere che il governo dell’Ecuador gli aveva dato delle concessioni per 1 milione 500mila ettari di terreno dove poter operare e che loro non avevano nulla a che vedere con queste cose. Se morivano dei cavalli, delle mucche, dei maiali, sono innumerevoli…beh che reclamassero con lo Stato, con il Governo, non con loro. Vieni guarda…
Si, se io cado qui dentro…affondo. Neanche alzando la mano raggiungo l’altezza.
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Queste felci crescono qui. Ti spiego, questo pozzo è stato perforato nel 1974, ha funzionato per 8 anni e poi si è seccato. E’ dal 1982 che non funziona più. Questa piscina è da allora che non viene più utilizzata, per cui le foglie che cadevano dagli alberi intorno, cadevano qui dentro, decomponendosi e iniziando a creare l’humus e sopra a questo hanno iniziato a nascere le felci. Queste felci stanno facendo un lavoro di fito-recupero…si è una cosa spontanea. Una cosa minima, ma la natura sta facendo un grande sforzo per ripulire questa schifezza.
E’ molto difficile e molto costoso. Ecco perché noi stiamo cercando un modo per poter porre un rimedio, cercando le tecnologie più avanzate e le idee migliori per cercare di ripulire questa zona. Noi sappiamo bene che questa piscina, così come il Lago 1 hanno avuto delle perdite, molte perdite. Per poter ripulire questa piscina si deve togliere molto tutto intorno. Più sotto vi è una palude dove venivano scaricate queste piscine. Ora andiamo a vedere anche lì.
Si possono usare batteri, funghi, certo. Andiamo a vedere il collo d’oca, ok?
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Io prima questi guanti li buttavo nella spazzatura comune. Il Comune ha scoperto che ero io quello che usava questi guanti e mi ha inviato una lettera chiedendomi per favore di lasciare i guanti coperti di petrolio, sul posto, perché gli sporcavano la spazzatura, che viene riciclata, e loro non sono in grado di riciclare questo. Per cui io ora devo lasciare i guanti qui.

…questo pozzo è stato creato nel 1974, nell’82 ha smesso di produrre. Nel 2000 Petro Ecuador lo riprende, ma per convertirlo in un pozzo per l’iniezione di acqua di formazione. L’acqua di formazione è quella che esce insieme al petrolio e al gas. Come voi saprete il petrolio viene messo in commercio, il gas pesante viene bruciato, il gas più leggero, naturale, viene imbottigliato e messo in vendita per uso domestico sia nella zona che in tutto il paese, mentre l’acqua di formazione viene riciclata. Ecco questa è l’acqua di formazione.
No, non bere…annusa solamente… ecco quest’acqua prima di essere re-iniettata viene trattata. Passa attraverso dei filtri, subisce dei trattamenti per poter poi essere re-iniettata. Ecco perché c’è questo rubinetto, per prendere dei campioni, portarli al laboratorio e controllare. Prima invece, quando nel 1972 il petrolio ha iniziato ad uscire, la Texaco non ha mai recuperato quest’acqua. 18mila milioni di galloni di quest’acqua sono stati buttati nei fiumi e nelle paludi della zona. Nei 22 impianti di separazione che avevano per separare acqua, gas e petrolio.
La cosa ironica è che proprio i tecnici della Texaco, nel 1952, idearono un progetto per il riciclaggio dell’acqua di formazione. Iniziarono ad applicare questo procedimento già all’inizio degli anni ’60 negli Stati Uniti. Qui invece no, avrebbero dovuto farlo, ma invece quello che fecero fu buttare in giro tutto uccidendo la vita acquatica. Ora dicono che mentiamo. Tuttavia il direttore generale della Texaco qui in Ecuador, Perez-Pallares, è apparso in televisione, su un canale molto prestigioso qui in Ecuador, e ha detto che siamo dei bugiardi, che non furono 18mila milioni di galloni di acqua tossica quelli che vennero dispersi, ma 16mila milioni di galloni. Questo vuol dire che ammettono di aver contaminato, uccidendo pesci e avvelenando le popolazioni della zona che non erano preparate ad affrontare questa brutale minaccia petrolifera che venne portata qui. Ti avevo già detto che due popolazioni si sono estinte, due piccole popolazioni, i Tetete e i Salsaguari. I Cofan erano più di 4.800 attualmente ce ne sono 1.200. Tutto per colpa di questo. Per cui quando a noi parlano di sviluppo petrolifero eccetera, per noi è un insulto e abbiamo anche timore, perché sappiamo già il pericolo che questo comporta per noi…..

Questo posto si chiama Chuchufin di Sur e questo è l’impianto di separazione. Questo è l’inceneritore o meglio gli inceneritori, dove si brucia il gas. Si il gas pesante viene bruciato qui, però molte volte non arriva solo il gas, il sistema non riesce a separare tutto, si crea una coazione e alla fine esce anche del petrolio. Qui capita che ci siano piogge acide con petrolio. Questi inceneritori non sono della Texaco, questi sono della Petro Ecuador. Ora si chiamano inceneritori ecologici, perché sono più alti e hanno più capacità di combustione, cioè a dire che bruciano di più. Gli inceneritori della Texaco erano dietro a quegli alberi dove c’è una laguna e gli inceneritori erano proprio sul bordo della laguna. Quella era la laguna che serviva per bruciare. Lì arrivava tutta l’acqua di formazione, lì si bruciava il gas, quando passava del petrolio veniva bruciato lì. Il tutto usciva tramite un canale e si riversava nel fiume La Victoria. Fino al 1986 l’acqua di formazione che usciva da questo impianto veniva buttata lì. Nell’86 le persone che lavoravano nel settore si sono ribellate, hanno indetto uno sciopero. Come sempre sono state chiamate sul posto le forze armate, i militari, perché reprimessero questa cosa. La gente non si lasciò spaventare, si sentivano già abbastanza pregiudicati da quanto successo. Alla fine riuscirono a obbligare la compagnia a non buttare l’acqua di formazione nel fiume. Però quello che fece la compagnia, fu aprire un altro canale per buttare queste acque nel fiume La Sur, questo è quello che fecero. Inoltre questi inceneritori fanno molto male a questi insetti. Questi insetti notturni credono che improvvisamente ci sia la luna e vengono qui a fare la loro danza dell’amore, così dicono gli esperti, e a questo punto si bruciano. Qui muoiono milioni di insetti ogni giorno. Per fortuna si riproducono molto velocemente, altrimenti sarebbero già sterminati. No, non si spegne mai. Rimane acceso per ventiquattro ore, giorno e notte. Questo impianto è stato costruito nel…71…comunque ha iniziato a funzionare dal ’72 in avanti. In quel periodo il petrolio aveva già iniziato ad essere trasportato a Esmeraldas, dove veniva imbarcato per essere mandato negli Stati Uniti…

Yasuni - Omatoke

INTERVISTA AD OMATOKE, DEL POPOLO TAROMENANE

Anticamente vivevo con i miei genitori nella foresta. Prima del contatto con la “civiltà” vivevo con la sua famiglia e c’erano alcuni conflitti tra clan. Il guerriero Moita ci ha attaccato, a mio padre, a mio zio e siamo stati costretti a fuggire da un’altra parte nella foresta. Lì abbiamo dato vita a un’altro clan ma la famiglia del guerriero Moita continuava ad attaccarci perché voleva ucciderci tutti e avevamo paura.
Ho 75 anni. Quando scappammo agli attacchi di Moita avemmo i primi contatti con la civilizzazione. Quando l’eccidio della mia famiglia terminó, tornammo nel nostro territorio. E adesso sono qui per raccontare la nostra storia.
Quando avevamo conflitti tra famiglie ci avvisarono dell’arrivo di persone sconosciute. I primi ad arrivare furono i missionari. Noi non sapevamo distinguere tra petrolieri e missionari. Per noi era la civilizzazione. I missionari fecero il primo contatto con noi e ci portarono in una zona più interna della foresta. Lí c’era una canoa e mio zio aveva ucciso alcuni petrolieri che volevano sfruttare il nostro territorio. Lí fu la prima volta che sentii parlare di petrolieri.
La compagnia petrolifera ci ha costruito una casa qui a fianco ma non è quello che vogliamo. Io voglio continuare a vivere qui, non in case di cemento dove fa molto caldo e con il tetto in eternit.Prima viveva in un villaggio che adesso non c’é più. Quando viveva lì le case erano capanne con tetto di palma.
Prima solo mangiamo scimmie, pecari, volatili. Non avevamo sale e mangiavamo questo principalmente. Ora dopo il contatto mangiamo sale, zucchero e questi alimenti fanno male alla nostra salute. Quando ero piccola i miei genitori erano nomadi e ogni tre mesi cambiavamo posto nella foresta. Prima di spostarci facevamo un orto con manioca, platano e chontaduro. Ogni tre mesi seminavamo e quando tornavamo lí trovavamo i frutti. Al ritorno nel villaggio dove vivevamo prima facevamo la festa del raccolto e invitavamo le altre famiglie dei villaggi vicini. Le feste erano anche l’occasione per organizzare i matrimoni e fare sposare i più giovani.
Oggi devo difendere le future generazioni, sono i miei nipoti. Come nonna devo difendere il nostro territorio e non permetterò l’ingresso di petrolieri nè di altri. Queste zone vanno salvaguardate per i miei nipoti e per le generazioni future.Non permetto ai petrolieri di entrare nel mio territorio.
Io difendo il mio popolo e il mio territorio peró anche i giovani adesso hanno il diritto di dire che non vogliono l’ingresso delle compagnie petrolifere. Dobbiamo resistere per vivere a lungo e mantenere il nostro territorio.
Sono arrivata qui 40 anni fa. Adesso faccio fatica a camminare.
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Questa scimmia mi proteggerà. Quando crescerà lo metterò fuori, così se arriva qualcuno mi avvisa. Come se fosse un cane. Sí, anticamente usavamo le scimmie e i volatili come guardiani.Quando si avvicina qualcuno morde o inizia a gridare. Sempre i guerrieri utilizzavano le scimmie come guardiani.
Anche il picchio è un guardiano che ci protegge. A volte inizia a cantare. La lancia é importante perché loro si difendevano con le lance. Infatti il signor Bai, mio marito, dorme sempre con la lancia affianco. La tiene sempre vicino all’amaca, in modo da essere pronto per difendersi.
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INTERVISTA A PABLO FAJARDO , AVVOCATO, DISCENDENTE POPOLO COFAN
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Questo è il nostro ufficio, l’ufficio centrale del caso Texaco qui in Ecuador, dove si gestisce tutto. Questa è una parte degli archivi del processo contro la Chevron. Fino ad ora sono circa 240.000 pagine. Qui è dove abbiamo preparato il processo, poi ti posso far vedere da dove abbiamo iniziato. In questo archivio abbiamo tutte le prove tecniche e scientifiche del processo, per esempio fino ad oggi abbiamo presentato 106 relazioni di periti, di esperti, che sono andati sul posto a prendere campioni del terreno, hanno fatto analisi in laboratorio, per poi dire alla corte se c’era o non c’era inquinamento. Abbiamo più di 80.000 risultati, fisici e chimici, dell’acqua, abbiamo più di 40 testimoni, persone e contadini della zona.
Qui per esempio abbiamo…questo è la prova numero uno, si la prima quella dalla quale abbiamo iniziato la richiesta. Nell’anno…ovviamente è contro la Texaco, perché sono Chevron e Texaco…danni ambientali, da qui abbiamo iniziato il processo…questo è successo il 7 di Maggio del 2003, quando è iniziato il processo in Ecuador. Ricordo che il caso è iniziato in Ecuador, perché fu la Chevron ha chiedere che il caso venisse portato in Ecuador. Noi abbiamo iniziato il processo a New York nel 1993 e la Chevron disse ai giudici di New York: primo che il caso doveva essere annullato, ma se il caso doveva esserci, doveva essere demandato alla Corte Ecuadoriana. Per sostenere ciò la Chevron presentò almeno 14 affermazioni di periti, giuristi e avvocati ecuadoriani, nei quali si diceva che le Corti Ecuadoriane erano le migliori del mondo, capaci e competenti per portare avanti questo processo. Inoltre la Chevron si impegnò, per iscritto, firmò un documento scritto, con il quale diceva alla Corte di New York che si impegnava a rispettare quello che sarebbe stato deciso dalla giustizia ecuadoriana. Con questo impegno e con questo avvallo, la Corte di New York ha stabilito che il processo fosse affidato alla Corte dell’Ecuador. Ecco perché nel Maggio 2003 abbiamo iniziato il caso qui. Questa è la domanda per iniziare il caso qui…Dopo nove anni e dopo aver prodotto tutta questa documentazione, alla fine ottenemmo la sentenza di condanna alla Chevron per il danno ambientale causato nella nostra Amazzonia.
Queste più che altro sono copie dei documenti dei querelanti, contadini…che firmarono la petizione e quindi è stato a loro nome che è stata presentata la petizione… sono 47 persone che hanno firmato e che fanno parte del processo.
E ci sono le lettere che dichiarano che vogliono che la Texaco paghi per tutto questo.
Negli Stati Uniti non è mai iniziato il processo realmente…non è iniziato negli Stati Uniti. Noi abbiamo presentato a New York la petizione, poi la Chevron argomentò che la Corte di New York non era il foro competente, per cui doveva essere sottoposto alla Corte Ecuadoriana. Quindi tutto il processo è stato fatto qui in Ecuador. Ovviamente dagli Stati Uniti sono state portate qui alcune informazioni prodotte lì, come ad esempio “Discovery” (???), ma il processo in sé iniziò nel Maggio 2003 qui in Ecuador e si concluse con la sentenza del Febbraio 2011 e poi con quella del Gennaio 2012, quando la sentenza fu ratificata.
Vediamo…questo processo contro Chevron, io credo sia uno dei più importanti nella storia dell’umanità, per quanto concerne la lotta di contadini, indigeni…contro le imprese petrolifere nel mondo intero. Questo processo per me rappresenta la lotta sociale per la vita, per la giustizia, per il rispetto dei diritti umani. Ovviamente la Chevron ha la responsabilità, per tutto il gruppo, di difendere questo crimine, questa impunità che ha nel mondo intero. Però una sentenza che viene emessa in Ecuador, è valida solamente in Ecuador, perché le leggi dicono così. Così come una sentenza emessa dalla Corte Italiana, è valida solamente in Italia. La Chevron noi riteniamo che sia la compagnia più irresponsabile, più mediocre del mondo…ora non ha più attività in Ecuador…perché mentre si stava portando avanti il processo, quello che ha fatto la Chevron è stato allontanare o vendere tutto quello che aveva in Ecuador. Ora non hanno nulla in Ecuador. L’unica cosa che siamo riusciti a trovare è un conto in una banca che ha solo 350 Dollari, non hanno più soldi in Ecuador. Noi per poter farci pagare la sentenza dobbiamo andare in altri paesi: Brasile, Argentina, Canada, Australia, Nuova Zelanda e magari anche in altri paesi per farci pagare quanto è stato sanzionato, perché la Chevron non ha soldi in Ecuador. Però per farci pagare in quei paesi dobbiamo ottenere un tramite giudiziario, quello che si chiama: omologazione della sentenza. Cioè a dire ottenere che la sentenza emessa dalla Corte Ecuadoriana venga riconosciuta valida dal Paese dove andiamo a richiedere che venga eseguita. Se viene riconosciuta valida allora possiamo richiedere che venga eseguita. Tutto questo fa si che il processo sia molto più lungo.
All’interno di tutta questa documentazione, ci sono i rapporti degli esperti, dei periti, come li chiamiamo noi…relazioni dei periti della Chevron, dei periti dei querelanti…che verificano se c’è inquinamento…che tipi di elementi sono stati trovati nel terreno, comparazioni con norme di altri paesi come ad esempio gli Stati Uniti, l’Europa. Poi ci sono, le testimonianze dei contadini, di indigeni. Persone che hanno vissuto tutta la loro vita davanti alle piscine di petrolio, e questi contadini o indigeni quando il Giudice si recava sul posto per verificare se c’era o meno inquinamento, dicevano al Giudice: ” Signor Giudice, noi viviamo qui da 30 anni, mio figlio, mia moglie o mio marito sono morti di cancro”, oppure “mio figlio ha il cancro, io ho subito degli aborti, il mio bestiame è morto”. Ossia persone che hanno raccontato come avevano vissuto, quanto avevano sofferto per tutto questo. C’è una relazione molto interessante che è stata anche inserita in un libro, che s’intitola “Le parole della foresta”, dove si dimostra tramite studi sulla salute pubblica, che i casi di cancro in quelle zone sono molti di più che nel resto del paese. Ci sono degli esperti che hanno fatto uno studio che dimostra che quanto più vicino ai pozzi di petrolio vivono le famiglie, maggiori sono i casi di cancro. Allontanandosi vi sono un numero minore di casi di cancro. Un’altra cosa molto importante che è inserita nella documentazione…ovviamente ora è difficile ritrovarla…è il problema con le popolazioni indigene. Per esempio le popolazioni indigene che vivono in questa zona del Canton Lago Agrio. Qui viveva la popolazione Cofan, e furono i primi che dovettero spostarsi altrove per i problemi ambientali causati della Texaco. La popolazione Cofan, viveva in questa zona, aveva i suo centro abitato alla foce del fiume Teteyé che è un poco più in giù, vicino al fiume Guarico. Quando la Texaco perforò il pozzo Lago n. 1 e Lago n.2, mi pare che siate già stati lì, butto acqua tossica e petrolio nel fiume, i pesci morirono e la popolazione Cofan ha dovuto spostarsi per cercare un altro posto dove vivere perché li era tutto inquinato. Le popolazioni indigene normalmente in America Latina, si alimentavano con la pesca, la caccia e i prodotti che raccoglievano nella foresta. La Texaco con il suo atteggiamento irresponsabile, inquinò il fiume e i pesci morirono, togliendo così agli indigeni una delle loro fonti principali di alimentazione delle popolazioni indigene. A questo punto gli indigeni per sopravvivere dovevano andare a comperare cibo al mercato, ma per poter comperare il cibo dovevano lavorare per la compagnia petrolifera. Per cui l’economia della loro vita cambiò e diventò un’economia di mercato alla quale loro non erano preparati. C’è un’altra cosa, abbiamo delle testimonianze, anch’esse sono qui, di uomini e donne indigene, che raccontano e affermano, di come gli operai Texaco stupravano le donne indigene. Noti una cosa, in una qualsiasi guerra nel mondo la media di abusi sessuali perpetrati da soldati nei confronti delle donne, è di circa il 10%,. Nell’Amazzonia Ecuadoriana il 10% delle donne hanno subito qualche tipo di abuso sessuali o di molestia sessuale da parte dei lavoratori della Texaco. Nella popolazione Cofan ci sono molti giovani che sono il frutto di abusi sessuali. La gente ha vissuto in una sorta di massacro, di guerra, in un’umiliazione barbara nel periodo della compagnia Texaco.
In effetti è stata un’invasione. Non c’era rispetto della vita, dell’ambiente, della cultura delle popolazioni. C’era un razzismo così marcato e forte, la vita degli indigeni non veniva considerata. All’interno di questo processo gli avvocati della Chevron affermano che tutta l’Amazzonia Ecuadoriana è un’area dell’industria petrolifera. Affermano che in Amazzonia non dovrebbe abitare nessun essere umano ..si dicono così. Che cosa vuol dire questo? Che gli indigeni che vivevano qui prima dell’arrivo della Texaco, non sono esseri umani. Oppure se sono esseri umani non hanno nessun valore. C’è un razzismo così forte all’interno della Chevron, per cui essi considerano che gli indigeni non sono esseri umani, o comunque che valgono molto meno di chiunque altro. Quindi c’è stata una vera occupazione, un’invasione, e la compagnia ha sempre considerato l’Amazzonia una zona per i rifiuti petroliferi, per buttare i rifiuti dell’industria petrolifera.
Io credo che sia migliorato. Non è la cosa migliore che abbiamo, ma io penso che l’industria petrolifera in tutto il mondo abbia un grande debito con l’umanità. L’industria petrolifera nel mondo si è dedicata a cercare il modo migliore per estrarre il petrolio, ovunque esso sia. Il petrolio facile da estrarre è finito ormai, adesso è sempre più complicato estrarre petrolio. Infatti ora stanno andando sempre più in fono nel mare per estrarre petrolio. Sanno molto bene come estrarre il petrolio ovunque sia, però non sanno, perché non hanno investito in questo, non sanno come fare per evitare gli impatti ambientali, né come eliminare gli effetti dell’impatto ambientale. Basta vedere quello che è successo nel 2010 nel Golfo del Messico con la BP. Una perdita. La compagnia creò il pozzo, ma poi quando c’è stata la perdita hanno passato quattro mesi per cercare di capire come creare un tappo per evitare queste perdite. Per cui vedi, sanno come estrarlo, ma non sanno cosa fare per evitare danni ambientali. Ci sono molti esempi. Ecco, non sanno come eliminare l’impatto ambientale. Tuttavia io credo che quello che ha fatto la Texaco sia una cosa unica nel mondo, o perlomeno in questa parte dell’America Latina. Oggi non succedono le stesse cose, ci sono dei miglioramenti importanti, per esempio ora non si butta più il petrolio sulle strade come faceva Texaco. Le compagnie non scavano più delle piscine come faceva Texaco, per buttarci tutti gli scarti tossici, non lo fanno più. Non bruciano più il petrolio delle perdite come faceva la Texaco. Sono state apportate delle migliorie importanti. Tuttavia ci sono comunque dei danni, ci sono perdite frequenti, magari puliscono un po’ ma comunque ci sono perdite, vi sono conflitti sociali con le popolazioni indigene, non si capisce la mentalità e la logica delle popolazioni indigene, a volte si pena che tutti siano uguali, ma non è vero, ogni popolo è diverso. Per cui continua a generarsi un impatto ambientale e culturale, ma non è uguale a quello che c’è stato con Texaco.
Si è vero. Io credo che questo processo sia servito molto all’Ecuador, per molte cose fu dell’Ecuador. Come ho detto prima, secondo me questa è stata una delle battaglie più importanti nel mondo. Che ha visto popolazioni povere, indigeni e contadini, affrontare una compagnia potente come la Chevron, che è una delle più grandi del mondo. E’ servito molto perché ora in Ecuador ci sono dei miglioramenti, per esempio il sistema giuridico si è modificato. La gente quando sa di una perdita di petrolio, la denuncia, protesta, non rimane in silenzio, hanno perso la paura di affrontare le compagnie, cosa estremamente importante. Anche il Governo ascolta di più, ha cambiato alcune normative per poter trattare meglio queste cose. Ma anche il mondo intero. Qualche tempo fa sono stato a Ginevra, in Svizzera, per condividere la mia esperienza con questo caso, spiegando come la Chevron ha violato i diritti umani dei contadini e degli indigeni, e come la Chevron dopo questa sentenza con il suo abuso economico vuole negare giustizia alla gente. Molte persone alle Nazioni Unite sono interessate ad informarsi su questo caso per poter cercare di cambiare le normative, per, chissà, creare un convegno dove si obblighino le compagnie ad agire in modo responsabile. Per esempio oggi nel Patto Globale delle Nazioni Unite. Un accordo che include dieci principi sulla responsabilità delle imprese, ma ovviamente per la Chevron questo Patto Globale, vale meno della carta igienica. Non fa nulla e non lo rispetta in nessun modo. Per cui io credo che si debba lavorare ancora di più sulle normative, in tutto il mondo, perché le imprese agiscano in modo più responsabile. Io ho detto già, che noi non siamo contro alle attività petrolifere. Cioè, se tutti noi diciamo no al petrolio, queste luci si spengono, e voi non potete volare più in aereo, e così anch’io. Fino a quando non vi saranno altre fonti di energia elettrica, di energia nel mondo, che esistono ma non sono ancora state sviluppate, fino a quando non avremo questo abbiamo bisogno del petrolio. Il problema non è tanto il petrolio, ma come le imprese fanno le cose. Se la Chevron, la Shell, qualsiasi altra compagnia petrolifera, agissero in modo responsabile, rispettando le leggi dei vari paesi, rispettando le norme internazionali sul modo di operare, rispettando l’ambiente, noi, le popolazioni indigene, io credo che potremmo convivere meglio. Le imprese non devono mettere gli interessi economici al di sopra della vita umana. Che, come dev’essere, diano un valora alla vita più che al denaro. L’umanità commette un grave errore a dare un valore alle cose che hanno un prezzo, e a non considerare ciò che non ha un prezzo, che però vale molto di più: la vita, l’acqua, l’ossigeno, non hanno un prezzo, però valgono più del petrolio.
Io credo che questo è un grande conflitto che ha l’umanità. I Governi nel mondo, nessuno escluso, possono avere diverse ideologie politiche, possono essere socialisti, anarchici, di destra di sinistra, non importa, ma alla fine tutti sono “estrattivisti”. Tutti basano la loro economia, se possono, nell’estrarre le risorse che hanno. Le cose poi cambiano decidendo come distribuire le risorse. Però in merito al modello “estrattivo” sono tutti uguali. Questo atteggiamento crea grossi impatti ambientali e sociali. Per cui si deve mettere tutto su una bilancia: cosa fa il governo per sostenere l’economia? Cosa fa di buono Correa per sostenere l’economia? Deve cercare risorse, e in questo caso le trova nelle miniere e nel petrolio. Impedire al Governo di estrarre petrolio, dicendo non estraetelo più, potrebbe generare gravi problemi economici nel paese. Per cui se non c’è altro si possono però cercare modi di estrarlo più razionali e responsabili, ma anche nel rispetto della legge e dei diritti delle popolazioni indigene che vivono qui. Quello che io non accetto, che non accetterò mai e per il quale mi batterò e continuerò a lottare per tutta la vita se necessario, che le imprese e i Governi rispettino le nostre popolazioni, i nostri diritti, come deve essere. Insisto, che non mettano il denaro al di sopra delle nostre vite.
Questa è stata la proposta nel caso di Yasunì, che è solo una zona dell’Amazzonia. E’ un parco nazionale, una riserva della biosfera, riconosciuta dall’UNESCO, è il giacimento di idrocarburi più grande dell’Ecuador. Secondo me è una proposta eccellente, una buona proposta, tuttavia ho dei dubbi sul fatto che si realizzi, si ho dei dubbi. Alla fine il Governo, con la scusa o per ragione del fatto che non avrebbe l’appoggio della comunità internazionale, deciderà di estrarre quelle risorse. Però ripeto, Yasunì è solo una parte, tutto il resto dell’Amazzonia, il centro e tutto il resto non rientrano in questo progetto. Già ora stanno dando concessioni petrolifere. Spero proprio che alla fine si giunga a questo. Guarda, nel caso dell’Amazzonia Ecuadoriana, io credo che il paese per 45 anni è vissuto sfruttando il tesoro sbagliato. Il tesoro dell’Ecuador, soprattutto in Amazzonia, non è il petrolio, né tantomeno il rame o l’oro…è la sua biodiversità la sua ricchezza, che può generare, per esempio, moltissimo turismo. Il petrolio, il rame, l’oro si estraggono e durano 10-20-30 anni, poi finiscono e l’Amazzonia rimane distrutta. Se si crea una gestione responsabile del turismo, si può continuare tranquillamente a lavorare per secoli su quella linea senza grossi problemi. Io credo che il paese fino ad ora ha sfruttato il tesoro sbagliato.
Generalmente i Governi cercano un modo per ottenere denaro subito. L’altro è denaro che arriva… si esattamente è ottenere qualche cosa ora. Però bisogna riflettere. Io credo che i Governi debbano smetterla di andare avanti e di governare guardano solo i calcoli politici, dovrebbero governare per le generazioni future. Questo è il problema di alcuni Governi molte volte. Governano seguendo le inchieste e secondo dei calcoli politici. Non governano per l’umanità né per il futuro.
Ci sono molti avvocati nel mondo…si l’industria… si diverse corporazioni che hanno dei conflitti, ci hanno contattato. Per esempio due miei colleghi ora sono in Argentina per condividere la nostra esperienza con popolazioni indigene dell’America Latina: Venezuela, Brasile, Cile, Colombia, Argentina e altri paesi, questo incontro sta avvenendo nel sud dell’Argentina. Molti avvocati, molte associazioni per gli indigeni, i contadini, voglio imparare da quanto è successo a noi per poi replicarlo. Io stesso ho condiviso questa mia esperienza con svariate università nel mondo, con dei gruppi sociali, con avvocati. Come dicevo io credo che sia un’esperienza unica…
FAJARDO
Molti pensano che sia impossibile battersi contro un impresa importante. Invece con il tempo abbiamo dimostrato che invece è possibile. Quando le persone si uniscono, lasciano fuori interessi personali, e si uniscono per un interesse collettivo, sono campaci di superare qualsiasi ostacolo incontrino. E questo ora è evidente.
In effetti stanno già studiando il nostro caso, tant’è che più di 100 studenti hanno già basato le loro tesi su questo caso. La sentenza del Giudice Ambrano è stata letta ed è stata tradotta, fino ad oggi, in almeno cinque lingue. Io credo che stiamo aprendo una nuova strada, che prima non c’era, oppure era fatta male. Stiamo creando una nuova giurisprudenza in questo senso. In effetti, sia dal punto di vista di lotta sociale che di diritti delle popolazioni indigene, sia che debbano affrontare imprese minerarie o petrolifere o la lotta per l’acqua, la gente inizia ad imparare. Soprattutto per l’acqua. Nella nostra Amazzonia, il problema principale oggi è l’acqua. Si, l’acqua. Perché? Come voi avete potuto constatare questa mattina, le fonti d’acqua contengono idrocarburi. Guardando l’acqua sembra pulita, ma se si prende un campione ci si rende conto che quell’acqua non è pulita. L’acqua è un grande problema nella nostra Amazzonia, che ha causato la morte di molte persone. In Ecuador abbiamo moltissima acqua, a volte fin troppa, ma qui l’acqua non ha una buona qualità. Abbiamo parlato spesso di questo problema e crediamo che forse uno dei problemi che forse uno dei grandi problemi del mondo, in futuro, sarà proprio l’acqua. I grossi conflitti saranno principalmente per l’acqua, più che per il petrolio.
Secondo me questo progetto è ancora in piedi. Io spero, sempre meno però ho ancora speranze, che si arrivi a rispettare quella zona. Sia per l’ambiente in sé che per la vita delle popolazioni indigene. All’interno della zona Yasunì I.T.T. c’erano popolazioni indigene che non erano mai state contattate, Pelota Gaeri, Pelota Romenani (vanno controllati questi due nomi), se si andasse ad estrarre petrolio in quelle zone queste popolazioni sparirebbero, si estinguerebbero. Sono popolazioni che hanno rifiutato il contatto con altre civilizzazioni. Non possiamo obbligarli, violare i loro diritti umani per obbligarli a sottomettersi alla nostra cultura. Questo non è possibile. Io rispetto la vita di queste persone, sogno e continuerò a sognare, che si rispetti Yasunì e che quelle popolazioni continuino a vivere come desiderano.
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Questo è uno studio che è stato fatto. Siamo andati a tutti i pozzi, uno per uno, cercando informazioni e indicando cosa c’era in ogni pozzo, che piscine c’erano in ognuno di questi posti, ecco perché ci sono centinaia di foto di ognuno di questi posti, di questi pozzi. Che famiglie vivono vicino ai pozzi, a che distanza. In un altro studio vengono indicati i problemi che ognuno ha avuto.La gente qui aiuta molto. E’ la principale fonte d’informazione. Una cosa molto importante è la fiducia che abbiamo generato con la gente. La gente si fida di noi e ci dice che hanno speranza che venga fatta giustizia. Quindi quando andiamo sul posto, non ci negano le informazioni, le persone collaborano. A volte non si sa bene dov’è una piscina, magari coperta di terra, e le persone ci indicano esattamente dov’è. Sono esattamente 19.000 milioni di Dollari e non è arrivato neanche un centesimo.
Per ora la Chevron non ha pagato neanche un centesimo. C’è un embargo su un conto di 350 Dollari, e stiamo aspettando che lo liberino, ma è l’unico che abbiamo al momento. Avevamo un embargo in Argentina, nella Repubblica Argentina, ma sfortunatamente a causa di un ricatto di Chevron al Governo Argentino, questo embargo è stato ritirato. Per il momento abbiamo azioni d’esecuzione solo fuori dall’Ecuador: in Argentina, Brasile e Canda per il momento, speriamo di avere successo in questi paesi e in altri che contatteremo più avanti. La Chevron non ha pagato ancora neanche un centesimo. La Chevron per ora ha pagato calcoliamo noi, circa 1.300 milioni di Dollari per difendersi in questo processo, cosa molto interessante. La Chevron sostiene che ha posto rimedio in Amazzonia, che hanno ripulito il danno ambientale che c’era. Però per ripulire l’Amazzonia hanno investito 40 milioni di Dollari, solo 40 milioni. Per difendersi in questo processo, per cercare di occultare il crimine commesso, hanno speso 1.300 milioni…è un insulto alla giustizia, è un’offesa per le popolazioni indigene, è un sistema per cercare di evitare che ci sia giustizia per interessi economici. Questo è come il denaro si impone sulla giustizia.
Più che questo è che noi abbiamo vinto il processo e la Chevron deve pagare. E’ un principio universale: chi inquina paga. La Chevron ha inquinato e deve pagare. Ma cosa fa la Chevron? La Chevron sta cercando, con tutti i mezzi possibili, di passare la responsabilità, la fattura, allo Stato ecuadoriano. Ossia la Chevron dice che se noi incassiamo 1.000 milioni dalla Chevron, faremo in modo che lo Stato paghi questi 1.000 milioni all’impresa. Ossia vogliono che l’intero Paese, paghi il debito che loro hanno con noi. La qual cosa è ingiusta. Quindi lo Stato cerca di difendersi dagli attacchi della Chevron, non ha altra opzione. Per esempio la Chevron negli ultimi sette anni ha speso più di 70 milioni di Dollari nelle lobby negli Stati Uniti. Lobby per che cosa? Per fare in modo che il Governo Nord Americano non faccia più accordi commerciali con l’Ecuador. La Chevron dice che non si può permettere che un paese così piccolo come l’Ecuador dia noia a un’impresa così grande come la Chevron. Ecco l’arroganza di questa impresa. Ad ogni modo ora lo Stato deve difendersi, però questo non implica che lo Stato ci stia appoggiando, deve difendersi e questo capita in qualsiasi parte del mondo. Se arriva un’impresa qualsiasi e inizia ad attaccare ferocemente lo Stato italiano, lo Stato deve difendersi. Guardi, nel caso della BP negli Stati Uniti, che cosa ha fatto Obama? Obama ha chiesto persino di prendere a calci nel didietro il direttore della BP…questo è il suo intervento? No è difendere la sua sovranità, il suo Paese e va bene. Tuttavia nel caso qui, quando il Governo deve difendere la sua sovranità del Paese, difendere l’entità del Paese, difendere ciò che è accaduto nel Paese, la Chevron accusa lo Stato ecuadoriano. Io sono contento di quello che ha fatto il governo di Correa, in questo caso specifico, perché sta facendo una cosa molto bella, che è difendere la sovranità del paese non permettere che un’impresa potente come la Chevron, abusi di un paese piccolo come l’Ecuador.
No l’abbiamo fatto come gruppo di persone colpite, come vittime. Hanno firmato 2000 persone colpite.
Prima di tutto io credo che Papa Francesco, anche per il nome che porta, sia una persona che si preoccupa della difesa dell’ambiente. Io sono cattolico, ho lavorato con i francescani per molto tempo e so chi è San Francesco d’Assisi, so chi è, so che è una persona che ha difeso molto la natura, la vita, gli animali. Io mi identifico molto con questo. Papa Francesco ha una linea molto simile, cosa super importante. Per cui io credo che lui, conoscendo il problema reale della nostra Amazzonia, deve appoggiare, e deve anche, almeno, fare le orazioni necessarie al fine di ottenere che si faccia giustizia e che si rispetti la terra. Per cui le persone colpite, circa 2000 persone, abbiamo firmato una lettera e gliel’abbiamo inviata a Papa Francesco, chiedendogli il suo aiuto, la sua solidarietà con noi le vittime dell’Amazzonia Ecuadoriana. Speriamo di ricevere presto una risposta.
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