UN FOGLIO BIANCO
ERMANNO OLMI, uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ha appena compiuto 80 anni. “Un Foglio Bianco” non è solo un documentario o un omaggio alla sua inimitabile arte ma soprattutto il mio piccolo regalo di compleanno all’uomo che ha dato a tanti giovani aspiranti registi l’opportunità e il privilegio di “rubargli” il mestiere stando alla sua ”bottega”.
Raramente Olmi si è prestato, anzi sarebbe meglio dire “offerto”, all’obiettivo di una telecamera come in questo caso dove, per 90 minuti (ma ne avrei potuti montare anche il doppio per l’enorme quantità di materiale girato), si mette con affabilità e partecipazione “in scena”. Per convincerlo però è stato necessario un patto: non una troupe al seguito che avrebbe in qualche modo intralciato il percorso creativo durante le varie fasi della realizzazione de “IL VILLAGGIO DI CARTONE” bensì un solo uomo, una piccola telecamera hd, un microfono e niente più.
Un gioco a due quindi, di grande intimità e reciproca complicità. Di questo percorso compiuto insieme, dalla preparazione alle riprese, durato ben quattro mesi, ho cercato di cogliere gli aspetti più misteriosi e intimi del lavoro di un regista ma non solo. Quello che mi interessava veramente non era documentare la “macchina cinema” bensì tutto quello che la nutre, a cominciare dagli incontri con i personaggi che Olmi andava infaticabilmente cercando per comporre il cast che ora dona volti e voci alla sua opera. Donne, uomini e bambini provenienti da paesi lontani, approdati in Italia dopo viaggi a dir poco epici e pericolosi al tempo stesso. Per tutti costoro Olmi non era un regista ma più semplicemente un amico col quale dialogare (a volte grazie ad un interprete) alla pari, senza pregiudizi, senza soggezione, in totale libertà e serenità.
“E come si chiama?”
“Olmi, come gli alberi…”
“Uhmm, e di cosa si occupa?”
“Di fare questo film…”
Uno scambio di battute memorabile e unico. E così di seguito con tanti altri, sempre con un sorriso sulle labbra e una parola gentile per tutti. Ne è nato un film-documentario credo molto particolare, denso di sentimenti, umanità e reciproco rispetto, dedicato a chi ama il cinema e a chi il cinema lo vorrebbe fare.
Maurizio Zaccaro
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“Maurizio Zaccaro ha girato sul set un bellissimo special, Un foglio bianco , che rimanda lo spirito dell’ opera e l’ atmosfera di un luogo speciale nel segno di un Vangelo vissuto, quotidiano.
Maurizio Porro – Corriere della Sera
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UN FOGLIO BIANCO – note tecniche
soggetto, sceneggiatura, fotografia e regia
MAURIZIO ZACCARO
organizzazione
ELISABETTA OLMI
musiche
TEHO TEARDO
montaggio e motion graphic
DARIO INDELICATO
aiuto regista e seconda unità
ALESSANDRA GORI
fotografo di scena
KASH GABRIELE TORSELLO
prodotto da
LUIGI MUSINI
una produzione
CINEMAUNDICI
FREESOLO PRODUZIONI
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nazionalità ITALIANA
anno di produzione 2011
ambientazione
Bari . Palazzetto dello Sport Palaflorio
aspect ratio: 16:9 full hd 1080
durata film 91’ 43″
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ufficio stampa
VIVIANA RONZITTI . KINORAMA sas
Via Domenichino 4 . 00184 ROMA . ITALY
06 4819524 . +39 333 2393414
ronzitti@fastwebnet.it www.kinoweb.it
materiale stampa su: www.kinoweb.it
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si ringrazia
Maurizio Millenotti
Giuseppe Pirrotta
Irima Pino Viney
Elhadji Ibrahima Faye
Fatima Alì
Samuels Leon Delroy
Rashidi Osaro Wamah
Fernando Chironda
Souleymane Sow
Heven Tewelde
Prosper Elijah Keny
Linda Keny
Blaise Aurelien Ngoungou Essoua
e tutto il cast tecnico e artistico che ha contribuito alla realizzazione del film “Il villaggio di cartone”
e in particolare
Michael Lonsdale
e Rutger Hauer
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Un foglio bianco -
di Maurizio Zaccaro
La libertà scritta sullo schermo
Fonte: Cineclandestino -Maria Lucia Tangorra
«Il nostro futuro è nella ricerca delle origini e io
penso che in questa ricerca l’Africa salverà noi e
non viceversa, perché ci farà conoscere e ci
riporterà al punto delle origini. Se abbiamo
bisogno di aiuto chiediamolo a loro»
- Ermanno Olmi -
Ermanno Olmi, uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ha appena compiuto 80 anni. Il film, realizzato a Bari, sul set de Il villaggio di cartone segue giorno dopo giorno la lunga preparazione avvenuta interamente dentro il Palazzetto dello Sport PalaFlorio, dove è stata ricostruita la chiesa in cui si svolge buona parte del film. In questa fase della lavorazione, mentre tecnici, falegnami e pittori davano lentamente vita a una spettacolare e originale location, intere giornate venivano spese per il casting. Decine di incontri al giorno, lunghe sedute e amichevoli interviste con i personaggi che man mano si presentavano per farsi conoscere da Olmi e che a volte davano vita a scambi di battute memorabili e unici [sinossi]
Capita spesso che l’allievo arrivato ad un determinato punto del proprio percorso professionale ed umano, scelga di omaggiare il maestro, colui che alimenta con la linfa vitale quell’humus acerbo che ci spinge verso una passione. E’ toccante quando questo omaggio si realizza mettendo in campo proprio quegli strumenti e quegli sguardi acquisiti dal maestro. Come regalo per i suoi 80 anni – e forse anche per il bentornato al cinema (Ermanno Olmi aveva affermato che Centochiodi (2007) sarebbe stato il suo ultimo film) – Maurizio Zaccaro sceglie di girare un film-documentario, Un foglio bianco, seguendo passo passo la lavorazione del nuovo lavoro Il villaggio di cartone di Olmi. Il film di Zaccaro riesce ad essere un preambolo (o prosecuzione a seconda dell’ottica) dell’apologo di Olmi, ma allo stesso tempo si rivela come un lungometraggio a sé. Potremmo letteralmente dire che in campo c’è una macchina da presa, “invisibile”, guidata acutamente da una persona familiare, tanto da essere accettata nonostante la riservatezza del maestro.
La prima inquadratura quasi si fonde simbolicamente con l’ultima de Il villaggio di cartone, un ingresso in scena evocativo per far posto agli “appunti” sul film di Olmi. Disegni, piante delle location, campi-controcampo che coesistono in un incontro.
Un foglio bianco palesa ad ogni fotogramma che si sussegue un montaggio attento (Dario Indelicato) guidato da un’idea registica ben precisa: mettere nero su bianco il farsi della poetica di Olmi nella sua artigianalità, tecnica e umana. Il film di Zaccaro sembra rispondere alla legge: dal particolare all’universale perché anche se è stato girato in occasione delle riprese de Il villaggio di cartone la mano del regista-maestro è inconfondibile. Colpisce vedere come uno dei maestri della cinematografia italiana rifinisca col pennello il Cristo senza demandare esclusivamente alle maestranze, avendo coscienza dell’importanza del suo occhio anche nel lavoro tecnico. E’ nella parte dei casting che i segreti del mestiere emergono con maggiore potenza perché la chiave non è essere meccanici, ma sapere di essere delle persone, gli uni di fronte all’altro. Qui capita un episodio simpatico, emblematico della semplicità con cui un maestro si pone, il dialogo tra l’attore (coloro che interpretano gli immigranti sono al loro debutto) e il regista. “E come si chiama?” “Olmi, come gli alberi…” “Uhmm, e di cosa si occupa?” “Di fare questo film…”.
Un foglio bianco si fa scrivere dall’impronta di un artista che segue i suoi attori giorno dopo giorno, capendo ogni giorno qualcosa in più con loro; basta un pensiero, un’intenzione che corre lungo quei silenzi e quelle parole per dar corpo ai personaggi di un film non realista ed iperconcreto. Sembra un lusso per noi spettatori viaggiare nel lavoro che sottende un film presi per mano da allievo e maestro, Un foglio bianco ci regala questa possibilità, soprattutto, andando oltre lo specifico film(ico), si addentra in quello che è il cammino simbolico intrapreso da Olmi. Un maestro che preserva la semplicità per approdare al simbolico che si – e ci – libera delle sovrastrutture socio-culturali. Con vigore, Ermanno Olmi rivendica la sua libertà e questo forse è il monito più importante che può lasciare al suo allievo, Maurizio Zaccaro (formatosi a Ipotesi cinema, ideato da Olmi e Paolo Valmarana), e a noi tutti. «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento».
ORGANIZZA UNA PROIEZIONE:
“UN FOGLIO BIANCO” è disponibile per proiezioni e presentazioni. Per organizzare una presentazione questa è la procedura:
1. Tecnicamente bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche DigiBeta.
2. Appena avete individuato un luogo e un periodo contattateci a questo indirizzo: freesoloproduzioni@gmail.com Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità per la spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.
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E’ inoltre disponibile il DVD del film, con dedica personalizzata del regista
su richiesta a
photo- gallery
worldwide copyright © Gabriele Kash Torsello
Storia del Trio Lescano, un gruppo vocale molto noto in Italia tra la seconda metà degli anni ’30 ed i primi anni ’40. La storia è ispirata al libro di Gabriele Eschenazi “Le regine dello swing” (Einaudi). Controversa è la parte della fiction in cui si racconta l’arresto del trio, sul quale esistono opinioni diverse.Alle fine degli anni ’30 tre sorelle olandesi (l’attrice ungherese Andrea Osvárt e le olandesi Lotte Verbeek e Elise Schaap e la loro madre ebrea Eva De Leeuwe (l’attrice olandese Sylvia Kristel); per le canzoni vengono doppiate dalle cantanti torinesi Blue Dolls) arrivano in Italia e presto le giovani vengono impiegate da un impresario artistico napoletano di nome Gennaro Fiore (Gianni Ferreri). Alla madre non piace inizialmente il carattere volgare degli spettacoli, in cui le sue due figlie maggiori, Alessandra e Judith, fanno le ballerine, ma alla proposta di Gennaro di creare un trio di cantanti con la sorella minore accetta. La bravura delle ragazze suscita l’interesse di un impresario senza scrupoli Pier Maria Canapa Canapone (Giuseppe Battiston) che riesce a strappare a Gennaro le tre nonostante la diffidenza della madre. Presto il gruppo acquista notorietà, l’impresario guadagna soldi a palate e in Italia tutti ormai conoscono quello che si chiama Trio Lescano, cioè il cognome Leschan italianizzato. Visto il successo del trio il governo fascista interferisce, tentando di convincere le sorelle ad usare la loro popolarità per sostenere la propaganda del regime. Ma loro non sono interessate e presto sopraggiungono la sfiducia e le accuse. Il fascismo vara le leggi razziali e come gli altri ebrei italiani subiscono una progressiva emarginazione, preludio alle deportazioni. Il trio tiene nascosta la madre ebrea, cittadina straniera, e viene arrestato durante uno spettacolo in una Genova ormai occupata dai nazisti. Rilasciate quasi subito le tre ragazze sono però costrette a nascondersi con la madre e a subire la cancellazione dai programmi di radiodiffusione. Dopo la guerra, indebitate fino al collo, non riescono più a recuperare la gloria perduta in Italia e per questo scelgono di emigrare in Sudamerica, dove mietono ancora successo, ma con la piccola Kitty sostituita da Maria Bria. La più giovane delle Lescano preferisce infatti rimanere con il suo ragazzo in Italia, dove si sposano.
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NOTA DI REGIA
Scrive lo storico e giornalista Adriano Mazzoletti:
“Le Lescano rappresentarono per l’Italia di allora qualcosa di speciale. Quel sottile senso dello swing, quel modo di dividere la melodia così diverso da quello dei colleghi italiani, quelle voci quasi infantili ma accattivanti, l’esotismo del loro accento mitteleuropeo le fecero amare dal pubblico. Riascoltare oggi quei vecchi dischi non è solo commovente, ma fa provare ancora un piccolo brivido.”
Fare un film sulle Lescano, le ragazze dello swing italiano degli anni 30/40, è stata una scommessa non facile, soprattutto per la carenza d’informazioni reperibili sul loro conto nonostante storici e musicologi si prodighino tuttora nelle ricerche. Fra questi, colui che mi ha dato l’idea per proporre e realizzare questo progetto, Gabriele Eschenazi, che (per mestiere e per passione) ha cercato di colmare la lacuna raccogliendo tutto il materiale possibile per ricostruire, in un libro per Einaudi, la loro storia a partire dal ramo materno della famiglia, quello ebraico, sterminato quasi interamente ad Auschwitz.
Infatti in Italia ben pochi sanno che le Lescano, pur facendo parte della memoria nazional popolare della canzone, erano figlie di madre ebrea e che non erano nemmeno italiane bensì olandesi: Alexandra, Judith e Kitty Leschan. Ma per fare due serate di televisione non bastano poche informazioni, il più delle volte contraddittorie fra loro: occorre (pur ispirandosi a fatti realmente accaduti) adattare con originalità e scrivere con un pizzico di “libera immaginazione” a partire proprio da loro, le sorelle Lescano, nella realtà molto più modeste delle tre splendide ragazze, Andrea Osvart, Lotte Verbeek ed Elise Schaap, che le interpretano nel film.
“Le ragazze dello swing” si colloca esattamente qui, a metà strada, come dice il Manzoni, fra “il VERO STORICO e il VERO POETICO, cioè di due tipi di vero, di due modi di rappresentare il vero e il verosimile” in modo da rendere una storia, pur complessa che sia, comprensibile a tutti anche se affonda le sue radici nella leggenda. E infatti, con un balzo azzardato dal Manzoni a John Ford, il passaggio dalla realtà alla leggenda è breve: non a caso il grande regista americano fa pronunciare una delle più famose battute mai scritte per il cinema al giornalista di “L’uomo che uccise Liberty Valance”: “Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda”.
Con “Le ragazze dello swing” raccontiamo una leggenda, la “stampiamo“ sulla pellicola, la sveliamo e al tempo stesso mostriamo la realtà dell’epoca in cui il Trio Vocale Sorelle Lescano, consumò la sua veloce traiettoria artistica e personale. In poche parole, se le loro indimenticabili canzoni hanno dato, nel tempo, corpo a questa leggenda, in egual misura la drammatica epoca in cui sono vissute precede e da corpo alla realtà degli avvenimenti che scandiscono le loro esistenze. Le Lescano erano portatrici dei valori di quel mondo, erano le “mascotte” del regime, “le tre grazie del microfono” ma erano anche tre fanciulle come tante, con i loro turbamenti, gli amori e tutte le paure e le insicurezze che, nonostante fama e agi, si accompagnano a quell’età. Tutto il resto è lontano, quasi cancellato dal tempo…
Maurizio Zaccaro, settembre 2010 - copyright © Casanova Multimedia – riproduzione riservata.
| Andrea Osvart, protagonista delle «Ragazze dello swing» |
Di fronte alla pochezza della fiction italiana, le due puntate di «Le regine dello swing» sembrano una ventata di giovinezza narrativa, una giornata di sole nel clima plumbeo dell’agiografia, uno squarcio di luce gettato su una pila di vecchi giornali. Accontentiamoci: sulle canzoni degli Abba ci costruiscono un musical e un film; alla nostra tradizione canterina basta una miniserie. Protagoniste sono le tre sorelle olandesi, ex danzatrici acrobatiche, Alexandra, Judith e Kitty Leschan, costrette sotto il fascismo a italianizzare il cognome in Lescano (interpretate da Andrea Osvart, Lotte Verbeek e Elise Schaap).
Il trio diventerà una componente inconfondibile della colonna sonora degli anni Trenta e Quaranta con canzoni di successo come «Tuli-tuli-pan», «Maramao perché sei morto», «Ma le gambe», «Tornerai» e tanti altri. Dal libro che Gabriele Eschenazi ha dedicato alle vicende del trio, edito da Einaudi nel 2001, Maurizio Zaccaro (con lo stesso Eschenazi e Laura Ippoliti) ha tratto «Le ragazze dello swing», prodotto dalla Casanova Multimedia di Luca Barbareschi (Raiuno, lunedì e martedì, ore 21.10).
“IL PICCOLO“ non è stato realizzato per raccontare solo la storia (pur importante e unica nel suo genere) del Piccolo Teatro di Milano, ma anche il dualismo tra lo spettacolo e la realtà, la vita e il suo doppio e quindi, in parallelo, la città che da sempre lo ospita, con tutte le sue contraddizioni e le sue aspettative, spesso frustrate, di essere una vera capitale culturale d’Europa.
Di Pietro Liberati
Un omaggio al celebre teatro milanese attraverso le voci e i volti di coloro che lo hanno popolato.
Quanto potrebbe dare ancora al cinema un nome come Maurizio Zaccaro? Tanto, verrebbe da dire, guardando questo documentario sul Piccolo Teatro di Milano, presentato all’interno del programma della 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Controcampo Italiano.
Zaccaro, tra i più dotati e “fedeli” allievi di Ermanno Olmi e Pupi Avati (ma collaboratore anche di Mario Brenta, altro “erede” di Olmi), gira per la televisione ormai da una decina di anni, dividendosi tra miniserie-fiume (Cuore, da Edmondo De Amicis) e TV movies di unacerta qualità. Ma per chi vuole rintracciare ciò che c’è di buono nel cinema italiano degli anni Novanta, il suo nome dovrebbe essere imprescindibile. Sin dall’esordio Dove comincia la notte (1990), scritto e patrocinato proprio dai fratelli Avati, quello di Zaccaro è sempre stato un cinema capace di scavare in personaggi poco comuni, come dimostra la toccante e complessa amicizia al centro dell’ottimoLa valle di pietra-Kalkstein (1992), sicuramente una perla nascosta in quegli anni confusi dipendenti dai Salvatores e dai Barzini, quando il cinema italiano era brutto sul serio. Molto poco in sintonia con i gusti del pubblico, che ha quasi sempre scansato i suoi film (una grossa colpa, quando si trattava ad esempio del pregevole Il carniere, 1997, uno dei ritratti più lucidi e meno
moralisti della guerra nei Balcani), Zaccaro, dopo l’ennesimo flop di Un uomo perbene (1999, sul caso giudiziario che investì Enzo Tortora) è migrato, come si diceva, sul piccolo schermo.
Eppure, la magia che permea da questo Il Piccolo ci farebbe desiderare di tornare a vedere qualcosa di suo difictional. L’idea di Zaccaro è quella di raccontare, più che la genesi, l’anima del Piccolo Teatro di Milano attraverso le testimonianze, le voci e anche i volti di coloro che lo hanno animato. Un vero omaggio a un pezzo di cultura del Paese che è anche un motore essenziale di una città, Milano, dei suoi spazi intellettuali e di libera espressione. Ma, per metonimia, il Piccolo Teatro di Milano diventa anche il centro di un’Italia che proprio per queste cose combatte appassionatamente, ignorando le difficoltà economiche, il livellamento (verso il basso) del gusto, l’indifferenza verso il lavoro intellettuale che incontrastati stanno dominando dalle nostre parti. Tullio Kezich, Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Sergio Escobar, Luca Ronconi, Paolo Rossi, sono alcune delle voci che ascoltiamo nel
film: e sull’onda di esse, Il Piccolo sembra costituirsi in un sogno trascinante in cui al pensiero viene restituita quella ariosa e inamovibile centralità alla quale quell’imperante corporativismo burocratico e corrotto in cui è immersa la quotidianità italiana (almeno, in questo pessimo momento storico) ci ha scandalosamente disabituato.
Per l’ora e un quarto – e poco più – della durata del film, anche il profano che non conosce il Piccolo Teatro di Milano impara a discernere l’importanza nel panorama europeo, oltre che nazionale, che questo straordinario centro culturale riveste. E sì che il linguaggio cinematografico, quasi da “documentario militante”, di Zaccaro non si avventura in chissà quali fronzoli espressivi, ma sceglie la forma più esplicita e diretta delle interviste e delle immagini d’archivio per trasmettere l’importanza di un centro nevralgico che è anche cuore pulsante della città che lo ospita, in una sorta di interscambio e di embricazione reciproci e costanti.
Finendo conquistati da questo “piccolo” documentario, ci si torna a domandare perché il cinema italiano debba continuare, purtroppo, a fare a meno di una voce così contagiosa nel suo vitalismo come quella di Zaccaro: fuori dalle mode qui in Italia, eppure all’Italia (e alla sua cultura) così necessaria.
Un intenso ritratto di Vandana Shiva realizzato durante le riprese in India per il docu-film Terra Madre di Ermanno Olmi. Il documentario prodotto da Cineteca di Bologna e ITC Movie srl, racconta l’esperienza del movimento Navdanya di cui Vandana Shiva è ideatrice e promotrice, la sua banca delle sementi per la salvaguardia della biodiversità della produzione agricola. Un nuovo modo di pensare, una conoscenza aperta e integrata, un approccio ai temi dell’ambiente come strettamente connessi allo sviluppo economico e alla lotta alla poverta’.
l nome del movimento Navdanya (che in Hindi significa nove semi) trae spunto dal rituale, molto diffuso tra le famiglie del sud dell’India, di piantare nove semi in un vaso il primo giorno dell’anno. Dopo nove giorni le donne si incontrano portando i vasi e confrontano i risultati, vedendo quali semi si sono comportati meglio; a questo punto si organizzano scambi cosicché, durante il periodo della semina, tutte le famiglie possano piantare i migliori semi a disposizione, ottimizzando cosìle scorte di cibo del villaggio.
Gli scopi di Navdanya sono: 1) la difesa della biodiversità, 2) la creazione di una banca di sementi da scambiare con i contadini che aderiscono al movimento, 3) la riconversione dei campi a un’agricoltura interamente biologica, in cui fertilizzanti e pesticidi siano totalmente naturali. Navdanya lavora su iniziative che vanno dal seme alla tavola dei consumatori, dagli agricoltori ai parlamenti e alle istituzioni internazionali, dalle conoscenze tradizionali al futuro delle prossime generazioni.
Grazie a questa esperienza, Vandana Shiva è diventata una delle leader mondiali del movimento contro i brevetti sugli organismi viventi
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Incontrare Vandana Shiva è un’esperienza che lascia il segno. Ho avuto il privilegio, grazie al film “Terra Madre”, di essere ospite nella sua fattoria, Navdanja, per una decina di giorni. In questo contesto, molto lontano dai riflettori e dai palchi dei suoi interventi pubblici di grande impatto mediatico, ho scoperto una donna forte e tenace, come le sue battaglie a tutela dell’ambiente, ma al tempo stesso straordinariamente gentile e disponibile. Abbiamo parlato a lungo di tutto e alla fine sono tornato a casa ancora più convinto che il nostro mondo ha bisogno di persone così: esseri umani che insegnino ad altri esseri umani a non darsi mai per vinti, a lottare con determinazione, a non accettare le situazioni così come sono, a reagire contro le sopraffazioni dei potenti, ad essere”attivisti” e non indolenti o, peggio ancora, sottomessi. Alcuni pensano che la parola “attivista” sia solo una sbrigativa etichetta con la quale relegare in un ghetto chi si muove al di fuori delle regole costituite. Per Vandana Shiva invece è un complimento che si traduce in una presa di responsabilità totale nei confronti della Terra e dell’Uomo. In poche parole un invito globale ad unirsi per evitare la catastrofe e l’estinzione.
Maurizio Zaccaro , 5 giugno 2010 per Bellaria Film Festival
ORGANIZZA UNA PROIEZIONE:
“I NOVE SEMI – L’INDIA DI VANDANA SHIVA” è disponibile per proiezioni e presentazioni con la distribuzione della Cineteca di Bologna che ha portato film come “TERRA MADRE” in centinaia di città italiane ed europee. Per organizzare una presentazione questa è la procedura: 1. Tecnicamente bastano un videoproiettore, uno schermo, un lettore dvd e un impianto audio. Se avete a disposizione una sala più professionale il film è disponibile anche DigiBeta. 2. Appena avete individuato un luogo e un periodo contattateci a questo indirizzo: Cineteca di Bologna Via Riva di Reno, 72 – 40122 Bologna tel: (+39) 0512194820 fax: (+39) 0512194821 Fisseremo insieme la data e concorderemo le modalità per la spedizione della copia. Su richiesta è possibile organizzare proiezioni alla presenza del regista.

1927. La «Domenica del Corriere» pubblica, sotto il titolo Chi lo conosce?, la fotografia di uno sconosciuto colpito da amnesia e ricoverato da un anno nel manicomio di Collegno, vicino a Torino, dando inizio cosí a un incredibile caso giudiziario che per anni avrebbe appassionato e diviso l’opinione pubblica italiana. Due famiglie si contendevano il misterioso individuo, credendo ciascuna di riconoscervi un congiunto scomparso. Chi era veramente? Il professor Giulio Canella, valoroso ufficiale disperso nella Grande Guerra, o l’ex tipografo Mario Bruneri, condannato piú volte per truffa e latitante?
cast
JOHANNES BRANDRUP
GABRIELLA PESSION
LUCREZIA LANTE DELLA ROVERE
GIUSEPPE BATTISTON
FRANCO CASTELLANO
FABRIZIO CONTRI
PIERO CARDANO
MAURIZIO MARCHETTI
PAOLO PIEROBON
GUALTIERO BURZI
FRANCESCO ROSSINI
ALFONSO POSTIGLIONE
VITTORIA PIANCASTELLI
GIUSEPPE ANTIGNATI
BRUNO CORAZZARI
MARCO MORELLINI
ANDREA BARATTIN
MARCO CASSINI
SERGIO GRAMMATICO
ALESSANDRO MIZZI
ADOLFO FENOGLIO
LUISELLA SCOLARI
CHARLY DOGLIANI
regia
MAURIZIO ZACCARO
aiuto regista
LORENZO MOLOSSI
ass.regia
CLAUDIA CECCARONI
soggetto
ANDREA PURGATORI
sceneggiatura
ANDREA PURGATORI
LAURA IPPOLITI
con la collaborazione di
MAURIZIO ZACCARO
liberamente tratto da
LO SMEMORATO DI COLLEGNO
(storia italiana di un’identità contesa)
di
LISA ROSCIONI
Giulio Einaudi Editore
suono presa diretta
MARCO DE BIASE
microfonista
ADRIANO DI LORENZO
scenografia
MARTA MAFFUCCI
arredamento
STEFANIA VIGNA
LAURA CASALINI
attrezzista
VLADIMIRO CECCONI
costumi
SIMONETTA LEONCINI
montaggio
BABAK KARIMI
ass. montaggio
ANTONIETTA TOTA
fotografia
FABIO OLMI
musiche
ANDREA GUERRA
post-produzione
DANIELE TOMASSETTI
mix
ALBERTO BERNARDI
direttore di produzione
MAURO MAGGIONI
organizzazione generale
ANTONIO STEFANUCCI
produttore Rai
LORENZA BIZZARRI
prodotto da
SUSANNA BOLCHI
AURELIANO LALLI PERSIANI
(CASANOVA ENTERTAINMENT)
©2009
per
RAI FICTION
Attenzione: le fotografie qui riprodotte, realizzate da Bepi Caroli, sono inedite e protette dalle leggi sul copyright internazionale.
Catania, Sicilia (1999). Marcello La Spada è un ragazzo cresciuto senza una famiglia, ma con una grande passione per la boxe attraverso la quale ha conosciuto il suo coach Nino che gli ha fatto da padre. Marcello ha come migliore amico Saro , un ragazzo con aspirazioni decisamente diverse dalle sue, in combutta con la criminalità. Una sera, Saro coinvolge Marcello nel trasporto di alcuni clandestini e, per difendere l’amico dal coltello di uno di loro, spara ad un uomo, spaventando a morte Marcello che si allontana mentre Saro viene arrestato. Otto anni dopo, Saro esce di prigione e droga l’acqua di Marcello per poter rendere invalida la sua vittoria all’incontro finale di un torneo di boxe e rovinandogli così la vita. Marcello perde l’affetto della moglie Anna che lo lascia e dello stesso Nino che non crede alla sua innocenza. Nel frattempo Marcello conosce un bambino ospite di una sua vicina di nome Carmine ; il bambino è un orfano e viene invitato ogni domenica dalla vicina di Marcello per dargli un pò di calore famigliare, ma, un giorno, la donna muore e Carmine chiede aiuto a Marcello. L’uomo, sull’orlo dell’alcolismo, di primo istinto rifiuta il bambino, ma in seguito decide di andarlo a trovare alla casa famiglia dove vive e lì, su insistenza di Suor Chiara (Vittoria Piancastelli), decide di provare a frequentare il bambino che si scopre in grado di parlare solo quando sta con lui. Marcello, intanto, viene riavvicinato da Saro che lo coinvolge in incontri di boxe clandestina gestiti da un boss criminale chiamato “Il Maestro” , ma il rapporto con Carmine sta cambiando l’uomo che decide di tornare a combattere legalmente; tuttavia il suo terribile passato, capeggiato dal perfido Saro, lo stringe in una morsa letale che potrebbe sì far vincere a Marcello il torneo, ma ad un prezzo decisamente alto.
regia
MAURIZIO ZACCARO
aiuto regista
ENRICO PROTTI
soggetto
GIUSEPPE FIORELLO, ALESSANDRO PONDI
sceneggiatura
ALESSANDRO PONDI
PAOLO LOGLI
ANDREA PURGATORI
cast
GIUSEPPE FIORELLO
ANITA CAPRIOLI
DAVID COCO
RICCARDO NICOLOSI
VITTORIA PIANCASTELLI
MAURIZIO MARCHETTI
MARCELLO PERRACCHIO
FRANZ CANTALUPO
FRANCESCO FOTI
BRUNO TORRISI
FABRIZIO CONTRI
MARIELLA LO GIUDICE
MOHAMED ALI’ N’DIAYE
fotografia
FABIO OLMI
scenografia
GIUSEPPE PIRROTTA
arredamento
MELINA ORMANDO
costumi
SIMONETTA LEONCINI
montaggio
BABAK KARIMI
musiche
LUIS SICILIANO
organizzazione generale
CLAUDIO GAETA
prodotto da
SUSANNA BOLCHI
AURELIANO LALLI PERSIANI
LUCA BARBARESCHI
Attenzione: le fotografie qui riprodotte sono inedite e protette dalle leggi sul copyright internazionale.
Pietro si occupa del recupero di ragazzi pluribocciati o che hanno abbandonato precocemente la scuola. In cuor suo vorrebbe solo far bene il suo mestiere di professore di italiano e restare nell’ombra. Ma c’è come un
mistero in questa sua ritrosia, una sorta di paura, un non detto difficile da capire.Ma l’aggressione subita da Luisa – la coordinatrice della scuola che viene punita perché ha sottratto una sua ex alunna alla prostituzione – e le insistenze di Manuela, sua compagna di lavoro e di vita, spingono Pietro, pur con disagio, a prendere su di sé quel ruolo, pur di dare inizio all’anno scolastico. Il suo compito è convincere i ragazzi dell’elenco a venire a scuola, pena l’abolizione definitiva del corso. Pietro usa ogni arma per raggiungere il suo scopo: dalle minacce a Teresa e
Toto, che vivono in stato di abbandono coi loro tre fratellini più piccoli e rischiano la chiusura in istituto, a Anna, che pretende l’aiuto di Pietro per scrivere un suo “romanzo”; dalla dolcezza accogliente con Lena, che non parla, al ricatto esplicito con Gennaro, che ha rubato e rischia la galera. Una determinazione che arriva fino alla volontà di dialogo con un camorrista, il ‘Pescecane’- pur di strappare alla strada Davidello, il figlio di un piccolo malavitoso morto in carcere. Alternando ironia, coraggio e capacità di mediare, alla fine Pietro riesce a
portare in classe l’intero gruppo e a guidarlo tra mille contraddizioni verso il diploma di terza media. Però…quando tutto sembra andare per il meglio, riaffiora dal passato di Pietro il mistero della sua vita, un evento tragico che ha segretamente segnato la sua
esistenza e il suo cuore…
regia
MAURIZIO ZACCARO
Aiuto regista
LORENZO MOLOSSI
soggetto
PAOLA TAVELLA
sceneggiatura
SANDRO PETRAGLIA
STEFANO RULLI
cast
SERGIO CASTELLITTO
LUISA RANIERI
DONATELLA FINOCCHIARO
PEPPE LANZETTA
ANTONIO CATANIA
RAFFAELLA ILICETO
SERGIO GRAMMATICO
PIETRA DI MONTECORVINO
GENNARO MIRTO
LUCA DI GENNARO
RAFFAELE VASSALLO
ALBERTO NESI
MARTINA RUSSO
ROSSELLA VERDE
ADA FEBBRAIO
fotografia
FABIO OLMI
scenografia
RENATO LORI
costumi
SIMONETTA LEONCINI
montaggio
LILLI LOMBARDI
organizzatore generale
PATRICK CARRARIN
prodotto da
ROBERTO SESSA
ENZO TARQUINI
Perché ” ‘O professore “
Nelle tante storie scritte per il cinema e per la televisione non eravamo mai riusciti, per una ragione o per l’altra, a parlare di Napoli. Al rammarico per un film ‘mancato’ si sommava da tempo il desiderio di tornare a scrivere di un universo a noi particolarmente caro: il mondo della scuola, su cui siamo tornati tante volte, da “Mery per sempre”, a “La scuola”, da “Don Milani” a “Auguri professore” – un mondo che permette come pochi altri di raccontare, attraverso un microcosmo riconoscibile a tutti, le relazioni essenziali di una comunità e le sue trasformazioni. Ci interessavano in particolare quelle esperienze ‘di frontiera’ che in diversa maniera sono ormai diffuse nel mondo – dalle favelas brasiliane, alla banlieu parigina – là dove le scelte pedagogiche per il recupero scolastico dei ‘dispersi’ presentano caratteristiche abbastanza omogenee e hanno come punto di riferimento alcuni insegnanti in grado di coniugare nuovi modelli pedagogici e profonda sensibilità sociale in una dimensione di normalità che rifiuta ogni idea di santità o di eroismo.
Perciò quando Sergio Castellitto (che era rimasto suggestionato dalla lettura dell’intenso libro di Paola Tavella “Gli ultimi della classe”) ci ha chiesto di scrivere per lui una storia che avesse come protagonista un professore di una scuola ‘di frontiera’, ci è sembrato un po’ un segno del destino. Ora, a un anno di distanza, il copione è pronto e sarà Maurizio Zaccaro, con la sua sensibilità e la sua forza, a dare immagini e vita ai paesaggi metropolitani, ai volti e alle voci dei giovani, alla drammaticità e alla sfrontata vitalità delle loro esistenze. Noi, per parte nostra, abbiamo cercato di narrare un’esperienza scolastica ‘credibile’ nel contesto napoletano, descrivendo però destini, inquietudini, rabbie, disorientamenti e sogni, rintracciabili in ogni ‘periferia del mondo’: una parabola sulla dannazione sociale e la possibilità del riscatto.
Sandro Petraglia & Stefano Rulli
Attenzione: le fotografie qui riprodotte sono inedite e protette dalle leggi sul copyright internazionale.
LA CRITICA
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Una storia “contro”, sociale e politica, per raccontare Napoli
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Marzia Gandolfi
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| Pietro Filodomini è insegnante di italiano presso la Maiello, una scuola “speciale”, un avamposto culturale nel cuore depresso e disperato di Napoli. Con l’aiuto di un corpo insegnante al femminile, Pietro recupera all’educazione scolastica trentasei adolescenti abbandonati dalle famiglie e dalle istituzioni. Determinato e ostinato, ‘o professore recupera porta a porta i suoi studenti, riscattandoli dalla prostituzione, dalla microcriminalità e dal reclutamento camorrista in cui si adopera Pescecane, un arrogante malavitoso. Dal passato di Pietro riemerge però un episodio di violenza che lo costringe a testimoniare una verità dolorosa davanti alla legge e ai suoi ragazzi. La confessione e la presa di coscienza del professore diventano una rilevante esperienza pedagogica che trasformerà radicalmente la loro giovane esistenza. I personaggi che abitano il cinema di Zaccaro sono quasi sempre “uomini perbene”, normali e soli a causa del loro irrinunciabile bisogno di giustizia. Pietro Filodomini non fa eccezione e avalla i precedenti cinematografici del regista milanese. Il professore di Zaccaro è un educatore in trincea che coordina un progetto educativo contro la dispersione scolastica e coltiva un sogno: portare trentasei ragazzi “abbandonati” nel ventre di Napoli alla licenza media. Se il Tortora di Leo Gullotta (Un uomo perbene) veniva schiacciato dalla giustizia, il Filodomini di Castellitto la pretende per i suoi ragazzi. Lontano dall’essere un giustiziere alla James Belushi (Una classe violenta), il professore napoletano non risponde ai metodi camorristi e alle provocazioni dei suoi studenti con spranghe e coltelli. Lo scontro fisico e frontale e il dispiegamento di violenza della “scuola” hollywoodiana vengono mutuati dalla disponibilità all’ascolto, dalle idee e dalle indicazioni di vita. Il film focalizza pertanto la sua attenzione sulla drammatica dimensione della gioventù partenopea, mettendo in scena tutta la fatica di essere adolescenti in una città che non vuole (o non può?) disfarsi della spazzatura materiale e morale che ingombra i suoi vicoli e impedisce l’espressione personale dei suoi figli. Napoli diventa nella trasposizione televisiva di Zaccaro un autentico laboratorio sociale, un luogo in cui discutere sulle forme della conoscenza (operando una decisa critica verso un “sapere” mafioso costituito), un luogo privilegiato in cui si confrontano la cultura umanistica e la sottocultura camorrista, una città in cui si sperimentano relazioni importanti, docente-discente, e altre rispetto a quelle malavitose profondamente radicate nei costumi locali. L’educazione è il processo che permette di “tirare fuori” la conoscenza dall’individuo e la coscienza dell’individuo. Il professore del titolo è il compromesso tra struttura e istinto, tra lentezza burocratica e dinamismo criminale. Ma l’equilibrio non sembra essere una soluzione praticabile nella realtà partenopea. In questo punto preciso Zaccaro porta la sua opera da un piano sociale a quello politico. Sceglie così e di nuovo di raccontare una storia “contro”, coerente col suo cinema e la sua visione del mondo e della vita. Tratto dal romanzo di Paola Tavella, “Gli ultimi della classe”, e sceneggiato dagli inseparabili Rulli e Petraglia, ‘O Professoreelude la retorica del buon maestro, macchiando col peccato l’immacolato “libro cuore” di Pietro Filodomini. Sergio Castellitto interpreta l’ordinario eroismo di un professore, smettendo questa volta il gesto istrionico e accordandosi alla struttura corale e debuttante dell’opera televisiva di Zaccaro. Gli otto protagonisti esordiscono efficacemente sul piccolo schermo, educati dall’autore allo spettacolo del mondo, invitati a “cogliere l’attimo” e a viverlo poeticamente.fonte: mymovies.it |
Mafalda , secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia è una ragazza che sin dalla giovane età dimostra una grande sensibilità verso quanti non godono dei suoi stessi privilegi. Animata da una natura docile ma determinata, contro il volere del padre e della partitocrazia del momento, il 23 Settembre 1925 sposa il Principe tedesco luterano Filippo d’Assia (Johannes Brandrup). Il loro è un matrimonio d’amore e da questa unione nascono 4 figli. Nei primi anni tutto sembra procedere nel migliore dei modi, ma con l’avvento del nazismo, Filippo viene mandato in Germania al servizio di Hitler ed è costretto così a stare per lunghi periodi lontano dalla sua famiglia. Intanto Mafalda, che comincia a mostrare disapprovazione nei confronti della politica di Hitler e del suo alleato Mussolini, viene controllata dalla Gestapo. Sarà una richiesta del re suo padre, di intervenire a difesa del Montenegro, a mettere definitivamente Mafalda in pericolo, trasformandola agli occhi dei nazisti in una traditrice. Viene così attirata in una trappola dalle SS e catturata…destinazione: il lager di Buchenwald. Neppure l’amore di Filippo ed il suo estremo tentativo di portarla via da quel luogo di morte però, potrà salvarla.
regia
MAURIZIO ZACCARO
Aiuto regista
GISELLA GOBBI
FLORINA PETRESCU
soggetto e sceneggiatura
MASSIMO DE RITA, MARIO FALCONE
con la collabarozione di
MAURIZIO ZACCARO
cast
STEFANIA ROCCA
JOHANNES BRANDRUP
HARY PRINZ
FRANCO CASTELLANO
AMANDA SANDRELLI
CLOTILDE COUREAU
GISELLA BURINATO
REGINA ORIOLI
ALESSANDRO MIZZI
ANDREJ ARADITZ
CIPRIAN BALTOIU
MICHAEL BRANDNER
FABIO BUSSOTTI
SERGIO GRAMMATICO
MIHAI CALIN
VICTORIA COCIAS
CARLO DOGLIANI
TINA ENGEL
HANS PETER HALLWACHS
ADOLFO FENOGLIO
EMANUELE FORTUNATI
CHRISTO JIVKOV
JOSHUA KARMANN
ADINA RAPITEANU
MADDALENA ZACCARO
RODICA LAZAR
SILVIU OLTEAN
SILVIA AJELLI
fotografia
FABIO OLMI
scenografia
MARCO DENTICI
arredmento
STEFANIA VIGNA
costumi
SIMONETTA LEONCINI
musiche
ANDREA GUERRA
fotografia
FABIO OLMI
scenografia
MARCO DENTICI
costumi
SIMONETTA LEONCINI
musiche
ANDREA GUERRA
organizzazione generale
ANTONIO DE SIMONE GOLLUSCIO
prodotto da
ANGELO RIZZOLI
Premio Ennio Flaiano 2006 miglior attrice protagonista a Stefania Rocca. Premio Chioma di Berenice 2006 miglior scenografia a Marco Dentici e al miglior arredamento a Stefania Vigna.
Nell’Italia bigotta della fine degli anni ’30, Antonio Magnano, un giovane sensibile e di rara bellezza, noto a Catania per la sua fama di “Sciupafemmine” un giorno scopre di essere impotente, scoperta terribile che sconvolge la sua vita. Dall’omonimo capolavoro di Vitaliano Brancati.
regia
MAURIZIO ZACCARO
Aiuto regista
ROBERTO TATTI
soggetto e sceneggiatura
GIUSEPPE BADALUCCO
NICOLA BADALUCCO
FRANCA DE ANGELIS
cast
DANIELE LIOTTI
NICOLE GRIMAUDO
LEO GULLOTTA
ANNA MALVICA
LUCIA SARDO
MARCELLO PERRACCHIO
LUIGI MARIA BURRUANO
DAVID COCO
FRANZ CANTALUPO
fotografia
FABIO OLMI
scenografia
LORENZO BARALDI
arredamento
LAURA CASALINI
costumi
LILIANA SOTIRA
montaggio
LILLI LOMBARDI
musiche
GIOVANNI SOLLIMA
organizzazione generale
ANTONIO DESIMONE GOLLUSCIO
prodotto da
ANGELO RIZZOLI
“Golden Chest” 2006 al Tv I.F.F. di Plovdiv, Bulgaria. Finalista 2006 al Tv I.F.F. di Reims, Francia.
Attenzione: le fotografie qui riprodotte sono inedite e protette dalle leggi sul copyright internazionale.
http://www.youtube.com/watch?v=VEvlq5rjw2A&feature=player_embedded